Posts from: novembre 2013

Più istruito e più ricco? Più longevo

Anche oggi, benché tutti sappiamo che il titolo di studio é sempre meno garanzia di occupazione, vale la regola che chi ha studiato di più ha più probabilità di fare nella vita lavori che danno soddisfazioni economiche. Magari oggi in Italia, nel pieno della crisi dell’occupazione giovanile, questo collegamento è meno evidente, ma tutto sommato la massima “more learn, more earn” (“più impari, più guadagni”), anche secondo tutti gli studi sull’argomento risulta tuttora valida.

Quel che è meno conosciuto è il collegamento tra il livello di istruzione e la speranza di vita: secondo alcune indagini ci sono ben 6 anni di differenza tra l’aspettativa di vita di chi ha la laurea e di chi nessuna istruzione, sei anni a favore dei più istruiti. Intendiamoci, il signor Mario, 89 anni, papà di un mio amico, ex operaio che di sicuro di anni a scuola ne ha trascorsi pochi, ha ancora una salute invidiabile, a casa se la cava decentemente e quasi tutti i giorni va a farsi la sua breve passeggiata. Casi così ce n’è parecchi per fortuna, ma i grandi numeri parrebbero andare in una direzione opposta.  Che le diseguaglianze nell’aspettativa di vita siano dunque più legate al livello di istruzione che al genere ? (Tra uomini e donne, si sa, ci sono circa 5 anni di differenza a favore delle donne).

Anche se in realtà il rapporto tra livello di istruzione e longevità è meno studiato delle differenze legate al genere, non mancano seri rapporti che confermano queste diseguaglianze, con riferimento non solo all’Italia.  Ad esempio, uno studio della Banca d’Italia del 2012 dal titolo “Le diseguaglianze nelle speranze di vita”, al capitolo “Il ruolo dell’istruzione”, segnala che vi sono “con chiarezza divari anche significativi nella longevità tra i più e i meno istruiti e una tendenza al loro ulteriore ampliamento in atto almeno dagli anni 80”.

E un rapporto della Commissione Europea dello scorso settembre sulle disparità sanitarie rileva che “nel 2010 il gap stimato della speranza di vita per gli uomini all’età di 30 anni tra quelli con grado di istruzione più elevato e quelli scarsamente scolarizzati andava da circa 3 anni a ben 17 anni in diversi Stati membri. Per le donne il differenziale era leggermente più contenuto e variava da 1 a 9 anni”. Insomma, nella avanzatissima Europa ci sarebbero Paesi dove se hai studiato tanto vivi 17 anni più di chi non ha studiato !

Che poi l’istruzione di per sé non spieghi queste differenze, questo è evidente a tutti, ma gli esperti di sanità e di demografia non sono completamente d’accordo sulle spiegazioni. La più convincente, a mio vedere, è che il livello d’istruzione, come dicevo all’inizio, è collegato al livello di reddito e al tipo di professione svolta, e questo porta con sé una minore usura fisica, migliori cure nel momento del bisogno e la possibilità di vivere in luoghi più salubri. Non vanno trascurati però altri fattori, segnalati da molti esperti di sanità pubblica, come la quantità di fumo, il consumo eccessivo di alcool o la scarsa attività fisica, che talune ricerche rilevano essere molto diversi tra persone con alta o bassissima istruzione.

Qualunque sia la spiegazione giusta, resta il fatto che ad oggi vale la regola: più sei istruito, più guadagni, più a lungo vivi.

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Quale volontariato una volta in pensione?

Scrive Carlo: Correva l’anno 1975 e ricordo come fosse ieri quanto è successo alle ore 7.30 del primo di luglio di quell’anno: vestito di tutto punto, in giacca e cravatta, seduto sul bordo del letto a mo’ Penseur di Rodin…..mancava un’ ora all’ inizio del mio primo giorno di lavoro.
Entra nella stanza colei che sarebbe divenuta mia moglie, e mi chiede: Cos’ hai ?
Alcuni secondi d’esitazione e arriva la risposta: VOGLIO ANDARE IN PENSIONE!
Da quel giorno, passati alcuni decenni, verso la fine dei miei cinquant’ anni, vengo espulso, alquanto brutalmente, dal mondo del lavoro, riesco ad andare in pensione e per quei casi della vita mi ritrovo in una selva…..composita ed entropica.
Ovvero entro a far parte del mondo del Terzo Settore e precisamente in una OdV, Organizzazione di Volontariato. Per OdV intendo quelle Associazioni, radicate sul territorio, con una ben definita mission, sostanzialmente destrutturate, con un capo carismatico e un numero più o meno contenuto di “follower”, per usare un termine alla moda.
Dopo dieci anni di permanenza in due o tre OdV, la mia diagnosi è che queste potrebbero dare un contributo notevole alle tematiche sociali, se utilizzassero e/o fossero aiutate a far buon uso delle loro energie, capacità, esperienze, idee secondo modalità sinergiche e finalizzate.
Invece con l’avvento della rivoluzione digitale, con le nuove tecnologie, vedo le OdV trasformarsi in tante Fortezze Bastiani… Quando in questi ambienti provi a parlare di strumenti digitali, di app, di smart cities, di smart communities e simili, vieni immediatamente guardato con sospetto…e le reazioni sono quasi sempre: quali reconditi fini ci sono dietro ? non fa per noi…
Pensare che invece le OdV sono organizzazioni che potrebbero avere un effetto antenna decisamente importante, come dare suggerimenti su come gestire tematiche sociali prima che diventino irrisolvibili.  Ecco perché bisogna andare oltre al volontariato inteso come mera disponibilità individuale per un impegno individuale.   In foto: un senior al computer

 

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Una proposta di cohousing

Danilo è tra i frequentatori di questo blog e scrive facendo a tutti noi una proposta. E’ stato in Australia dove ha visitato due strutture di cohousing per senior, gli piacerebbe realizzare qualcosa di analogo in Italia e così si sta rivolgendo anche ai lettori de I ragazzi di sessant’anni per cercare persone interessate. Volentieri pubblico quel che mi ha inviato.

Scrive Danilo: “Mi piacerebbe costruire un primo gruppo di 15-20 persone (coppie/single) di età over 65, autosufficienti, che con me formino ed alimentino una discussione tecnica, sociale ed economica con lo scopo di realizzare un (e poi speriamo altri !!) sistema di co-housing, sulla falsariga di quanto già attuato all’estero (USA, Auatralia, Paesi scandinavi) e in Italia.

Ma che cosa è il co-housing o co-abitazione? La risposta può essere formulata con diverse definizioni in quanto diverse sono le applicazioni del co-housing;  la definizione che mi sento di dare  è che si tratta semplicemente di un modello di vita caratterizzato da una vision di solidarietà, di cooperazione e di partecipazione, da una mission di formare un gruppo che rompa  con il crescente isolamento nelle quattro mura della propria abitazione ed indifferenza e che possa partecipare, ognuno con la propria esperienza e con il proprio carattere, al mantenimento e alla crescita intellettuale e sociale del gruppo e da obiettivi di ottimizzazione dei costi, di riduzione dei consumi, tutto per stare insieme, pur mantenendo la propria privacy e utilizzando principalmente il “buon senso”  che è sempre vincente.

Una volta definito il concetto di co-housing vediamo di chiarire alcuni primi elementi portanti che sottopongo con formulazione di domande.

Ma cosa deve fare il gruppo?  Una volta che il gruppo si è formato bisogna individuare una persona con competenze specifiche che possa incaricarsi di trovare un immobile (o un’area) con particolari caratteristiche che prendano in considerazione, tra l’altro, clima, vicinanza a città (particolarmente interessanti e con un buon grado di vivibilità) , rete di trasporti urbani, rete stradale, qualità dei servizi sanitari, disponibilità di terreno . Si passa poi alla fase attuativa di progettazione dei locali che prevede mini alloggi, sale per servizi comuni (cucina, lavanderia, saloni per incontri, dibattiti, riunioni), salette per ascoltare musica, sala biblioteca, palestra  e quant’altro fosse suggerito.  Bisogna preferibilmente far riferimento ad un immobile già esistente che può essere ristrutturato in tempi brevi e a costi sopportabili.  Questi due passi sono di grandissima importanza.   E’ necessario strutturare, poi, un piano di fattibilità e un piano operativo  perché bisogna assicurare agli ospiti la continuità dell’esistenza del co-housing e perché bisogna  valutare i risultati gestionali che non possono essere negativi.  

Come viene gestita la co-house?  La co-house è gestita dagli stessi ospiti (a rotazione) che danno il proprio contributo per sempre maggiormente  migliorare il pensiero di vita in comune.  Si prevede la presenza di un responsabile della gestione del co-housing che sempre appartiene al gruppo.

Quanto potrebbe costare vivere in una co-house?  I costi sono relativi all’affitto del mono locale e ai servizi  “comuni” e quindi cucina, lavanderia, pulizie, gli eventuali sevizi sanitari che la “gestione” deve garantire; la quantificazione del costo appare a questo punto ancora prematura ma penso che possa essere inferiore a quanto si spende vivendo da soli. Ecco perché il valore dell’investimento iniziale è di preponderante importanza.

Tutti possono partecipare al co-housing?   Con franchezza devo dire che l’obiettivo è di condividere un percorso con persone che siano a disposizione degli altri, che apprezzino la vita sociale, che siano a disposizione con idee, suggerimenti che costruiscano il proprio benessere e quello degli ospiti.

E se io voglio portare nella co-house i mobili/quadri che ho  a casa?  Liberissimo di farlo; si tiene sempre presente il quoziente rispetto verso gli altri.

Ma se una persona vuole lavorare?   In alcune situazioni è permesso che gli ospiti  svolgano alcune attività come cucinatura (pasti, dolci, pasta fatta a mano, etc) manutenzione ordinaria, giardinaggio, orto. Anche qui lo scopo è quello di tenere in movimento il proprio asse intellettivo lavorando e sentendosi utili alla collettività.

Come si svolge la giornata?  Alla base esiste un regolamento, strutturato con molta semplicità,  che può essere integrato e modificato dagli ospiti. L’utilizzo della giornata è completamente a disposizione della singola persona che può entrare e uscire dalla co-house quando vuole, che può invitare i propri familiari e amici, tenendo presente il regolamento. Per quanto riguarda incontri, dibattiti, viaggi, etc., questi vengono programmati e decisi dal gruppo .

Si può sciogliere il rapporto con la co-house?  Decisamente si, una volta definiti gli aspetti contrattuali.

La gestione della co-house può allontanare un ospite?  Anche qui la risposta è positiva; a estremi mali estremi rimedi.

Questa è una prima idea che spero possa dare apertura a nuovi inserimenti di discussione e di fattibilità.  Grazie per voler partecipare. Danilo Cesare

In foto: un gruppo in cohousing

 

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Piccole trasgressioni

La vita non è fatta solo di buone pratiche e comportamenti virtuosi…

Quali sono le trasgressioni a sessant’anni ?

In poltrona davanti alla tv e… un cioccolatino tira l’altro… finire tutta la scatola

Accettare l’invito di persone vent’anni più giovani e lanciarsi in una partita di tennis o in una gara in bicicletta

Stare fuori fino a tardi e mentire ai figli quando chiedono dove sei stato la sera precedente

Farsi una bella bevuta in compagnia anche se il medico ha detto che ad una certa età bisognerebbe  limitarsi a un bicchiere

Fare un acquisto spropositato senza preoccuparsi dei soldi che serviranno quando la vecchiaia sarà difficile

Vestirsi per una volta come la nipote ventenne

Attaccar bottone con una fanciulla di trent’anni più giovane

Per un giorno spegnere il computer, prendere carta e penna, scrivere una lunga lettera ad un amico e spedirla in una bella busta

Altro che lavoro o volontariato… passare pomeriggi interi a fare shopping

Andare al ristorante da solo e mangiare tutto quello che sarebbe vietato

…………………………

Quali sono le tue trasgressioni ?

 

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Disoccupata mi sono riciclata a 54 anni

Da parte di Anna59: Ho letto l’articolo share housing e la trovo una splendida finalità. Forse perché mi piace la compagnia ma anche la solitudine. Il mio progetto di vita però è quello di cercare un lavoro. Da assistente ufficio acquisti di una multinazionale mi sono ritrovata disoccupata a 50 anni.
Ho utilizzato l’anno di disoccupazione per fare il corso OSS operatore socio sanitario e ho lavorato per due anni, a tempo determinato, in una grande RSA pubblica per assistenza anziani. Devo dirle che mi sono trovata molto bene perché, nel piano degli ospiti che ancora erano lucidi, cercavamo di rispettare (nel limite dei tempi e delle priorità preposte per seguire 22 ospiti in reparto), le esigenze del singolo ospite nella sua individualità. E’ però vero che gli ospiti, il più delle volte, devono essere “spronati” a camminare e a svolgere attività con animatrici e/o con fisioterapisti.
Ecco, se la salute mi assisterà, mi piacerebbe poter prima di tutto condividere la mia vecchiaia con mio marito, ma è anche vero che per gli anziani non ci sono molte opportunità di incontro con altri coetanei. Questo è un peccato perché interagire con altre persone ci mantiene attivi.     Saluti Anna59

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Amicizie e vitalità

Se ti accorgi che un coetaneo dall’ultima volta che l’hai incontrato rivela uno sguardo più spento, un dialogo smozzicato, un’incapacità di partecipare emotivamente a qualunque discorso provi a imbastire, è chiaro che il suo invecchiamento ha preso una brutta piega. Fatta salva l’ipotesi che abbia avuto una nottataccia insonne o che sia imbottito di farmaci, che anche questi comunque sono brutti segni, ci sono buone probabilità che non stia invecchiando affatto bene.

Poi invece incroci un sessantenne dallo sguardo intenso e brillante, dalla parlata vivace, dalla conversazione appassionata e ti chiedi: da dove gli vengono queste qualità ? qual é il segreto per mantenersi vivo e per continuare a trasmettere vitalità agli altri ?

Magari ci fosse una sola risposta ! Ovviamente le ragioni possono essere tantissime, ma c’è una costante in chi mantiene queste caratteristiche anche da senior: il segreto è la ricchezza di rapporti sociali e di amicizie.

L’intreccio positivo tra una vita sociale attiva, una mente che non perde troppi colpi e una condizione fisica che consente una maggiore longevità è stato ormai certificato sia dalla psicologia sia dalla medicina: i senior che frequentano altre persone, hanno amici, si relazionano con nuove conoscenze, hanno più probabilità di altri di evitare il decadimento cognitivo e la depressione; al contrario, hanno più possibilità di dare un senso alla propria vita, di continuare ad interessarsi al mondo e di dedicarsi con altri ad attività vitali.

Cosa fare quindi per mantenere una vita sociale attiva man mano che l’età avanza? Fondamentalmente due cose: coltivare i rapporti con amici e conoscenti da una parte e dall’altra aprirsi a nuove conoscenze e rapporti.  Naturalmente mantenere con costanza la cerchia delle relazioni di sempre è più facile per chi non si è spostato dal luogo dove ha vissuto per molti anni: importantissimo, in questi casi, sentire e vedere gli amici, condividere con loro le ultime esperienze, raccontarsi gioie e dolori, avere insieme momenti di divertimento e relax. Raccontarsi dei figli che si rendono autonomi, scambiarsi confidenze sui nuovi interessi che si stanno coltivando, confessarsi le sempre più frequenti magagne di salute e di lavoro, è un balsamo a costo zero più efficace di tanti farmaci. E anche se non si é proprio amici per la pelle, svolgere insieme attività di comune interesse, vedersi per discutere dell’attualità, passare una serata davanti a un bicchiere di vino, sono anche questi tutti modi non solo per tenere vivo il rapporto con amici e conoscenti, ma soprattutto per “tenersi vivi”.

Aprirsi a nuove conoscenze è altrettanto importante. E’ una necessità imprescindibile per chi va a vivere in una nuova città o in un nuovo paese e per chi si ritrova da solo dopo una vita spesa quasi solo in coppia e che per qualche ragione si è interrotta. Ma fare nuove conoscenze è una linfa fondamentale per tutti perché consente di tenersi aperti al mondo e di non irrigidirsi (l’irrigidimento è un pericolo serio con l’età!): l’invecchiamento peggiore è di chi si fossilizza nelle proprie visioni del mondo, di chi si rifiuta di scalfire le proprie  convinzioni e di chi non riesce ad essere più curioso delle nuove conoscenze e scoperte. Non è facilissimo, dopo i 50-60 anni, avviare nuove amicizie e nuove conoscenze significative, da senior siamo tutti un po’ più selettivi di quando eravamo giovani, ma è sicuramente un errore chiudersi a riccio nel proprio “piccolo mondo antico” o, peggio, nella propria solitudine.

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Donne in rinascita

Rinascere, reinventarsi, scoprire una nuova vita: sono sempre numerose le vostre testimonianze che raccontano della possibilità, pur tra molte difficoltà, di intraprendere un nuovo percorso anche dopo i 50 e i 60 anni. Conoscerle è sicuramente di aiuto e di buon auspicio per tutti.

Ecco qui il messaggio di Gabriella: “Rendersi conto che la tua vita non è finita in conseguenza delle traversie che hai vissuto, ma che hai conservato energie a sufficienza per riemergere e rifiorire è stata per me una grande scoperta.

Reinventarsi l’esistenza e ristrutturare la propria personalità a 50 anni non è cosa semplice: è fatica, dolore e solitudine. Adesso ho 56 anni e sono contenta di essere “rinata” e di provare al mattino la gioia di poggiare lo sguardo sul mondo. Anche in assenza del mio compagno di vita che è morto troppo presto. Gabriella”

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L’invecchiamento lento

“Sto invecchiando”, sento dire spesso, e chi lo dice di solito fa riferimento a trasformazioni del proprio corpo, a qualche lentezza nelle reazioni mentali, a qualche differenza nel ruolo sociale o familiare che ricopre.  Secondo un interessante studio di Diego Vezzuto apparso sulla rivista Neodemos (la rivista on line dei demografi italiani), il processo di invecchiamento dalla condizione del classico adulto maturo alla fase di vita successiva durerebbe mediamente 13 anni, con l’inizio della transizione che avverrebbe tra i 50 e i 60 anni. Le “tappe” importanti del processo di invecchiamento sarebbero segnate, secondo questo studio basato su dati del progetto europeo Share, dai seguenti eventi che implicano un cambiamento di ruolo o di status: l’uscita dal mercato del lavoro, l’uscita dell’ultimo figlio dalla casa d’origine, la nascita del primo nipote, la perdita del coniuge e il peggioramento delle condizioni di salute. Addirittura, Vezzuto riconosce durate del processo di invecchiamento diverse da Paese a Paese: ad esempio, “breve” quello degli Austriaci o dei Polacchi, “intermedio” quello dei Francesi, “medio-lungo” quello dei Tedeschi, “posticipato” quello degli abitanti della Svizzera, della Svezia e dei Paesi Bassi. Anche per noi Italiani il processo d’invecchiamento sarebbe “posticipato”, soprattutto perché lo si intraprenderebbe tardi.

Ora, a parte le differenze Paese, credo che effettivamente anche nell’esperienza individuale siano per molti riconoscibili gli eventi che lo studio identifica come “tappe” del processo di transizione e condivisibile da molti che esso sia un percorso prolungato nel tempo.   Sul piano familiare la varietà degli eventi “marcatori” è ampia, anche se non segue un calendario standard di età: a 60 anni può succederti di vedere i figli uscire di casa, ma anche di averli già autonomi da dieci anni o di tenerli sotto il tetto di casa per i dieci anni successivi; può succedere che diventi neo-nonno, ma anche neo-padre; puoi iniziare un periodo di riscoperta della coppia con il partner di una vita o magari invece ti può capitare un nuovo amore con un coetaneo. Nella sfera lavorativa, per qualcuno l’evento “marcatore” è il classico giorno del pensionamento, ma per qualcun altro è un improvviso licenziamento o un’imprevista riduzione di responsabilità. E’ forse però soprattutto il fronte fisico quello a cui siamo più sensibili e che di più ci fa notare che gli anni passano.  Se da una parte è sicuro che agli acciacchi non si sottrae nessuno e che la roulette delle malattie serie è sempre all’opera, è altrettanto certo che la medicina oggi consente a tutti maggiore ottimismo, che finalmente l’attenzione alla prevenzione si sta facendo strada diffusamente e che si sta imponendo una maggiore propensione al movimento fisico e all’alimentazione sana.  Così, un’importante conseguenza è che il declino fisico, che quando si viveva meno era normalmente concentrato in pochi anni, oggi si diluisce su decenni, pur con una resistenza altamente variabile da persona a persona.

In questo quadro di “invecchiamento lento, posticipato e prolungato” è però probabile che sperimenteremo dissonanze forti, anche a livello fisico, tra il mantenimento da un parte di condizioni “giovanili” grazie alla medicina rigenerativa (ad esempio con le “riparazioni” di cuore e fegato grazie alle cellule staminali) e invece il peggioramento dall’altra parte sul fronte delle malattie neurodegenerative, viste le maggiori difficoltà che la scienza medica sta affrontando in questo campo. Allo stesso modo, sperimenteremo disorientamenti tra un invecchiamento fisico molto lento e cambiamenti invece talvolta repentini di ruoli sociali e familiari.

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Cambio di stagione

Scrive Mercedes: Sono ottimista di natura. E meno male perchè son dovuta passare sotto le Forche Caudine per molte volte. Ho sessantaquattro anni, tre figli ormai grandi e tre nipoti. Sono divorziata da otto anni da un uomo che ha visto in me i pioli di una scala da usare per lanciarsi in alto. E lo ha fatto, a mie spese ed è stato anche bravo! Io vivo da sola, ma non soffro affatto di solitudine: mi tengo compagnia e mi diverto anche tanto. Faccio delle cose piacevoli, da sempre coltivate con fatica a causa degli impegni lavorativi (facevo la maestra) e familiari. Ho scritto libri per ragazzi, tre raccolte di racconti ed un libro giallo; amo dipingere e disegnare, mi diverto a creare oggetti strani ed inconsueti, perfettamente inutili ma divertenti; amo chiacchierare ed ascoltare, ma non sopporto le banalità. Ho poca autonomia di movimento per dei problemi di salute, ma utilizzo la mia passione per la lettura, così mi “muovo” molto… muovendomi poco. E poi ci sono i due nipoti adolescenti che stazionano da me dall’ora di pranzo a quello di cena. Sono loro la mia finestra su questo strano presente.

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Due sorelle, due percorsi

“Young old”, “giovane anziano”, è un ossimoro non particolarmente accattivante, un’espressione recente un po’ asettica frutto della necessità dei demografi di trovare nuove classificazioni che rendano giustizia alle grandi differenze nel mare magnum del mondo che va dagli over55 agli ultracentenari e che tanti si ostinano a semplificare parlando di “anziani” e di “terza età”.  Cosa accomuna, per dire, un 60enne con un 88enne ? Nulla, di solito, se si pensa agli eventi lavorativi, familiari e di salute tipici di queste due età. Quindi è ben comprensibile che, con l’allungamento della vita e la presenza sempre più robusta di 80enni, 90enni e over 100, si cerchino nuovi modi di descrivere la realtà. In questo sforzo di rappresentazione di una realtà in cambiamento e sempre più fluida, credo che sia corretto riconoscere che pure all’interno della famiglia dei 55-75enni si stanno producendo delle differenze significative, in cui la novità maggiore è data dalla figura del cinquantenne o neo sessantenne che vive gli anni presenti con un senso di disorientamento che spesso i fratelli e le sorelle maggiori di solo qualche anno non hanno provato.  Premesso che ogni caso fa storia a sé e che i percorsi di vita individuali sono più significativi delle medie statistiche, è però innegabile che sta iniziando a prodursi una faglia nel mondo dei senior e che essa ruota intorno al tema del lavoro, della pensione e della tranquillità economica. Il caso di Roberta ed Emilia ci possono aiutare a capire cosa sta succedendo. Roberta, 58 anni, ha una sorella maggiore, la 66enne Emilia, il cui esempio pensava le facesse da bussola, mentre si sta rendendo conto che per lei è un’altra storia.  Roberta ha visto Emilia lavorare e poi andare in pensione a 58 anni, l’ha vista interrogarsi su come impiegare al meglio il tempo libero che le si era improvvisamente offerto, l’ha ammirata quando ha capito che si stava dedicando a nuovi progetti e alla realizzazione dei suoi sogni di viaggio; l’ha anche appoggiata moralmente quando ha messo mano ai risparmi per sostenere il figlio che metteva su casa. Sia Roberta sia Emilia sono sempre state volenterose, infaticabili, ottimiste e fiduciose verso il futuro; entrambe hanno studiato e hanno sempre vissuto attribuendo al loro impegno e al lavoro un ruolo importante. Anche per tutte queste ragioni Roberta si aspettava di poter “copiare” l’esempio di sua sorella maggiore. Oggi invece Roberta si sente immersa in una realtà che ha preso le distanze da quella di sua sorella: non è solo l’idea di lavorare ancora quasi dieci anni prima di aver diritto alla pensione, è che nel lavoro le sembra di far troppa fatica a tener dietro a richieste sempre più pressanti, richieste che più la crisi si è inasprita più si fanno assillanti, senza nessuna attenzione alla sua età che avanza; è che vede parecchi coetanei e coetanee lasciati a casa e finire come pesci fuor d’acqua, sostanzialmente emarginati dal mercato del lavoro; è che vedere la crisi “da dentro” le provoca, a lei che è cresciuta in un mondo di progresso e di miglioramenti, una sorta di shock, fatto di amarezze, di delusioni e di incredulità. Le serve una forza d’animo enorme per mantenere il passo e per non rinunciare a pensare a modi alternativi e nuovi di spendere i suoi prossimi anni di vita. In questo, però, è sola, il percorso di sua sorella maggiore non le è di alcun aiuto.   In foto: due donne senior.

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