Fatti ed Opinioni

I jolly dei senior che lavorano

La carta a sorpresa che possiamo giocare quando ci avviciniamo alla fase di vita da senior sono le risorse che davamo per scontate e che scopriamo tornano buone per non rinunciare completamente ad una vita attiva.

Per molti senior rimanere attivi ha il significato di essere obbligati a lavorare qualche anno più del previsto. Ma, sorprendentemente, in tanti desiderano proseguire un’attività lavorativa, sia essa il proseguimento di quella tradizionale o una nuova. Anche chi intende e può dare più spazio ai divertimenti, al proprio benessere, a nuove passioni, alla vita familiare o al volontariato, spesso vorrebbe non rinunciare completamente ad un’occupazione lavorativa.

Come riferisce Betta Andrioli in un articolo del Sole24ore riprendendo un’ indagine Istat, è questo, ad esempio, il caso di 411.000 italiani che “seppur pensionati, continuano a lavorare, da dipendenti o autonomi: 50-69enni che non hanno alcuna intenzione di farsi relegare al solo ruolo di nonni e continuano a produrre e guadagnare”.

Il punto è che la società non è organizzata per dare risposta a questa richiesta, se non in modo embrionale, e trovare opportunità che rispondano all’esigenza non è faccenda immediata.

Il problema naturalmente non se lo pone chi ha fatto la scelta di proseguire nel lavoro di sempre, con le stesse responsabilità, la stessa intensità e gli stessi ritmi. Sempre che gli sia possibile, continuerà la vita di prima nella stessa organizzazione oppure, ad esempio se lavora come autonomo, continuerà comunque ad organizzarsi la giornata senza significativi cambiamenti. E il problema non se lo pone neppure chi avrebbe smesso volentieri di lavorare, ma non può farlo per le necessità economiche proprie o della propria famiglia.

Il problema se lo pongono coloro che, volendo o dovendo proseguire un’attività lavorativa, sono invece obbligati ad uscire dall’organizzazione dove lavorano e cercano formule di lavoro più consone alle loro nuove esigenze.

E’ per costoro che diventano importanti le risorse che si hanno da giocare. Perché sono di nuovo sul mercato del lavoro e, come succede ai ragazzi appena finito di studiare, devono guardarsi intorno e probabilmente subire qualche nuova selezione.

A molti non fa un bell’effetto ritrovarsi “sul mercato”, soprattutto a quelli che dal lavoro di prima sono stati espulsi. Gli altri, quelli che la nuova vita se la sono scelta, sono un po’ più disponibili ad ingegnarsi per trovare la nuova soluzione che li soddisfi. Ma in generale la sensazione è strana: pensavi di aver superato tutto, di non dover più subire esami e valutazioni, e invece scopri che se te la vuoi giocare ancora devi rimetterti in pista, con tutti i rischi di rifiuto o d’insuccesso del caso.  Ed è qui che allora torna utile fare un bel bilancio delle risorse che si hanno a disposizione e di quali possono essere utilizzate per riuscire nell’intento.

Sarebbe riduttivo far riferimento alle sole risorse economiche, come il risparmio e l’eventuale patrimonio accumulato; è utile invece prendere in considerazione anche altri generi di risorse, importanti per affrontare, attrezzati, la nuova fase di vita lavorativa. In particolare, credo che le risorse più utili a questo scopo siano: le capacità personali, il network di conoscenze e le competenze sviluppate in uno specifico campo di attività: tutti jolly che provengono dalle precedenti esperienze e che ora possono essere rimessi in gioco.  

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I tuoi anni migliori devono ancora venire

Le risorse del nostro cervello, anche invecchiando, sono sorprendenti e talvolta, anche se danneggiato, il cervello può continuare a lavorare efficacemente. Ce lo racconta in questo articolo Patrizia Belleri, che commenta il libro di Barbara Strauch e ricorda la ricerca sulle suore dell’Ordine School Sisters of Notre Dame.

Scrive Patrizia Belleri: La giornalista scientifica Barbara Strauch, giunta alla soglia dei 57 anni, inizia a preoccuparsi per i fenomeni sempre più frequenti che la infastidiscono nel suo quotidiano: il nome di una persona conosciuta che sfugge, le distrazioni nel corso di un ragionamento, la dimenticanza di gesti abituali.

Nel cercare spiegazioni, e forse anche conforto, interroga scienziati e passa in rassegna le ricerche più recenti. Nasce così I tuoi anni migliori devono ancora venire. Le sorprendenti risorse del cervello di mezza età, edito da Mondadori, un libro ricco di risultati di ricerche ed esempi tratti dalla vita delle persone, scritto con linguaggio chiaro e accessibile, senza mai perdere di vista la correttezza scientifica.

La Strauch scopre che la scienza interpreta in modo nuovo fenomeni conosciuti: ad esempio, le cellule cerebrali iniziano sì a morire già in età giovanile e non vengono più rimpiazzate, ma tante ricerche  dimostrano come il cervello sia in grado di organizzarsi per far fronte ai processi degenerativi, affinando altre capacità e modalità adattive originali. Se da un lato è più frequente dimenticare il nome del vicino incontrato fuori casa, nella mezza età migliorano doti quali l’ottimismo, la capacità di far fronte alle situazioni nuove, e aumenta inoltre l’abilità di attingere alle esperienze passate al fine di elaborare  strategie per risolvere problemi attuali.

Affascinanti  le teorie sulla “riserva cerebrale” e la “riserva cognitiva”, dei veri e propri  depositi cui il cervello attingerebbe nell’età matura: gli stili di vita sani e la vivacità intellettuale ne costituiscono le basi.

La riserva cognitiva,fatta di cultura, ma anche di atteggiamento positivo nei confronti della vita, spiegherebbe un fenomeno tanto impressionante quanto incoraggiante: il cervello maturo può lavorare efficacemente anche se danneggiato.

La Strauch ci racconta a questo proposito la storia delle suore dell’Ordine School Sisters of Notre Dame, osservate da David Snowdon, insieme ad altri ricercatori del Kentucky, in un  lungo  e appassionante studio longitudinale.

La ricerca, nota con il nome di “Nun Study“ è iniziata nel 1986  ed è durata 25 anni.  Ha coinvolto 678 suore di età compresa tra i 60 e i 95 anni. L’intento era studiare i fattori predittivi della malattia di Alzheimer in età matura e quelli che fanno vivere più a lungo e favoriscono la buona qualità della vita negli ultimi anni.

Questa ricerca è singolare per diverse ragioni.  Innanzi tutto, la lunghezza del periodo esaminato, dagli anni 30, quando le suore avevano circa vent’anni, fino alla loro vecchiaia. Infatti,  i ricercatori hanno potuto accedere alle autobiografie che le religiose avevano scritto negli anni del noviziato circa sessant’anni prima, conservate negli archivi del Convento. Altro elemento interessante è il fatto che le suore appartenevano a un Ordine che privilegia  lo studio, la cultura, la vivacità intellettuale.

Inoltre, la peculiarità del campione: trattandosi di religiose, è stato possibile eliminare variabili legate a  stili di vita dannosi quali alcol o fumo, che avrebbero creato delle interferenze indesiderate nell’interpretazione dei risultati.

L’ultimo e forse più interessante fattore è che tutte le suore avevano preso l’impegno  di donare il proprio cervello ai fini della ricerca, se la loro morte fosse avvenuta nel corso dell’esperimento.

Per ciascuna religiosa è stato compilato un dossier  ricco e dettagliato, a partire dai contenuti delle autobiografie degli anni giovanili. Periodicamente,   venivano somministrati test cognitivi il cui scopo era valutare la memoria, l’intelligenza e il grado di conservazione dell’autonomia personale con l’avanzare degli anni.

Dall’analisi delle autobiografie giovanili e dalle risposte ai controlli periodici veniva  esaminato anche  lo stato di benessere psicologico. In altre parole, si cercava di capire se le suore fossero   appagate della propria vita e si auto percepissero serene o felici.

I risultati   hanno ispirato diverse pubblicazioni, tra queste Aging with Grace, dello stesso Snowdon e numerosi articoli scientifici.  Tra gli altri, è emerso che la cultura e la vivacità intellettuale predispongono a una miglior qualità della vita in vecchiaia e che la presenza di ictus  e traumi cranici nel corso della vita sono elementi predittivi della malattia di Alzheimer in età avanzata.

Ma ciò che ha impressionato i ricercatori è la vicenda di una suora cui è stato dato il nome di Bernardette. La religiosa era tra le più intelligenti e colte tra le consorelle,  si era laureata in pedagogia, aveva insegnato per molti anni e la sua vivacità intellettuale non era mai venuta meno, tanto da risultare tra le migliori nelle risposte ai test cognitivi cui fu sottoposta periodicamente fino alla fine dei suoi giorni.

Morì d’infarto a 85 anni e, come previsto, il suo cervello fu sottoposto ad analisi autoptica. Con grande meraviglia, i ricercatori scoprirono che l’encefalo presentava segni evidenti di una gravissima forma di Alzheimer allo stadio più avanzato: a giudicare dalle condizioni del cervello, la suora avrebbe dovuto presentare una demenza grave.

Il caso non rimase isolato, la stessa Strauch ci racconta anche la vicenda di un personaggio noto nella letteratura scientifica come lo Scacchista: insegnante in pensione londinese, era un formidabile giocatore di scacchi, in grado di calcolare sette mosse in anticipo. Ad un certo punto incominciò a preoccuparsi perché si accorse di poterne calcolare solo quattro, pur continuando ad avere una vita molto attiva  e intellettualmente vivace. Si sottopose a numerosi accertamenti e fu sempre rassicurato sulle condizioni del suo cervello. Alla sua morte, anche il suo encefalo presentava gravi lesioni tipiche della malattia di Alzheimer.

Tante teorie affascinanti, dunque, che mostrano modalità nuove di studiare e di vivere la seconda metà della vita, si snodano nella scrittura piana ed efficace di Barbara Strauch, in questo bel libro decisamente da consigliare.

In foto: la copertina del libro di Barbara Strauch “I tuoi anni migliori devono ancora venire. Le sorprendenti risorse del cervello di mezza età”, edito da Mondadori.

 

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Scusate il disturbo

Silvia Ghidinelli, che ci ha già raccontato il suo cambiamento legato al trasferimento d’abitazione, qui ci racconta del rapporto con i nuovi vicini : “L’estate scorsa ci sono stati i lavori di ristrutturazione dell’alloggio del condominio dove sono andata ad abitare da poco: tre mesi  di rumori e di polveri. Infatti sono state abbattute delle pareti, ristrutturato il terrazzo , smantellato il bagno. Quando andavo a seguire lo stato dei  lavori  salutavo i vicini che mi rispondevano con dei sorrisi forzati e dei mugugni  ai quali rispondevo: “Abbiate pazienza, finiremo presto…”  foto: vicini di casa

Così, dopo aver fatto trasloco ed essermi  sistemata, mi sono sentita in dovere di invitare le famiglie del piano per un caffè,  con la scusa di mostrare la ristrutturazione, ma in realtà perché mi sentivo in colpa per il trambusto estivo che avevo causato, mentre  ai  vicini del piano di sotto ho offerto  dei biscotti fatti da me, per i bambini.   Ho fatto senz’altro bene, perché da allora i sorrisi dei vicini sono diventati più aperti e i saluti sinceri: avevo compreso il loro disagio.

Così avviene in Italia, perché, nonostante la crisi, i disagi delle ristrutturazioni sono vissuti male, anche se, a pensarci bene, il palazzo ne acquista e  i proprietari vedono rivalutati i prezzi dei loro alloggi. Ho letto invece che accade diversamente negli Stati Uniti:  grandi città come S. Francisco e New York sono in continuo rifacimentoe restauro: dalle case alle strade, ai grattacieli che necessitano di perenne manutenzione se conservati, oppure vengono demoliti, costruiti e rifatti.  Naturalmente il frastuono è terribile e la gente usa le cuffie “ silenzio totale” , spesso inutili, per non sentire.  Ma, rispetto all’Italia, di nuovo c’è che nessuno mugugna o si  lamenta,  per l’Americano è tutto normale, anzi, il frastuono e la polvere delle eterne ristrutturazioni  sono la prova che  l’economia funziona.

     Due punti di vista diversi: il privilegio dell’immobilismo e della conservazione italiani contro il dinamismo  e la  costruzione continua americana. Voglio ricordarmene in caso di future ristrutturazioni del vicinato…”

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Ricordi di viaggi e vacanze

Di fronte alla prospettiva di un periodo di vacanza ognuno di noi si comporta in modo diverso. C’è chi vuole andare sul sicuro e chi invece vuole sperimentare sempre qualcosa di nuovo. E può anche capitare che ciascuno di noi preferisca in alcuni momenti le sicurezze e in altri momenti le sorprese.

I  miei ricordi di bambino cresciuto nel periodo del boom economico sono di una famigliola che al momento delle vacanze caricava sulla prode Dauphine (era un’automobile, non una colf) una quantità irragionevole di bagagli e che, allo scadere del weekend di S. Pietro e Paolo, non un giorno prima non un giorno dopo, partiva inerpicandosi lungo i tornanti della Cisa, quella originale, la statale con così tante curve che non può che essere stata opera di uno con la mente contorta (oggi se volete che uno si faccia tutta la statale della Cisa dovete promettergli che alla fine vincerà una Ferrari).  Una mezza dozzina di fermate per vomiti e pipì erano assicurate, ma lo stoicismo dei miei genitori veniva ripagato dopo circa quattro – cinque ore di viaggio, quando in lontananza si cominciavano ad intravedere le Apuane e, finalmente, il mare.

La mitica Marina di Massa ci aspettava con le sue spiagge, i suoi ombrelloni, i suoi ping pong da stabilimento balneare e soprattutto con le stesse facce di villeggianti. All’ombrellone di sinistra ritrovavamo i signori di Pontedera e a quello di destra quelli un po’ più antipatici che venivano da Torino, che però avevano una figlia che con il passar degli anni si faceva sempre più interessante. Lì si rimaneva per un mese, la giornata scandita da ritmi che neanche in un collegio svzzero: alle 10 già tutti in slip da bagno sulla spiaggia, alle 12.30 via tutti a far la doccia e alla casa presa in affitto per il pranzo, poi dalle 15 alle 18 replay. L’evento della giornata, per quel che mi riguardava, erano le finte gare ciclistiche, finte perché con il ciclismo non avevano niente a che fare: ci si inventava una pista e con lo scatto dell’indice e del pollice si faceva a gara spingendo in avanti i tappi delle aranciate, ciascuno dei quali era associato ad un ciclista famoso. Me lo ricordo bene, perché non ero niente male a questo sport particolare. Per tutto il mese stavamo a corto di informazioni di quelli che conoscevamo: le comunicazioni telefoniche come siamo abituati ad averle oggi erano ancora di là da venire ma tutto sommato quell’ assenza di trilli non impensieriva nessuno. Mio padre, non so per quale vocazione masochistica, si faceva avanti e indietro da Milano tutti i fine settimana, finché scaduto il mese non ci riportava a casa.  Prima di partire però bisognava ricordarsi di una cosa fondamentale: passare dal signor Antonio, che era il gestore dello stabilimento, e fissare per l’anno successivo: mi raccomando, stessa fila e stesso ombrellone !  Ecco, non si poteva proprio dire che le mie vacanze da bambino fossero piene di incognite. Sapevo in anticipo quel che mi aspettava e tra l’altro, siccome non mi dispiaceva per niente, partivo un po’ meno musone del solito. 

Forse per reazione personale, forse perché nel frattempo l’Italia non era più la stessa, qualche anno dopo la mia vacanza era diventata un’altra cosa. Non era vacanza se non ci mettevo una dose consistente di avventura e se per caso tutto filava liscio un po’ mi dispiaceva. Intanto, guai a pensare di tornare negli stessi luoghi degli anni precedenti: il must era diventato viaggiare, esplorare, scoprire quel che non era ancora omologato.  Negli anni Settanta non c’erano ancora i low cost, i genitori erano disposti a svenarsi per mandarti a Croydon o a Hastings per imparare l’inglese, ma non a sovvenzionare delle vacanze un po’ balzane, quindi se volevi raggiungere le destinazioni più lontane dovevi inventarti un mezzo di locomozione terrestre. A parte quelli mitici che arrivavano in Afghanistan in autostop (lo confesso, non ci ho mai nemmeno provato), i più si lanciavano verso méte esotiche con vecchie carriole che si brindava se riuscivi ad arrancare fino al confine di Stato. Andava ancora molto la canadese: due sere su tre, dopo aver viaggiato tutto il giorno ad una media che superava di poco i 70 all’ora, si piantavano i paletti della tenda e si piombava in un sonno pesantissimo; la terza sera, anche perché il fetore cominciava ad essere intollerabile, le ragazze riuscivano a rimediare un alberguccio di infima categoria che a quel punto però sembrava una reggia.

A quell’epoca non c’era ancora l’immigrazione dall’estero, se per caso ti passava di fianco uno con una tunica fino ai piedi, e non era un prete, tutti si voltavano e lo squadravano incuriositi; se ti passava di fianco una col velo faceva un po’ meno scalpore perché eravamo ancora abituati alle nonne del Sud Italia che andavano in giro con la testa coperta di nero . Ma insomma, le grandi migrazioni mondiali verso l’Italia dovevano ancora iniziare e allora destinazioni come il nord Africa o la Turchia erano il massimo dell’avventura e dello sconosciuto. Trovavi coetanei italiani arrivati con mezzi di fortuna tra i berberi marocchini, in Cappadocia, ma anche a Capo Nord e, naturalmente, non potevi aver mancato la traversata dormendo sul ponte di una qualche scassatissima e iperaffollata nave greca.  L’Erasmus non era stato ancora inventato ed eravamo felici di vivere l’avventura, la scoperta, l’incognito.

A dir la verità non provavamo tutti sempre gli stessi sentimenti.Quella volta che ci eravamo mossi dall’Italia in sette su un pullmino 850 Fiat per raggiungere Istanbul e alla seconda notte di pioggia incessante sulla Serbia e sulla Bosnia (che allora non sapevamo si chiamassero così, erano semplicemente una Yugoslavia dove ci stupivamo che usassero caratteri diversi dai nostri), ci ritrovammo fradici noi, le nostre tende e i nostri bagagli, con i topi che di  notte impedivano di dormire, in alcuni del gruppo la preoccupazione e l’ansia presero il sopravvento. Va bene l’avventura, ma fino a che punto ? fu la domanda posta il mattino dopo al riparo in una bettola davanti a una tazza di schifoso caffè tiepidino. Eh sì, sono i rischi del mestiere del vacanziere avventuroso ! Ti piace l’idea di scoprire nuovi mondi, di metterti alla prova, di entrare in contatto con genti e culture diverse, di sperimentare situazioni non scontate, ma il prezzo che paghi è l’incertezza e quel che provi è quel sottile sentimento che si fa strada, prima quando valuti razionalmente i rischi legati a quel che stai per fare, poi quando si trasforma in agitazione perché ti rendi conto, nel bel mezzo della situazione, che non la controlli più del tutto e che le spiacevolezze sono più di quante ti saresti immaginato. 

E’ stato probabilmente a partire da quel periodo, quegli anni Settanta in cui quelli che erano tra i venti e i trenta sperimentavano questo tipo di vacanze, che si diffusero per reazione le vacanze organizzate, basate su questo patto: tu fidati di me e io ti offro divertimento, viaggio, se vuoi anche un pizzico d’ avventura, ma soprattutto stai tranquillo, ti do la garanzia che troverai tutto quello che ti prometto e senza sorprese negative.

 

 

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Piccola ma adatta a me

Scrive Silvia Ghidinelli: Ho traslocato a settembre  in un’ abitazione più piccola, con open space e grande terrazzo, ma, come già ho raccontato tempo fa in questo blog, ho dovuto fare downshifting, cioè rinunciare a parecchi quadri, libri, mobili e relativi contenuti  che mi avevano accompagnato da una vita. Ora sono qui nella mia nuova casa con una bella scritta sul muro regalatami a Natale da mia figlia  parva sed apta mihi  e gli amici mi chiedono: “Ma come ti trovi, non ti manca nulla di prima?”

Devo dire in tutta sincerità che non mi manca proprio nulla: i libri so in quali biblioteche civiche  ritrovarli, se occorre,  per il resto mi scalda il cuore sapere che ciò che ho regalato serva  a qualcuno.Ma la domanda mi ha scavato un po’ dentro e mi sono accorta che ciò che mi rende così serena e senza rimpianti o pentimenti è il pensiero che mi aveva guidato in sottofondo per tutta l’estate. Dentro di me ho sempre avuto l’eco di ciò che dice  Jerome K Jerome nel libro “Tre uomini in barca per non parlar del cane”,  in cui esorta gli uomini a mantenere leggera la navicella sul fiume della propria vita. Alla fine sono andata a cercare il libro ( l’avevo tenuto!) e mi piace riportarne qui un pezzo:

….”Quanti nel corso di quella navigazione sovraccaricano la loro barca, a rischio di naufragare, con un ammasso di cose superflue che credono indispensabili a rendere piacevole e comodo il viaggio e che, invece, sono soltanto inutile zavorra. …     Gettate la zavorra, uomini! Fate che la navicella della vostra vita sia leggera, carica soltanto di ciò che vi è indispensabile, una casa ospitale, semplici piaceri, due o tre amici degni di questo nome, qualcuno che vi voglia bene e a cui vogliate bene, un gatto, un cane, qualche pipa, quel che basta per sfamarvi e vestirvi…

…Vedrete che la barca sarà più facile a governarsi e più difficile a capovolgersi; e se poi si capovolgesse, non sarà un gran guaio, le merci buone sopportano l’acqua. Avrete il tempo di pensare oltre che di lavorare, il tempo di abbeverarvi al sole della vita…..”   Ecco, questi  sono i pensieri che  mi hanno saggiamente guidato e non mi fanno pentire di nulla.

 

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Senior digitali

Ecco un nuovo contributo di Patrizia Belleri a I ragazzi di sessant’anni:  Giorni fa, un mio paziente di 25 anni, parlando della madre, mi diceva: “Devo occuparmi io degli strumenti tecnologici di casa: la mamma è anziana e non sa utilizzare il computer, e nemmeno inviare un sms”. Sorpresa, data la giovane età del ragazzo, gli ho chiesto quanti anni avesse la madre: ne ha 50!
Mesi addietro, una zia di 85 anni mi ha confidato: “Che peccato dover morire senza aver conosciuto questa meraviglia che deve essere Internet”. Curiosa e un po’ dubbiosa, l’ho guidata nell’acquisto di un pc portatile e le ho dato i primi rudimenti di alfabetizzazione informatica. A dispetto delle sue amiche che trovavano stravagante questa sua scelta, la zia ha imparato a poco a poco a utilizzare il computer, fino a muoversi in piena autonomia tra e-mail, gestione del conto corrente, lettura dei giornali e tanto altro. 

Queste persone rappresentano due estremi, e fanno riflettere su una variabile determinante nello studio del processo evolutivo dalla nascita alla vecchiaia: l’adattamento al nuovo. La mamma cinquantenne del mio paziente è percepita “anziana” dal figlio perché carente dell’adattabilità tipica dei giovani. Al contrario, la zia, anziana anagraficamente, possiede intatta la flessibilità mentale che le consente un buon adattamento al nuovo.

Con le dovute eccezioni nell’uno e nell’altro senso, l’attuale generazione dei Senior, proprio per essere stata protagonista di tanti e veloci cambiamenti, è più flessibile nell’accettare le novità.   In tutti i settori della vita quotidiana abbiamo conosciuto un rapido susseguirsi di modi diversi per fare le stesse cose. Abbiamo imparato a scrivere con penna e calamaio, poi abbiamo utilizzato la macchina da scrivere manuale, quella elettrica,  i programmi  di word processing e molti di noi si trovano ormai più a proprio agio con la tastiera che con la penna. 

A vent’anni ci siamo corteggiati con lettere di carta, mentre aspettavamo  per ore che la persona amata ci telefonasse; oggi – sempre connessi e reperibili – anche noi comunichiamo e ci corteggiamo utilizzando Whatsapp e i Social Network: l’unica modalità che i nostri figli conoscono.

Quando i nostri genitori avevano la nostra età, diffidavano dei primi telefoni cellulari e noi cercavamo di convincerli dell’utilità di strumenti che essi guardavano con sospetto.  Oggi noi accogliamo le nuove tecnologie con entusiasmo, ma anche con disincanto, senza demonizzarle né mitizzarle. Semplicemente, le adoperiamo e le  adattiamo alle nostre esigenze. La marcia in più che ci mettiamo è  lo spirito critico di chi ha visto nascere e morire miti e verità: forse è questo il valore che possiamo trasmettere ai giovani.

L’immagine stereotipata del giovane che aiuta l’anziano a districarsi tra le diavolerie della tecnologia è ormai superata, tenendo anche conto che la gran parte dei Nuovi Senior ha  avuto un approccio con le tecnologie digitali nell’ambito lavorativo e professionale.    Credo che i modi di percepire e di utilizzare gli strumenti tecnologici siano diversi a seconda dell’età e delle esperienze, ma gli approcci differenti possono condurre a una sinergia utile a entrambe le generazioni.
Invecchiamento attivo, dunque, ma anche solidarietà tra le generazioni e non a senso unico, affinché le risorse di ciascuno possano far diventare tutti un po’ più ricchi.

Segui Patrizia Belleri anche su http://www.patriziabelleri.it/

 

 

 

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Il tempo da reinventare

Se gli studi sulla felicità dicono che a quarant’anni ce n’è poca, è anche perché a quell’età il proprio tempo lo si percepisce più pilotato da altri e dal contesto che non da sé stessi. Infatti quella non è solo l’età in cui sei nel mezzo del cammin della carriera lavorativa, ma anche l’età in cui le responsabilità verso la famiglia sono all’apice e i tempi dei figli sono prevalenti sui tuoi.

La vita adulta é molto pressante sui tempi, sia per come é organizzato il lavoro sia per la cura e l’educazione dei figli. Sarebbero sufficienti queste due dimensioni per capire come mai la sensazione diffusa a quell’età è che ti manchi il respiro e che non ci sia mai tempo per te stesso.  Come se non bastasse, a completare il quadro delle situazioni ruba-tempo vanno aggiunti gli spostamenti: appuntamenti e viaggi di lavoro, accompagnamenti di figli e familiari nei posti più disparati, commissioni e acquisti che richiedono ore in auto… Insomma, per molti anni l’organizzazione del lavoro, i figli piccoli e gli spostamenti sono un grande vincolo per l’autodeterminazione dei propri tempi di vita.

Poi ad un certo punto capisci che c’è una svolta: sul fronte delle attività che svolgi, sei tu che scegli a cosa vuoi ancora dedicarti, quali sono le altre attività che sono di tuo interesse e lo fai cercando le modalità e i ritmi che ti sono più consoni; sul fronte della famiglia, i figli sono diventati più grandi e più autonomi, spesso se ne sono andati di casa o se ancora vivono in casa fanno vite molto indipendenti.  Anche gli spostamenti sono diversi, perché non si caratterizzano più come il quotidiano tran tran degli orari comandati dalle convenzioni sociali e i momenti di viaggio non devono più essere necessariamente costretti nei periodi di alta stagione.

Tutti questi cambiamenti sono anche segnali di una diversa possibilità di uso del tempo: hai finalmente liberato del tempo prima vincolato e condizionato da altri e lo puoi regolare e dosare di più tu secondo i tuoi ritmi, le tue esigenze e le tue preferenze.

Dopo trenta o quarant’anni ampiamente condizionati dagli impegni sociali lavorativi e familiari, in cui se eri bravo al massimo riuscivi a negoziare qualche minuscolo spazio per fare altro e in cui ti sentivi dentro un tunnel da cui non era previsto il riemergere a breve, finalmente puoi gustare il sapore di un tempo usato in modo più flessibile e più vicino alle tue esigenze del momento.

Inizia una stagione in cui puoi imparare a riprendere il possesso del tuo tempo e a non farti vincere dall’inerzia delle abitudini e degli stili di vita. Un po’ questo spaventa, il rischio di  vivere la nuova opportunità come un abisso di vuoto e di insignificanza c’é. Ma di gran lunga prevalgono le opportunità. E poi puoi sempre decidere in base alle tue priorità di prenderti qualche impegno vincolante, ma l’importante è non ributtarti in un tunnel cieco solo per paura di non sapere come passare la giornata.

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Una proposta di cohousing – 2a puntata

Il primo pezzo proposto da Danilo sul cohousing, pubblicato su questo blog lo scorso 26 novembre, ha suscitato interesse. Pubblico quindi volentieri una “2a puntata” in cui sono approfonditi alcuni aspetti della vita in cohousing.

Scrive Danilo: “Il primo inserto sul cohousing su questo blog ha suscitato un certo interesse che, unitamente ad altri  sviluppi attuati in interventi e incontri da me organizzati in altre aree,  penso meriti  la ripresa dell’argomento.  Le informazioni richieste sono tante e principalmente legate alla ubicazione del cohousing  e al caso di malattia di un ospite (cohouser).  Vediamo di dare una sintetica risposta ai questi due quesiti.

Per quanto riguarda la localizzazione esiste solo la regola della vivibilità dell’ambiente interno ed esterno.  Può andare bene sia la città (sconsiglierei  la periferia più lontana di una grande città) che una posizione vicino alla città (distante al max una ventina di chilometri), un luogo turistico, climatico, termale, etc. Basta che l ‘ubicazione soddisfile esigenze delle persone coinvolte.

Le considerazioni sulla scelta ottimale si basano essenzialmente, oltre a quanto detto poc’anzi, sulla capacità di garantire  dei vantaggi per gli ospiti rispetto alla situazione attuale e quindi la valutazione dei costi di  acquisto o di ristrutturazione dell’immobile (che si ripercuotano sulla retta mensile) , la vicinanza a servizi  (sia socio-sanitari che rete di trasporti) e la necessità di avere spazi verdi interni  alla struttura.   In modo particolare rispondo volentieri ad una persona e qui confermo che anche un  Comune (inteso proprio come Ente pubblico) o Enti ecclesiastici potrebbero essere interessati a partecipare al cohousing  magari dando in dotazione  edifici di proprietà e forse ora vuoti.  Due sono le condizioni  basilari  : la gestione del  cohousing  deve essere attuata in forma  indipendentee la durata dell’affitto non può essere di certo il 6+6.

Per quanto riguarda il caso di malattie distinguerei fra malattie ”passeggere” (mali stagionali, influenza, etc) dove il comportamento è come quello di una normale famiglia , vale a dire che bisogna aderire a principi attivanti di aiuto e di socialità e di compagnia; l’ospite può farsi aiutare anche da famigliari/amici al di fuori del contesto cohousing e, se lo ritiene opportuno, può recarsi a casa di questi. Nel caso di malattia grave che comporti l’ospedalizzazione, il gestore si incarica di attuare e di seguire tutto l’iter amministrativo dal ricovero alla dimissione e alla eventuale riabilitazione , a meno che l’ospite decida diversamente.  Se ci fossero altre domande e interesse sull’argomento non esitate a contattarmi all’indirizzo <danilocesare@libero.it>

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Premio “Vivere meglio e più a lungo”

Cari amici de I ragazzi di sessant’anni, cosa ne dite di partecipare insieme al progetto “Vivere meglio e più a lungo” ?

Di che si tratta ? Si tratta di un premio che Axa Italia e Swiss Re Foundation, insieme a Impact Hub Milano, hanno lanciato per startup che rispondano alle sfide poste dall’incremento delle aspettative di vita e dall’invecchiamento demografico.   Il nome dell’iniziativa è “Impact Hub Fellowship for Longer Lives” (non spaventatevi per il nome, le istruzioni si leggono tutte in italiano, il concetto è proprio quello dell’avere idee per soluzioni che consentano di vivere meglio e più a lungo) ed è per l’appunto un programma internazionale di incubazione per startup, che possono essere formate sia da giovani, sia da senior http://milan.impacthub.net/fellowship_longer_lives/

Quali i campi a cui si potrebbero dedicare le nuove imprese (start up) che partecipano al premio ? In generale, prodotti e servizi capaci di produrre cambiamento nelle pratiche o nei comportamenti dei senior in almeno uno dei seguenti ambiti: l’organizzazione della vita familiare, l’educazione, la vita economica e di lavoro, i servizi pubblici.

Come ad esempio ha fatto una start up inglese, che si è inventata un servizio locale per gli over 50, co-disegnato insieme agli utenti: i membri della community hanno accesso a persone dello stesso quartiere che possono aiutare nelle commissioni, a attività ricreative di gruppo e a una linea telefonica dedicata per consigli e informazioni di qualunque genere.

O come è stato il caso di www.sielbleu.ie, un’organizzazione no profit che ha realizzato programmi flessibili di attività fisica preventiva per migliorare e mantenere la salute delle persone senior e combattere problemi come la dipendenza e l’isolamento: questo progetto è presente in Francia e in Irlanda e ha vinto lo European Social Innovation nel 2010.

La condivisione di saperi e di esperienze tra generazioni, così come nuovi servizi per la famiglia e progetti nel campo del turismo e dell’offerta culturale, sono tra i temi di cui si é più parlato al workshop che Impact Hub Milano ha appena tenuto per prepararsi a partecipare al premio.

Chi vuole può presentare le proprie idee e la propria proposta entro il 4 gennaio. A quel punto, Impact Hub Milano, insieme ad AXA Italia e Swiss Re Foundation, valuteranno le idee migliori e più innovative, che meglio rispondano alle sfide poste dall’incremento delle aspettative di vita e dall’invecchiamento demografico.

Per chi si sente ancora desideroso di cimentarsi in una start up, o ha un figlio o nipote che voglia provarci, può essere un’opportunità.  Anche come www.iragazzidisessantanni.it potremmo partecipare. Che ne dite ? Attendo i vostri commenti e le vostre idee. Enrico

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Stili di vita all’insegna del benessere

I risultati di un’indagine GfK Eurisko sui Nuovi Senior.

“Generazione Senior – I nuovi stili di vita all’insegna del benessere” è il titolo dell’indagine commissionata dall’Osservatorio Yakult (l’azienda che fa probiotici) a GfK Eurisko. I risultati dell’indagine sono stati presentati e commentati mercoledì sera nel corso di un evento a Milano: al tavolo dei relatori, moderati dalla giornalista Cecilia Ranza, oltre al sottoscritto che raccontava de I ragazzi di sessant’anni e delle trasformazioni nei modelli di comportamento delle generazioni dei 55-75enni, sedeva Isabella Cecchini, direttrice del Dipartimento di ricerche sulla salute di GfK Eurisko.

Lo studio presentato dalla Cecchini è stato svolto a livello nazionale su 1000individui senior con reddito familiare mensile netto di 1500 euro e oltre. I ricercatori hanno indagato per capire chi sono i NUOVI SENIOR, cosa fanno, perché sono più felici dei senior tradizionali, a cosa aspirano, e, soprattutto, che cosa desiderano fare nella seconda metà della loro vita. Le conclusioni di GfK Eurisko sono che I Nuovi Senior in Italia sono 2.400.000 (sui circa 13-14 milioni di Italiani tra i 55 e i 75 anni), sono persone attive e soprattutto sono dedite alla cura di sé: fanno sport, sono attenti a quello che mangiano, utilizzano le ultime tecnologie per comunicare, vanno spesso a teatro e al cinema e ad eventi culturali, hanno una vita sentimentale e sessuale soddisfacente. Rispetto ai cosiddetti senior tradizionali si sentono molto più in forma, hanno più amicizie, più interessi e progetti, meno paura di ammalarsi e meno paura del futuro.

Isabella Cecchini ha accettato di rispondere ad alcune domande che le ho posto su aspetti specifici dell’indagine e sui comportamenti di questa robusta “avanguardia senior”.

In che modo si esprime la maggiore attenzione alla cura di sé da parte dei cosiddetti Nuovi Senior ?

“I Nuovi Senior curano se stessi molto di più rispetto ai senior tradizionali facendo attenzione alla propria bellezza e alla propria salute (più del doppio, 74% vs 33%) praticando sport (vanno in palestra molto di più, con un rapporto di 12 a 1). Inoltre rivolgono grande attenzione all’alimentazione, che viene percepita come elemento fondamentale di prevenzione: il 73% infatti riduce zuccheri, sale, grassi e alcool.”

Cosa caratterizza i Nuovi Senior nell’utilizzo del tempo libero ?

“Amano trascorrere il proprio tempo libero cercando stimoli sempre diversi in ambito culturale. Frequentano cinema, teatro e musei: ci vanno il triplo rispetto ai senior tradizionali (73% vs 28%), e leggono tanto (più del doppio rispetto ai senior tradizionali) a scapito della tv, che guardano la metà del tempo rispetto ai coetanei più tradizionali”

E che rapporto hanno con la tecnologia ?

“Sono anche molto attivi nell’uso delle tecnologie e dei social network: ad esempio negli ultimi tre mesi si sono collegati il doppio a internet rispetto ai senior tradizionali (51% vs 27%) e usano il triplo i social network 22% vs 7%)”.

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