Posts from: giugno 2013

Un sorriso

Scrive Simonetta: Sto uscendo con fatica da un periodo triste e doloroso in cui tutto è stato buio, difficile. Prima la morte del mio amato padre, un problema di cuore che speravo sarebbe riuscito a superare anche questa volta come aveva fatto in passato e invece questa volta non ce l’ha fatta. Poco dopo mio marito mi ha lasciato, la nostra era un’unione che durava da trent’anni ed è stato tremendo accorgersi che era tutto finito, non me l’aspettavo, non riuscivo a farmene una ragione, anche adesso mi si ferma il cuore a pensarci. A quel punto mi sono ammalata io, depressione mi hanno detto, mista a una quantità di malanni e malesseri che mi hanno prostrata. E’ stata dura uscirne, ho sempre pensato di essere una persona solida ma in quest’occasione da sola non ce l’ho fatta. Ho avuto la necessità dell’ aiuto di una psicologa che mi ha aiutato molto e soprattutto mi hanno aiutato alcune amiche che non mi hanno mai abbandonato e mi sono state vicino. Ho un ricordo preciso di un momento di prostrazione, in cui avevo vicino a me un’amica che mi ha sorriso. Un sorriso di affetto, di comprensione, di vicinanza che mi ha fatto tanto bene. Ecco, quel sorriso penso che sia stato il momento della mia ripresa, del tornare a dare un senso a vivere perché mi diceva che non ero sola e che qualcuno mi voleva ancora bene. Anche adesso, che spero sia finita la parte più brutta, confido molto nel valore dell’amicizia e penso che il calore di questi rapporti umani sia da solo sufficiente per avere ancora voglia di vivere. Grazie. Simonetta. In foto: tre amiche

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Programmi per l’estate

Com’era facile fino a qualche anno fa raccontare dei programmi per l’estate ! Esodi e rientri di massa concentrati per tutti negli stessi giorni dell’anno. Un numero crescente di persone di tutte le età che si stavano abituando all’idea della vacanza e del viaggio, alla ricerca di un “altrove” rispetto alle mura domestiche e al tran tran del resto dell’anno. Mare, montagna, collina, lago, città d’arte, capitali straniere, luoghi esotici e viaggi avventurosi: la vacanza sembrava alla portata di tutti e ognuno poteva scegliere la destinazione preferita.

Da qualche anno invece le agenzie che raccolgono i numeri degli italiani in viaggio e in vacanza suonano il de profundis. Per dare un’idea, mi limito a ricordare la sequenza proposta dall’Istat relativa al “numero di viaggi di vacanza effettuati” dagli italiani. Nel 2008: 90 milioni, nel 2009: 82 milioni, nel 2010: 71 milioni, nel 2011:  59milioni. Per il 2012, anche se la flessione è stata meno marcata di quella registrata l’anno precedente, vi è stato comunque un calo ulteriore del 5,3%.  E per stare all’anno in corso, tutti ricorderemo che durante l’ultimo periodo pasquale si sono sollevati alti i lamenti degli operatori turistici. D’altra parte, nulla fa presagire che l’estate 2013 sarà migliore e possa invertire la tendenza al calo.

Insomma, anche se spulciando i dati qualche segno positivo si trova (ad esempio i viaggi verso i paesi extra europei sono in aumento) il dato di fondo è che non si può più raccontare l’estate così come si faceva qualche decennio fa, e cioè tutti in partenza per mete vacanziere per lunghi periodi. 

In questo contesto, i senior come se la cavano ? Da una parte è proprio tra i senior che si trova ancora un numero consistente di vacanzieri e viaggiatori che si possono permettere la spesa , dall’altra parte sono sempre i senior, a mio parere, a proporre più di altri una visione del periodo estivo innovativa.   Che i baby boomers (parlo di medie) dispongano di più risorse economiche di altre fasce di età anche in questi anni di vacche magre è cosa nota e quindi non è sorprendente scoprire che tra loro sono ancora in molti a trovare le sostanze per un viaggetto (ad esempio, una regione europea non ancora conosciuta, un Paese lontano che ha sempre fatto fantasticare, un tour insieme agli amici di un qualche gruppo associativo, un posto di mare che consente anche turismo, eccetera) o per un periodo di vacanza (una o più settimane in una struttura ricettiva o anche un periodo lungo a godersi la seconda casa). Inoltre, più tempo libero rispetto alle persone più giovani e un desiderio mai sopito di viaggiare che ha caratterizzato le nostre generazioni si aggiungono alle disponibilità economiche e fanno il resto.

Ma i senior sono anche portatori di nuove abitudini su come trascorrere  l’estate. Intanto, e questo è confermato da tutti gli operatori turistici, le vacanze e soprattutto i viaggi vengono spalmati su tutto l’anno e non concentrati solo nelle settimane estive di alta stagione. Questa tendenza sta riguardando tutte le fasce di età, però non c’è dubbio che i senior su questo sono da sempre i battistrada. Ma oltre a questa diversa articolazione dei tempi di vacanza, c’è un’ulteriore differenza qualitativa. Ed è il farsi strada di una convinzione, di un atteggiamento, che rovescia il modo di concepire questa stagione. Secondo questo approccio, l’estate non è necessariamente il momento del “tutto diverso” dal resto dell’anno, il momento dell’evasione, lo spazio da riempire con un “fare” vacanziero. E’ una stagione da godersi per i suoi colori, per i suoi profumi, per le bellezze che offre solo in queste settimane dell’anno, ma può essere vissuta anche con tanti elementi di continuità con la normalità della vita quotidiana. Per chi ancora lavora non c’è dubbio che rimane un fondamentale momento di stacco, di riposo e di recupero, ma per tutti può essere un periodo punteggiato dalle piccole cose quotidiane, svolte con maggior rilassatezza e serenità.

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Sulla via della saggezza ?

Sono Silvia, ho appena compiuto 69 anni in buona salute. Abito in una bella cittadina del Piemonte, e vivo in una palazzina, sola, in un grande appartamento di quattro stanze, confinante col giardino di una villa, vicino al centro storico, al terzo piano. Ho sempre saputo che non avrei potuto godere per sempre di quest’abitazione che amo molto, perché non c’è l’ascensore. Ora si è liberato un piccolo alloggio di proprietà di mio genero, quinto piano con ascensore, sarò più vicina a mia figlia e ho deciso di andarci ad abitare. Lo stiamo ristrutturando: sarà un open space più camera da letto , servizi e una grande terrazza. Mia figlia, architetto, mi sta dando i migliori suggerimenti, ma naturalmente devo lasciare molti mobili, molte cose, molti ricordi. Pazienza la mia collezioni di zuccheri dei bar più prestigiosi ( sto incominciando ad usare le bustine doppie..) ma i libri, le giacche, i vestiti, le stoviglie che ho qui in armadi e librerie che dovrò abbandonare?
Leggo sulla stampa che i baby boomer in America lasciano le villette con giardino e tornano a vivere nei centri cittadini, adattandosi a vivere in meno spazio, per tagliare le spese di trasporto e di riscaldamento. E’ il downshifting . Secondo Wikipedia si tratta di un “comportamento sociale o una tendenza collettiva , per cui gli individui adottano modi di vita più semplici, per sfuggire al materialismo ossessivo, per ridurre lo stress e i danni psichici che ne derivano”
Certo è un comportamento positivo quando avviene per scelta volontaria, meno se sei costretto a ridurti a causa di un cambiamento di stile di vita dovuto a minori introiti.
Non è il mio caso, per fortuna, e allora, rinfrancata dal far parte dell’attualità, devo darmi delle regole ferree: avrò una sola libreria, perciò i libri che ho pochissime probabilità di aprire li donerò a piccole biblioteche dei paesi vicini, che ho già contattato; vestiti , giacche, pantaloni e scarpe ne terrò due o tre per stagione e qualità, i più belli e recenti e che porto veramente; avrò una piccola cucina, perciò farò scatoloni di stoviglie per Associazioni che li vendono o li riusano; non avrò più lo studio, e allora via una delle due scrivanie, quella antica, più bella o quella moderna più grande e funzionale? Ma …Poi tante cose via nella raccolta differenziata, senza pietà. Terrò solo le cose a cui tengo di più, che mi sono consentite dagli armadi e dagli spazi che ho, tanto i ricordi sono dentro di me e quelli nessuno me li può far buttare.
Mi sento sulla via della saggezza, sarà vero?  Sopra: una bella foto inviata da Silvia

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Inventarsi il lavoro da senior

I 55-75enni che vogliono continuare ad essere attivi (attivi in senso generale) sono la quasi totalità e quelli che con invecchiamento attivo intendono anche il proseguire un’attività di natura lavorativa sono una nutrita schiera, anche se probabilmente non la maggioranza, soprattutto tra gli over60.  Essere attivi e lavorare sono comunque due dimensioni ben presenti nella realtà dei sessantenni, anche per via delle nuove norme pensionistiche. Però all’interno di queste fasce di età vi sono delle differenze significative per cui il tema che propongo a molti risulterà estraneo, per altri invece di attualità.

Ad esempio, tra i sessantenni e i settantenni di voi che hanno già interrotto il lavoro da tempo e che percepiscono la pensione sarà probabilmente difficile capire perché propongo questo argomento, dell’inventarsi un nuovo lavoro; allo stesso modo, il tema è poco d’attualità per coloro che proseguono con successo l’attività artigianale, commerciale o professionale di sempre o per coloro che in attesa della pensione proseguono nello stesso posto di lavoro.  D’altra parte, vi è un numero crescente di cinquantenni e sessantenni che devono o vogliono avviare una nuova attività o trovare un nuovo lavoro. Eccone qualche esempio.

Serena ha 58 anni e abita a Parma. Per vent’anni ha portato avanti con soddisfazione un negozio di abbigliamento: clientela abbastanza danarosa e fedele, un’immagine di negozio che non rifila merce scadente, unita a un discreto savoir faire anche con le clienti più difficili. Poi ad un certo punto i conti del negozio non sono più tornati. Per un paio d’anni Serena ha stretto la cinghia, ma al terzo ha dovuto alzare bandiera bianca e accettare l’idea della chiusura. Era un anno fa, Serena da 57enne senza figli e senza essersi mai sposata aveva ben chiaro che avrebbe dovuto mantenersi da sola per il resto della vita. Che m’invento ? si è chiesta. Un amico l’ha introdotta presso una compagnia assicurativa che organizzava corsi per chi volesse prepararsi a fare una sorta di consulenza e vendita telefonica sui prodotti assicurativi. Serena ci ha messo dei soldi suoi e dopo sei mesi ha iniziato a svolgere questo nuovo lavoro. Lo fa da casa, ad orari meno duri di quelli richiesti da un negozio, con più libertà ma ancora non ha capito quanto guadagnerà perché le prime entrate stanno arrivando solo ora.  Ad ogni modo Serena è uscita da un insuccesso e si è reinventata. Secondo lei sono stati fondamentali non solo la sua intraprendenza ma anche l’aver avuto da parte qualche risparmio che le è servito per il periodo di traghettamento e per il piccolo investimento che ha dovuto fare.

La storia di Carlo è diversa, ma anche nel suo caso si è trattato di un grosso cambiamento lavorativo. Carlo, 60 anni tondi, ha sempre lavorato per un’azienda privata di prodotti elettromeccanici come venditore e grazie alle sue competenze tecniche e al giro di conoscenze sviluppato in tanti anni ha sempre ottenuto buoni risultati e stipendi più che decenti, sufficienti a far vivere con agio la sua famiglia. Negli ultimi anni però ha sofferto sempre di più la vita aziendale: differenze di vedute e di carattere con il suo capo, unite ad un clima aziendale che si faceva sempre più pesante con l’arrivo di una nuova direzione, l’hanno portato ad accarezzare l’idea di mettersi in proprio sfruttando la sua rete di relazioni . Detto, fatto. Si è dato qualche mese per preparare il terreno con i clienti e con le aziende che gli avrebbero fornito i prodotti, ha trovato un piccolo ufficio in uno stabile a poche decine di metri da casa sua e con un collega un po’ più giovane diventato suo socio ha iniziato a fare l’agente nello stesso settore dove ha sempre lavorato. Dopo circa un anno, l’impresa resiste e anche se Carlo dice che ad un certo punto si è trovato in difficoltà perché lui e il suo socio non avevano predisposto un piano finanziario, la sua soddisfazione per l’autonomia conquistata è palpabile e testimoniata dall’entusiasmo con cui si dedica per dieci ore al giorno alla nuova impresa.

Infine Umberto, ex quadro 63enne con una lunga esperienza in diverse aziende dell’immobiliare e della gestione dei servizi per le imprese. Ad un certo punto Umberto viene lasciato a casa. Con nessuna intenzione di rimanere inoperoso e con la prospettiva di una pensione comunque allontanatasi nel tempo, decide di mettere a frutto la sua esperienza di gestione amministrativa di stabili, studia per diventare amministratore di condomini e si appoggia ad uno studio per l’appunto di amministrazione stabili, dove gli danno da lavorare per quattro ore al giorno. Mi dice che è una strada che avrebbe dovuto intraprendere prima e, malgrado non sia di primo pelo, accarezza l’idea di avviare uno studio proprio. L’unico vero problema è un fastidioso disturbo di salute che periodicamente gli toglie le forze e con cui i suoi sogni devono fare i conti.

Inventarsi un lavoro da senior dunque è difficile ma ci si può riuscire. Con tutta  probabilità chi ci prova non ritrova situazioni di impiego fisso stabile, ma si possono avviare piccole attività o trovare impieghi di breve durata. E’ necessario mettere in campo tutta la propria intraprendenza, le relazioni che si sono sviluppate negli anni e una forte disponibilità ad apprendere competenze nuove. E non bisogna dimenticare di valutare attentamente se il nuovo che si sta iniziando è alla portata dei propri risparmi e delle proprie condizioni di salute. Da senior si può ancora re-iniziare, ma è necessario che mente, corpo, spirito e risorse vadano nella stessa direzione.

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Non è una guerra

Scrive Gennaro: Qualche sera fa ho visto in televisione una trasmissione sui rapporti tra “anziani” (così venivamo chiamati) e giovani. Se non erro, si chiamava “la guerra dei mondi”. L’obiettivo di tutta la trasmissione era di trovare degli spunti per mettere in conflitto le due generazioni. Queste trasmissioni vivono solo se riescono a creare della polemica e naturalmente a chi tentava un minimo di ragionamento veniva subito tolta la parola per incalzare con nuove polemiche. Io, che ho quasi settant’anni, francamente non riesco a guardare come a una guerra ai rapporti con i miei figli più giovani trentenni e con il mio nipote più grande diciottenne. Che la vita per un ragazzo oggi si presenti più in salita di come è stato per noi è probabile, basta pensare alla difficoltà di trovare lavoro, anche se anch’io da giovane mi sono dovuto fare la mia bella gavetta con dei turni massacranti e sempre sfavorito rispetto ai colleghi più anziani. Però sono convinto che un ventenne di oggi riceva di più di quello che riceveva un ventenne cinquant’anni fa: più istruzione, più beni materiali, più possibilità di viaggiare e di conoscere altri mondi, più libertà. Nel mio piccolo, io sono stato contento quando ai miei figli ho dato la possibilità di studiare fino alla laurea, quando li ho foraggiati anche finanziariamente se volevano viaggiare e andare a studiare le lingue e ho dato loro la possibilità di vivere con agio. E da loro sento di ricevere un sentimento di riconoscenza per questo. Se provo a fotografare il rapporto tra me e i miei figli la foto che mi viene fuori è di solidarietà, altro che guerra. Ma non credo che la mia sia un’isola felice, anche in tante altre famiglie che conosco l’aria che si respira è questa. Grazie dell’ospitalità. Gennaro      In foto: un senior e un giovane.    Clicca qui per il link al video con cui è stata lanciata la trasmissione tv “La guerra dei mondi”

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Esperimenti di co-abitazione

“Non vogliono immaginare il loro futuro né con badanti né in case di riposo né nella solitudine della loro casa. E’ il momento giusto per lanciarsi in un investimento sulle nuove soluzioni abitative per i baby boomers! Il fenomeno sta esplodendo: sono tantissimi i 50enni e 60enni che si stanno chiedendo come e dove abiteranno nei prossimi anni. Cercano degli spazi, delle comunità non invasive dove ci sia completa autonomia ma anche rapporti umani e servizi comuni.”  Così provava a convincermi qualche giorno fa un amico di qualche anno più giovane che non vedevo da qualche tempo e che era ispirato dalla ricerca di settori di business dalle buone prospettive e dalla sicura crescita.  Credo che l’analisi del mio amico sia corretta per molti versi: è vero che i senior, soprattutto quelli ancora in forma, quando pensano al loro futuro lo fanno con una certa inquietudine e storcono il naso alle ipotesi delle badanti e delle case di riposo. Bisogna però vedere quanto è forte la motivazione a 55, 65 anni, a cambiare la propria abitazione attuale e a cimentarsi in qualche forma di  co-abitazione che, per quanto non invasiva e vantaggiosa, pone non pochi punti di domanda.   Se si guarda a quel che succede in altri Paesi, ad esempio negli Stati Uniti, pare proprio che la tendenza segnalata dal mio amico sia vera, ma non dobbiamo mai dimenticarci che l’Italia spesso sfugge alle tendenze quando c’è di mezzo la casa e la famiglia. Secondo quanto riferisce Sally Abrahms, che scrive di baby boomers e di invecchiamento, negli USA il numero di persone che vogliono vivere in share housing e di proprietari di case che vogliono condividere l’abitazione è in forte aumento e tra questi la parte del leone la fanno le donne over 50 che cercano soluzioni abitative insieme a coetanee. Un esempio è dato da Louise, Karen e Jean che hanno messo in comune le loro sostanze, hanno acquistato una casa insieme e della loro esperienza parlano in un libro dal titolo eloquente: “My House, Our House”. Louise, psicologa, era pronta ad andar via da casa sua quando i suoi figli sono diventati grandi; Karen, di lavoro consulente e per questo obbligata a continui viaggi, ha aderito all’idea, felice di aver qualcuno che abita casa sua quando lei è via e che le curi il gatto; Jean, infermiera, si era lasciata col marito e dopo un periodo in affitto ha pensato che fosse meglio la soluzione in comune. “E’ come vivere con due meravigliose sorelle” dice una di loro.  Certo è importante che via sia qualcosa di più di un feeling positivo, dato che i soldi che hanno messo in comune, e che continuano a condividere mese dopo mese per le spese, non sono pochi. Senza contare la necessità di una convinta adesione alle regole comuni. Per dirne una, hanno stabilito che nessuna di loro abbia ospiti notturni per più di sette giorni consecutivi.

La scelta di Louise, Karen e Jean è sicuramente impegnativa. In altri casi i vincoli possono essere minori. In ogni caso, è fondamentale la forza delle motivazioni che spingono in questa direzione. Un simpatico video <http://video.corriere.it/co-abitare-torino-esperimenti-convivenza-collettiva/788c961a-d437-11e2-9edc-429eec6f64c6>, girato in Italia, a Torino, e con protagonisti non dei senior, ma dei trentenni che hanno fatto una scelta di cohousing, mostra quali possono essere le motivazioni forti che spingono a realizzare questa idea: socializzare, trovare degli amici, condividere momenti di vita, aiutarsi, trovare e dare solidarietà, migliorare la qualità della vita, aggregarsi… sono queste le parole d’ordine che escono dalle testimonianze delle persone del filmato.

Sono motivazioni che, unite a quelle economiche (che valgono a tutte le età, sia in America che da noi), possono spingere anche un senior a fare un’esperienza di convivenza collettiva?                 In foto: Louise, Karen e Jean nella loro casa

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I sogni non sempre si avverano

Da parte di Luisella: Il sogno che ho sempre accarezzato: a un certo punto avrò le giornate libere di poter fare quello che voglio, senza obblighi di lavoro, con i figli grandi e indipendenti che andrò a trovare a casa loro. Speriamo che ci siano dei nipotini, che ai bambini piccoli io non so resistere e potrò passare del tempo con loro. Farò tante torte, leggerò quello che mi piace, mi dedicherò alle piante che sono la mia passione. Mi organizzerò dei viaggi stupendi, nei posti che ho sempre desiderato visitare, l’India, il Sud Africa. Forse riuscirò persino a convincere mio marito, che è un pigro, a seguirmi in questi viaggi, ma se non vorrà andrò da sola o troverò un’amica con cui condividere l’avventura.
La realtà di oggi: il momento non è arrivato, ho 60 anni ma la realtà è diversa dal sogno. Tutte i giorni vado ancora a lavorare e l’unica libertà che mi posso prendere è qualche weekend lungo quando arriva l’estate grazie al buon cuore dei colleghi più giovani. Per il resto sgobbo come sempre, ma con meno energie. Quando vado a fare la spesa mi carico i sacchetti per quattro persone, sì perché in famiglia ci siamo ancora tutti e l’abitudine che è la mamma a fare le faccende di casa è dura da cambiare. I viaggi per il momento li faccio solo sulla carta e leggendo le riviste. Solo le piante sono diventate una realtà e le seguo anche loro come dei figli. Non voglio lamentarmi e nemmeno pensare che il sogno non si avvererà mai. Però è non è facile abituarsi a una differenza così grande tra sogno e realtà.  In foto: “Viaggio nel sogno” di Arianna Ruffinengo

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Invecchiamento e differenze di genere

Pubblico volentieri questo contributo sulle differenze di genere scritto da Licia Riva, etnografa dei processi di invecchiamento.

Di frequente capita di incontrare persone di una “certa” età, diciamo tra i cinquanta e gli ottant’anni, che svolgono attività di vario genere: da quelle turistiche e culturali a quelle ludiche e sportive. Sempre più individui, uomini e donne fanno esperienza di longevità, una vita prolungata e in buone condizioni di prestanza fisica e mentale.   L’invecchiamento non è più quello di una volta!

Verso la fine del diciannovesimo secolo si è creato un movimento di donne che lottavano per avere uguali diritti rispetto agli uomini: ricorderete le “suffragette” che chiedevano il diritto di voto, di suffragio, appunto. A metà del ventesimo secolo, dopo aver ottenuto, almeno a livello giuridico, la parità le donne hanno cominciato a rivendicare “la liberazione” ovvero il diritto ad essere se stesse, a non dover imitare gli uomini. Di conseguenza hanno cominciato a riflettere sulle proprie peculiarità, sulle differenze di genere, definibili come una condizione esistenziale originata dall’appartenenza sessuale, oltre che dal contesto culturale di appartenenza.    E’ quindi stupefacente che oggi, quando si parla molto di invecchiamento e di nuovi modi di viverlo, non emergano studi e riflessioni che analizzino la differenza di genere in questa fase di vita.

Le riflessioni sull’invecchiamento al femminile, se si esclude la letteratura medica, si fermano all’esordio del fenomeno cui ho accennato poche righe sopra. Primo libro pubblicato su questo tema: La terza età, di Simone de Beauvoir, edito a Parigi nel 1970, quando aveva 62 anni  (era nata nel 1908); quello più recente: L’età da inventare, di Betty Friedan, uscito a New York nel 1993,  quando aveva 72 anni (era nata Bettye Naomi Goldstein nel 1921).    Non mancano diari e racconti autobiografici, testimonianze dell’esperienza soggettiva del divenire anziani, se pensiamo alle donne si possono segnalare i contributi recenti di Marina Piazza, Loredana Lipperini, Lidia Ravera; ma è assente un riflessione sistematica e teoricamente fondata.

Vista la pluralità, sia delle forme di invecchiamento sia delle modalità esistenziali di appartenenza al genere sessuale, sarebbe utile ed interessante promuovere ricerche e confronti sul tema.   Segnalo di seguito solo alcuni dei possibili spunti da cui partire per verificare se esistano differenze di genere nel come vengono affrontati alcuni passaggi tipici del processo di invecchiamento quali: la solitudine; l’uscita di casa dei figli; la cessazione del lavoro; l’evoluzione dell’aspetto fisico e di salute.

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La mia memoria sarà normale ?

Lo dichiaro da subito: il calo della memoria è una delle cose che mi mettono più in apprensione. Non che non sia abituato a dimenticare in fretta date e nozioni, questo mi è sempre successo, anche da ragazzino mandare a memoria le poesie o ricordare le date delle battaglie non è mai stato il mio forte, ma è innegabile che da un po’ di tempo a questa parte i buchi di memoria diventano più frequenti. Mi consolo un po’ quando vedo che più o meno tutti i miei coetanei sono alle prese con lo stesso problema, ma il punto è proprio questo: sarò nella norma? c’è modo di capire se le mie capacità mnemoniche stanno declinando prima del dovuto ? e in ogni caso come si fa a rimediare o almeno a rallentare il declino ?

Naturalmente non sto parlando dei ricordi di vecchia data. Quelli sono ancorati e saldi nella mente: sono capace di ricordare nel minimo dettaglio una conversazione importante avvenuta vent’anni fa e di ricostruire ambiente, fatti e personaggi di episodi lontanissimi che per me hanno avuto un significato particolare o che mi avevano emozionato. Non sto parlando di questo, ma della memoria a breve termine, di quelle centinaia di informazioni che costellano la nostra esistenza quotidiana e che, non appena voltato lo sguardo altrove, abbiamo già scordato. Ad esempio, se tra il lusco e il brusco ti chiedono: “titolo, regista e principali attori degli ultimi tre film che hai visto ”, rispondi subito o cominci a fare giri di parole per prendere tempo ? “Come si chiamavano le cinque principali località del posto che hai visitato sei mesi fa?” (Londra o Berlino non valgono, contano solo i nomi di quelle cittadine che prima del viaggio non avevi mai sentito nominare). E se poi a cena non ti ricordi più cosa hai mangiato a pranzo, o la maggior parte delle volte che ti sposti da una stanza all’altra a metà percorso non sai più perché lo stai facendo, allora la cosa comincia  a farsi seria. 

Mi ha colpito – sarà per questa mia apprensione che dicevo prima – l’esperienza di una editor americana, Lisa Davis, che ha raccontato di recente in un articolo apparso sulla rivista dell’AARP la sua visita al Neurology Institute for Brain Health and Fitness vicino a Baltimora, con l’obiettivo di farsi misurare la memoria e di avere suggerimenti su come migliorarla e conservarla. Non so se mi sottoporrei alla medesima visita, ma mi sembra comunque interessante sapere che si stanno sviluppando pratiche di questo genere. Nel suo resoconto di un giorno e mezzo di visita, la Davis racconta di diagnosi multidisciplinari, tutte basate sul princìpio sostenuto dal guru dell’istituto, Majid Fotuhi, secondo il quale sono soprattutto gli stili di vita e le routine quotidiane a condizionare le nostre menti, e quindi a spiegarci eventuali problemi di memoria; meglio quindi occuparsi di essi piuttosto che solo delle componenti fisiologiche del cervello.  L’assessment a cui si è sottoposta la Davis è iniziato da una verifica dei riflessi fisici e del vigore complessivo. Poi è proseguito con il parlare di sé e con la ricostruzione della propria storia medica. Non sono mancate domande sul livello di colesterolo, sulle abitudini di esercizio fisico, sul sonno e sui livelli di stress a cui si è sottoposti. Queste domande sono legate alla convinzione che alcune condizioni di contesto producono effetti sul funzionamento del cervello: ad esempio, l’obesità e la pressione alta, ma anche la carenza di sonno e gli stati depressivi, favorirebbero il declino mentale.  Naturalmente nell’assessment cognitivo non potevano mancare dei test di memoria, che alla Davis hanno ricordato i test attitudinali a cui veniva sottoposta alle scuole elementari. E infine la ricognizione si è allargata ad un esame radiologico e alla verifica di come fluisce il sangue nelle arterie che alimentano il cervello.  Un assessment completo, non c’è che dire ! Al termine, la Davis è stata rassicurata sull’ottimo livello delle sue capacità cognitive e sul perfetto flusso sanguigno e le è stato raccomandato un percorso di tre mesi a base di esercizio fisico, meditazione e giochi al computer. Soprattutto, le hanno spiegato che il cervello va considerato come un muscolo: va tenuto in esercizio e tonico, se no si immiserisce  e diventa inutile.    “La memoria umana, melmosa e parziale, sfugge a qualsiasi tentativo di contenerla” così ha scritto un commentatore del famoso dipinto di Salvador Dalì “La persistenza della memoria”. Chi avrà ragione ?

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Ricordi e sogni

Scrive Annalisa: Ma sarà normale ? Capita anche a voi che sempre più spesso affiorano dalla memoria dei ricordi vivi di quando si era bambini e che i sogni sono popolati da personaggi dell’infanzia ?
E’ una cosa che mi succede via via più intensamente da qualche anno. Finché lavoravo e avevo le giornate strapiene la mia mente non aveva proprio nessuno spazio per aprirsi a ricordi e quando andavo a letto non facevo in tempo ad appoggiare la testa sul cuscino che già dormivo, di un sonno pesante di stanchezza, in cui nemmeno i sogni me li ricordavo al risveglio la mattina. Da quando ho smesso di lavorare invece la mente è più libera sia di giorno che di notte e si affolla di cose antiche. Mio nonno che mi accompagna al parco a raccogliere le foglie e le castagne. Lo spazio dove andavo a giocare con le altre bambine dell’isolato, che ogni tanto si riempiva di pecore, mentre adesso credo che nello stesso posto ci sia una mezza autostrada. Persino la mia bambola preferita, che ci portavamo via a vicenda io e mia sorella. E soprattutto, ricorrente, il sogno di un’altalena, anzi di me che mi dondolo sull’altalena: me la ricordo quell’altalena, tutta cigolante, su cui ero capace di rimanere per ore.
Bello, bellissimo, ma sarà normale ? Capita anche a voi ? Un po’ mi preoccupo che mi vengono fuori solo questi sguardi all’indietro e nessuna fantasia in avanti.

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