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Pensioni, tormentone infinito

Dovremmo esserci abituati, sono più di vent’anni che fatta una modifica al sistema pensionistico si comincia subito a parlare di come riformare la modifica. Eppure questa volta, nella mia ingenuità, sono rimasto comunque sorpreso. Ma come ? La riforma Fornero di fine 2011 doveva essere quella che sanava definitivamente gli squilibri pensionistici italiani e che ci permetteva di allinearci alle richieste europee e dei mercati, e già a distanza di pochi mesi c’è chi la mette in discussione ? Non parlo tanto del pasticcio degli esodati, che si è manifestato subito poche settimane dopo la riforma e che sta trovando, strada facendo, una soluzione che si spera deroghi alla regola generale solo per il contingente, non che si protragga per un lustro.  Non parlo tanto di questo, quanto piuttosto delle proposte di modifica che stanno facendo capolino nel nostro Parlamento e delle dichiarazioni spavalde di esponenti di rilievo di alcuni  partiti (anche di quelli che sostengono il Governo) che promettono che dopo le elezioni del 2013 si cambierà ancora (qualcuno ammette che intende fare retromarcia, molti usano l’ipocrita espressione “faremo miglioramenti”, qualcun altro parla di integrazioni). E’ vero che oggi le scelte individuali dei senior non sono più tutte condizionate dalle regole sulle pensioni, ma insomma un orizzonte un po’ più definito sarebbe auspicabile!

Personalmente non sono nelle condizioni oggi di avere chiaro quali sono tutte le proposte in campo e da parte di chi (ma sono pronto a scommettere che neppure gli addetti ai lavori lo sanno con precisione), siamo ad uno stadio in cui le iniziative individuali mi sembra prevalgano su quelle ufficiali di partito. Comunque, pur con informazioni che al momento sono molto parziali, mi sembra utile tener ben distinte due posizioni (al di là dell’espressione “faremo miglioramenti”) che si vanno profilando tra chi propone cambiamenti alla recente riforma.  Una posizione è di chi vorrebbe reintrodurre le pensioni per i 55-60enni con 35 anni di anzianità, con l’eventuale penalità di avere tutta la pensione pagata con il metodo contributivo ma con i costi aggiuntivi a carico dello collettività. La seconda posizione è di chi cerca una soluzione più flessibile e meno rigida all’età pensionabile, lasciando la possibilità di prendere la pensione qualche anno prima o qualche anno dopo rispetto a quella stabilita per legge (66-67 anni), ma penalizzando i primi in modo che non vi siano costi pubblici aggiuntivi e premiando i secondi in ragione degli anni di pensione non goduti.

Vedremo nei prossimi mesi se queste idee e proposte avranno gambe e se risulteranno più chiare nei loro effetti (non solo sui cinquanta-sessantenni, ma anche sul futuro dei giovani e sui conti pubblici). Certo, già fin d’ora si può dire che sono due soluzioni diversissime. Se le applicassi a me stesso, nel secondo caso sceglierei probabilmente di avere comunque l’assegno all’età “normale” (66-67 anni) e quindi dovrei aspettare quasi una decina d’anni prima di riscuoterlo. Nel primo caso invece potrei chiedere subito all’Inps la pensione (dieci anni in più che lo Stato mi sovvenzionerebbe!) e non avrei penalizzazione sull’entità dell’assegno mensile perché metodo contributivo e retributivo nella mia fattispecie fanno una differenza minima. Come se avessi vinto alla lotteria ! Ma poi avrei il coraggio di guardare ancora negli occhi i miei figli ventenni, la cui generazione dovrebbe sopportare il costo del regalo che mi verrebbe fatto ?

    2 Comments

  1. Peter
    2012/09/07 at 7:23

    Lo scopo della vita non è avere la pensione più presto possibile. Non vediamo l’ora che arrivasse la vecchiaia? Insomma….
    A mio avviso occorre una radicale semplificazione:
    -Età pensionabile = esclusivamente età anagrafica, cioè 67 anni per tutti;
    -Ammontare della pensione = strettamente correlato ai contributi fatti (chi ha lavorato più anni riceve una pensione più alta).
    Tutto qui. Perchè andiamo a cercare di complicare le cose semplici?

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  2. Peter
    2012/09/09 at 7:52

    In seguito al mio commento sopra del 7 settembre. Non voglio fare il solito straniero che dice che all’estero va meglio. Voglio solo dire che all’estero va diversamente. Ho iniziato a lavorare nel Regno Unito all’età di 16 anni (siamo nel 1962). Dopo una settimana circa ho ricevuto una comunicazione dall’Istituto di Previdenza inglese dicendo che la mia vita lavorativa era prevista in 49 anni, e cioè fino all’eta di 65 anni.
    Punto e basta. Niente su anzianità, niente su lavoro precoce, niente su lavoro usurante. Contava sempllcemente l’età anagrafica.
    E, nota bene, già nel ’62 l’età pensionabile nel Regno Unito era di 65 anni!

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