Posts from: gennaio 2014

i 60 ruggenti: giro di boa

Scrive Alberto: Sono Alberto oggi 63enne, tutti mi dicono che non li dimostro, e fino a qualche giorno fa ci ho creduto pure io anzi ne ero convinto in fondo all’anima. Mi ha fatto sempre piacere sentirmi dare del tu da persone più giovani, quasi che mi facesse sentir d’esser parte di una comunita’, di un gruppo. Non e’ il complesso di Peter Pan , l’eterno ragazzo che non vuol crescere, ma quando la cassiera del teatro, l’altra sera mi ha fatto pagare i biglietti con lo sconto “per gli over 60″, ho pagato e poi mi sono un po’ risentito. Peccato che non si possa fare ma vorrei poter ancora pagare l’intero!

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Ricordi di viaggi e vacanze

Di fronte alla prospettiva di un periodo di vacanza ognuno di noi si comporta in modo diverso. C’è chi vuole andare sul sicuro e chi invece vuole sperimentare sempre qualcosa di nuovo. E può anche capitare che ciascuno di noi preferisca in alcuni momenti le sicurezze e in altri momenti le sorprese.

I  miei ricordi di bambino cresciuto nel periodo del boom economico sono di una famigliola che al momento delle vacanze caricava sulla prode Dauphine (era un’automobile, non una colf) una quantità irragionevole di bagagli e che, allo scadere del weekend di S. Pietro e Paolo, non un giorno prima non un giorno dopo, partiva inerpicandosi lungo i tornanti della Cisa, quella originale, la statale con così tante curve che non può che essere stata opera di uno con la mente contorta (oggi se volete che uno si faccia tutta la statale della Cisa dovete promettergli che alla fine vincerà una Ferrari).  Una mezza dozzina di fermate per vomiti e pipì erano assicurate, ma lo stoicismo dei miei genitori veniva ripagato dopo circa quattro – cinque ore di viaggio, quando in lontananza si cominciavano ad intravedere le Apuane e, finalmente, il mare.

La mitica Marina di Massa ci aspettava con le sue spiagge, i suoi ombrelloni, i suoi ping pong da stabilimento balneare e soprattutto con le stesse facce di villeggianti. All’ombrellone di sinistra ritrovavamo i signori di Pontedera e a quello di destra quelli un po’ più antipatici che venivano da Torino, che però avevano una figlia che con il passar degli anni si faceva sempre più interessante. Lì si rimaneva per un mese, la giornata scandita da ritmi che neanche in un collegio svzzero: alle 10 già tutti in slip da bagno sulla spiaggia, alle 12.30 via tutti a far la doccia e alla casa presa in affitto per il pranzo, poi dalle 15 alle 18 replay. L’evento della giornata, per quel che mi riguardava, erano le finte gare ciclistiche, finte perché con il ciclismo non avevano niente a che fare: ci si inventava una pista e con lo scatto dell’indice e del pollice si faceva a gara spingendo in avanti i tappi delle aranciate, ciascuno dei quali era associato ad un ciclista famoso. Me lo ricordo bene, perché non ero niente male a questo sport particolare. Per tutto il mese stavamo a corto di informazioni di quelli che conoscevamo: le comunicazioni telefoniche come siamo abituati ad averle oggi erano ancora di là da venire ma tutto sommato quell’ assenza di trilli non impensieriva nessuno. Mio padre, non so per quale vocazione masochistica, si faceva avanti e indietro da Milano tutti i fine settimana, finché scaduto il mese non ci riportava a casa.  Prima di partire però bisognava ricordarsi di una cosa fondamentale: passare dal signor Antonio, che era il gestore dello stabilimento, e fissare per l’anno successivo: mi raccomando, stessa fila e stesso ombrellone !  Ecco, non si poteva proprio dire che le mie vacanze da bambino fossero piene di incognite. Sapevo in anticipo quel che mi aspettava e tra l’altro, siccome non mi dispiaceva per niente, partivo un po’ meno musone del solito. 

Forse per reazione personale, forse perché nel frattempo l’Italia non era più la stessa, qualche anno dopo la mia vacanza era diventata un’altra cosa. Non era vacanza se non ci mettevo una dose consistente di avventura e se per caso tutto filava liscio un po’ mi dispiaceva. Intanto, guai a pensare di tornare negli stessi luoghi degli anni precedenti: il must era diventato viaggiare, esplorare, scoprire quel che non era ancora omologato.  Negli anni Settanta non c’erano ancora i low cost, i genitori erano disposti a svenarsi per mandarti a Croydon o a Hastings per imparare l’inglese, ma non a sovvenzionare delle vacanze un po’ balzane, quindi se volevi raggiungere le destinazioni più lontane dovevi inventarti un mezzo di locomozione terrestre. A parte quelli mitici che arrivavano in Afghanistan in autostop (lo confesso, non ci ho mai nemmeno provato), i più si lanciavano verso méte esotiche con vecchie carriole che si brindava se riuscivi ad arrancare fino al confine di Stato. Andava ancora molto la canadese: due sere su tre, dopo aver viaggiato tutto il giorno ad una media che superava di poco i 70 all’ora, si piantavano i paletti della tenda e si piombava in un sonno pesantissimo; la terza sera, anche perché il fetore cominciava ad essere intollerabile, le ragazze riuscivano a rimediare un alberguccio di infima categoria che a quel punto però sembrava una reggia.

A quell’epoca non c’era ancora l’immigrazione dall’estero, se per caso ti passava di fianco uno con una tunica fino ai piedi, e non era un prete, tutti si voltavano e lo squadravano incuriositi; se ti passava di fianco una col velo faceva un po’ meno scalpore perché eravamo ancora abituati alle nonne del Sud Italia che andavano in giro con la testa coperta di nero . Ma insomma, le grandi migrazioni mondiali verso l’Italia dovevano ancora iniziare e allora destinazioni come il nord Africa o la Turchia erano il massimo dell’avventura e dello sconosciuto. Trovavi coetanei italiani arrivati con mezzi di fortuna tra i berberi marocchini, in Cappadocia, ma anche a Capo Nord e, naturalmente, non potevi aver mancato la traversata dormendo sul ponte di una qualche scassatissima e iperaffollata nave greca.  L’Erasmus non era stato ancora inventato ed eravamo felici di vivere l’avventura, la scoperta, l’incognito.

A dir la verità non provavamo tutti sempre gli stessi sentimenti.Quella volta che ci eravamo mossi dall’Italia in sette su un pullmino 850 Fiat per raggiungere Istanbul e alla seconda notte di pioggia incessante sulla Serbia e sulla Bosnia (che allora non sapevamo si chiamassero così, erano semplicemente una Yugoslavia dove ci stupivamo che usassero caratteri diversi dai nostri), ci ritrovammo fradici noi, le nostre tende e i nostri bagagli, con i topi che di  notte impedivano di dormire, in alcuni del gruppo la preoccupazione e l’ansia presero il sopravvento. Va bene l’avventura, ma fino a che punto ? fu la domanda posta il mattino dopo al riparo in una bettola davanti a una tazza di schifoso caffè tiepidino. Eh sì, sono i rischi del mestiere del vacanziere avventuroso ! Ti piace l’idea di scoprire nuovi mondi, di metterti alla prova, di entrare in contatto con genti e culture diverse, di sperimentare situazioni non scontate, ma il prezzo che paghi è l’incertezza e quel che provi è quel sottile sentimento che si fa strada, prima quando valuti razionalmente i rischi legati a quel che stai per fare, poi quando si trasforma in agitazione perché ti rendi conto, nel bel mezzo della situazione, che non la controlli più del tutto e che le spiacevolezze sono più di quante ti saresti immaginato. 

E’ stato probabilmente a partire da quel periodo, quegli anni Settanta in cui quelli che erano tra i venti e i trenta sperimentavano questo tipo di vacanze, che si diffusero per reazione le vacanze organizzate, basate su questo patto: tu fidati di me e io ti offro divertimento, viaggio, se vuoi anche un pizzico d’ avventura, ma soprattutto stai tranquillo, ti do la garanzia che troverai tutto quello che ti prometto e senza sorprese negative.

 

 

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Infantile? Sì, forse, ma viva.

Scrive Elisa: Elisa, abito a Milano, impiegata. Sono capitata per caso su questo sito, fresca di un compleanno che mi ha visto festeggiare 58 anni; a incuriosirmi, fra le varie cose, sicuramente quel viaggio in catamarano tra le isole greche, proposto da un signore Anonimo. Che potrebbe volere di più una sagittariana purosangue? una che ama l’intimità della propria casa, ma sente sempre forte un costante bisogno di vedere il mondo, di relazionarsi con altre realtà e persone? Ho viaggiato molto e continuo a farlo, appena il lavoro me lo consente. Viaggio perché sono curiosa, ma soprattutto per portarmi nei ricordi emozioni forti, quelle che mi può offrire un cielo stellato su una barca in mezzo al mare o il suono di una chitarra attorno al fuoco in una spiaggia lontana. Sono infantile? Sì, forse, ma viva.
Con gli anni do sempre meno importanza al denaro, che pure rispetto, e alle cose materiali. Confesso però di non essere molto brava nel downshifting, diversamente da Silvia. In compenso do molto peso alle parole dette o scritte; una parola a sproposito può essere più tagliente di un coltello e rovinare la bellezza di un rapporto umano.
Inseguo le persone spiritose, che non si prendono troppo sul serio e, anzi, riescono a sorridere perfino nei momenti di difficoltà; nella vita, del resto, difficilmente la gente ti viene a cercare se tieni il muso. Mi apro con facilità agli altri sia quando sono allegra, sia quando soffro, perché sono convinta che faccia bene a me, ma anche a chi mi sta di fronte. Se sono particolarmente triste, porto alla memoria i momenti felici e le fortune godute fino ad oggi, in particolare le scelte libere negli studi e negli affetti. A 28 anni mi innamorai di un uomo molto più grande di me; a mia madre venne un colpo quando lo seppe, ma poi capì che era vero amore e i venti anni di convivenza in seguito lo confermarono.
E quando in auto canto a squarciagola, straziando le canzoni di Baglioni o Vasco, penso che, per fortuna, non mi sente nessuno; allora canto ancora più forte. Infantile? Sì, forse, ma viva.

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Inquieta, ribelle, forse folle o forse no

Scrive Laura60: Dopo gli anta si manifestò la mia “follia”, almeno così qualcuno la chiamò, così l’avrebbe chiamata mia madre se fosse stata in vita. La follia forse era solo un modo, l’ultimo che inconsciamente mi rimaneva per essere ascoltata, capita, accontentata e sì, io volevo solo essere “accontentata”ogni tanto e che si capisse che siccome mi comportavo da madre, donna, moglie quasi perfetta e ci credevo in questo allora avrei voluto ogni tanto uscire da questi schemi…non per fare cose che potessero nuocere, ma solo per non intristirmi in una vita dove mio marito con l’appoggio anche di mia madre dava la priorità ai figli, ai genitori, al lavoro e sacrifici vari. Essendo poco ascoltata caddi in depressione cosa di cui comunque non do colpa agli altri, magari fa parte del mio dna, ma certamente i mei non mi hanno molto aiutato in questo senso. Ho dovuto cavarmela da sola, attacchi di panico compresi, periodo terribile. Poi le vicende della vita: malattie gravi dei genitori, responsabilità dei figli , tradimento di mio marito, mi portano a darmi coraggio e infatti li affronto alla grande. I figli poi crescono, i genitori non ci sono più, ho perso tanti amici, mi dico basta e riprendo in mano la mia vita…comincio a uscire con qualche amica conosciuta nel web puntualmente, non so perchè, giudicata puttana da mio marito… Non so il perchè, vado a ballare, conosco una persona e mi innamoro, faccio follie anche se con qualche momento d’ansia, ma è come una seconda giovinezza…week end, serate romantiche, comincio a disamorarmi anche se già forse lo ero di mio marito, non frequento più sua madre donna possessiva e autoritaria, insomma mi diverto! Noto con piacere..a 57 anni di piacere ancora..poi il crollo, la cosa si sa, mio marito fa il pazzo, quindi la vergona nei confronti dei suoi parenti.. Anche se si sa che “chi non ha peccato scagli la prima pietra” iniziano anni di inferno, ma non mi lascia, “mi perdona”, un perdono che io non ho chiesto perchè non mi sentivo in colpa, lui poi cambia un po’, capisce anche se non lo ammette apertamente che le colpe sono reciproche, diventa più mansueto e comprensivo con me ed io cambio, divento più gentile e ricomincio a fare “la donna per bene che tiene in piedi la famiglia”.  La persona di cui ero invaghita sparisce, soffro la mancanza ma poi dimentico. Ora la situazione in casa, con una figlia di 35 anni che vive con me e l’altro fuori, è tornata alla normalità o quasi, ma io non rinuncio ai miei piccoli svaghi “leciti”. Non fequento altri uomini però, anche se a volte mi pesa perché mi toglie tempo ad altre cose con cui mi sentirei realizzata, ad esempio ho l’hobby delle foto. Cerco cmq di accontentare la famiglia dove del resto io non lavorando penso sia anche mio dovere dare il mio contributo.Però, e adesso concludo, da un po’ di tempo gli attacchi di panico anche se a periodi sono ricominciati. Beh, avrei voluto scrivere: “e vissero tutti felici e contenti”… no:  “e vissero tutti SERENI e contenti delle piccole cose che la vita, che è dura per i più…ci offre”

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Piccola ma adatta a me

Scrive Silvia Ghidinelli: Ho traslocato a settembre  in un’ abitazione più piccola, con open space e grande terrazzo, ma, come già ho raccontato tempo fa in questo blog, ho dovuto fare downshifting, cioè rinunciare a parecchi quadri, libri, mobili e relativi contenuti  che mi avevano accompagnato da una vita. Ora sono qui nella mia nuova casa con una bella scritta sul muro regalatami a Natale da mia figlia  parva sed apta mihi  e gli amici mi chiedono: “Ma come ti trovi, non ti manca nulla di prima?”

Devo dire in tutta sincerità che non mi manca proprio nulla: i libri so in quali biblioteche civiche  ritrovarli, se occorre,  per il resto mi scalda il cuore sapere che ciò che ho regalato serva  a qualcuno.Ma la domanda mi ha scavato un po’ dentro e mi sono accorta che ciò che mi rende così serena e senza rimpianti o pentimenti è il pensiero che mi aveva guidato in sottofondo per tutta l’estate. Dentro di me ho sempre avuto l’eco di ciò che dice  Jerome K Jerome nel libro “Tre uomini in barca per non parlar del cane”,  in cui esorta gli uomini a mantenere leggera la navicella sul fiume della propria vita. Alla fine sono andata a cercare il libro ( l’avevo tenuto!) e mi piace riportarne qui un pezzo:

….”Quanti nel corso di quella navigazione sovraccaricano la loro barca, a rischio di naufragare, con un ammasso di cose superflue che credono indispensabili a rendere piacevole e comodo il viaggio e che, invece, sono soltanto inutile zavorra. …     Gettate la zavorra, uomini! Fate che la navicella della vostra vita sia leggera, carica soltanto di ciò che vi è indispensabile, una casa ospitale, semplici piaceri, due o tre amici degni di questo nome, qualcuno che vi voglia bene e a cui vogliate bene, un gatto, un cane, qualche pipa, quel che basta per sfamarvi e vestirvi…

…Vedrete che la barca sarà più facile a governarsi e più difficile a capovolgersi; e se poi si capovolgesse, non sarà un gran guaio, le merci buone sopportano l’acqua. Avrete il tempo di pensare oltre che di lavorare, il tempo di abbeverarvi al sole della vita…..”   Ecco, questi  sono i pensieri che  mi hanno saggiamente guidato e non mi fanno pentire di nulla.

 

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Senior digitali

Ecco un nuovo contributo di Patrizia Belleri a I ragazzi di sessant’anni:  Giorni fa, un mio paziente di 25 anni, parlando della madre, mi diceva: “Devo occuparmi io degli strumenti tecnologici di casa: la mamma è anziana e non sa utilizzare il computer, e nemmeno inviare un sms”. Sorpresa, data la giovane età del ragazzo, gli ho chiesto quanti anni avesse la madre: ne ha 50!
Mesi addietro, una zia di 85 anni mi ha confidato: “Che peccato dover morire senza aver conosciuto questa meraviglia che deve essere Internet”. Curiosa e un po’ dubbiosa, l’ho guidata nell’acquisto di un pc portatile e le ho dato i primi rudimenti di alfabetizzazione informatica. A dispetto delle sue amiche che trovavano stravagante questa sua scelta, la zia ha imparato a poco a poco a utilizzare il computer, fino a muoversi in piena autonomia tra e-mail, gestione del conto corrente, lettura dei giornali e tanto altro. 

Queste persone rappresentano due estremi, e fanno riflettere su una variabile determinante nello studio del processo evolutivo dalla nascita alla vecchiaia: l’adattamento al nuovo. La mamma cinquantenne del mio paziente è percepita “anziana” dal figlio perché carente dell’adattabilità tipica dei giovani. Al contrario, la zia, anziana anagraficamente, possiede intatta la flessibilità mentale che le consente un buon adattamento al nuovo.

Con le dovute eccezioni nell’uno e nell’altro senso, l’attuale generazione dei Senior, proprio per essere stata protagonista di tanti e veloci cambiamenti, è più flessibile nell’accettare le novità.   In tutti i settori della vita quotidiana abbiamo conosciuto un rapido susseguirsi di modi diversi per fare le stesse cose. Abbiamo imparato a scrivere con penna e calamaio, poi abbiamo utilizzato la macchina da scrivere manuale, quella elettrica,  i programmi  di word processing e molti di noi si trovano ormai più a proprio agio con la tastiera che con la penna. 

A vent’anni ci siamo corteggiati con lettere di carta, mentre aspettavamo  per ore che la persona amata ci telefonasse; oggi – sempre connessi e reperibili – anche noi comunichiamo e ci corteggiamo utilizzando Whatsapp e i Social Network: l’unica modalità che i nostri figli conoscono.

Quando i nostri genitori avevano la nostra età, diffidavano dei primi telefoni cellulari e noi cercavamo di convincerli dell’utilità di strumenti che essi guardavano con sospetto.  Oggi noi accogliamo le nuove tecnologie con entusiasmo, ma anche con disincanto, senza demonizzarle né mitizzarle. Semplicemente, le adoperiamo e le  adattiamo alle nostre esigenze. La marcia in più che ci mettiamo è  lo spirito critico di chi ha visto nascere e morire miti e verità: forse è questo il valore che possiamo trasmettere ai giovani.

L’immagine stereotipata del giovane che aiuta l’anziano a districarsi tra le diavolerie della tecnologia è ormai superata, tenendo anche conto che la gran parte dei Nuovi Senior ha  avuto un approccio con le tecnologie digitali nell’ambito lavorativo e professionale.    Credo che i modi di percepire e di utilizzare gli strumenti tecnologici siano diversi a seconda dell’età e delle esperienze, ma gli approcci differenti possono condurre a una sinergia utile a entrambe le generazioni.
Invecchiamento attivo, dunque, ma anche solidarietà tra le generazioni e non a senso unico, affinché le risorse di ciascuno possano far diventare tutti un po’ più ricchi.

Segui Patrizia Belleri anche su http://www.patriziabelleri.it/

 

 

 

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Festeggiare sessant’anni

Scrive Maria Francesca: Vivo sola e ho sessant’anni, vorrei festeggiarli sabato prossimo con amici ….per fortuna sono “troppi” ….quindi se vado in un locale sono tanti soldi , se invito a casa è tanta fatica…..qualcuno mi dà qualche suggerimento??? gestisco un centro yoga e vorrei dare un taglio yogico alla mia festa….ma cosa fare ? considerando che tanti amici non praticano ?
grazie ……avrei proprio bisogno di una bella idea…..

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Ursa minor

Scrive Renata: “Ciao a tutti coloro che mi leggeranno!
Sono una signora sessantenne, di Roma simpatica e giovanile, che pratica pilates e yoga, fa volontariato in una struttura oncologica: da qui ha imparato a vivere con giusto distacco ed a collocare gli eventi nelle opportune priorità.
Perchè mi sono appellata “ursa minor”? vivo spesso nella mia tana, anche se non mi dispiace la compagnia.
Figli grandi, autonome, vivo da sola, potrei dire felicemente, gestendomi i tempi e i modi della giornata secondo il mio criterio, ormai irrinunciabile .
Ci sono altri orsi in giro??”

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Il tempo da reinventare

Se gli studi sulla felicità dicono che a quarant’anni ce n’è poca, è anche perché a quell’età il proprio tempo lo si percepisce più pilotato da altri e dal contesto che non da sé stessi. Infatti quella non è solo l’età in cui sei nel mezzo del cammin della carriera lavorativa, ma anche l’età in cui le responsabilità verso la famiglia sono all’apice e i tempi dei figli sono prevalenti sui tuoi.

La vita adulta é molto pressante sui tempi, sia per come é organizzato il lavoro sia per la cura e l’educazione dei figli. Sarebbero sufficienti queste due dimensioni per capire come mai la sensazione diffusa a quell’età è che ti manchi il respiro e che non ci sia mai tempo per te stesso.  Come se non bastasse, a completare il quadro delle situazioni ruba-tempo vanno aggiunti gli spostamenti: appuntamenti e viaggi di lavoro, accompagnamenti di figli e familiari nei posti più disparati, commissioni e acquisti che richiedono ore in auto… Insomma, per molti anni l’organizzazione del lavoro, i figli piccoli e gli spostamenti sono un grande vincolo per l’autodeterminazione dei propri tempi di vita.

Poi ad un certo punto capisci che c’è una svolta: sul fronte delle attività che svolgi, sei tu che scegli a cosa vuoi ancora dedicarti, quali sono le altre attività che sono di tuo interesse e lo fai cercando le modalità e i ritmi che ti sono più consoni; sul fronte della famiglia, i figli sono diventati più grandi e più autonomi, spesso se ne sono andati di casa o se ancora vivono in casa fanno vite molto indipendenti.  Anche gli spostamenti sono diversi, perché non si caratterizzano più come il quotidiano tran tran degli orari comandati dalle convenzioni sociali e i momenti di viaggio non devono più essere necessariamente costretti nei periodi di alta stagione.

Tutti questi cambiamenti sono anche segnali di una diversa possibilità di uso del tempo: hai finalmente liberato del tempo prima vincolato e condizionato da altri e lo puoi regolare e dosare di più tu secondo i tuoi ritmi, le tue esigenze e le tue preferenze.

Dopo trenta o quarant’anni ampiamente condizionati dagli impegni sociali lavorativi e familiari, in cui se eri bravo al massimo riuscivi a negoziare qualche minuscolo spazio per fare altro e in cui ti sentivi dentro un tunnel da cui non era previsto il riemergere a breve, finalmente puoi gustare il sapore di un tempo usato in modo più flessibile e più vicino alle tue esigenze del momento.

Inizia una stagione in cui puoi imparare a riprendere il possesso del tuo tempo e a non farti vincere dall’inerzia delle abitudini e degli stili di vita. Un po’ questo spaventa, il rischio di  vivere la nuova opportunità come un abisso di vuoto e di insignificanza c’é. Ma di gran lunga prevalgono le opportunità. E poi puoi sempre decidere in base alle tue priorità di prenderti qualche impegno vincolante, ma l’importante è non ributtarti in un tunnel cieco solo per paura di non sapere come passare la giornata.

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