Posts from: febbraio 2014

Per vivere fino a 111 anni

Ricevo e pubblico il decalogo di Gabriele.  Siete d’accordo ?

Per vivere fino a 111 anni devi:
1 coltivare 5 hobbies
2 non smettere di fumare
3 leggere almeno un libro alla settimana
4 scrivere il tuo testamento spirituale
5 apprezzare le cose che ti circondano
6 perdonare e non serbare risentimento
7 diventare un cuoco
8 frequentare i vecchi amici
9 voler bene ai figli e ai parenti prossimi
10 regalare un sorriso a tutti

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Disagi e fatiche

Quattro anni senza lavoro

Scrive Mary: Ho perso il lavoro nel 2009 con conseguenze disastrose. Io ho accettato qualsiasi tipo di lavoro anche in nero e sottopagato. Cosa posso fare per recuperare la felicità che mi dava un lavoro ?

Viale del tramonto

Scrive Anonimo 889: Ormai stanco e afflitto, guardando dietro di me vedo solo il ricordo di chi ha diviso speranze, lavoro, sudore. Pochi momenti di felicità che oggi, guardando le mani rugose della mia compagna, mi appagano di questo viaggio attraverso le gioie e i dolori.
Il ricordo dei miei colleghi morti, il rimpianto di non esser sfuggito a questa vita da giovane, forse per amico oggi questo computer che mi fa vedere cose che non ho mai visto e saputo. Rimpianti, forse no, ma poi come avrei fatto senza gli occhi dei miei figli se avessi avuto una vita diversa ?

Ricominciare a sessant’anni

Scrive Paolo 53: A sessant’anni mia moglie mi comunica che non mi ama più, dopo 30 anni di matrimonio.  Una situazione inaspettata che mi crea tanto malessere, due figli gemelli di anni 19, una vita da ricominciare, speriamo di fargliela!!!!

 

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Nuovi orizzonti

Scrive Nicole: Francese, quasi 62enne, da molti anni in Italia, prima per lavoro in un’azienda francese a Roma poi per matrimonio in Liguria. Mi sono sposata a 40 anni con un piccolo imprenditore di 14 anni più grande, commettendo l’Errore della mia vita: licenziarmi. Infatti, dopo 2 anni, mio marito è fallito. Eravamo sul lastrico. Ha aperto un bar, a nome mio, e neanche questo è andato bene con penose conseguenze finanziarie per me. Anziché rimboccarsi le maniche, è scivolato nell’alcolismo. E’ da quel periodo che viviamo da separati in casa, né dormiamo né prendiamo i pasti insieme. Solo l’amore per i miei animali ed il mio orgoglio innato mi hanno dato la forza di andare avanti. Otto anni fa ho trovato un lavoro come operatrice in un call center, lavoro penosissimo e mal pagato ma a tempo indeterminato. Poi, 4 anni fa, ho conosciuto l’amore-passione per un mio coetaneo…non libero. Gioia e dolore insieme ma…vita. Sentirsi bella e desiderata alla mia età è fondamentale, rialza l’autostima. Ora non so cosa sarà della mia vita. Avrò finalmente la forza di lasciare marito e amante per nuovo orizzonti? (ma mai i miei animali). La Fornero mi costringe a sopportare per altri 2 anni l’inferno del call center. Poi, chissà… Leggere Voi è stata una scoperta, bellissima, spero poter scambiare pareri con Voi. Grazie

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Scusate il disturbo

Silvia Ghidinelli, che ci ha già raccontato il suo cambiamento legato al trasferimento d’abitazione, qui ci racconta del rapporto con i nuovi vicini : “L’estate scorsa ci sono stati i lavori di ristrutturazione dell’alloggio del condominio dove sono andata ad abitare da poco: tre mesi  di rumori e di polveri. Infatti sono state abbattute delle pareti, ristrutturato il terrazzo , smantellato il bagno. Quando andavo a seguire lo stato dei  lavori  salutavo i vicini che mi rispondevano con dei sorrisi forzati e dei mugugni  ai quali rispondevo: “Abbiate pazienza, finiremo presto…”  foto: vicini di casa

Così, dopo aver fatto trasloco ed essermi  sistemata, mi sono sentita in dovere di invitare le famiglie del piano per un caffè,  con la scusa di mostrare la ristrutturazione, ma in realtà perché mi sentivo in colpa per il trambusto estivo che avevo causato, mentre  ai  vicini del piano di sotto ho offerto  dei biscotti fatti da me, per i bambini.   Ho fatto senz’altro bene, perché da allora i sorrisi dei vicini sono diventati più aperti e i saluti sinceri: avevo compreso il loro disagio.

Così avviene in Italia, perché, nonostante la crisi, i disagi delle ristrutturazioni sono vissuti male, anche se, a pensarci bene, il palazzo ne acquista e  i proprietari vedono rivalutati i prezzi dei loro alloggi. Ho letto invece che accade diversamente negli Stati Uniti:  grandi città come S. Francisco e New York sono in continuo rifacimentoe restauro: dalle case alle strade, ai grattacieli che necessitano di perenne manutenzione se conservati, oppure vengono demoliti, costruiti e rifatti.  Naturalmente il frastuono è terribile e la gente usa le cuffie “ silenzio totale” , spesso inutili, per non sentire.  Ma, rispetto all’Italia, di nuovo c’è che nessuno mugugna o si  lamenta,  per l’Americano è tutto normale, anzi, il frastuono e la polvere delle eterne ristrutturazioni  sono la prova che  l’economia funziona.

     Due punti di vista diversi: il privilegio dell’immobilismo e della conservazione italiani contro il dinamismo  e la  costruzione continua americana. Voglio ricordarmene in caso di future ristrutturazioni del vicinato…”

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Anche domani mattina !

Scrive Elisa: Come Enrico, anch’io ricordo la Dauphine !! Ne aveva una di color azzurro chiaro un mio lontano parente. L’ auto della mia famiglia era invece una mitica Volkswagen marron glacé: macchina tanto solida e affidabile, quanto dall’ estetica davvero poco felice.  In foto: La stanza dei ricordi di Norberto Martini
L’articolo di Enrico mi ha catapultato in un passato comune per momenti e stili di vita; le sole differenze nel fatto che noi andavamo in montagna e vi stavamo non solo un mese, bensì l’ intera estate. Nella memoria ho molto lucido il momento della partenza, che si ripeteva ogni anno il canonico giorno dopo la chiusura della scuola. Ancora oggi riprovo lo stesso entusiasmo di allora, ma l’ immagine più viva è il volto di mio padre quando, costernato davanti al cofano e al portabagagli debordanti di valigie, sbofonchiava in modo puntuale <>. Non che partiti le cose andassero meglio: usciti dall’ autostrada Milano-Bergamo e iniziata la salita verso le prealpi lombarde (la nostra meta era la Presolana) ogni curva – potenziale attentato per lo stomaco mio e di mio fratello e, nondimeno, per gli interni della indomita Volkswagen – richiedeva una certa abilità di manovra e soprattutto tanta pazienza. Povero papà… lui che, prima delle sospirate ferie di agosto ci raggiungeva il venerdi sera e ripartiva il lunedi mattina, concedendosi il lusso di una sporadica incursione durante la settimana per recuperare il sonno perso a causa dell’afa milanese.
Per quasi un ventennio la Presolana ci vide assidui frequentatori: papà con gli amici delle bocce, mamma a chiacchierare con le mogli degli amici delle bocce, io e mio fratello con le rispettive compagnie.
Finito il liceo, però, iniziai a domandarmi se oltre a quella casa verdina in montagna, alle interminabili partite a tamburello e alle scorribande in moto e motorini per le valli della Bergamasca, ci fosse qualcos’ altro che meritasse di essere visto.
Un giorno, per puro caso, venni a sapere da un’amica che in una bacheca alla Statale spiccava un cartello con scritto: “Chi è interessato/a a un campeggio in Sardegna dal 2 al 20 agosto contatti…”. Due minuti bastarono perché prendessi coscienza di non essere mai stata in tenda prima di allora e di non conoscere nessuno dei miei potenziali compagni di viaggio, a parte la mia amica; mi bastò invece un solo minuto per prendere coscienza del fatto che, proprio per questi motivi, non avrei dovuto lasciarmi scappare una simile opportunità.
A distanza di anni mi accorgo di sorridere quando passo in rassegna i momenti di quella mia prima esperienza di campeggio in compagnia di una masnada di ragazzi e ragazze, tra i venti e i venticinque anni, tutti di città diverse, alcuni lavoratori, i più studenti; in comune un irrefrenabile desiderio di libertà e divertimento e, soprattutto, un’ impreparazione pressochè totale in materia di tende e paletti. Mi vengono ancora in mente i cori lungo le stradone deserte, che percorrevamo di notte sotto le stelle, dopo aver lasciato i paesi vicini in occasione delle sagre agostane rigurgitanti di salsicce e vino rosso. Non previsto quel temporale, scoppiato all’ improvviso, mentre dormivamo, avvolti nei sacchi a pelo, sul traghetto del ritorno. Troppo divertente quella gita di qualche giorno ad Orgosolo, località nota per i murales ma soprattutto agli onori delle cronache per i rapimenti banditeschi, all’ epoca piuttosto frequenti. E’ ovvio che, in mancanza di cellulari e altri contatti telefonici, i miei genitori vennero a sapere di questi eventi solo a cose fatte quando, tornata a Milano, ebbi modo di entrare nei particolari. Allora raccontai anche della sfilata di materassi, generosamente messi a disposizione da un’ improvvisata ospite di casa ad Orgosolo, una signora che proprio non si capacitava del fatto che i suoi figli, i suoi cocchi, fossero a Rebibbia da un bel po’ di tempo.
Ancora adesso che sono qui a scrivere mi pongo una domanda, quella che mi sono fatta già tantissime volte: “Elisa, lo rifaresti, ora che non hai più vent’anni e – ammettilo – ti piace viaggiare comoda e lasciare meno spazio all’ imprevisto ?” La risposta è sempre la stessa: “Anche domani mattina !”

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Il sole smarrito

La fatica della vita e la ricerca di un senso: Arrivi a 55 anni, solo, uomo, operaio emigrato a pavia, senza aver lasciato dietro manco una casa, nessun parente. Dai, forza riparto, ma giorno dopo giorno, la “normale” competizione umana ti sbatte in faccia ogni porta, e le forze cominciano a dubitare, abbandonando giorno dopo giorno armi di ogni genere. Arrivato ad un punto di domanda, la giro: che senso ha tutto questo?  In foto: un dipinto di Edward Munch

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