Posts from: ottobre 2013

Quando un genitore si ammala di Alzheimer

Sono sempre più numerosi i cinquantenni e i sessantenni con i genitori malati di Alzheimer. Con piacere ospito questo articolo di Patrizia Belleri, psicologa e psicoterapeuta, che da tempo partecipa a questo blog e che qui descrive gli stati d’animo di chi ha un genitore con questa malattia e cosa si può fare per affrontare la situazione. Enrico

Maria ha sessant’anni. I figli sono adulti, ma non ancora del tutto autonomi, la pensione è lontana, tuttavia, la buona salute e un rapporto di coppia sereno le permettono di guardare alla vita con ottimismo. Può finalmente dedicare del tempo a sé, quel tempo che le sembrava così scarso fino a pochi anni fa. Quando la madre manifesta i primi sintomi della malattia di Alzheimer e poi il decadimento progressivo, la vita di Maria prende una direzione imprevista.

Stretta tra due generazioni che hanno bisogno di lei, Maria si sente smarrita. Aiutare i figli le sembrava normale e non lo avvertiva come un peso, ma i bisogni della madre la schiacciano e si sente impreparata.

Il rapporto  con la madre  era stato conflittuale e oggi il senso di colpa la assale ogni volta che non riesce a comunicare adeguatamente con lei, che si lascia prendere dal nervosismo, o pensa di non essere  efficace nell’assisterla.

Come descrivere il dolore, lo smarrimento, l’impotenza di chi vive situazioni come questa?

Il 21 settembre scorso è stata celebrata la giornata mondiale dell’Alzheimer.  Questa malattia, dall’esordio subdolo e dalle manifestazioni drammatiche, è in costante aumento perché le persone vivono più a lungo; i Senior – figli di una generazione che ha avuto figli in età giovanile -  affrontano dunque la malattia dei genitori quando essi stessi iniziano a guardare alla propria vecchiaia.

La demenza di un genitore richiede di affrontare compiti difficili e delicati, spesso senza averne le capacità né la vocazione, e, soprattutto, coglie impreparati.  L’esordio della malattia di Alzheimer giunge inaspettato, e talvolta la prima reazione è il rifiuto. Si formulano ipotesi alternative: che l’anziano sia depresso, o che cerchi di attirare l’attenzione su di sé, che non si sforzi abbastanza a ricordare e a ragionare.

Una volta confermata la diagnosi, poi, ci si scopre inadeguati a un tipo di assistenza difficile anche per chi la svolge per professione.   Oggi si parla della sindrome del burnout, un malessere psico-fisico che colpisce i cosiddetti caregiver, coloro che svolgono le professioni di aiuto. Ma chi caregiver si trova ad esserlo per necessità, e con una persona cara, è doppiamente a rischio: per l’impreparazione e per il  coinvolgimento emotivo che la vicinanza affettiva comporta.

Che fare?  

Bando ai sensi di colpa: aggiungono dolore al dolore.  Se abbiamo risposto in maniera sgarbata al nostro genitore, ammettiamo che il carico di tensione è elevatissimo e un cedimento fa parte del gioco.   Ci si può sentire in colpa per provare sentimenti di imbarazzo. Non c’è nulla di cui vergognarsi se il nostro genitore ha comportamenti bizzarri in pubblico: le persone sensibili capiranno. È invece importante mantenere i contatti sociali e, per quanto possibile, far sì che anche l’ammalato non si isoli.

È comprensibile sentirsi in colpa anche quando si giunge alla decisione che nessun figlio vorrebbe prendere: il ricovero. Molto spesso si tratta dell’unica scelta praticabile, dopo aver sperimentato tutte le possibili alternative. Anche in questo caso, è più utile cercare di assolversi e dedicare le proprie energie a sostenere il genitore, magari con visite più frequenti.

Farsi aiutare. Da soli è quasi impossibile sopportare un carico tanto elevato. L’aiuto qualificato può rivelarsi utilissimo. Ci sono gruppi di mutuo aiuto, coordinati da esperti che insegnano a gestire le proprie emozioni, ma soprattutto a comunicare correttamente con l’ammalato, a stimolarne le capacità residue, a migliorar la qualità delle vita di chi assiste e dell’assistito.

E’ anche importante parlare con le persone di cui ci fidiamo: possiamo trovare nell’altro comprensione, o esaminare un modo diverso di vedere la situazione e magari scoprire che anche altri vivono un problema analogo. Il confronto con l’esterno favorisce il distacco emotivo e può essere costruttivo e consolatorio.

 Trovare del tempo per sé. Il contatto continuo con un ammalato di Alzheimer può provocare molta angoscia e nel contempo impoverire le abilità cognitive di chi lo assiste. Bisogna imparare a chiedere, anche quando non si è abituati a farlo, e trovare dei momenti per la propria realizzazione personale: per  prendere le distanze fisiche ed emotive e, soprattutto, per mantenere la mente sempre attiva e allenata.

 Per i sessantenni di oggi c’è la speranza che buone pratiche comportamentali -  prime fra tutte la stimolazione intellettiva – e i progressi della ricerca scientifica  allontanino dal loro futuro lo spettro della demenza.   Patrizia Belleri”        In foto: R. Magritte, “Il doppio segreto”, 1927

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Passioni !

Grande cosa le passioni ! Sia quelle mai abbandonate sia quelle scoperte solo quando ci si è liberati dagli impegni lavorativi. Sono tanti coloro che raccontano al blog delle loro passioni, come ad esempio Peppe49 e Lara.

Scrive Peppe49: A cinquant’anni son salito in mountain bike e non sono piu’ sceso. La passione allenta i sacrifici iniziali, poi la vera passione crea dipendenza; niente agonismo, ma semplice sfida con se stesso.
Ben vengano gli amici per una sana compagnia, oppure in solitudine per mettere in ordine te stesso con tutti i problemi quotidiani. Ora ho 64 anni, tempo permettendo esco 2 o 3 volte a settimana, sono semplicemente sereno.

 

Da parte di Lara: Lavorare la ceramica lo facevo già al dopo scuola. Non per vantarmi, ma ero abbastanza brava e ho conservato tutte le cose che ho fatto e dipinto da ragazzina. Già allora era una soddisfazione molto grande vedere che dalle tue mani uscivano dei begli oggetti. Poi ho abbandonato ma non del tutto, andavo sempre in edicola a comprare qualche rivista che spiegava come fare. Ho ripreso quando sono andata in pensione e mi sono attrezzata: ho trovato dove comprare il materiale da modellare, ho trovato un posto vicino casa con il forno adatto e ho tirato fuori tutta la mia creatività. E’ una passione che mi riempie il tempo e che mi permette di usare mani e cervello insieme.

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La trasformazione dei nonni

Forse il caso della signora Isabella è eccezionale, però vale la pena di raccontarlo. Isabella ha 80 anni, due figlie quaranta-cinquantenni e tre bei nipotini sotto i dieci anni. Il marito è morto parecchi anni fa, ma non si può certo dire che da lì in avanti la signora abbia sofferto di solitudine e malinconia. Anzi, mentre prima faceva vita abbastanza ritirata, da allora si è intensificata di molto la sua vita relazionale, sia con la frequentazione di vecchie e nuove amiche sia partecipando attivamente ad un paio di associazioni solidaristiche. Ma soprattutto sono molti anni che la signora Isabella viaggia: viaggi in posti vicini e lontani, viaggi brevi di pochi giorni e lunghi di settimane, viaggi a sue spese e ospitata da amici e conoscenti. Mica solo posti sicuri, anche zone difficili dell’Africa e altitudini che da anziani bisognerebbe andarci cauti. Ma Isabella non è preoccupata per i rischi che corre viaggiando, mentre le sue figlie raccontano, tra lo stupore e la delusione, che quando la cercano sono più le volte che non la trovano perché in viaggio di quando invece riescono a raggiungerla a casa. Della “mamma roccia”, come la chiamano, sono orgogliose, ma allo stesso tempo ormai rassegnate che da lei non otterranno alcun aiuto nella cura quotidiana dei bambini. “Ci eravamo illuse – mi dicono –che facesse quel che fanno di solito i nonni coi nipoti, cioè che li tenesse un po’ con sé, che ci desse una mano quando noi siamo a lavorare”.

Ma è proprio vero che è questo ciò che “di solito” fanno i nonni ?  Le indagini finora dicevano proprio così e i commentatori sociali non hanno mai smesso di sostenere che la carenza di servizi per le famiglie con figli fosse compensata dalla presenza dei nonni. Eppure di recente è emerso un dato da una ricerca del Censis che segnala un cambiamento forte di abitudini.

Dice il Censis: “La percentuale di nonni che si occupano direttamente dei nipoti scende dal 35,8% del 2007 al 22,5%, e si contrae dal 17,5% al 9,7% la quota di anziani che si rendono disponibili per il disbrigo di mansioni in casa o di pratiche burocratiche. Aumenta però dal 31,9% del 2004 al 47,9% la quota di over 60 che contribuiscono con un aiuto economico diretto alla vita di figli e/o nipoti.”

Insomma, non sappiamo quanti ottantenni attivi come Isabella ci siano in circolazione, ma sicuramente il modello di comportamento di tanti nonni sessantenni e settantenni non è più quello di una volta: il ruolo che si sta affermando è sempre più di sussidio economico per le giovani generazioni impoverite, però sporcandosi sempre meno le mani con incombenze domestiche, di cura e di servizio. L’affetto verso i nipoti continua a resistere, ma deve coniugarsi con le esigenze di libertà, di movimento e di vita attiva dei nuovi nonni.

 

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Come un cerino

Scrive beppemolisano: Ho 63 anni ed ho la netta sensazione di avere bruciato la mia vita.
Non ho costruito niente. E’ vero, ho due figli bravissimi ed un nipote bellissimo, ma la mia condizione di separato mi fa vivere ai margini della sua: lo vedo soltanto una volta a settimana.

Con i figli ho un ottimo rapporto, ma loro hanno le loro vite, ed è giusto che sia così. Ed allora mi avvolgo nella mia solitudine, che neanche il lavoro riesce a colmare, quel lavoro che è sempre più scarso ed insoddisfacente. Ho rinunciato anche ai sogni d’amore dopo tanti schiaffi presi.
Va be’….si vede che doveva andare così…   In foto: Malinconia, di Edward Munch, 1894

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Le bucce di banana del giovane pensionato

Questo articolo non serve a:

-      i pensionati d’oro (quelli d’oro davvero)

-      i tanti che popolano i luoghi di lavoro, che non ne possono più di quel che fanno e che ancora rovistano tra le pieghe della riforma Fornero per trovare una falla che consenta loro di realizzare il sogno di andare in pensione presto, ma che tanto in pensione ci andranno solo verso i 70 anni

-      i baby pensionati e le baby pensionate che ormai hanno superato da tempo il problema

-      i cinquantenni che dal lavoro sono stati espulsi e hanno problemi più urgenti da risolvere.

Si rivolge invece ai tardo-cinquantenni e soprattutto ai tantissimi giovani sessantenni che l’assegno dell’Inps lo ricevono già e si augurano di vivere altri trent’anni, oppure ai pochi loro coetanei che hanno fatto la scelta di ritirarsi dal lavoro retribuito prima del termine pensionistico standard per dedicarsi ad altro.

Vivessero in America, costoro verrebbero chiamati gli “early retired”, quelli appunto che via dal lavoro con una fonte di sostentamento ci sono andati abbastanza presto rispetto agli standard attuali e che hanno davanti a sé, auspicabilmente, ancora un lungo tratto di vita.

Fare l’”early retired” è la condizione più invidiata da quelli obbligati al “late retirement”, ma trova sulla propria strada molte bucce di banana, soprattutto sul versante delle proprie finanze. Ecco alcuni degli errori che, secondo lo statunitense Joe Udo da me liberamente interpretato, l’”early retired” farebbe bene ad evitare. Sono errori (e relativi suggerimenti) d’oltre Oceano, ma che in larga misura vanno bene anche dalle nostre parti.

Spendere troppo, troppo presto

Se a 60 anni gli uomini italiani possono sperare di vivere ancora 21 anni e le donne ancora 26, spendere troppo, subito dopo avere smesso di portare a casa un reddito da lavoro, può essere pericoloso; diciamo che aumenta di molto le possibilità che ci si trovi senza risparmi per gli anni più anziani. Le mie spese di oggi sono coperte completamente da una pensione o devo intaccare il risparmio? E se lo intacco, di quanto è prudente farlo ? Secondo Udo, un prelievo del 4% all’anno dal proprio risparmio può essere ragionevole per chi in pensione ci va tardi, per un “early retired” invece meglio non intaccare il patrimonio di più del 3% nei primi anni.

Dare un taglio netto a qualunque forma di lavoro retribuito

Uno dei modi per non intaccare troppo il risparmio è lavorare ancora un po’ anche se si riceve già la pensione; stesso discorso per chi si è deciso a mollare prima del tempo il lavoro tradizionale full time. In questi casi é un errore non prendere in considerazione il lavoro part time, gli incarichi temporanei, qualche progetto. Tra l’altro, non escludere a priori qualche forma di attività lavorativa parziale può far bene non solo al portafoglio, ma anche al proprio stato d’animo.

Investire in modo troppo conservativo o rinunciare completamente ad investire

I consulenti finanziari sanno che quando ci si avvicina alla pensione, la tolleranza al rischio diminuisce.  Forse nella finanza di oggi è segno di saggezza, ma anche i soldi sotto al materasso non sono indenni da rischi. D’accordo che non bisogna spendere troppo subito, ma l’acquisto di qualche bene durevole può essere utile: la cucina e il salotto comprati trent’anni fa dureranno anche per i prossimi trenta ?

Non considerare i costi medici futuri

Gira una stima di una grossa organizzazione finanziaria, la Fidelity Investments, secondo la quale una coppia di 65enni americani che si ritira a quest’età avrà bisogno di 240.000 dollari (un po’ più di 180.000 euro ai cambi di oggi) per coprire le proprie spese mediche future. E questo senza considerare i casi eccezionali di lunga vita, cioè di quelli che riescono a vivere oltre i novanta o i cento anni. La decente condizione fisica di cui gode oggi un sessantenne può fargli pensare che sarà così per sempre: è un errore, purtroppo oggi la buona salute sta ancora correndo un po’ più lentamente della longevità.

Rimanere passivi

I sogni d’ozio, di spiagge assolate e di mare caraibico, tipiche di quando non se ne può più di stare in ufficio vanno bene appunto solo in quell’occasione. I giovani pensionati hanno bisogno di dare un senso al loro tempo. Dopo il periodo di lavoro pieno, il tempo liberato senza impegni può portare a insoddisfazione e persino a depressione. Bisogna pensarci bene prima di staccare completamente la spina da ogni attività.

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La speranza

Ad inizio agosto ho pubblicato la storia di Gioindel, dal titolo “E perché no ?”, in cui Gio, da 62enne, esprimeva le sue paure e il suo desiderio di cambiamento della società. A commento della sua storia avevo espresso, tra l’altro, curiosità per i tipi di cambiamento che Gio aveva in mente e che non erano resi espliciti nella sua storia. Ora, Gio ha inviato questa nuova riflessione, che spiega più a fondo cosa desidera.   In foto: “La speranza II” di Gustav Klimt.

“La mia riflessione è dovuta alla realtà che mi circonda e da tutto quello che apprendo dai mass media ogni giorno.  Io sono stato sempre un sognatore e pertanto ho pensato sempre in tale modo anche se con la realtà mi ci sono sempre scontrato.  Come ho già accennato nella precedente riflessione la mia famiglia era costituita da ben 14 elementi che per sopravvivere, in un modo o nell’altro, dovevano contribuire, chi con il lavoro, anche se piccoli, chi come mio padre che faceva due lavori, chi come le mie sorelle, mia madre e mia nonna che si dedicavano alla casa.
Nel rispetto dei ruoli ognuno di noi contribuiva ed era contento di farlo perchè la sera stavamo tutti insieme a scherzare e pensare a tutto quello che era successo in quel giorno. Nel contempo ci trasmettevamo i nostri progetti, i nostri sogni.  Erano gli anni sessanta, anni in cui la crisi esisteva, ma era accompagnata dalla evoluzione industriale.   Mi ricordo le parole di mia nonna “oggi trovi lavoro tu, domani ci sarà l’occasione per un altro dei tuoi fratelli”.  Ecco cosa ci rendeva più forti rispetto alla gioventù di oggi: ” L A  S P E R A N Z A”.
Ma i tempi sono cambiati e questa speranza non esiste più.  L’hanno rubata tutte quelle persone che hanno rivestito cariche di potere politico ed economico, che non hanno pensato ad un bene comune per tutti ma solo per pochi eletti.   In conseguenza a ciò ci troviamo davanti al niente e anche meno.
Mi hanno lasciato amareggiato le parole di un industriale in una trasmissione televisiva, l’espressione di consapevolezza con cui ha detto: “Noi saremo la generazione maledetta dai nostri figli e dai nostri nipoti”.
Queste parole ancora una volta mi hanno fatto riflettere e pensare “Ma è giusto continuare a sbagliare e morire per l’egoismo di chi dirige la nave che va a fondo e pensa a salvare solo se stesso?”.
Le regole che io cambierei sono tante, adatterei la Nazione Italia alla mia famiglia in cui le regole normali servivano a ben poco ed eravamo costretti a cambiarle per sopravvivere.  Le regole sul lavoro vanno cambiate, più si lavora più si guadagna meno tasse . Guarderei sempre con maggiore interesse l’esportazione mondiale.
Noi per quello che stiamo vivendo in questo momento siamo un popolo condannato a consumare cinese ma abbiamo una grande risorsa che è il nostro talento “made in Italy”, tanto apprezzato nel mondo. Siamo un popolo di appena 50 milioni di abitanti e abbiamo di fronte altri 3 miliardi di persone che vivono e consumano altrove.
Dovremmo cambiare subito la cultura “che tutto quello che è di tutti è di nessuno”, al contrario: è mio e di tutti gli altri, beni da custodire, da valorizzare e da ampliare.  Pensare che la nostra nazione ha bisogno di gloria e dignità che le può essere data solo da noi che la abitiamo e dobbiamo amare.
So che tutto quello che ho scritto é molto difficile da realizzare, ma è l’unico modo di riuscire a dare la SPERANZA alle generazioni future e non farci maledire dalle stesse.
NON ho risposto a tutte le tue curiosità, ho scritto di getto!!!!!!!!!!!!! Cordiali saluti. Gio Indel”

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Il reinventarsi non ha tempi brevi

I saggi dicono che bisognerebbe essere capaci di reinventarsi giorno per giorno, senza dare nulla per scontato.  Facile a dirsi ! Per niente facile però a realizzarsi, perché ogni volta che proviamo a reinventarci dobbiamo fare i conti con il senso di perdita di quel che lasciamo e con l’incertezza del nuovo che cerchiamo.

Quando Lucio e sua moglie hanno finalmente deciso di separarsi dopo più di 30 anni di matrimonio e molte incomprensioni, lui si immaginava che sarebbe stato relativamente facile ricostruirsi una nuova vita: nuova casa, nuove libertà, nuovi rapporti e la possibilità di vivere più felicemente la quotidianità secondo i propri desideri. Niente di più fallace ! Dopo un anno Lucio non ha ancora superato un sottile senso di fallimento che lo prende, soprattutto non appena si sveglia il mattino, per il suo matrimonio finito; e la nuova vita ogni tanto fa capolino, ma non gli è ancora chiaro cosa veramente, di tutte le inedite esperienze che ha fatto nel corso dell’ultimo anno, gli interessa veramente e cosa invece no.

A Francesca, 59 anni, l’occasione di reinventarsi si è invece presentata a seguito di una vicenda lavorativa. La società per cui lavorava, in evidente crisi di sopravvivenza, le ha chiesto, se voleva mantenere il posto, di trasferirsi in un’altra città, molto lontana dalla sua dove aveva casa, famiglia, amici e abitudini. Dopo una penosa riflessione, Francesca ha deciso che il cambiamento di città non le stava bene e che, se cambiamento doveva essere, allora questo poteva significare interrompere l’attività lavorativa full time in anticipo rispetto alle sue aspettative, cercare qualche incarico retribuito coerente con la propria professionalità e liberare del tempo prima impiegato nel lavoro per dedicarsi a tutto ciò che aveva sempre tenuto in un cassetto negli anni precedenti. Ma anche per lei la transizione non è stata indolore, né veloce. Oggi, dopo molti mesi, ancora si interroga sulla bontà della propria scelta: le prende spesso un senso di vuoto e di perdita per la mancanza di tutto il contesto sociale che comportava il lavorare in un ambiente organizzato e, pur non essendo priva di iniziativa, da una parte fatica a trovare incarichi che le diano un minimo di soddisfazione economica e dall’altra i suoi sogni nel cassetto (viaggi, teatro, un impegno civile per l’ambiente) non riescono ancora a precipitare in qualcosa di abbastanza concreto, qualcosa capace di dare un significato alla sua vita paragonabile a quello precedente.

Così, tanto Lucio quanto Francesca sperimentano che il reinventarsi è un atto di coraggio che rivitalizza, ma che contemporaneamente costa fatica e richiede tempo.   Costa fatica l’allontanarsi dalla situazione consolidata e ben conosciuta su cui abbiamo costruito per tanto tempo la nostra identità, al punto che paradossalmente diventa più facile accettare il cambiamento da parte di chi vi è stato forzato piuttosto che da parte di chi l’ha scelto. Ma costa fatica anche la ricerca del nuovo modo di vivere e l’incessante attività di adattamento e di ricerca del proprio benessere e della propria felicità.

Inoltre, chi a buon diritto può dire che da senior è riuscito a reinventarsi, sicuramente può anche testimoniare che non basta un atto momentaneo di coraggio: il cambiamento non lo si ottiene nel tempo di uno schioccare di dita; al contrario, l’elaborazione del senso di perdita per ciò che si lascia e l’atterraggio in un nuovo assetto di vita soddisfacente richiedono tempi lunghi e capacità di non scoraggiarsi.

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Maledetti!

Scrive Nicoletta: Mi chiamo Nicoletta e, ad un anno della pensione, mi hanno lasciata a casa dal lavoro senza peraltro alcuna motivazione: “quanto vuole per andare via?”. L’azienda per la quale lavoravo aveva meno di 35 dipendenti quindi mi sono presa le mie cinque mensilità come da legge e…mi sono ritrovata in mezzo alla strada! Ho inviato tantissimi cv ovunque ma, come immaginavo, ho troppa esperienza e sono troppo “grande” (oggi pare si dica così) per essere assunta. Ma mi manca tanto un lavoro…mi manca la sfida, il contatto con le persone, mi mancano le soddisfazioni, gli obbiettivi….e mi mancano anche i miei soldi, ovviamente! Le giornate sono diventate lunghissime e stupide perchè il mio lavoro era tutta la mia vita. Mi sento giovane, oggi ho 61 anni, e non voglio nè mettermela via nè tantomeno trovarmi degli “interessi” per colmare questo vuoto abissale. Voglio essere ancora parte attiva di un mondo che mi è stato tolto e sono ogni giorno più depressa!!! Risorgerò, come la Fenice, dalle ceneri o devo solo aspettare la fine della mia vita???  In foto: donne in ambiente di lavoro

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Fare quel che piace

E’ ancora attuale il vecchio stereotipo del fortunato 60-70enne che va a godersi il sole e il tempo libero in qualche bel posto beneficiando di una generosa pensione e dei congrui risparmi messi da parte dopo una vita di lavoro? Oppure quest’immagine sta gradualmente diventando un retaggio del passato (ammesso che abbia effettivamente riguardato molte persone), superata da nuovi costumi, da crescenti ristrettezze economiche, da spostamenti in avanti del termine pensionistico, ma anche da scelte individuali di segno diverso?  Ormai sappiamo, e tocchiamo con mano tutti i giorni, che sta emergendo una nuova figura, quella del senior che si colloca in una fase di vita intermedia; intermedia tra quando da una parte s’interrompe o declina l’attività lavorativa che ha dominato la vita adulta e dall’altra parte inizia la definitiva messa a riposo caratterizzata da una pressoché totale inattività. In mezzo ci sta un periodo, che può essere lungo anche dieci o vent’anni, in cui solo una minoranza prosegue l’attività lavorativa di sempre senza sostanziali cambiamenti, ma in cui una minoranza ancora più ristretta prevede la propria giornata seduto sulla famosa panchina dei giardinetti o, se si è più facoltosi, su una comoda sdraio in riva al mare caraibico o sul bordo di una piscina. La maggioranza è attiva e fa altro.

Alcuni trovano un lavoro part time, magari in qualche azienda non profit, o dando una mano nella piccola impresa di famiglia o continuando il rapporto con la vecchia azienda. Per altri, la nuova attività può diventare lavoro di volontariato, così come il dedicarsi intensamente ad un hobby o ad una passione.  Qualcuno trova un nuovo lavoro full time o persino avvia una nuova impresa. Tantissimi (soprattutto tantissime) trascorrono il tempo dedicandosi ai nipoti o prestando cure ai grandi anziani non autosufficienti.

Anche se prende forme diverse da Paese a Paese, la trasformazione del modo di intendere questo tratto dell’esistenza accomuna le società occidentali.  “Viviamo più a lungo e stiamo aggiungendo anni produttivi alle nostre vite” dice ad esempio lo statunitense Richard J. Leider, uno dei pionieri di Life Reimagined, un programma che aiuta le persone a navigare in questa nuova fase di vita. “Siamo desiderosi di usare questo tempo per scoprire nuove possibilità e per fare nuove scelte di vita” aggiunge. Gli americani, ovviamente come da loro costumi, hanno inventato un’espressione per descrivere e studiare la novità: parlano di “encore career”. Il concetto nasce nel 1997, quando un’organizzazione non profit basata a San Francisco (si chiamava Civic Ventures ed è stata rinominata Encore.org) introdusse l’idea, ma è di recente che il concetto ha preso quota.  Secondo un’indagine di questo ente, nove milioni di americani tra i 44 e i 70 anni, questa è la stima, sono impegnati in una seconda “attività/carriera” e altri 31 milioni sono interessati a perseguirne una. Nei prossimi dieci anni, dicono, il 25% dei baby boomers d’oltre Oceano spera di iniziare una nuova attività, profit o no profit.  

Il fatto è che, di fianco alla voglia di un ri-inizio attivo, molti senior si sentono vincolati dal fatto che non si possono permettere di smettere di lavorare perché hanno bisogno di una fonte lavorativa di reddito e quindi non sanno come uscire dal labirinto. Eppure, anche quando non vengono pagati, vogliono rimanere rilevanti, utili e impegnati. “Non siamo ancora finiti” è un sentimento molto diffuso e che descrive bene questo atteggiamento. Il punto è proprio qui: riusciamo a coniugare una necessità (avere risorse per vivere decentemente per molti anni) con un piacere (riuscire a fare in questo periodo della vita quel che risponde di più ai nostri desideri, preferenze, interessi, gusti, anche ai nostri valori)?  

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Sognare una nuova vita, perchè no?

Scrive Aurora: Anche io sono sui 60, modesta pensionata, niente legami stretti, a nord-ovest fra le nebbie, a parte dei nipoti che non vedo mai e poi impegni con associazioni e volontariato; amici, pochi. Mi son detta: se provengo da una bellissima antica città del sud sul mare ed ho anche dei cugini integrati laggiu’, associazioni omologhe, il caldo (condizionatore permettendo), ricordi delle vacanze d’infanzia, perchè non chiudere baracca e mobili compresi, senza aspettare il nuovo amore, sono anche io passabile, e traferirmi in meridione ? “BENTORNATA al sud” mi dice una voce interiore forte ed insistente. Aspetto i vs. commenti, guardando le agenzie immobiliari di laggiu’ e sognando: forse non è impossibile! PS mi piace scrivere racconti, con qualche piccola pubblicazione: perchè non cambiar scenario?

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