Fatti ed Opinioni

Sei rialzista o ribassista ?

Prendo a prestito un gergo borsistico (rialzisti e ribassisti) per ragionare di un atteggiamento psicologico.

Laura, cinquantasettenne che ha sempre lavorato, pensa che il suo futuro non porterà nulla di buono, che il meglio di se l’ha già dato e che i momenti più belli della vita sono già alle spalle. Sul lavoro fatica a tenere i ritmi che le sono richiesti e non riesce più a trovare dentro di se la spinta di una volta. Continuerà a lavorare per parecchi anni, ma non è una prospettiva che le piace. In famiglia prosegue il tran tran abituale, gli affetti rimangono saldi, ma anche qui Laura pensa che i momenti più intensi e gratificanti siano acqua passata. La salute tiene, ma si rende conto di un graduale e inarrestabile declino fisico. E dentro di sé non trova qualcosa che illumini il futuro.

Cerca qualche spunto dalle sue due amiche coetanee, Beatrice e Silvia, che riconosce invece essere molto più ottimiste di lei. Beatrice, ad esempio, pensa che alcuni aspetti del suo lavoro continueranno ad interessarle e le piace la prospettiva di potersene occupare ancora per un po’. Inoltre le piace molto l’idea che, con il tempo che si libererà, potrà dedicarsi di più al giardino della sua casa di campagna e alla fotografia che è sempre stata la sua passione. Silvia, dal canto suo, è convinta che il rapporto con suo marito, neo pensionato, possa vivere ora una fase di riscoperta insieme e accarezza l’idea, lei che ha sempre lavorato in un negozio, di lanciarsi in una nuova impresa commerciale, piccola ma che secondo lei ha buone possibilità di successo.

Laura affronta la nuova fase di vita al ribasso, Beatrice e Silvia al rialzo.    Il ribassista pensa che la situazione gli stia sfuggendo di mano e che la sua vita non possa che essere declinante. Il rialzista, al contrario, vede le opportunità insite nella nuova fase di vita e si pone con l’atteggiamento di chi ancora governa la situazione e sa cogliere le cose belle che ne possono venire.

Non c’è dubbio che vivrà meglio la sua nuova fase di vita il senior capace di porsi in una prospettiva al rialzo e al rilancio, invece che con un atteggiamento di inevitabile ribasso.

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Che soluzioni per i ragazzi di 50-60 anni ?

Negli ultimi giorni, in occasione dell’uscita del libro “I ragazzi di sessant’anni”, sono stato intervistato da alcuni giornalisti.  La domanda più gettonata è: “quali soluzioni adottano i ragazzi di sessant’anni per vivere al meglio la loro età ?”.

La risposta che mi sembra più veritiera è che le soluzioni adottate sono molto variegate: non esistendo più un modello consolidato e buono per tutti, ciascuno va alla ricerca della propria strada.  Le storie che ho raccolto e che continuo a raccogliere raccontano, ad esempio, di persone che hanno fatto della continuità della vita lavorativa di sempre la loro scelta: come se gli anni non passassero mai, queste persone continuano con lo stesso assetto di vita di quando avevano quarant’anni, finché le forze e le condizioni esterne lo permettono.  Di fianco ai “continuisti” si trovano coloro che mantengono un focus alto su un’attività lavorativa, ma diversa rispetto a quella di sempre: è il caso, per fare degli esempi, di chi – uscito anzitempo dall’azienda dove lavorava come impiegato o operaio – si reimpiega in settori che tirano di più, come quelli dell’ assistenza alla persona o dell’impiego amministrativo; o di chi si cimenta in nuovi lavori che lasciano più tempo libero di prima o che possono essere svolti da casa. Poi ci sono coloro che danno la priorità ad attività non remunerate: sono ad esempio numerosi quelli che danno senso alla loro esistenza coltivando passioni che smuovono energia e motivazione. Qui gli esempi sono infiniti: si va da chi ha vocazioni artistiche (come teatro, musica, canto, pittura, fotografia, danza), a chi predilige usar le mani (ad esempio: attività di bricolage, cura dell’orto e del giardino, giocare coi motori, lavorar di ceramica), fino ai campi più disparati: creare un blog di critica politica, studiare  e approfondire una materia che ha sempre appassionato,  collezionare libri antichi, eccetera.

Infina, una percentuale significativa dei cinquanta- sessantenni che reinventano la propria quotidianità si dedica a servizi utili agli altri e non remunerati. In questo gruppo rientrano fondamentalmente due categorie: coloro che fanno attività di volontariato in una delle tante associazioni no profit in circolazione e coloro che si dedicano alla famiglia (i nonni che si prendono cura dei nipoti o i figli sessantenni che si prendono cura dei genitori non più autosufficienti), unendo così al servizio utile una forte dimensione affettiva.

Siamo generazioni – apripista, senza modelli consolidati da copiare. E in questo contesto ognuno sceglie la strada che gli è più congeniale e che meglio risponde alle proprie condizioni.

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Progetti di vita a 50-60 anni

Ha senso fare dei progetti di vita per un cinquantacinquenne, un sessantacinquenne, un settantacinquenne ?

Le ricerche sugli atteggiamenti verso il futuro delle persone di queste età indicano un forte cambiamento di prospettiva nel corso degli anni.  Una volta, la persona che stava abbandonando l’età matura sapeva che stava entrando filata nella fase della vecchiaia e che in questa fase il modello sociale di riferimento era quello del pensionato che tirava i remi in barca e si godeva il meritato riposo.  Oggi il senior sa che dopo la maturità ha ancora davanti ha sé altri quindici- venti anni di vita potenzialmente attiva prima di diventare davvero vecchio.

Avrebbe quindi senso per il senior, all’approssimarsi di questa fase, costruirsi dei film che prevedano un futuro soddisfacente e predisporre dei progetti conseguenti, anche di lunga durata.  A parte coloro che in tutta la loro vita hanno sempre preferito vivere alla giornata e decidere momento per momento il da farsi, per tutti gli altri invece, quelli che si sono sempre posti delle méte e si sono organizzati per raggiungerle, sarebbe naturale pensare al resto dell’esistenza attraverso dei progetti di medio-lungo termine.

Invece, quel che emerge dalle ricerche, e così è stato anche l’esito della mia indagine sulla “vita nuova” dei senior “privilegiati”, è un po’ diverso.

Il futuro sembra più affrontato “a progetti” che non con un progetto di vita.

Molto spesso le persone descrivono il film del loro futuro attraverso racconti di progetti: di lavoro, familiari, basati su divertimento, passioni o aiuto agli altri. Ma questo viene manifestato contemporaneamente alla constatazione che non si è in grado – o non si vuole -  mettersi in una prospettiva di lungo termine.

“Vediamo cosa succede a fine anno” è un’affermazione frequente. “Costruisco il mio futuro con un progetto di vita” è al contrario un atteggiamento quasi del tutto assente.  Progetti e impegni fino a due-tre anni sono accettati e ricercati, visioni di lungo termine molto meno, malgrado un’elevata aspettativa di vita residua attiva e in salute.

Come mai ? La spiegazione che mi sembra più convincente è che queste sono età in cui il desiderio di rimanere attivi con impegni e progetti si deve combinare con un crescente bisogno di respirare il “profumo della leggerezza” e quindi si va alla ricerca di formule più libere, flessibili e leggere, senza troppe ipoteche sul futuro.

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Angela e il volontariato

Angela (il nome è di fantasia, ma la storia è vera) si sta avvicinando ai sessant’anni e fa l’insegnante di lettere in una scuola media. Ci sa fare con i ragazzi e tutti sono convinti che  la sua scelta di lavoro sia stata azzeccata. Tutto sommato, ne è convinta anche lei. Si è separata dal marito da qualche anno, i due figli ormai sono grandi e i genitori sono morti recentemente, quindi in questa fase gode di una certa libertà, che lei ha chiarissimo come vuole utilizzare. Da sempre ha una spinta molto forte al rendersi utile agli altri e la sua sensibilità sociale è riconosciuta da tutti quelli che la conoscono. Sono parecchi anni che si informa su cosa fanno le associazioni di volontariato, qualche tempo fa ha iniziato a frequentarne una che si occupa di integrazione di bambini disadattati e da allora si sente bene. Dedica quasi tutto il tempo lasciato libero dall’insegnamento all’associazione e, quando parla di sé,  con gioia racconta che non vede l’ora di terminare gli anni dell’insegnamento per dedicarsi anima e corpo a questa nuova attività.

Quando mi sono imbattuto nella storia di Angela, la prima reazione che ho avuto è stata pensare che la sua era una vicenda abbastanza singolare e probabilmente poco replicabile. Salvo poi ricredermi, una volta che ho letto i dati sul volontariato che il Censis ha presentato in uno dei suoi Rapporti sulla situazione sociale del paese. In quello del dicembre 2010, ad esempio, si legge che il volontariato è in crescita e che, in particolare, ad attività di volontariato si dedica il 23 per cento dei quarantacinque- sessantaquattrenni e il 20,3 per cento degli over 64. Altro che esperienza singolare ! Il fenomeno è di massa.

Naturalmente, a fronte di così tante persone che si dedicano ad attività utili agli altri senza ricompensa, non possono che corrispondere altrettanto numerose associazioni dove il senior può prestare la sua opera gratuitamente. A Milano, dove vivo, sono numerosissime: solo per fare degli esempi, si va dalle associazioni che raccolgono dai ristoranti e dai supermercati cibi invenduti per distribuirli a chi non ha da mangiare, a quelle che si occupano dei malati di Alzheimer per offrire loro gratuitamente compagnia in modo professionale, a quelle che forniscono assistenza in strutture sanitarie.

Tra le attività che riescono a dare un senso ai quindici-vent’anni di vita in più che ci ritroviamo prima di diventare vecchi davvero, quelle di volontariato hanno sicuramente un posto di primo piano.

 

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Il trabocchetto dell’età pensionabile

Le scelte di vita dei senior non sono necessariamente collegate all’età pensionabile.

Un sondaggio Gallup fatto negli Stati Uniti e riportato dal sito senior.com rivela che oggi gli Americani si aspettano di andare in pensione, in un sistema del tutto diverso dal nostro, a 67 anni. Dalle nostre parti, un sondaggio pubblicato sul sito dell’Unione Europea, alla pagina dedicata all’invecchiamento attivo, indica che la maggioranza è a favore del poter continuare a lavorare anche oltre l’età pensionabile stabilita nei diversi paesi, che ormai nella maggior parte degli Stati membri viaggia oltre i 65 anni.

Sono aspettative e atteggiamenti che fanno comprendere due cose: primo, come oggi si stia diffondendo l’informazione e la consapevolezza su quali sono  i cambiamenti necessari nel sistema di welfare pensionistico a seguito dei fenomeni demografici e per via delle ristrettezze di bilancio degli Stati; secondo, che il termine dell’età pensionabile sta perdendo il significato storico di spartiacque che tocca tutti gli aspetti e i cambiamenti di questa fase di vita.

Sarebbe cieco e riduttivo il pensare che, avendo spostato per legge l’età pensionabile dai 60 ai 66-67 anni, allora la vita è leggibile semplicemente traslando in avanti di qualche anno i termini, così come sarebbe insensato il pensare che fino a 66 anni sei adulto e fai la vita da adulto come quando ne avevi  45, e poi con l’arrivo dell’assegno pensionistico diventi un anziano.

Non è più così ! Se una volta il momento dell’andata in pensione era un passaggio “totalizzante”, che segnava un cambiamento su tutti i fronti (lavorativo, di ruolo familiare, di ruolo sociale, di identità), oggi  i cambiamenti sono molto più sfumati, flessibili, graduati nel tempo e, soprattutto, legati alle condizioni e alle scelte individuali.

Per quasi tutti è diventato un valore positivo il rimanere attivi anche oltre i cinquanta-sessant’anni, magari fino oltre gli ottanta, sfruttando le migliori possibilità fisiche e mentali. Ma il modo in cui si realizza questa aspirazione e i tempi che ci si dà per i cambiamenti sono sempre più tagliati sui percorsi di vita individuali, e sempre meno sulle regole massificanti.

C’è chi vuole continuare a lavorare e ad utilizzare le proprie competenze ben oltre l’età pensionabile e considera un delitto obbligarlo a smettere. E c’è chi a cinquantacinque anni sceglierebbe molto volentieri di ridurre il proprio impegno lavorativo, anche accettando condizioni economicamente meno vantaggiose, per dedicarsi ad altro.  Il padre o la madre di famiglia può essere un ruolo che può capitare di smettere a qualunque età tra i cinquanta e gli ottanta: è un passaggio, questo familiare, certamente non legato a quando per legge o regola organizzativa è prevista la pensione.  E se ciascuno di noi provasse ad elencare i ruoli sociali che gli capita di giocare nel corso della vita quotidiana, scoprirebbe subito che oggi, nella società delle multi-identità, essi sono ben più numerosi dell’essere semplicemente “pensionato” o no.

Insomma, non confondiamo più un termine legale e burocratico, l’età pensionabile, con le fasi della vita di ciascuna persona.

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Vogliamo rimanere attivi

Roberto a 73 anni rimane attivissimo dedicando il suo tempo ad impegni di rilevanza sociale e politica.  Clara, 62enne, da quando ha smesso di lavorare è la colonna portante di tre famiglie: la sua, dove suo marito e il figlio grande si affidano a lei, quella della figlia sposata dove c’è da dare una mano nell’accudire un bebé e quella del padre anziano e non autosufficiente, dove è richiesto di pilotare la badante.

Adele a 80 anni trascorre più tempo in giro per il mondo che a casa sua.  Luigi, 69 enne, passa da un incarico lavorativo ad un altro e il tempo libero lo spende tenendosi aggiornato sulle evoluzioni della sua professione. Giuseppe, che ha 65 anni e che è in pensione da quando ne aveva 55, passa le giornate coltivando l’orto, accudendo qualche animale e facendo in nero lavoretti di riparazione ai vicini di casa.

Qualche sera fa un amico cinquantenne mi ha invitato ad un concerto della sua band: sala piena di senior e serata travolgente tra una canzone dei Pooh e un richiamo ai Beatles. A parte il cantante e il batterista, più giovani, tutta gente cinquantenne e sessantenne, che di giorno lavora e che la sera per nulla al mondo rinuncerebbe alla propria passione musicale.

Le età che un tempo erano dedicate al “meritato riposo”, alla panchina del parco, al tirare i remi in barca, stanno diventando sempre più, ogni giorno che passa, età in cui si rimane attivi.

I modi cui si è attivi sono molteplici: ad esempio, si è attivi continuando a lavorare,  dedicandosi ad iniziative di volontariato, prendendosi cura dei familiari che ne hanno bisogno, coltivando passioni, facendo sport e attività fisica, partecipando ad associazioni, viaggiando, andando al cinema, leggendo e anche imparando cose nuove, come ad esempio un uso disinvolto di internet.

Le differenze da persona e persona su quali sono le attività predominanti sono significative, ma quel che più conta è che tutti siamo impegnati e attivi, alla ricerca di un senso da dare ai quindici – vent’anni di vita in più che ci ritroviamo.

Il 2012 è, per l’Unione Europea, l’anno dell’ active ageing, dell’invecchiamento attivo. Direi che non è solo un auspicio, ci siamo già immersi fino al collo !

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Una fase di transizione

Tiziana qualche giorno fa ha inviato al blog questo commento: “Devo compiere 59 anni a settembre e ho bisogno di aiuto nel traghettarmi dalla sponda del lavoro attivo, iperattivo, alla riva della pensione fra circa 3 anni- credo sia necessario prepararsi in tempo per non ritrovarsi senza motivazioni”.  Penso che Tiziana sia sulla pista giusta. La fase di vita che sta  per intraprendere è una fase di transizione e di cambiamento e, come tutte le transizioni, richiede di fare il tagliando delle proprie esigenze e motivazioni, per poi  indirizzarsi verso gli equilibri che meglio rispondono alla nuova situazione.

Effettivamente tra i cinquanta e i settanta (l’inizio della fase di vita nuova può essere molto diverso da persona a persona) ci si imbatte in un numero elevato di cambiamenti e trasformazioni. Dopo un lungo periodo di sostanziale stabilità ci si accorge che delle novità sono alle porte. Infatti, dopo la lunga fase dell’adulto maturo, quella in cui di solito si è inseriti nei ritmi organizzativi del lavoro e della famiglia con figli da far crescere e durante il quale ci si è assestati in un equilibrio al quale ci si è abituati, si entra in una fase in cui il segno della vita che scorre è sperimentabile su vari fronti: quello fisico, quello familiare e quello lavorativo.

Qualcuno sperimenta tutti e tre i tipi di cambiamento nello stesso periodo, qualcun altro ci arriva con più gradualità.    Un nuovo equilibrio fisico è quello che tiene conto dei nuovi limiti imposti dal nostro corpo. Un nuovo equilibrio familiare è, ad esempio, quello che sperimentano coloro che hanno figli grandi che man mano si rendono autonomi. Un nuovo equilibrio sul fronte delle attività svolte è quello che può portare a un diverso impegno lavorativo (per tempo dedicato, per energia immessa) o più classicamente che prevede il passaggio dal lavoro full time alla pensione.

Per tutti e tre questi cambiamenti, l’annullamento improvviso o lo svanire graduale dell’equilibrio precedente non è sostituito immediatamente da una nuova condizione armonica ed equilibrata. Come tutte le transizioni della vita il processo è spesso costellato di crisi, di sperimentazioni, di insoddisfazioni, di scoperte, di prove ed errori; insomma, è appunto una transizione, in cui quando cominci non sai quale sarà esattamente il punto d’arrivo.

Anche coloro che affrontano questi cambiamenti con spirito ottimista e positivo devono fare i conti con un periodo di esplorazione. Ad esempio, molti genitori che vedono uscire di casa i figli diventati grandi, associano ad un senso di libertà ritrovata un più o meno angosciante sentimento da “nido vuoto” e prima di dare un nuovo senso compiuto agli spazi e ai tempi liberati devono sperimentare nuovi equilibri.   La transizione più conosciuta è sicuramente quella dal lavoro alla pensione. Addirittura, ci sono associazioni che propongono corsi per imparare a gestire questo passaggio. A Milano, per fare un esempio, l’Associazione Nestore è nata esattamente con la missione di studiare questo fenomeno e di sostenere i neo pensionati nel passaggio.  In questo caso, mettere a fuoco i propri desideri attuali e riallargare lo sguardo pensando a quali sono tutti i possibili progetti alla propria portata è un passaggio fondamentale per prepararsi adeguatamente alla nuova condizione.  E soprattutto, per evitare quel che teme Tiziana (“ritrovarmi senza motivazioni”), è fondamentale stare alla larga da un atteggiamento “al ribasso”, lasciandosi andare a routine che non si sono scelte, per mettersi invece in una prospettiva “di rilancio”, in cui si ha ancora il controllo della propria vita e si possono coltivare progetti e passioni.

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Chi ci vede vecchi a 50-60 anni

“Chiamarmi oggi vecchia è come dire bionda a me che sono mora !” esclama risentita la tinta cinquantacinquenne Luisa.  “Vecchio proprio non mi sento, se me lo dicono lo accetto, ma non è proprio una categoria in cui mi riconosco” conferma il sessantaquattrenne Luigi.

Difficile oggi trovare qualcuno tra i 50 e i 70 anni che si senta “vecchio” e che si ritrovi in questo appellativo.  Il vecchio è considerato senza energie e con l’occhio rivolto all’indietro, mentre in quella fascia di età siamo di solito ancora con tanta voglia di fare e capaci di guardare in avanti.

Allora tutti d’accordo ? La smettiamo di considerare vecchio il cinquanta-sessantenne di oggi ? Nemmeno per sogno ! Sono almeno due le categorie che vedono vecchie le persone di questa fascia di età e che non smettono di sbandierarlo.

La prima categoria è quella delle organizzazioni dove si lavora, che a quell’età ti fanno capire chiaramente che sei sotto osservazione per via della tua età e che da un momento all’altro potrebbero liberarsi di te. Ce la fai ad essere produttivo come prima ? Se occupi una posizione di responsabilità, sei in grado di giocare la partita con la stessa prontezza ed energia che hai dimostrato da più giovane ? Fino a poco tempo fa, le leggi e gli incentivi che favorivano gli “scivoli” creavano una condizione perfetta per far sentire vecchio il cinquantenne: l’azienda si liberava di una risorsa costosa, i soldi pubblici garantivano una pensione precoce e i diretti interessati si ritrovavano la giornata libera e qualche soldo in tasca. Oggi la situazione è paradossale: l’età pensionabile si è allontanata, i soldi pubblici sono sempre meno, ma le organizzazioni continuano a vedere vecchio il cinquantenne e, quando devono tagliare, lo prendono ancora di mira. Se poi sei nei sessanta inoltrati e hai per caso ancora voglia di continuare, devi comunque fare i conti con le regole aziendali che a quell’età prevedono, anche per incarichi manageriali, l’uscita.

La seconda categoria di quelli che vogliono far vedere vecchio il 50-60enne è composta da coloro usano la propria età per piangersi addosso e cercare commiserazione. “Sono vecchio, non ce la faccio più, a me dovrebbero pensare gli altri” (sottinteso i figli o lo Stato). Non sto parlando di quelli che il fisico gli ha già ceduto per davvero, ma di quelli che pensano che il mondo sia fermo a mezzo secolo fa, quando a 55 anni cominciavi a pensare (allora a ragione) che stava iniziando l’ultima puntata prima di passare a miglior vita.

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Ma è davvero un’opportunità ?

La signora seduta di fronte a me sull’autobus deve essere vicino ai sessanta. Alla sua amica con cui sta viaggiando dice: “A me è chiaro cos’è successo. Che la vita di oggi, lavoro in ufficio e occuparmi a casa di marito e figli, continuerà ancora per un bel po’ di anni. E poi, quando sarò in pensione e i figli se ne saranno andati, mi dovrò occupare dei vecchietti di casa che a quel punto non ce la faranno più da soli, finché anch’io avrò bisogno dell’assistenza di altri”.

Le statistiche dicono che oggi a sessant’anni la speranza di vita residua è intorno a 21 anni e mezzo per gli uomini e a 26 per le donne.  Sempre le statistiche dicono che il rischio di incorrere in situazioni di non autonomia si alza di molto dopo gli 80 anni. Dunque, la signora dell’autobus ha probabilmente ragione: per i prossimi quattro o cinque anni, stante le nuove pensioni, continuerà a lavorare in ufficio e in casa come sempre, poi genitori e suoceri che avranno passato da un po’ l’ottantina le chiederanno aiuto e se in seguito è fortunata ce la farà in autonomia fino alla fine, se no avrà bisogno anche lei di qualche sostegno.

Tante altre situazioni sono più rosee: c’è chi non vive negativamente il lavorare ancora per qualche anno e anzi considera il lavoro l’attività ancora più motivante che non smetterebbe mai, chi può permettersi la badante per la cura quotidiana dei parenti anziani non autosufficienti e chi ha interessi e progetti coltivati o accarezzati da tempo che possono appassionare anche a questa età.  Ma anche se stiamo alla prospettiva grigia della signora dell’autobus, davvero non vogliamo considerare una clamorosa opportunità la finestra di vita in più che ci è stata regalata ?

Ad ogni età corrisponde una fatica e le diseguaglianze sociali si presentano sia da bambino, sia da adulto, sia da senior; ma preferiremmo forse scambiare la prospettiva di altri 20 anni attivi da esplorare in salute con una fotografia di cinquant’anni fa, in cui vecchio a sessant’anni lo eri senza ombra di dubbio, in cui il “meritato riposo” significava appassire seduto su una panchina e in cui dopo la pensione ti restavano pochi anni ancora da vivere ?

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Una nuova opportunità

I 50-70enni di oggi sono i primi a godere consapevolmente di un’opportunità che le generazioni precedenti non avevano: 15-20 anni di vita attiva in più rispetto al passato.  Le persone di queste generazioni hanno una speranza di vita più lunga, possono essere più a lungo attive e in buona salute e sono consapevoli di questa opportunità.

I cinquanta- sessant’anni non sono più la premessa della “vecchiaia vera”, ma la premessa di una fase di “vita nuova” – una finestra diversa da persona a persona, che può iniziare tra i 55/65 anni e terminare verso i 75/80 anni -  tutta da inventare, sia a livello di modello sociale sia a livello di progetto individuale.

La nuova fase di vita può essere affrontata facendo un salto di qualità positivo, soprattutto se siamo consapevoli di quali sono le sfide che incontreremo, sul fronte lavorativo, economico, della nostra motivazione, della nostra identità, dell’uso del tempo, delle soluzioni abitative, dei rapporti di coppia maturi, del rapporto con i figli ormai grandi, e così via.

Ti interessa capire come le persone stanno approcciando questa fase di “vita nuova”, diversa sia da quella adulta classica sia dalla “vecchiaia vera”, e come la stanno reinventando ? Come stanno superando i problemi o godendo delle opportunità che ai nuovi cinquanta-settantenni sono proposte ? In questo blog cercheremo risposte a queste domande. Potrai anche confrontare la tua situazione personale e i tuoi problemi con le storie e le vicende dei tuoi coetanei.

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