Fatti ed Opinioni

Facciamo due conti

Roberto lo conosco da tempo. Ha 62 anni, mi dice che ha concordato con l’azienda dove lavora un’uscita anticipata che lo porterà fino alla pensione. I soldi che riceverà dall’azienda copriranno il mancato stipendio per un paio d’anni. Poi, quanto riceverà di pensione non è Senior couple looking at bills, sitting at dining table. Image shot 2009. Exact date unknown.riuscito ancora a capirlo esattamente, ogni volta gli dicono cifre diverse; quel che gli è chiaro è che con la pensione al massimo potrà coprire le spese quotidiane di ordinaria amministrazione sue e di sua moglie, la quale ha smesso di lavorare da più di dieci anni e al momento non ha un reddito proprio, se non quel che le viene dall’affitto di un appartamento ricevuto tempo fa in eredità. Hanno un figlio che ha finito gli studi, sta facendo uno stage dove gli danno 600 euro al mese e vive ancora con i genitori, anche se spera di rendersi velocemente autonomo e andare a vivere con la sua compagna. Roberto è soddisfatto dell’accordo fatto per la sua uscita dal lavoro, ma quando ci incontriamo mi si para davanti con foglio e penna perché vuole condividere le sue preoccupazioni economiche: ci penso su e mi rendo conto che è la prima volta che lo fa da quando lo conosco. La domanda di uno come Roberto, che ha sempre lavorato con discreti stipendi, che è stato capace di risparmiare e con il mutuo si è comprato la casa dove vive, che ha sempre avuto un tenore di vita che definirei da “classe media”, senza farsi mancare nulla ma senza particolari ambizioni economiche, è molto semplice: “ce la farò a mantenere in futuro lo stesso tenore di vita di oggi ?”

Pare che riuscirci sia molto difficile, anche se la risposta dipende da mille fattori e anche gli esperti di pensioni e di finanza, posti di fronte alla stessa domanda, faticano a dare risposte sicure. Ovviamente ognuno parte da proprie condizioni particolari e il contesto non permette di fare previsioni realmente attendibili. Ma non c’è dubbio che la domanda posta da Roberto attraversa la mente di milioni di senior: le aspettative sono di una vita sempre più lunga, avremo abbastanza risorse e opportunità per viverla decentemente ?

Di recente Jo Ann Jenkins, Presidente della potente American Association of Retired People, ha parlato di “resilienza finanziaria”, facendo riferimento alla capacità sia della società sia dei singoli senior di creare le condizioni perché appunto il progresso dato dal prolungamento dell’aspettativa di vita sia coniugato con la presenza di risorse finanziarie che evitino il deterioramento del tenore di vita all’avanzare dell’età.

Molto dipende dalle scelte che vengono compiute a livello politico e pubblico, ma molto dipende anche dalla capacità dei singoli di pensare con lungimiranza al proprio futuro finanziario.

Sul primo fronte pensiamo ad aspetti come la sostenibilità della spesa pensionistica pubblica, l’allungamento dell’età pensionabile, l’utilizzo e l’incentivazione dei fondi pensionistici integrativi privati, il mantenimento di un sistema sanitario pubblico, o pensiamo anche alla prevenzione delle frodi che sono particolarmente accentuate nei confronti delle persone in età avanzata.

Ma anche il ruolo di ciascun individuo è fondamentale. A 60 anni la “speranza di vita residua” è di più di venti anni (e di più di 25 per le donne): in quanti siamo abituati a fare una previsione delle risorse che avremo a disposizione nei prossimi venti anni?, a fare una stima delle spese che sosterremo?, in quanti abbiamo un’educazione finanziaria che ad esempio ci consenta di valutare quanto ancora dobbiamo risparmiare per fronteggiare i momenti più bui di salute ?

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Invecchiare bene

Le statistiche sull’allungarsi della vita media e sull’invecchiamento della società ormai ci sommergono: un fenomeno che fino a poco tempo fa era materia per addetti ai lavori nel volgere di pochi anni è diventato di dominio comune. La vera sfida non sembra neppure più quella di riuscire a vivere a lungo, ma di invecchiare rimanendo vivaci di testa, di gambe e di cuore.

_DSC0397Al senior cui piace questa prospettiva, la scienza offre dei formidabili agganci per affrontare il resto della propria vita con ottimismo. Ad esempio, una disciplina che negli ultimi anni si sta rivelando fertilissima, le neuroscienze, ha portato alla luce, tra le tante scoperte, che il nostro cervello ha una grande capacità di rigenerarsi e un’insospettata capacità di apprendere, di adattarsi e di svilupparsi, anche ad età avanzata. La persona che invecchia bene può, tra le tante intelligenze di cui potenzialmente dispone (c’è chi ne ha individuate nove: ad esempio, l’intelligenza linguistica, quella cinestesico-corporale, quella visivo-spaziale, quella logico-razionale, ecc) non smettere di coltivare quelle per cui è maggiormente portata, senza farsi troppi crucci se altre intelligenze per cui è meno votata declinano rapidamente. E sempre le neuroscienze avvertono che quando manifestiamo pensieri, immagini, emozioni, sensazioni, vi è una modificazione dell’attività del cervello, il quale é stimolato non solo da esperienze mentali ed affettivo-emotive (fenomeno che tutto sommato già sapevamo) ma pure da esperienze fisico- corporali. Insomma, una bella passeggiata stimola il nostro cervello non meno di un incontro carico di emozioni con un vecchio amico o di una lettura interessante.

Un grande degli studi sull’invecchiamento, Marcello Cesa-Bianchi, ha scritto: “Da vecchi e longevi è sempre possibile imparare, fare nuove esperienze, conoscere qualcosa di sé che per tutta la vita era sfuggito, dare un senso diverso ai giorni che si vivono”.

Le scienze ci dicono che ci sono le possibilità per un buon invecchiamento. La saggezza che il buon invecchiamento lo troviamo anche nell’introspezione e nella serenità dentro noi stessi.

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Senior nel mirino della aziende

A New York nel 2015 aprirà i battenti il primo Longevity Center, seguito da altri nove che vedranno la luce in tutto il mondo, tra cui Hong Kong e San Paolo nel Brasile. Si tratta di un’iniziativa del dipartimento del colosso Nestlè che si occupa della salute della pelle.

Il Longevity Center sarà una sorta di “centro benessere per la longevità” il cui nemico dichiarato sarà l’eccessiva secchezza e la perdita d’elasticità della pelle da cui è difficile sfuggire dopo i 60 Shopping timeanni. D’altra parte, l’iniziativa non é isolata: già da qualche anno L’Oréal propone come ambasciatrice dei propri prodotti di cosmetica il mito Jane Fonda, non esattamente una giovincella ma sempre affascinante icona nell’immaginario di ogni 60-70enne.

Cambiando settore, le aziende farmaceutiche stanno affilando le armi da tempo e prevedono un incremento forte delle vendite di tutti farmaci che contrastano le malattie tipiche dei senior. Se poi si ascolta cosa dicono alla Borsa del Turismo della Terza Età, lì non hanno dubbi sul fatto che il segmento di mercato maggiormente in crescita sia quello dei senior, così le offerte progettate per questo target cominciano ad abbondare, dalle evergreen excursions alle crociere fuori stagione. E anche la moda terza età comincia ad avere la sua importanza e il suo spazio.

Capita anche di incrociare pubblicità di tablet pensati apposta “per persone anziane, con un interfaccia semplificata ed icone di dimensioni molto più grandi rispetto allo standard”, perché ormai anche gli over 60 si sono digitalizzati. Continuando con gli esempi, Heineken, non paga di catturare i bevitori di birra più giovani, ha lanciato in rete qualche tempo fa 60+Challenge, una richiesta alle persone di questa fascia di età di fornire idee per il lancio di una birra dedicata alle loro generazioni.

Se poi sto alle mie esperienze personali, mi è capitato di essere consultato da aziende dei settori più svariati, dai superalcoolici, ai probiotici, agli occhiali, che mi ponevano la domanda: quali sono le esigenze dei senior a cui dobbiamo essere sensibili se vogliamo proporre i nostri prodotti anche a questa fascia di mercato ?

Non c’è da stupirsi che i senior siano nel mirino delle aziende. Bastano pochi dati per capire come mai moltissime di loro stanno orientando le strategie verso il mondo senior. La società, in tutto il mondo, invecchia: un miliardo di persone oltre i 60 anni nel 2020 e, solo in Italia, nel 2030 due persone su cinque saranno over65, in pratica stiamo parlando della fetta di mercato più grande, ma anche di quella più succosa, dato che il portafoglio dei senior è di solito meglio rifornito di quello dei giovani.

L’attenzione delle aziende non si limita però soltanto al guardare il mondo senior come un mercato. Sta crescendo l’interesse anche per ragioni interne al funzionamento delle organizzazioni: il pensionamento dei dipendenti arriva sempre più tardi e gli “scivoli” dei tardo-cinquantenni verso l’uscita anticipata dal lavoro, che sono stati diffusissimi negli scorsi vent’anni, oggi sono un po’ meno convenienti e meno facili. Con un’espressione anglofila si va facendo strada nelle aziende la tematica del cosiddetto “age management”, che significa poi riconoscere anche dentro le mura delle organizzazioni la rivoluzione demografica in corso e imparare a gestire i sessantenni, tenendo conto  della loro esperienza, dei loro limiti e delle loro motivazioni.

Insomma: senior come grande mercato e contemporaneamente come risorse da gestire con una particolare attenzione. Il mondo delle aziende sta riconoscendo forse con un certo ritardo le opportunità e i cambiamenti legati all’invecchiamento della società, ma ormai il treno è in corsa e di questa nuova attenzione ce ne accorgeremo in modo massiccio nel prossimo futuro, da quel che troveremo nei negozi, alla pubblicità che vedremo in televisione, fino al modo in cui verrà trattato chi da sessantenne continuerà a lavorare in un’organizzazione.

In foto: donna over55 alle prese con lo shopping

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Una fotografia in chiaroscuro

Connessi e solidali, ma timorosi del futuro.

Una fotografia in chiaroscuro quella sui senior italiani illustrata venerdì scorso dal Censis nel suo 48° Rapporto sulla situazione sociale del Paese.
Come al solito i dati e le riflessioni del Rapporto richiederanno uno studio attento, ma alcuni aspetti già comunicati balzano subito agli occhi.
pensioni-638x425Ad esempio: i senior sono sempre più solidali e fungono da perno familiare: circa 4 milioni e mezzo di over65 si prendono cura di altre persone anziane non autosufficienti e di queste quasi 1 milione lo fa in modo regolare. Per non parlare dei 3,2 milioni che si prendono regolarmente cura dei nipoti e dei 5,7 milioni che lo fanno di tanto in tanto; oltre al milione e mezzo che contribuisce regolarmente con i propri soldi alla famiglia di figli o nipoti e ai 5,5 milioni che lo fanno di tanto in tanto.
I senior sono anche sempre più connessi in rete: che il trasporto verso i social network fosse inarrestabile lo si sapeva, ma colpisce comunque la dimensione del fenomeno: gli utenti facebook over55 sono aumentati del 405 (quattrocentocinque)% in cinque anni.
Questi forti segni di vitalità non portano però ad una visione ottimistica. Infatti, tra le generazioni a cavallo tra i maturi e i senior, sono tantissimi coloro che temono il futuro, come è testimoniato dal 64% dei 45-64enni che ha paura di finire in povertà.
E la situazione lavorativa ed occupazionale è decisamente in chiaroscuro. Se da una parte si rileva il boom di occupati over50 registrato dal 2011 a oggi (+19,1%), anche come effetto dello spostamento in avanti dell’età del ritiro dal lavoro, o se colpiscono i 2,7 milioni di persone over65 che svolgono ancora attività lavorativa (regolare o in nero), dall’altra parte rimane alto il numero d’inattivi over50 (oltre 17 milioni) e la grande maggioranza di essi (circa 14 milioni) non cerca lavoro e si dichiara indisponibile a lavorare. In foto: un senior al computer.

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Senior, case e generazioni

Durante le mie indagini sulle attività e gli stili di vita dei senior, quando mi ritrovo a domandare al cinquantenne o sessantenne che ho di fronte “cosa farà da grande”, non riesco mai ad evitare l’argomento “casa”. E’ un “tema sensibile”, capace di suscitare emozioni, fantasie e timori. E’ un argomento assolutamente intrecciato con le riflessioni degli intervistati sui propri progetti di vita, wqtm_famiglia-x-coversu quelli del proprio partner, sul destino dei figli e persino sul valore dell’autonomia e della libertà di movimento. Non appena ad un senior ancora autonomo parli del dove abiterà negli anni a venire gli si drizzano le orecchie, perché sa che sta parlando di uno dei terreni fondamentali su cui si giocherà la qualità della sua vita futura.

I senior non vogliono immaginare il loro futuro né con badanti né in case di riposo. E anche immaginarsi la solitudine della propria casa mette paura. Sono tantissimi i 50-60-70enni che si stanno chiedendo come e dove abiteranno nei prossimi anni e il momento giusto per porsi la domanda è proprio quando sei ancora abbastanza in forze. Quando invece l’autonomia è venuta meno e dipendi dal prossimo di solito é ormai troppo tardi e tocca adattarsi a soluzioni decise da altri.

Le storie che raccolgo da tempo raccontano tante situazioni diverse: si va da chi progetta un cambio di casa e residenza per tornare al paese d’origine dove troverà solidarietà familiare, a chi fa la scelta del cosiddetto downshifting, lasciando un appartamento grande e andando a vivere in uno più piccolo ma più consono alle proprie nuove esigenze personali; da chi, in condizioni privilegiate, può permettersi di godere come mai ha fatto in precedenza la seconda casa, a chi cerca di tenersi ben stretto il piccolo appartamento dove é in affitto sperando di farcela economicamente a sostenere la spesa con la pensione. Non mancano neppure testimonianze di chi ha adottato la soluzione sofisticata del prestito vitalizio ipotecario, prevista per legge per gli over65, dando in garanzia la propria abitazione per finanziare gli studi del nipote o di chi, in misura sempre più consistente, è attratto da esperienze di coabitazione e da formule di cohousing. 5-generazioni-insieme-300x224Ma le soluzioni di gran lunga più gettonate, per lo meno nelle testimonianze che ricevo, sono quelle che si intrecciano con l’abitazione dei figli ormai grandi e dei genitori over80. Sono soluzioni che prevedono, se non il vivere sotto lo stesso tetto, almeno l’abitare a non troppa distanza dai familiari in maniera da darsi aiuto vicendevole quando serve: è il modo, tutto italiano, di realizzare la solidarietà tra generazioni. La cosiddetta “generazione sandwich”, quella dei cinquanta-settantenni che spesso da una parte hanno figli grandi ma non ancora autosufficienti dal punto di vista economico e dall’altra parte genitori longevi ma spesso bisognosi di assistenza, è una generazione che tocca con mano quotidianamente cosa significa la solidarietà intergenerazionale e che spesso cerca nella vicinanza delle abitazioni il modo per rendere meno gravoso il proprio impegno familiare.

I “ragazzi di sessant’anni” di oggi hanno alcune straordinarie opportunità che le generazioni precedenti non hanno mai sperimentato, ad esempio sul piano della salute, delle possibilità di apprendimento, delle esperienze sociali ed affettive, eccetera. Al contempo sperimentano delle responsabilità e delle incombenze che in passato a questa età non erano più richieste. In questo senso sono degli “apripista”, alla ricerca di nuove modalità per vivere bene questa fase della vita e, in questa ricerca, una parte di rilievo sicuramente è assegnata al trovare le migliori soluzioni abitative e al mantenere saldi i rapporti tra generazioni. In foto: 5 generazioni insieme.    Questo articolo é stato pubblicato anche su abitaresociale.net

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Ancora giovani per essere vecchi

Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di moderare un incontro, organizzato dall’Associazione Nestore, con Carlo Vergani, notissimo medico geriatra, e con Giangiacomo Schiavi, scrittore e vicedirettore del Corriere della Sera, in cui si dibatteva il tema dell’invecchiamento prendendo spunto dal loro recentissimo libro “Ancora giovani per essere vecchi” (distribuito qualche settimana fa nelle edicole insieme al Corriere).

cover“Ancora giovani per essere vecchi” è un agile libro-intervista (ma forse sarebbe più appropriato definirlo un libro-dialogo fra i due autori), che ho molto apprezzato. Oltre ad offrire pagine di gradevole lettura, cosa che non fa mai male, lo snello volume riesce a proporre un panorama molto ampio delle problematiche dell’invecchiamento, coniugando precisione informativa e competenza specifica con un taglio divulgativo. L’approccio è multidisciplinare: i problemi vengono visti non solo sul piano fisico, medico, biologico, ma anche su quello demografico, sociologico e politico, e questo arricchisce. In più si capisce ad ogni pagina che il punto di vista è espresso sì da esperti, ma non distaccati, al contrario da esperti che partecipano intensamente a quanto vanno raccontando.

“Vivere a lungo, vivere bene” è il titolo di uno dei capitoli e, direi, il cuore del messaggio del libro. La massima di Seneca riportata nel libro: “quello che conta è come si vive, non quanto” è facilmente condivisibile, ma subito si porta appresso una serie di interrogativi: come si fa a cogliere appieno l’opportunità di una maggiore longevità che ormai è nei fatti ? quali sono i “segreti” per realizzare l’obiettivo della longevità coniugata con una vita di qualità ? ci sono le condizioni oggi in Italia perché questa aspirazione possa essere realizzata ?

La risposta a queste domande ha naturalmente molte sfaccettature e il dibattito dell’altro giorno è stato ricco di spunti. Ad esempio, è stato detto che conta tantissimo la salute percepita: la qualità della vita, soprattutto durante l’invecchiamento, è spesso più legata al proprio disagio interiore che alle condizioni oggettive; non che acciacchi e malattie non abbiano il loro peso ma innanzitutto conta come ci si sente dentro nel vivere il processo di invecchiamento. O ancora: bisogna uscire dal paradigma finora dominante del vecchio inutile e non più attivo, la longevità va resa attiva, ad esempio attraverso l’esercizio della cosiddetta “cittadinanza attiva”. E per quanto riguarda le condizioni del sistema sanitario, è auspicabile una nuova medicina, una medicina che si occupi delle situazioni croniche e non solo degli stati acuti delle malattie, così come un sistema assistenziale e medico che raggiunga gli anziani fragili nelle loro case e che non sia concentrato solo negli ospedali.

“Vivere a lungo, vivere bene” è un messaggio che per paradosso porta anche a pensare al fine vita. Che fare se si vive a lungo, ma “male”, magari perdendo anche la propria dignità ? E qui, di fronte ad uno dei temi a cui la nostra coscienza oggi è più sensibile, alla domanda posta da Schiavi nel libro: “E’ favorevole all’eutanasia attiva ?”, la risposta di Vergani è precisa: “No, lasciar morire non significa far morire.”

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Ho iniziato per un disagio generazionale

Il sessantenne Marco Martini mi ha inviato, come sua storia, il testo di una intervista che gli è stata fatta dopo aver vinto il “Traders’ Cup”, un campionato di trading con denaro reale, organizzato da Traders’ Magazine Italia in collaborazione con Borsa Italiana.  Pubblico un estratto di questa intervista.

sfondo campanileDice Marco: “Sono un sessantenne. Sono artigiano, commerciante e tecnico.  Ho fatto la scuola dell’obbligo e ho delle abilitazioni tecniche per il mio lavoro.
Ho una compagna e sono padre di un trentunenne, nato da una precedente relazione.
Vivo in Liguria. West Liguria. Una terra unica. A Bussana Vecchia. Tra i ruderi di un sogno hippy”.
Qual è, chiede l’intervistatore, il suo percorso di formazione nel trading finanziario ? “Ho iniziato per un disagio generazionale. Io nasco in provincia nei primi anni della seconda metà del secolo scorso, con le prime TV nelle case, le bombole del gas invece di legna e fascine, la plastica , il Moplen. Il primo telefono era in duplex. Il primo fax sono andato, incredulo, a vederlo arrivare in una ditta di fiori.
Poi, superati i quarant’anni, come uno schiaffo, la fantascienza diventa inesorabilmente realtà. Cervelli elettronici, PC portatili, telefoni cellulari, ADSL, Internet, comunicazione, new economy (cioè soldi dai soldi). Tanto da imparare, e a me piace.
con graficiCon Mauro, amico e bravo informatico, ci procuriamo dei software, un tipo ci vende lo scibile sul trading a 125 euro (correva l’anno 2003). Avevamo tutti i software esistenti… un centinaio… Resto folgorato, mi piace. A 50 anni appartengo a questo tempo, decido che  mi sarei formato un poco anche  in questa disciplina. Leggo un gran numero di libri e teoremi, mi piace; così lontano dal mio quotidiano. Vivo le varie teorie, approcci e matematiche come se fossero romanzi. Ed eccomi qua….

L’intervistatore chiede a Marco anche come si svolge la sua giornata.
“Non ho una giornata tipo, il trading é un hobby. Rilassante ed eccitante, più del tresette o del poker al bar. Ma con un potenziale enorme. Quando sono alla piattaforma osservo, valuto e a volte opero. Comunque se cominci alle 8 ti prepari. Alle 8,30 – 9 partono le banche Europee, poi notizie sui vari partecipanti alla bagarre. C’é di che divertirsi”.  In foto: Marco Martini

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Apprendere una nuova vita tecnologica

Sabato pomeriggio. Due ore libere da impegni in cui mi ritrovo seduto in salotto con Daniela. Potremmo chiacchierare un po’, invece lei mi dice che vorrebbe iscriversi ad uno dei nuovi servizi di car sharing che stanno prendendo piede in città e che potremmo farlo ora insieme. Digital_marketing_senior_citizenl-300x199Nostra figlia, che già se ne serve, ci ha detto che è molto comodo e facile da usare. Per niente convinto, mi siedo di fianco a lei e insieme ci cimentiamo con il primo passo: l’iscrizione. La prima schermata del sito che offre il servizio dice che bastano pochi minuti, noi – imbranati digitali che di fronte alla app da scaricare facciamo un gran casino tra tablet suo, smartphone mio, computer comune e carte di credito non abilitate – riusciamo ad avere la conferma che siamo riusciti ad iscriverci solo dopo un’ora e mezza abbondante. A quel punto, sfiniti ma desiderosi di verificare come funziona davvero il giocattolo, facciamo subito una prenotazione con l’intenzione di un giro in centro: siamo fortunati, troviamo un’auto vicino a casa e nessun ostacolo sin quando dobbiamo lasciare la vettura: a quel punto non c’è verso di riuscire a lasciare chiuse a chiave le portiere e passano minuti e minuti (ogni minuto costa) in cui affannosamente ci dimeniamo tra interpretazioni di cosa dice il computer di bordo, sms alla società fornitrice e connessione la più veloce possibile al sito del fornitore del servizio per rileggersi il regolamento. Alla fine ce la facciamo. Poco dopo telefona un amico e quando gli raccontiamo le peripezie per riuscire nell’impresa, arriva la sentenza: “Ma alla vostra età ? Lasciate queste cose a quelli più giovani che con le app ci sono nati !”

Le news in internet in tempo reale, l’acquisto di beni e servizi in rete, l’assistenza tecnica richiesta attraverso messaggi lasciati sui siti dei fornitori, le comunicazioni attraverso i social network, l’uso di smartphone, app e tablet, sono tutte tessere di un mosaico di abitudini quotidiane che stravolge routine consolidate in decenni di esperienza e che mette a dura prova l’autostima di un senior.

Riportava pochi giorni fa La Stampa (naturalmente la notizia l’ho trovata on line) alcuni dati di giugno di comScore, un’organizzazione che si propone come leader mondiale nella misurazione del mondo digitale. Secondo questa fonte “è intensa l’attività digitale di coloro che hanno superato i 55 anni oggi, gli anziani digitali di domani. Sono, infatti, 5,1 milioni gli utenti di Internet che fanno parte di questa fascia d’età…” Gli over 55 sono quelli che registrano i più alti livelli di crescita nell’accesso ai social network e ai siti, ad oggi sono 4,4 milioni… Di questi 3,6 milioni sono su Facebook e 600 mila su Twitter. In 4,5 milioni frequentano siti di news e informazione…”  In foto: due senior al computer

Per quanto riguarda poi l’uso di telefoni cellulari o smartphone i numeri sono ancora più consistenti: “la base di utenti mobile over 55 è pari a poco più di 15 milioni (48 milioni la base utenti complessiva mobile). In questa fascia d’età, il 55% possiede uno smartphone (8,5 milioni di persone)… Le attività principalmente svolte tramite app o siti `mobile´ sono: consultare il meteo (oltre il 40% degli over 55 con un telefono), utilizzare piattaforme come WhatsApp (31% over 55 vs 54% media totale utenti mobile), mandare e-mail (33% degli over 55 mobile vs 52% degli utenti mobile totali), utilizzare social network (25% degli over 55 contro il 46% del totale degli utenti mobile)”

I senior oggi non si rassegnano ad essere esclusi dall’uso dei nuovi mezzi tecnologici, ma quanta fatica e quanta flessibilità sono richieste per apprendere come si vive nel nuovo mondo digitale !

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Invecchiare bene a casa propria

Intervista di Enrico a Francesco, Pino e Raimondo di Abitaresociale.

Secondo Abitaresociale l’incremento della speranza di vita, associato ad un suo progressivo miglioramento, ha consentito una costante crescita del numero di persone anziane in grado di continuare a condurre una vita attiva e autonoma nella propria dimora. Questo apre delle opportunità, ma anche dei problemi.

02Si tratta di un cambiamento positivo. Perché allora occuparsene? Non dovrebbe essere sufficiente lasciare che la situazione evolva da sola ?

No, perché in realtà la casa e il quartiere oggi rappresentano ancora la principale causa di emarginazione delle persone quando invecchiano, precludendo loro la possibilità di muoversi facilmente, in modo sicuro e indipendente. Le abitazioni degli anziani si rivelano spesso inadeguate alle loro necessità e il patrimonio edilizio esistente generalmente è funzionale ad un tipo di famiglia giovane e autonoma nei trasporti, mentre la persona in là con gli anni, soprattutto quando perde la propria autonomia, spesso è costretta a trasferirsi presso una casa dei propri familiari o in una residenza privata assistita, sradicandola così dalla propria realtà sociale e accelerandone il processo di invecchiamento. Per questo è importante pensare alla propria abitazione per l’invecchiamento sin da prima, quando si è ancora in forma.

Secondo voi qual è la risposta a questo problema ?

E’ fondamentale definire modelli abitativi in linea con le esigenze della persona che invecchia. Servono complessi residenziali completamente accessibili, nuovi o riqualificati, rivolti a persone senior e anziane, ma anche a giovani e famiglie, perché la solidarietà tra generazioni va di pari passo con la ricerca di nuove soluzioni abitative. Noi di Abitaresociale siamo un gruppo interdisciplinare di ricerca e progetto composto da professionisti provenienti dal mondo dell’architettura, della medicina e delle scienze sociali e ci dedichiamo proprio alla creazione di questi tipi di progetti.

Come si sviluppa di solito un vostro progetto ?

In quattro fasi progettuali: sociale, architettonica, economica e gestionale. La progettazione sociale dello stile di vita comunitario preferito, scelto dai residenti attraverso un processo aperto e partecipativo, rappresenta la base da cui deriveranno le scelte dei tipi e tipologie edilizie, cioè il progetto architettonico, quindi l’erogazione dei servizi e l’accompagnamento dei residenti durante il tempo nelle problematiche gestionali.

Tutti i percorsi sono concepiti per favorire il processo di invecchiamento attivo e la solidarietà tra le generazioni e sono finalizzati alla costruzione di una comunità di residenti intergenerazionale, secondo uno spirito cooperativistico e solidale.

In foto: senior che progettano la loro casa comune.

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Senior che vivono insieme

Affollata conferenza-dibattito domenica scorsa, 12 ottobre, all’incontro sul “Cohousing Senior” svoltosi all’interno dell’ Experimentdays Milano 2014, “Fiera dell’Abitare collaborativo”. L’evento, ricco di due giorni di esposizioni e conferenze dedicate a nuovi modi di abitare la città, è arrivato in Italia dopo 10 anni di promozione di nuovi stili di vita legati all’abitare consapevole a Berlino e in Germania.

silversageEvidentemente le nuove formule abitative in vista dell’invecchiamento intercettano anche da noi la curiosità ed un bisogno diffuso dei senior di individuare soluzioni più accattivanti di quelle dell’abitazione monofamiliare a rischio solitudine o di scovare alternative, una volta persa l’autonomia, al rimedio della casa di cura o del badante.

Il dibattito dedicato alle “abitazioni collaborative per senior”, aiutato dal medico Pino Frau e dall’ architetto Francesco Cocco di Abitare Sociale, oltre che dai contributi di numerosi esperti, come ad esempio la svedese Kerstin Kårnekull autrice di un libro sui senior che vivono insieme o il madrileno Rogelio Ruiz, ha permesso di mettere in comune idee su quali sono i problemi più sentiti legati alla scelta di vivere in cohousing ad una certa età, ma anche i “sogni abitativi” per l’invecchiamento di più e meno giovani.

Qual è l’Eden più desiderato ? Vivere in luoghi belli, con spazi autonomi e indipendenti associati a parti comuni che forniscano non solo “servizi all’abitare” (il giardino, l’orto, la palestra, la lavanderia, ecc) e alla socialità (come sale comuni), ma anche servizi alla persona (ad esempio, assistenza e sostegno quando servono). La speranza è invecchiare adottando un modo di vivere che si è scelto e non è percepito come obbligato; l’ideale é evitare il ghetto per anziani, sostituito invece da presenze di persone di tutte le età: così si presenta il sogno di chi pensa al cohousing per la seconda parte della propria vita.

Realisticamente la conferenza ha evidenziato però che le distanze per realizzare il sogno sono grandi e numerose: economiche, psicologiche, di offerta del mercato immobiliare, di identificazione dei vicini cohousers, ma è soprattutto un cambiamento culturale quello che potrebbe avvicinare più persone a questa soluzione abitativa: infatti, anche solo immaginare che ci sono alternative alla casa di cura, alla badante, alla solitudine o, nella migliore delle ipotesi, alla famiglia tradizionale che torna ad allargarsi, potrebbe già essere un passo avanti.

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