Posts from: aprile 2014

Che strano!

Scrive Maretta: Storia classica, io 63 anni lui 66 se ne va con una straniera di 30 anni più giovane. 40 anni di matrimonio e mai una lite. Anzi risate e solidarietà. Poi ho capito, che strano. Ero solo io l’allegra e la solidale, quella che si faceva il mazzo al lavoro. che strano: mi si sono spalancati gli occhi dopo 40 anni! Ho vissuto con un ufo e mio figlio l’aveva capito da 20 anni, ora ne ha trentatré. Cari ragazzi di sessant’anni, ho vissuto in un mondo mio e non ho nemmeno sofferto alla scoperta di un’altra realtà come stupefatta di avere visto per la prima volta la luce. Uno squarcio nel sipario. Sono arrabbiata con me per avere sprecato parte della mia vita ma non per quello che questo matrimonio mi ha dato: un meraviglioso figlio che lui ha perso e mai capirà. Ciao al mondo nuovo. Foto di Paula Grenside

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I jolly dei senior che lavorano

La carta a sorpresa che possiamo giocare quando ci avviciniamo alla fase di vita da senior sono le risorse che davamo per scontate e che scopriamo tornano buone per non rinunciare completamente ad una vita attiva.

Per molti senior rimanere attivi ha il significato di essere obbligati a lavorare qualche anno più del previsto. Ma, sorprendentemente, in tanti desiderano proseguire un’attività lavorativa, sia essa il proseguimento di quella tradizionale o una nuova. Anche chi intende e può dare più spazio ai divertimenti, al proprio benessere, a nuove passioni, alla vita familiare o al volontariato, spesso vorrebbe non rinunciare completamente ad un’occupazione lavorativa.

Come riferisce Betta Andrioli in un articolo del Sole24ore riprendendo un’ indagine Istat, è questo, ad esempio, il caso di 411.000 italiani che “seppur pensionati, continuano a lavorare, da dipendenti o autonomi: 50-69enni che non hanno alcuna intenzione di farsi relegare al solo ruolo di nonni e continuano a produrre e guadagnare”.

Il punto è che la società non è organizzata per dare risposta a questa richiesta, se non in modo embrionale, e trovare opportunità che rispondano all’esigenza non è faccenda immediata.

Il problema naturalmente non se lo pone chi ha fatto la scelta di proseguire nel lavoro di sempre, con le stesse responsabilità, la stessa intensità e gli stessi ritmi. Sempre che gli sia possibile, continuerà la vita di prima nella stessa organizzazione oppure, ad esempio se lavora come autonomo, continuerà comunque ad organizzarsi la giornata senza significativi cambiamenti. E il problema non se lo pone neppure chi avrebbe smesso volentieri di lavorare, ma non può farlo per le necessità economiche proprie o della propria famiglia.

Il problema se lo pongono coloro che, volendo o dovendo proseguire un’attività lavorativa, sono invece obbligati ad uscire dall’organizzazione dove lavorano e cercano formule di lavoro più consone alle loro nuove esigenze.

E’ per costoro che diventano importanti le risorse che si hanno da giocare. Perché sono di nuovo sul mercato del lavoro e, come succede ai ragazzi appena finito di studiare, devono guardarsi intorno e probabilmente subire qualche nuova selezione.

A molti non fa un bell’effetto ritrovarsi “sul mercato”, soprattutto a quelli che dal lavoro di prima sono stati espulsi. Gli altri, quelli che la nuova vita se la sono scelta, sono un po’ più disponibili ad ingegnarsi per trovare la nuova soluzione che li soddisfi. Ma in generale la sensazione è strana: pensavi di aver superato tutto, di non dover più subire esami e valutazioni, e invece scopri che se te la vuoi giocare ancora devi rimetterti in pista, con tutti i rischi di rifiuto o d’insuccesso del caso.  Ed è qui che allora torna utile fare un bel bilancio delle risorse che si hanno a disposizione e di quali possono essere utilizzate per riuscire nell’intento.

Sarebbe riduttivo far riferimento alle sole risorse economiche, come il risparmio e l’eventuale patrimonio accumulato; è utile invece prendere in considerazione anche altri generi di risorse, importanti per affrontare, attrezzati, la nuova fase di vita lavorativa. In particolare, credo che le risorse più utili a questo scopo siano: le capacità personali, il network di conoscenze e le competenze sviluppate in uno specifico campo di attività: tutti jolly che provengono dalle precedenti esperienze e che ora possono essere rimessi in gioco.  

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La lentezza

Scrive Peppe: Credo che ora la vita è un po’ un’altra storia. E ognuno di noi ha un po’ paura. Ognuno di noi è impegnato ogni giorno a reinventarsi, ricominciare a raccontare e raccontarsi, a sentire un altro odore, a sentire altre prediche, a vedere altre lacrime, a stringere altre mani, a vedere altri occhi, beh, non è semplice. Al di là di ogni possibile ragionevolezza, io ho scoperto il gusto della lentezza, dell’importanza da dare al tempo, alle persone, alle cose. Quando le passioni col tempo cambiano colore, nel cuore già si preparano nuovi luoghi da condividere ed una mappa di spazi comuni che vanno dal libro da leggere insieme, alla vista di una mostra di Caravaggio o del Botticelli ove trovare le piccole poesie di carta straccia trascinate dal tempo. La polvere, i passi veloci, gli affanni, gli stupori dei giorni di lavoro, li guardi con un sorriso ma da lontano, con simpatia ma senza nostalgia. Ed in quell’ esserci, in quella consapevole serenità, sentire un senso di pudore nel credersi ancora salvi, di fronte ai frammenti della vita. L’amore per mia moglie ha un corpo preciso, una sbadataggine particolare, un odore, una voce, un cappello, un caminetto acceso ed un libro aperto sul comodino, una formula di saluto, una calligrafia tremenda, un passo cigolante. Sono sicuro che se per questo tentativo di vera vita abbiamo fatto di tutto ed abbiamo visto possibile un percorso ancora lungo, allora, vestiamoci con i fiori e lasciamo che siano altri a sedersi su una panchina a lamentarsi dei dolori alle ossa, del tempo che passa, del tempo che rimane mentre ci si vergogna un po’ a credersi fin qui ancora salvi, di fronte ai frammenti della vita. Così mi capita di guardare le mani del futuro e scoprirle piene, e che la mano che cerca la tua è quella che volevi e che è li, pronta a stringerti ad ogni risveglio. Peccato che la vita non abbia una serratura dalla quale la si possa guardare di nascosto: forse si riuscirebbe a sentire il profumo della nostra voglia di farcela, sempre, oggi come a vent’anni. Un profumo ipnotico, indimenticabile, luminoso, per chi lo vuole. Mi auguro e auguro a tutti di ascoltare ancora una musica sublime fatta di emozioni, conoscenza, amore per il bello, entrarvi fin dentro le viscere e portarvi sempre in alto mare, anche se non sapete nuotare.
Per molti la tragedia vera forse non è andarsene, ma non esserci mai stati. Giuseppe De Biasi.

Nella foto in alto: Le emozioni di Kandinsky in “Dipinto blu”.  Nella foto in basso un dipinto del toscano Andrea Martinelli, secondo cui «lentezza significa aver voglia di capire e capire significa rinascere»

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Ricominciare

Scrive Viola: Ho 57 anni e abito a Roma. Io ci sono nata in questa meravigliosa città e qui ho passato la mia giovinezza, ho trovato un lavoro, che ancora ho, ho viaggiato, ma lontano dall’Italia sentivo una struggente nostalgia per la mia città. Avevo i miei amici, prima si faceva amicizia in una maniera diversa, ci si frequentava e ci si conosceva profondamente. E poi mi sono formata una famiglia. E’ stato un matrimonio infelice e dopo venti anni ho chiesto la separazione. Ma non è di questo che voglio parlare ma di una cosa diversa: a 50 anni mi sono ritrovata sola, con una vita da ricostruirmi da zero. Ed ho ritrovato la mia città e le persone cambiate in peggio; io, che uscivo per la prima volta dopo venti anni di madre di famiglia, vedevo tutti i punti di riferimento dei miei anni 80 spariti. Fare amicizie è una cosa spinosa, è tutto fatto di fretta e superficialmente, le persone non hanno voglia di sorridere e di ridere, si esce come automi senza una vera voglia di stare con gli altri. Io mi sono ritrovata in un ambiente che non riconosco più, e meno male che ho il mio lavoro, ma sono anche una persona socievole. Non mi lamento di nulla, ma mi sto accorgendo che alla mia età è tutto più difficile. Bisogna stare attenti a non essere fraintesi, è triste come dentro sono rimasta la ragazza di tanti anni fa, spontanea e allegra, e invece come bisogna essere disciplinati e un po’ trasparenti nella vita normale. Per la nostra età sembra che si sia fatto molto, ma effettivamente c’è il vuoto assoluto. In foto: amicizia di qualità

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I tuoi anni migliori devono ancora venire

Le risorse del nostro cervello, anche invecchiando, sono sorprendenti e talvolta, anche se danneggiato, il cervello può continuare a lavorare efficacemente. Ce lo racconta in questo articolo Patrizia Belleri, che commenta il libro di Barbara Strauch e ricorda la ricerca sulle suore dell’Ordine School Sisters of Notre Dame.

Scrive Patrizia Belleri: La giornalista scientifica Barbara Strauch, giunta alla soglia dei 57 anni, inizia a preoccuparsi per i fenomeni sempre più frequenti che la infastidiscono nel suo quotidiano: il nome di una persona conosciuta che sfugge, le distrazioni nel corso di un ragionamento, la dimenticanza di gesti abituali.

Nel cercare spiegazioni, e forse anche conforto, interroga scienziati e passa in rassegna le ricerche più recenti. Nasce così I tuoi anni migliori devono ancora venire. Le sorprendenti risorse del cervello di mezza età, edito da Mondadori, un libro ricco di risultati di ricerche ed esempi tratti dalla vita delle persone, scritto con linguaggio chiaro e accessibile, senza mai perdere di vista la correttezza scientifica.

La Strauch scopre che la scienza interpreta in modo nuovo fenomeni conosciuti: ad esempio, le cellule cerebrali iniziano sì a morire già in età giovanile e non vengono più rimpiazzate, ma tante ricerche  dimostrano come il cervello sia in grado di organizzarsi per far fronte ai processi degenerativi, affinando altre capacità e modalità adattive originali. Se da un lato è più frequente dimenticare il nome del vicino incontrato fuori casa, nella mezza età migliorano doti quali l’ottimismo, la capacità di far fronte alle situazioni nuove, e aumenta inoltre l’abilità di attingere alle esperienze passate al fine di elaborare  strategie per risolvere problemi attuali.

Affascinanti  le teorie sulla “riserva cerebrale” e la “riserva cognitiva”, dei veri e propri  depositi cui il cervello attingerebbe nell’età matura: gli stili di vita sani e la vivacità intellettuale ne costituiscono le basi.

La riserva cognitiva,fatta di cultura, ma anche di atteggiamento positivo nei confronti della vita, spiegherebbe un fenomeno tanto impressionante quanto incoraggiante: il cervello maturo può lavorare efficacemente anche se danneggiato.

La Strauch ci racconta a questo proposito la storia delle suore dell’Ordine School Sisters of Notre Dame, osservate da David Snowdon, insieme ad altri ricercatori del Kentucky, in un  lungo  e appassionante studio longitudinale.

La ricerca, nota con il nome di “Nun Study“ è iniziata nel 1986  ed è durata 25 anni.  Ha coinvolto 678 suore di età compresa tra i 60 e i 95 anni. L’intento era studiare i fattori predittivi della malattia di Alzheimer in età matura e quelli che fanno vivere più a lungo e favoriscono la buona qualità della vita negli ultimi anni.

Questa ricerca è singolare per diverse ragioni.  Innanzi tutto, la lunghezza del periodo esaminato, dagli anni 30, quando le suore avevano circa vent’anni, fino alla loro vecchiaia. Infatti,  i ricercatori hanno potuto accedere alle autobiografie che le religiose avevano scritto negli anni del noviziato circa sessant’anni prima, conservate negli archivi del Convento. Altro elemento interessante è il fatto che le suore appartenevano a un Ordine che privilegia  lo studio, la cultura, la vivacità intellettuale.

Inoltre, la peculiarità del campione: trattandosi di religiose, è stato possibile eliminare variabili legate a  stili di vita dannosi quali alcol o fumo, che avrebbero creato delle interferenze indesiderate nell’interpretazione dei risultati.

L’ultimo e forse più interessante fattore è che tutte le suore avevano preso l’impegno  di donare il proprio cervello ai fini della ricerca, se la loro morte fosse avvenuta nel corso dell’esperimento.

Per ciascuna religiosa è stato compilato un dossier  ricco e dettagliato, a partire dai contenuti delle autobiografie degli anni giovanili. Periodicamente,   venivano somministrati test cognitivi il cui scopo era valutare la memoria, l’intelligenza e il grado di conservazione dell’autonomia personale con l’avanzare degli anni.

Dall’analisi delle autobiografie giovanili e dalle risposte ai controlli periodici veniva  esaminato anche  lo stato di benessere psicologico. In altre parole, si cercava di capire se le suore fossero   appagate della propria vita e si auto percepissero serene o felici.

I risultati   hanno ispirato diverse pubblicazioni, tra queste Aging with Grace, dello stesso Snowdon e numerosi articoli scientifici.  Tra gli altri, è emerso che la cultura e la vivacità intellettuale predispongono a una miglior qualità della vita in vecchiaia e che la presenza di ictus  e traumi cranici nel corso della vita sono elementi predittivi della malattia di Alzheimer in età avanzata.

Ma ciò che ha impressionato i ricercatori è la vicenda di una suora cui è stato dato il nome di Bernardette. La religiosa era tra le più intelligenti e colte tra le consorelle,  si era laureata in pedagogia, aveva insegnato per molti anni e la sua vivacità intellettuale non era mai venuta meno, tanto da risultare tra le migliori nelle risposte ai test cognitivi cui fu sottoposta periodicamente fino alla fine dei suoi giorni.

Morì d’infarto a 85 anni e, come previsto, il suo cervello fu sottoposto ad analisi autoptica. Con grande meraviglia, i ricercatori scoprirono che l’encefalo presentava segni evidenti di una gravissima forma di Alzheimer allo stadio più avanzato: a giudicare dalle condizioni del cervello, la suora avrebbe dovuto presentare una demenza grave.

Il caso non rimase isolato, la stessa Strauch ci racconta anche la vicenda di un personaggio noto nella letteratura scientifica come lo Scacchista: insegnante in pensione londinese, era un formidabile giocatore di scacchi, in grado di calcolare sette mosse in anticipo. Ad un certo punto incominciò a preoccuparsi perché si accorse di poterne calcolare solo quattro, pur continuando ad avere una vita molto attiva  e intellettualmente vivace. Si sottopose a numerosi accertamenti e fu sempre rassicurato sulle condizioni del suo cervello. Alla sua morte, anche il suo encefalo presentava gravi lesioni tipiche della malattia di Alzheimer.

Tante teorie affascinanti, dunque, che mostrano modalità nuove di studiare e di vivere la seconda metà della vita, si snodano nella scrittura piana ed efficace di Barbara Strauch, in questo bel libro decisamente da consigliare.

In foto: la copertina del libro di Barbara Strauch “I tuoi anni migliori devono ancora venire. Le sorprendenti risorse del cervello di mezza età”, edito da Mondadori.

 

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