Posts from: settembre 2013

Uomini e donne: invecchiamo allo stesso modo ?

Non tutti invecchiamo allo stesso modo. C’è chi lo fa godendo di ottima salute fisica e mentale e chi invece deve occuparsi quotidianamente delle proprie malattie. Chi è capace e può permettersi di godere delle opportunità che vengono offerte ai senior e chi al contrario sperimenta questa fase di vita come un continuo declino. Chi guarda avanti con fiducia anche se consapevole che il tratto di vita rimanente è meno lungo di quanto già vissuto e chi invece invecchia abbandonando il gusto del presente e dei progetti, facendosi prendere solo dai ricordi del passato.

Differenze ! Differenze individuali, non c’è dubbio, molto legate alla psicologia di ciascuno di noi e alle nostre storie di vita personali (familiari e di lavoro soprattutto), che inevitabilmente ci condizionano anche quando invecchiamo. Ma ci sono anche differenze che sperimentiamo in quanto siamo parte di un gruppo sociale. Per ricordare le più evidenti: diverse sono la tranquillità e la possibilità di godere appieno delle opportunità offerte ai senior da parte di chi appartiene ad un ceto socio-economico elevato rispetto a chi invece fatica a campare con una pensione minima. Così come si farebbe fatica a parlare di terza età come degli “anni dorati” per un cittadino di un Paese sub-sahariano, mentre è nei Paesi ricchi che l’espressione è stata varata.

Anche rimanendo entro i confini del mondo occidentale da noi più conosciuto, una delle differenze nell’invecchiamento che mi pare avere più peso, ma che contemporaneamente è poco studiata, è la differenza di genere. Di fronte alla maggiore longevità, ad una “vita nuova” in cui si tende ad essere attivi, dinamici, mobili, informati, aggiornati, connessi, in apprendimento e in relazione con gli altri, in questa nuova realtà uomini e donne invecchiano allo stesso modo ?

Mediamente, le condizioni fisiche e di salute di uomini e donne over60 portano alle medesime opportunità o a differenze significative ? Le regole e le abitudini sociali conducono a un diverso modo di affrontare gli anni da senior o non vi sono sostanziali differenze ?  Come suggeriva in questo stesso blog Licia Riva qualche mese fa: la solitudine, l’uscita di casa dei figli, la cessazione del lavoro, l’evoluzione dell’aspetto fisico, non sono tutti aspetti della vita che sono affrontati diversamente da uomini e donne senior ?

Faccio solo due esempi, uno di natura medico-neurologica (le differenze di memoria) e l’altro di natura sociale (le attività a cui ci si dedica dopo il lavoro), per evidenziare come l’argomento meriterebbe di essere studiato di più.

Per quanto riguarda le differenze di memoria, uno studio di un paio di anni fa, condotto alla Mayo Clinic di Rochester e pubblicato sulla rivista Neurology, ha stabilito che nelle donne anziane il rischio di MCI (“mild cognitive impairment”, traducibile con “deterioramento cognitivo lieve”) è significativamente più basso che nei loro coetanei maschi, risultato che ha sorpreso i ricercatori, considerato che invece le varie forme di demenza senile sono più frequenti nel genere femminile che in quello maschile (per chi vuole approfondire vedi http://www.aan.com/PressRoom/Home/PressRelease/1018 ). Il MCI denota un deficit cognitivo maggiore di quello che ci si potrebbe attendere statisticamente ad una certa età, ma non compromette ancora il normale svolgimento dell’attività quotidiana. Se i risultati di queste ricerche saranno confermati, sarà utile pensare in modo diverso per uomini e donne senior ad esercizi cognitivi, ad attività sociali e ad attività di apprendimento e stimolazione del cervello ?

Il secondo esempio che porto riguarda le attività cui ci si dedica una volta che si è interrotta, o si è diminuita, l’attività lavorativa. Tutte le ricerche evidenziano che, con l’eccezione degli strati sociali più elevati, in Italia l’attività prevalente è la cura dei familiari, intendendosi di solito nipotini e genitori grandi anziani non più autosufficienti. Ma tradizionalmente le attività di cura sono demandate alle donne. E’ ancora vero oggi ? O i costumi, nelle generazioni che per prime hanno sperimentato gli effetti del femminismo, stanno cambiando e anche per i sessantenni maschi il dedicarsi a nipoti e genitori sta diventando normale, un modo per rimanere attivi ?

Sono solo due esempi, quelli che ho proposto, per segnalare che probabilmente una maggiore attenzione alle differenze di genere nell’invecchiamento ci potrebbe far capire di più cosa sta succedendo e  ci potrebbe dare indicazioni su come comportarci.

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Ciclismo oltre i sessant’anni

Scrive Mario: Quando sono andato in pensione, con alcuni colleghi abbiamo iniziato a ritrovarci per delle passeggiate in bicicletta un giorno alla settimana; poi il gruppo è via via cresciuto di numero. Siamo persone generalmente “over 60″, amanti del cicloturismo praticato a bassa velocità, spesso con la formula “treno + bici”. I nostri percorsi, come lunghezza e difficoltà, tengono conto delle nostre età anagrafiche; nei nostri percorsi cerchiamo di vedere il territorio nei diversi aspetti, quali la storia, l’arte e la cultura; non ultimo, teniamo presente l’aspetto enogastronomico, con le soste a pranzo in trattorie tipiche. Nelle nostre gite si pedala in compagnia, si fanno nuove amicizie e si conosce il territorio, percorrendo strade secondarie pianeggianti e a basso traffico, senza correre e fermandosi quando occorre, per godersi il panorama o per scattare delle fotografie. E, dopo aver esplorato la propria provincia, può venire la voglia di allargare gli orizzonti e affrontare un viaggio su due ruote, una vacanza in sella alla propria bicicletta….abbiamo così organizzato alcune pedalate di più giorni.

Nel nostro cicloturismo tranquillo procediamo con velocità che tengono conto di chi può essere in difficoltà, in modo che nessuno mai si senta “l’ultimo”, rimanendo staccato dagli altri.
Nel gruppo si può sempre dare qualcosa e tutti possono farlo, anche solo un sorriso, un aiuto, una risposta gentile, un incoraggiamento, i propri talenti; questo clima favorisce la collaborazione e la condivisione dei compiti: chi guida la gita, chi scatta le foto, chi solleva lo spirito con il suo umorismo, chi aiuta a riparare le nostre biciclette in caso di forature o rotture,…ecc.
A volte mi hanno chiesto: ma a te, non più giovane, chi te lo fa fare di affrontare queste fatiche, di alzarti a volte anche un po’ presto, per raggiungere il luogo di partenza? Un po’ è la passione, un po’ la nostalgia della giovinezza, quando una biciclettata tra amici rappresentava il modo più semplice e spontaneo per stare in compagnia.

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Un altro giro di boa

“Cosa fanno i tuoi figli ?”,  “Studiano o lavorano ?”,  “Vivono ancora con te o se ne sono andati ?” “E come è stato il distacco ?”  Sono domande che chi ha figli grandi si sente ripetere cento volte, spesso da altri genitori che condividono la medesima situazione e che hanno voglia di confrontarsi sul punto.

Non c’è dubbio che nel rapporto tra genitori senior e figli venti-trentenni ci sono dei passaggi che se da una parte dovrebbero essere considerati come una naturale e sana evoluzione del percorso di vita, dall’altra parte si presentano irti di ostacoli di natura sia psicologica sia sociale.

A partire dalla famosa “sindrome del nido vuoto”, quel particolare stato psicologico che colpisce i genitori quando i figli si emancipano e lasciano l’abitazione d’origine.  Che poi sia un’emancipazione completa (non solo abitativa, ma anche affettiva, economica e di autonomia nella vita quotidiana) oppure solo parziale, comunque i genitori cinquantenni e sessantenni in questi casi sperimentano un cambiamento forte nel loro modo di vivere e nel modo in cui guardano al futuro. Anche senza considerare le situazioni di chi arriva a soffrire di disturbi nevrotici o psicosomatici, a tutti la prospettiva cambia. Fino all’ultimo giorno che è rimasto a casa dovevi morderti la lingua per non reagire quando trovavi in giro per casa gli avanzi del suo pranzo e la cucina lasciata nel pieno disordine ? Dal giorno dopo che se ne é andato, ti sembra eccessivo l’ordine che impera in tutte le stanze della casa, fattasi improvvisamente grande. I sentimenti negativi che connotano la “sindrome del nido vuoto” sono ben noti: il senso di vuoto, un malessere da mancanza e da solitudine, la fatica a rinunciare ad atteggiamenti di protezione e controllo. Che naturalmente, ci si augura, sono controbilanciati da sensazioni positive, come la soddisfazione nel veder diventare il figlio autonomo, e da nuove opportunità e libertà di cui non ci si ricordava più: maggiore spazio fisico, più libertà d’azione, possibilità di ridare nuova linfa alla coppia. Per la verità, molti uomini e donne che si trovano in questa situazione ne sono spaventati: “E adesso che siamo soli, tra noi cosa ci diciamo ?”, ma è una reazione da vista corta che non considera le potenzialità che si hanno davanti. 

Se l’improvviso nido vuoto è per tanti la condizione con cui fare i conti, ben più preoccupati sono i genitori i cui figli faticano a raggiungere l’autonomia, vuoi per concretissime ragioni economiche e di mancanza di lavoro, vuoi per fragilità psicologica o per bassa spinta all’indipendenza. E’ vero che ci si potrebbe consolare pensando che anche in passato la regola era quella di più generazioni che vivevano sotto lo stesso tetto, ma il fatto è che oggi la famiglia patriarcale non esiste più e quindi, quando genitori e figli grandi vivono insieme, madre e padre intorno ai 60 sono costretti a cercare dei difficilissimi punti di equilibrio nella convivenza: da una parte son loro a tener su la baracca, dall’altra parte nessuno riconosce loro particolari autorità per questa ragione.

Insomma, nell’uno e nell’altro caso (che non si riesca a staccare il cordone ombelicale o che arrivi il momento del distacco) il passaggio richiede attenzione, sensibilità e, quando è possibile, gioco di squadra nella coppia genitoriale.

Questi fenomeni, che afferiscono soprattutto alla sfera dei rapporti affettivi e familiari, si innestano oggi in un contesto sociale che a sua volta contribuisce a rendere delicato il passaggio di vita sia per noi genitori della generazione baby boomer, sia per i figli grandi della Y-generation (più o meno quelli nati negli ultimi due decenni del 900).  Su questo credo che sia sufficiente ricordare due aspetti: il primo è la difficoltà enorme per le nuove generazioni di rendersi economicamente autonome attraverso il lavoro, il secondo è la nuova forma di emigrazione (emigrazione di studio e di avvio al lavoro), che coinvolge moltissimi giovani. Per quanto riguarda il primo aspetto, siamo sommersi quotidianamente dai dati sul livello stratosferico di disoccupazione giovanile, da ricerche che evidenziano la difficoltà per un venti-trentenne di ottenere mutui, da numeri choc sull’entità dei NEET. Purtroppo, la consapevolezza dei problemi non ha portato finora a scalfirne l’entità. Per quanto riguarda il secondo aspetto, la nuova emigrazione, non siamo ancora di fronte a un fenomeno di massa, ma il trend è sicuramente da non trascurare: per dare un’idea, il flusso dei venti-quarantenni verso l’estero è stato, secondo dati pubblicati di recente dal Sole24ore, di circa 28.000 persone all’anno. E’ gente che per lo più ha un alto livello di scolarizzazione e che sceglie, come destinazione per lavorare, soprattutto la Germania, la Gran Bretagna, la Svizzera, oltre a tanti altri Paesi. Senza contare i tantissimi che all’estero ci vanno per studiare o per le varie formule a metà strada tra studio e lavoro. Così che nascono persino pagine facebook dal titolo “noi che abbiamo i figli all’estero”.

Insomma, tra disoccupazione giovanile e nuova emigrazione, tra cordoni ombelicali che non vengono tagliati e nidi rimasti vuoti, il giro di boa dei figli che diventano indipendenti è da seguire con particolare cura.

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Ecco cosa farò da grande

Scrive Gianni: Spesso mi sono chiesto se un individuo può incominciare una nuova attività in età matura. Non parlo di lavoro imprenditoriale… nessuno ti vorrebbe. Mi riferisco al mio caso personale. Ed è questa la storia:
Avevo 17 anni e suonavo la chitarra con un complessino locale. Non conoscevo la musica. Proprio a 17 anni sono stato costretto ad abbandonare la musica a cui tenevo tanto.
Dieci anni fa mi son detto: “Non sia mai che io muoia senza aver portato a compimento quello che il mio cuore desidera e cioè fare musica. Così mi sono attrezzato ed ho iniziato a studiare lo strumento (una tastiera professionale). Poi ho incominciato a comporre canzoni e brani musicali.
Da 38 anni non avevo più rapporti con strumenti musicali e la chitarra non la so più suonare. Però, oggi mi ritrovo con una ottantina di pezzi che ho composto e che sono in grado di portare in giro cantando e suonando.
All’età odierna di 65 anni, mi sento un leone con il coraggio di affrontare il pubblico e pronto per eseguire spettacoli.  Nell’intimo nutro il desiderio di vedere coronato il mio sogno di risalire sul palco e in qualche modo sto cercando di costruire il personaggio. Infatti, oltre che la musica, sto anche scrivendo parti teatrali che potrei portare in accoppiamento alla musica e credo che il risultato può essere davvero interessante.
Ma la solitudine in questo progetto mi limita, perché non ci sono in giro associazioni o agenzie di spettacolo o talent scout che se la sentono di avvalorare la mia tesi, secondo cui a sessantacinque anni si può.
Scrivo qui per due ragioni: 1 – Chi legge ed ha la mia età non si arrenda di fronte a decadimenti di volontà ed energia (apparentemente naturali) e si rimbocchi le maniche per mettere mano a progetti di qualsiasi natura, con la convinzione di poter riuscire nell’impresa. 2 – Cerco io stesso incoraggiamento e sostegno e magari qualcuno che creda in ciò che dico e che voglia aiutarmi (me o gente come me) per portare avanti un progetto di vita che rema contro l’invecchiamento.  In foto: Gianni nel 1964 e nel 2013

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Valorizzare le competenze dei senior

Mi sono imbattuto di recente nella notizia che sta per partire “Outplacement per il sociale”, una iniziativa per i senior che non hanno ancora raggiunto i 70 anni, già pensionati o nella fase di uscita definitiva dall’azienda, che desiderano mettere a disposizione il proprio capitale di esperienze e competenze al servizio della comunità.  L’iniziativa, articolata in incontri formativi e di outplacement, colloqui di counselling, progetti individuali e stage come volontari presso associazioni, è organizzata da Aldai (l’associazione lombarda dei dirigenti di aziende industriali), dalla no profit Associazione Nestore e dal Centro di servizi di volontariato della Provincia di Milano, con fondi del Governo messi a disposizione nel 2012 in occasione dell’anno europeo per l’invecchiamento attivo.

In luglio era apparsa un’altra notizia dallo stesso sapore, questa volta non in terre lombarde, ma liguri: è stato approvato e finanziato dall’Unione Europea il progetto Senior Capital, portato avanti dalla Regione Liguria in collaborazione con Auser, che sperimenta un servizio di accompagnamento e formazione alla progettualità personale dopo che si è concluso il periodo lavorativo, valorizzando in particolare una serie di azioni dei senior nei confronti dei più giovani.

Sono due buone notizie, che segnalano sia l’esistenza di un’istanza forte tra i senior, sia la possibilità di dare risposte positive a questa istanza. Il tema è che molto spesso le persone che hanno o stanno mettendosi alle spalle un lavoro che ha permesso loro di acquisire un significativo capitale di conoscenze e abilità, hanno voglia di riprogettarsi, di rimettersi in gioco, di sentirsi utili per gli altri anche se in modo diverso da prima. Sono moltissime le testimonianze raccolte che vanno in questa direzione e sono facilmente spiegabili con il fatto che chi sta abbandonando il lavoro o lo ha interrotto da poco ha a disposizione del tempo liberato e molto spesso unisce a questo la voglia di essere ancora parte attiva della società.

Un’istanza di questo genere si sposa molto bene con un’esigenza collettiva di riutilizzo di professionalità e competenze a favore del sociale (associazioni di volontariato, organizzazioni no profit, nuove generazioni). Purtroppo però, molto spesso il matrimonio tra questa istanza individuale dei senior e l’interesse pubblico non riesce perché manca la capacità di trasformare le proprie vaghe motivazioni individuali in progetti oppure per la non conoscenza dei luoghi dove si potrebbe prestare la propria opera in modo utile. Ben vengano dunque iniziative come quelle che ho citato se saranno capaci di dare uno sbocco alle istanze individuali e contemporaneamente di valorizzare un capitale di professionalità a favore della collettività. E ben vengano vostre segnalazioni di iniziative con le medesime finalità  In foto: due volontari.

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Il piacere di avere impegni

Scrive Gabriella: Care ragazze e cari ragazzi di sessant’anni, buongiorno a tutti. Una settimana fa sono rientrata in città, vivo a Milano, dopo un lungo periodo in campagna dove ho trascorso l’estate. So che sono fortunata perché posso permettermi vacanze così lunghe, d’altra parte sono in pensione da qualche anno e la casa dove passo l’estate l’avevo messa in piedi insieme a mio marito, che adesso purtroppo non c’è più, quando eravamo ancora giovani. Lì ho moltissimi ricordi e mi piace tantissimo curare il giardino e l’orto, è un posto dove le giornate mi passano veloci e dove mi sento a contatto con la natura. Ci sto bene, però faccio un po’ l’orso e questa invece non è una buona cosa. Anche perché non è completamente nella mia natura starmene da sola, diciamo che mi adatto alle situazioni, se ci sono le condizioni per la solitudine me ne sto da sola, se la compagnia è buona, viva la compagnia ! Adesso che sono rientrata in città, nel giro di pochi giorni mi sono immersa di nuovo nel clima e nel ritmo cittadino, ho ripreso i contatti con l’associazione dove faccio volontariato e mi hanno già coinvolta in due riunioni, mi sono iscritta a un corso di spagnolo, ho organizzato una cena con due vecchie amiche e sto prendendo un impegno con un piccolo editore amico per revisionare dei volumi che vorrebbe ripubblicare (è il mio vecchio lavoro) . Il piacere che ho provato nel ritrovarmi di nuovo attiva ed impegnata, dopo la lunga estate, è stato una bellissima sorpresa. Non che in campagna non fossi attiva (il giardino e l’orto, appunto), ma questi impegni cittadini mi danno una carica e una soddisfazione che non mi aspettavo. Forse sono anche rassicurata dal vedere che posso ancora fare delle cose utili e interessanti malgrado gli anni che passano. Ciao a tutti. Gabriella.  In foto: donna sorridente

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Il Giappone è vicino

Lunedì scorso in Giappone era giornata di festa nazionale. Si festeggiava, come ogni anno dal 1996, il Keiro no Hi, la giornata dedicata al Rispetto per la Terza Età. In occasione di questa festività i mass media propongono interviste agli anziani del Paese, Borse e banche sono chiuse e il giorno precedente di prassi il Governo rilascia i dati ufficiali sulla terza età in Giappone.

Dati che quest’anno hanno battuto tutti i record dal 1950, cioè da quando si fa questo tipo di censimento.  In Italia, si sa, viviamo a lungo, più degli altri Paesi occidentali, ma nel mondo la classifica della longevità la vince il Giappone. Al 15 settembre del 2013 i giapponesi di età uguale o superiore ai 65 anni hanno raggiunto quota 31,86 milioni, 1,12 milioni in più rispetto allo scorso anno. Rispetto alla popolazione totale, gli over 65 sono il 25%, mentre gli ultrasettantenni sono 23,17 milioni e rappresentano il 18,2% dei giapponesi. Cinquantaquattromilatrecentonovantasette è l’incredibile numero di ultracentenari, capeggiati dalla signora Misao Okawa di Osaka, che è nata alla fine dell’800 e che oggi ha 115 anni.  Il rispetto orientale per gli anziani è proverbiale e la festa del terzo lunedì di settembre  lo conferma, ma attenzione che questo si sposa con dei dati altrettanto impressionanti, soprattutto per noi italiani, sul fronte della partecipazione al lavoro. I giapponesi over65 che risultano ancora occupati sono 5,95 milioni e il numero è in crescita (240.000 persone in più rispetto all’anno precedente). Insomma, il 27,9% delle persone sopra i 65 ancora lavora e quasi la metà (il 46,9%) degli uomini tra i 65 e i 69 anni continua ad avere un’occupazione lavorativa.  

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10 minuti per un’interessante indagine

Hai già compiuto 65 anni e vuoi contribuire a far capire le esigenze delle persone di questa età ? Allora prenditi 10 minuti, vai al link qui sotto e rispondi al questionario.

https://docs.google.com/forms/d/1s-m1X-RTvCmoYfK_rHVQRxOFhG5ceQRVQGw31a_aB9Y/viewform 

Il questionario è stato predisposto da ricercatori dell’Università Cattolica di Milano ed è lo strumento per realizzare una ricerca sulle esigenze degli over 65 voluta dall’Osservatorio 65Plus, osservatorio condotto da Giada Nolasco, la quale tra l’altro collabora saltuariamente con articoli intorno al tema “soldi” su queste nostre pagine.

Lo scopo della ricerca è appunto quello di comprendere le esigenze delle persone dai 65 anni in su e raccogliere le loro richieste ed i loro giudizi nei diversi contesti di vita.

La raccolta delle informazioni è assolutamente anonima, al fine di lasciare a ciascuno la massima libertà di espressione (nessun dato personale, come ad esempio l’indirizzo e-mail, sarà rintracciabile in seguito alla compilazione). I responsabili della ricerca garantiscono che i dati inseriti non potranno essere utilizzati a fini commerciali. Al termine della compilazione, cliccare sul tasto “Invio”.

I dati raccolti saranno analizzati per fasce di età ed i risultati saranno pubblicati, consentendo a ciascuno di confrontare i propri giudizi con quelli dei propri coetanei.

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Senza lavoro ? Ha ragione mio figlio

Mi chiamo Gianandrea, ho 57 anni e da quando ne avevo 20 lavoro. Nei primi sei anni sono stato presso una ditta piccolissima che non mi ha mai pagato i contributi e poi è fallita. Dopo ho iniziato a lavorare in un’officina più grande di manutenzione che mi ha messo in regola e da lì non mi sono più mosso. Praticamente sono 37 anni che lavoro e più di 30 che verso allo Stato i soldi per la mia pensione. L’officina dove sono impiegato adesso è in crisi da un po’, il proprietario ci ha già spiegato molte volte che i conti non tornano e che gli costa molta fatica continuare a tenerla aperta. Con lui ormai ho molta confidenza, ci conosciamo da tanto tempo e sono un po’ il suo vice nell’organizzazione del lavoro quotidiano, quindi mi parla apertamente e secondo me manca poco prima che la chiude. Io ho davanti ancora dieci anni di contributi da versare prima di prendere la pensione. Ammesso e non concesso che a 67 anni la pensione davvero arriva e che sia sufficiente per vivere, nei prossimi dieci anni cosa faccio ? Non sono il tipo che si piange addosso, ho messo in giro la voce tra amici e conoscenti che ho bisogno di un nuovo lavoro, ma lo so che non sarà facile. Per fortuna mia moglie lavora anche lei, in un posto che sembra sicuro e mio figlio è già autonomo da qualche anno. Vuol dire che almeno dovrò occuparmi solo di me stesso non anche della famiglia e i miei risparmi dovrebbero bastarmi per un paio d’anni. Però non ci dormo quando penso che dopo una vita mi ritrovo senza arte né parte. So curare l’amministrazione, programmare il lavoro di un’officina, accettare e seguire i clienti, occuparmi delle diecimila pratiche burocratiche che ci sono da sbrigare, ma ci sarà un’altra officina che oggi vuole un 57enne per fare queste cose ? Io sono disponibile a fare qualunque cosa, ma non so se sarà sufficiente. Mio figlio mi fa la lezione invece di farla io a lui, mi dice che bisogna essere pronti a cambiare sempre, a non considerarsi mai arrivati, che loro di trent’anni questa lezione l’hanno dovuta imparare da subito e che per quelli della mia età è più difficile perché non ci siamo abituati. Ha ragione lui.      In foto: l’americano Mark Simoneau, ora 65enne, che ha ritrovato un buon lavoro nel 2012 dopo quattro anni trascorsi da disoccupato e alla ricerca di occupazione (fonte: AARP)

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Non si tratta solo di sesso…

Nelle ultime settimane ho ricevuto, inviate alla rubrica “Invia la tua storia”, vari messaggi che parlano di Viagra, Cialis e Levitra.  Ne riporto un paio.

Sotto il titolo “Come dovrei comportarmi?”, Rossana scrive: “Siamo una coppia di ultrasessantenni. In questi giorni ho scoperto da vie traverse ma con i miei occhi, che mio marito fa uso spesso di Cialis a mia insaputa. Potrebbe anche essere normale, se portasse dei benefici anche a me. Ma c’è una piccola cosa che fa la differenza. Non abbiamo rapporti intimi io e mio marito pur vivendo nella stessa casa e nello stesso letto da tanti anni. Lui dice che lo prende perché lo fa stare meglio, ma meglio con chi? gli chiedo io. Il Cialis non è un’aspirina per il mal di testa, o sbaglio? Come può reagire seriamente una donna di fronte ad una cosa che sa tanto di presa in giro? Cosa può pensare e come si deve comportare una donna- moglie di fronte ad un simile fatto? Accetto consigli. Grazie”

Il secondo post che riporto è di Giorgio Boratto e racconta del suo libro: “Sono l’autore di un libro dal titolo Bourbon & Viagra che racconta di un cantante country quasi settantenne che trova con il Viagra una seconda giovinezza sessuale… Il romanzo racconta la cavalcata, attraverso le canzoni country, di Martin Hedger, un cantante che si muove tra il Missouri, Nashville, Memphis e l’Alabama sulle orme di Johnny Cash e Willie Nelson.  Con in testa un cappello da cowboy, Martin Hedger vorrebbe lasciare traccia. Ma viaggiando nel vento il suo mondo dura quanto una canzone. Martin è così: uno dei tanti che si stupiscono d’invecchiare, ma hanno riempito la loro vita di tutti gli elementi che lasciano un cappello pieno di pioggia. Martin Hedger ha il vantaggio di essere ironico e trova un senso comico nella sua ricerca di sesso a tutti i costi. Come finirà? Nessuna indicazione, ma la sua vita è piena di indizi.”

Il Viagra, copostipite dei farmaci che aiutano le prestazioni sessuali, ha compiuto 15 anni pochi mesi fa. Non c’è dubbio che, insieme ai ritrovati che l’hanno seguito, abbia prodotto una piccola rivoluzione non solo nei comportamenti sessuali, ma forse ancor di più nelle aspettative, nell’immaginario, nelle relazioni, nei sentimenti e nei timori di uomini e donne senior.

Secondo il rapporto Coop 2013, i consumi in generale continuano a calare. Di recente diminuiscono soprattutto quelli legati ai cosiddetti vizi: il consumo degli aperitivi è calato del 5%, quello dei superalcolici del 3%, il vino ha registrato un -4% e in due anni le sigarette fumate sono state il 14% in meno. Persino il caffè, che è parte delle nostre abitudini quasi quanto gli spaghetti, in sei anni ha avuto una contrazione del 21%. Viagra ed affini invece no, loro vanno in controtendenza: + 8% in due anni, complice sì l’uso anche da parte dei più giovani, ma soprattutto la maggiore diffusione tra gli over 55. Se questa non è una piccola rivoluzione nei costumi…

Se, come racconta Boratto, il viagra può aver portato sensazioni di nuove opportunità, nuovi modi d’invecchiare e pure un po’ di comicità e di autoironia, d’altra parte, come invece testimonia Rossana, la “virilità maschile a tempo” può produrre nuovi sbandamenti.

“Il viagra potrebbe essere l’ultimo sfasciafamiglie” ha sostenuto la giornalista Terry Marocco su Panorama, che argomentava così: “La seconda giovinezza sessuale dei maschi ha messo in difficoltà unioni che da tempo avevano superato brillantemente la crisi del settimo anno” e suggerisce che il raddoppio dei divorzi in Italia degli ultrasessantenni negli ultimi dieci anni sia attribuibile anche a questi farmaci. Nello stesso articolo si riporta l’opinione di Paola Beffa Negrini, psicologa all’Università Cattolica di Milano, che sull’argomento ha condotto uno studio per la società di geriatria: “Oggi gli uomini hanno più carte da giocarsi rispetto alle coetanee settantenni. E le lasciano più facilmente, credendo che tutto si possa risolvere con le pillole, anche se poi senza la vecchia moglie non sanno neanche dov’è la tintoria”. Davvero vogliamo pensare che l’aiutino non possa essere a beneficio anche delle coppie più assestate ?

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