Posts from: marzo 2014

Parole dimenticate

Volentieri ospito questa lettera aperta di Danilo rivolta a tutti noi. Danilo ha avuto insieme ad un suo amico una bella idea e qui ce la propone. Se l’iniziativa procederà, I ragazzi di sessant’anni daranno sicuramente una mano.

“Sono certo che ognuno di noi, da buoni over…, ricorda volentieri  le parole o le piccole frasi o i modi di dire che oramai sono andati  completamente in disuso e questo ci porta a considerare il cambiamento del modo di comunicare, di socializzare e di percepire il significato .  E’ mia opinione che non possiamo gettare la spugna e quindi bisogna sforzarsi di ripensare e di ricordare quanto oramai non sentiamo più.

Mi piacerebbe quindi aprire uno spazio che collazioni tante parole che abbiamo dimenticato.  Come?

Con la vostra collaborazione possiamo proporre un “vocabolario delle parole dimenticate” (questo è ovviamente un primo titolo buttato giù al volo) che sarà, grazie all’interessamento del blog, pubblicato e il cui ricavato sarà destinato a supportare onlus e/o necessità sociali.

Alcuni limiti : non possono essere annoverati gli idiomi dialettali

                     : alla parola/frase deve essere correlata una breve definizione

                     : diamoci delle scadenze : entro maggio 2014 termine degli invii

                                                               entro settembre 2014 revisione

                                                               entro dicembre 2014 pubblicazione

Ce la faremo?

Sono certo che ognuno di noi è stato “un ganzo”, che ha bevuto “un cicchetto”, che ha “fatto  flanella” , che ha bevuto un vino “togo”, che è “arrivato lemme lemme” che ha usato la “carta copiativa”… ; e oggi come ci si esprime? Dobbiamo proprio dimenticare questo significativo lessico?

Grazie a voi possiamo raggiungere almeno quattro obiettivi:

a. ricordare magari qualche momento particolare del nostro passato

b. rinverdire le parole che oramai sono state dimenticate

c. forse prenderci in giro

d. aiutare chi ha veramente bisogno

Vi lascio il mio indirizzo e-m e numero mobile per inviare il vostro contributo e per ulteriori info.

Grazie e buon lavoro.

Danilo Cesare Scatizzi

danilocesare@libero.it

mob. 3495138646″

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Solitudine… perchè?

Scrive Alex: E’ vero che nasciamo e moriamo soli, nessuno può negarlo. Però è anche vero che siamo animali sociali, ognuno con le proprie necessità e i propri bisogni mentali e fisici: c’è chi non può stare solo perchè si sente perduto, incapace, senz’aria, insicuro, non sapendo gestire sè stesso nel quotidiano e non sa camminare da solo. C’è chi, invece, pur avendo una sana autonomia mentale e pratica che lo rende autonomo e indipendente in tutto (più o meno), trova nella solitudine l’impossibilità di condividere la gioia della vita. Ecco cosa manca davvero quando si è soli, la condivisione della vita, cioè la capacità di trasmettere ad un altro essere umano le emozioni per ciò che si vive. Credo che la cartina di tornasole per misurare il proprio “senso di egoismo” (che comunque tutti noi abbiamo), sia proprio focalizzare dentro noi stessi quanto bisogno abbiamo di condividere con gli altri ciò che abbiamo nell’anima.

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Come nuova!

Arriva la primavera e anch’io mi sento che rinasco. Dopo un anno tra ospedali, operazioni, medicine, riposi forzati a letto, dovrebbero avere dato una sistemata al mio fegato e alle mie ginocchia. E’ stata un’occasione per leggere tanto e per sentire l’affetto di chi mi è vicino, però non ne potevo più dei dolori né di questa vita menomata. La sensazione che provo in questi giorni di primo sole che anticipa la primavera è la stessa che mi ricordo avevo provato quando avevo dodici o tredici anni, la sensazione di essere vicinissima alla natura, quasi tutt’uno con il mondo che rinasce. Che bello avere ancora questa possibilità a 66 anni ! Finalmente mi posso muovere e ritornare alla mia vita normale. Dopo aver provato cosa vuol dire quando manca sarà ancora più bello ! Un saluto a tutti. Franca

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Incontro con ex alunni

Silvia Ghidinelli incontra i suoi ex alunni: si incrociano i ricordi

“Sono stata  insegnante elementare per 40 anni ed  ora sono in pensione da più di tre anni. Con mia grande sorpresa sono stata invitata ad una cena da alcuni alunni di una quinta del mio primo anno di ruolo, in una frazione vicina alla cittadina dove abito tuttora. Era il 1974… Alcuni dei 16 alunni che ho ritrovato oggi,  sono  ora dei simpatici cinquantenni , gente positiva e concreta: i ragazzi sono  rimasti in campagna, nelle loro cascine, ad allevare bestiame e a coltivare i campi in maniera moderna, ma mi dicono orgogliosi che  hanno  figli laureati. Le ragazze hanno un lavoro, dei figli per i quali auspicano una laurea, mentre una gestisce il ristorante dove ci siamo trovati. Mi hanno subito parlato con grande apertura e mi hanno dato notizia degli altri ragazzi che non erano lì.

Che cosa mi ha colpito? Certo, ritrovarli adulti, aperti, con un buon ricordo della scuola, ma soprattutto mi ha colpito la differenza dei nostri  rispettivi ricordi di quell’anno in quinta…. Loro ricordavano un cartellone da compilare giornalmente sulla pulizia personale e Loredana ricordava che non riusciva mai a fare la capoclasse perché aveva  costantemente una crocetta per le sue  unghie nere; ricordavano le liti tra loro  interpretando le classi ( Nobili, Clero, Terzo stato) dei tempi della Rivoluzione Francese; ricordavano che io, la maestra, piangevo quel giorno di maggio del 1974, commentando la strage di Piazza Loggia a Brescia; ricordavano il profumo di caffè nell’intervallo, perché, loro dicono, che io avevo apportato nella frazione l’uso di fare il caffè per gli insegnanti , nell’intervallo. Mentre Giangi mi ha svelato che era innamorato della maestra….

Io  ascoltavo sorpresa e non ricordavo nulla di tutto questo, ma ricordavo l’intervista  sull’Argentina ad un emigrato della frazione, che ritornava lì ogni tanto; ricordavo la visita del Direttore, allora d’obbligo nel primo anno di ruolo; ricordavo quei due ragazzini che arrivavano da lontano, a piedi, con qualunque tempo; ricordavo che ci trovavamo fuori orario, nei pomeriggi di giugno, a ripassare per l’esame che allora c’era, in quinta…

 Loro ricordavano poco di tutto questo, ed è stato questo confronto di ricordi, i miei da maestrina ed i loro, da undicenni, che mi hanno fatto guardare con ulteriore simpatia, affetto e rispetto a quei ragazzi di allora,  semplici ma non banali, sui quali le emozioni facevano una gran  presa, che sono diventati gli adulti empatici di oggi per i quali la cultura è rimasta importante.

GRAZIE RAGAZZI!

 

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