Fatti ed Opinioni

Vivere da sole

Le donne senior che vivono da sole sono moltissime.  Un’idea indiretta la danno le statistiche sullo stato civile: nel 2012 in Italia le over60 vedove erano circa 3 milioni e mezzo, circa 720.000 le nubili e intorno a 200.000 le divorziate. Anche cambiando il perimetro, ad esempio prendendo in considerazione soltanto le donne tra i 55 e 75 anni, i numeri rimangono molto elevati: più di 1 milione e trecentomila vedove, quasi 600.000 nubili e poco meno di 300.000 divorziate.

Insomma, pur considerando che tra le non coniugate c’è chi vive con i parenti, chi in comunità, chi con un nuovo compagno, comunque le italiane tra i 55 e i 75 anni che vivono sole sono tantissime.  E il confronto con gli uomini risulta quasi impossibile, cambia proprio l’ordine di grandezza dei vedovi: tra i maschi della stessa fascia di età infatti i vedovi sono “solo” 267.000; numeri simili alle donne invece per quanto riguarda i divorziati (poco meno di 200.000) e i celibi (quasi 600.000).

Come se non bastassero le statistiche di casa nostra, rimbalza poi dagli Stati Uniti un dato che fa capire come il fenomeno non riguardi solo le italiane: sostiene infatti l’ente “Administration on aging” che ben il 37% delle donne americane sopra i 65 anni vivono da sole.

Sono numeri che fanno impressione e, come sempre ormai accade quando si parla delle nostre generazioni, ai cambiamenti quantitativi si accompagnano delle trasformazioni radicali anche qualitative, cioè cambiamenti anche negli stili di vita e nelle preferenze individuali.    Ricordate la vecchia e consunta cartolina delle donne sessantenni che quando si trovavano a vivere da sole pativano questa loro condizione e la consideravano come una sventura ? Oggi invece non sono pochi i segnali che dicono che per tante non è più così e che le senior attuali stanno (tanto per cambiare!) sfidando gli stereotipi e ridefinendo i modelli tradizionali.  Infatti stanno irrompendo sulla scena generazioni di donne che, prima di arrivare all’ età da senior, hanno cercato e sperimentato nella vita condizioni di libertà, donne che in numero molto maggiore delle loro madri hanno fatto parte del mondo del lavoro, che hanno desiderato e spesso raggiunto l’indipendenza economica e che se la sono sempre sbrigata autonomamente nei rapporti con il mondo.

Cosa di più naturale allora dell’intraprendere un nuovo tratto di vita in modo pienamente autonomo, in cui il vivere da sole non sia una penitenza o una condanna, ma una scelta o per lo meno una condizione di benessere ?

Margaret Manning, che attiva la community Sixty and Me, di recente ha chiesto alle 35.000 partecipanti della sua community americana se preferirebbero vivere da sole, con altri o in una comunità. Il 95% delle donne over60 che ha risposto – riferisce la Manning – ha detto “da sole”. Nell’argomentare le loro risposte molte hanno sostenuto di voler semplificare la loro vita in spazi più piccoli, di essere intenzionate a rimanere indipendenti e di voler rimanere collegati alla famiglia e agli amici anche attraverso la tecnologia. Soprattutto, ne emerge che il vivere da soli non è una condanna alla solitudine, nemmeno quando l’età avanza. D’altra parte Eric Klinebert, autore di “Going solo”, libro in cui racconta “la straordinaria ascesa e l’appeal straordinario del vivere da soli” ha condotto ricerche da cui si dimostra che statisticamente le persone che vivono da sole socializzano e stabiliscono reti di relazione più di quelle coniugate.

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Trent’anni dopo

Qualche buona ragione per non rivedere i vecchi amici dopo 30 anni che non li frequentate.

Apri la casella di posta e trovi, tra i tanti, un messaggio proveniente da un nome che ti dice qualcosa, ma che non riesci subito a mettere a fuoco. Sei tentato di buttare subito nel cestino degli spam, poi però all’improvviso ti ricordi che quello che vedi scritto sono il nome e cognome di Ale, un vecchio amico dato per disperso, che non si sa bene perché chiamavate tutti così, anche se il suo vero nome era un altro, appunto quello che adesso compare in casella. Prima di aprire il messaggio fai due conti veloci: “caspita ! non lo sento da 34 anni, che vorrà mai ?” Il mistero è presto svelato: intraprendente come allora, Ale sta tentando di organizzare una rimpatriata tra vecchi amici, più o meno tutti scomparsi nella disgregazione che ha colpito il tuo gruppo di quando eravate ventenni. Impieghi un giorno intero per decidere se rispondere o no, poi colpito dalla tenerezza dell’iniziativa e da un briciolo di curiosità ti dai disponibile. Non hai particolari nostalgie di quel periodo però i ricordi belli prevalgono su quelli brutti e in fin dei conti che sarà mai una serata amarcord. Meglio rivedersi così che aspettare che ti avvisino del giorno del funerale di qualcuno di loro e peggio ancora se il funerale fosse il tuo.

Così, la sera fatidica ti presenti un po’ dubbioso e te li ritrovi tutti davanti, ma bastano pochi minuti per renderti conto che il tuffo nel passato non è indolore. Ci fossero già state altre occasioni di frequentarsi durante gli anni trascorsi, probabilmente prevarrebbe la sensazione di essere invecchiati un po’ insieme e questo sarebbe persino consolante. Qui invece è calato il sipario per decenni e decenni senza che nessuno sentisse la necessità di sentirsi e vedersi e l’immediata sensazione è di un incontro tra estranei che faticano a ricomporre i ricordi del passato con le facce del presente.

Incroci visi che hanno un che di familiare, ma con qualcuno passa qualche secondo di troppo prima di riuscire a collegare un volto a un nome e di essere sicuro che non stai scivolando in una gaffe da scambio di persone. Dalle tenebre della memoria ricompaiono immagini che pian piano vanno a fuoco, ma che subito ritornano sfocate non appena le confronti con la faccia attuale di chi ti sta davanti. In quel preciso momento hai la certezza che anche loro stanno combattendo la stessa battaglia tra visioni del passato e del presente e che avrebbero preferito mantenere il ricordo di trent’anni prima.  Questa consapevolezza non aiuta a risollevarti l’umore.

Un po’ di curiosità reciproca è innegabile, qualche domanda ti viene di farla, ma la conversazione è posticcia e inceppata e se proprio ti avventuri nel rispondere alla domanda: “Ma cosa hai fatto in tutto questo tempo?”, ti rendi conto in un batter d’occhio che stai banalizzando in due o tre eventi la complessità della tua vita sentimentale, familiare, lavorativa, insomma la bellezza del tuo mondo e la fatica della tua esistenza. Anche gli altri semplificano a dismisura e probabilmente tutti si domandano perché devono raccontare la propria vita a degli estranei (perché tali ormai si é da decenni), senza essere nemmeno ad un colloquio di selezione.

Anche se non riesci a staccare gli occhi dai visi segnati, dai rigonfi eccessivi, dai capelli incanutiti, dalle spalle cadenti, per quale atto di gratuita cattiveria dovresti far capire loro che si vede che sono terribilmente invecchiati ? E quando tutti vi lanciate nel raccontare le disgrazie di salute in cui vi siete imbattuti, è tutto un minimizzare “perché guarda comunque sei proprio rimasto lo stesso”. Per fortuna però come tu non dici loro davvero come li vedi  anche loro ti risparmiano commenti sul tuo stato fisico e sulle differenze abissali rispetto a com’eri trent’anni fa. In fin dei conti ti basta l’immagine che riflette lo specchio di casa tutte le mattine, non c’è bisogno di uno specchio collettivo che sveli impietoso tutte le magagne che conosci già.

I tratti di personalità di ciascuno pian piano riaffiorano immutati, ma come velati da più pacatezza, da una maggiore distanza dalle cose della vita; era il pathos delle vostre conversazioni e l’entusiasmo nell’affrontare le situazioni quel che ricordavi in modo più vivido, lo cerchi disperatamente per tutta la serata ma non ne trovi più traccia e adesso ti sembra che anche il ricordo si sia un po’ annebbiato.

Vi salutate ripromettendovi di rivedervi presto, in realtà sapete tutti che non succederà. Molto meglio conservare nitido il ricordo di quel che vi faceva star bene insieme un tempo piuttosto che tentare di ravvivare un fuoco ormai spento !  In foto: “Amicizia” di Guerrero Iori

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Quando un genitore si ammala di Alzheimer

Sono sempre più numerosi i cinquantenni e i sessantenni con i genitori malati di Alzheimer. Con piacere ospito questo articolo di Patrizia Belleri, psicologa e psicoterapeuta, che da tempo partecipa a questo blog e che qui descrive gli stati d’animo di chi ha un genitore con questa malattia e cosa si può fare per affrontare la situazione. Enrico

Maria ha sessant’anni. I figli sono adulti, ma non ancora del tutto autonomi, la pensione è lontana, tuttavia, la buona salute e un rapporto di coppia sereno le permettono di guardare alla vita con ottimismo. Può finalmente dedicare del tempo a sé, quel tempo che le sembrava così scarso fino a pochi anni fa. Quando la madre manifesta i primi sintomi della malattia di Alzheimer e poi il decadimento progressivo, la vita di Maria prende una direzione imprevista.

Stretta tra due generazioni che hanno bisogno di lei, Maria si sente smarrita. Aiutare i figli le sembrava normale e non lo avvertiva come un peso, ma i bisogni della madre la schiacciano e si sente impreparata.

Il rapporto  con la madre  era stato conflittuale e oggi il senso di colpa la assale ogni volta che non riesce a comunicare adeguatamente con lei, che si lascia prendere dal nervosismo, o pensa di non essere  efficace nell’assisterla.

Come descrivere il dolore, lo smarrimento, l’impotenza di chi vive situazioni come questa?

Il 21 settembre scorso è stata celebrata la giornata mondiale dell’Alzheimer.  Questa malattia, dall’esordio subdolo e dalle manifestazioni drammatiche, è in costante aumento perché le persone vivono più a lungo; i Senior – figli di una generazione che ha avuto figli in età giovanile -  affrontano dunque la malattia dei genitori quando essi stessi iniziano a guardare alla propria vecchiaia.

La demenza di un genitore richiede di affrontare compiti difficili e delicati, spesso senza averne le capacità né la vocazione, e, soprattutto, coglie impreparati.  L’esordio della malattia di Alzheimer giunge inaspettato, e talvolta la prima reazione è il rifiuto. Si formulano ipotesi alternative: che l’anziano sia depresso, o che cerchi di attirare l’attenzione su di sé, che non si sforzi abbastanza a ricordare e a ragionare.

Una volta confermata la diagnosi, poi, ci si scopre inadeguati a un tipo di assistenza difficile anche per chi la svolge per professione.   Oggi si parla della sindrome del burnout, un malessere psico-fisico che colpisce i cosiddetti caregiver, coloro che svolgono le professioni di aiuto. Ma chi caregiver si trova ad esserlo per necessità, e con una persona cara, è doppiamente a rischio: per l’impreparazione e per il  coinvolgimento emotivo che la vicinanza affettiva comporta.

Che fare?  

Bando ai sensi di colpa: aggiungono dolore al dolore.  Se abbiamo risposto in maniera sgarbata al nostro genitore, ammettiamo che il carico di tensione è elevatissimo e un cedimento fa parte del gioco.   Ci si può sentire in colpa per provare sentimenti di imbarazzo. Non c’è nulla di cui vergognarsi se il nostro genitore ha comportamenti bizzarri in pubblico: le persone sensibili capiranno. È invece importante mantenere i contatti sociali e, per quanto possibile, far sì che anche l’ammalato non si isoli.

È comprensibile sentirsi in colpa anche quando si giunge alla decisione che nessun figlio vorrebbe prendere: il ricovero. Molto spesso si tratta dell’unica scelta praticabile, dopo aver sperimentato tutte le possibili alternative. Anche in questo caso, è più utile cercare di assolversi e dedicare le proprie energie a sostenere il genitore, magari con visite più frequenti.

Farsi aiutare. Da soli è quasi impossibile sopportare un carico tanto elevato. L’aiuto qualificato può rivelarsi utilissimo. Ci sono gruppi di mutuo aiuto, coordinati da esperti che insegnano a gestire le proprie emozioni, ma soprattutto a comunicare correttamente con l’ammalato, a stimolarne le capacità residue, a migliorar la qualità delle vita di chi assiste e dell’assistito.

E’ anche importante parlare con le persone di cui ci fidiamo: possiamo trovare nell’altro comprensione, o esaminare un modo diverso di vedere la situazione e magari scoprire che anche altri vivono un problema analogo. Il confronto con l’esterno favorisce il distacco emotivo e può essere costruttivo e consolatorio.

 Trovare del tempo per sé. Il contatto continuo con un ammalato di Alzheimer può provocare molta angoscia e nel contempo impoverire le abilità cognitive di chi lo assiste. Bisogna imparare a chiedere, anche quando non si è abituati a farlo, e trovare dei momenti per la propria realizzazione personale: per  prendere le distanze fisiche ed emotive e, soprattutto, per mantenere la mente sempre attiva e allenata.

 Per i sessantenni di oggi c’è la speranza che buone pratiche comportamentali -  prime fra tutte la stimolazione intellettiva – e i progressi della ricerca scientifica  allontanino dal loro futuro lo spettro della demenza.   Patrizia Belleri”        In foto: R. Magritte, “Il doppio segreto”, 1927

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La trasformazione dei nonni

Forse il caso della signora Isabella è eccezionale, però vale la pena di raccontarlo. Isabella ha 80 anni, due figlie quaranta-cinquantenni e tre bei nipotini sotto i dieci anni. Il marito è morto parecchi anni fa, ma non si può certo dire che da lì in avanti la signora abbia sofferto di solitudine e malinconia. Anzi, mentre prima faceva vita abbastanza ritirata, da allora si è intensificata di molto la sua vita relazionale, sia con la frequentazione di vecchie e nuove amiche sia partecipando attivamente ad un paio di associazioni solidaristiche. Ma soprattutto sono molti anni che la signora Isabella viaggia: viaggi in posti vicini e lontani, viaggi brevi di pochi giorni e lunghi di settimane, viaggi a sue spese e ospitata da amici e conoscenti. Mica solo posti sicuri, anche zone difficili dell’Africa e altitudini che da anziani bisognerebbe andarci cauti. Ma Isabella non è preoccupata per i rischi che corre viaggiando, mentre le sue figlie raccontano, tra lo stupore e la delusione, che quando la cercano sono più le volte che non la trovano perché in viaggio di quando invece riescono a raggiungerla a casa. Della “mamma roccia”, come la chiamano, sono orgogliose, ma allo stesso tempo ormai rassegnate che da lei non otterranno alcun aiuto nella cura quotidiana dei bambini. “Ci eravamo illuse – mi dicono –che facesse quel che fanno di solito i nonni coi nipoti, cioè che li tenesse un po’ con sé, che ci desse una mano quando noi siamo a lavorare”.

Ma è proprio vero che è questo ciò che “di solito” fanno i nonni ?  Le indagini finora dicevano proprio così e i commentatori sociali non hanno mai smesso di sostenere che la carenza di servizi per le famiglie con figli fosse compensata dalla presenza dei nonni. Eppure di recente è emerso un dato da una ricerca del Censis che segnala un cambiamento forte di abitudini.

Dice il Censis: “La percentuale di nonni che si occupano direttamente dei nipoti scende dal 35,8% del 2007 al 22,5%, e si contrae dal 17,5% al 9,7% la quota di anziani che si rendono disponibili per il disbrigo di mansioni in casa o di pratiche burocratiche. Aumenta però dal 31,9% del 2004 al 47,9% la quota di over 60 che contribuiscono con un aiuto economico diretto alla vita di figli e/o nipoti.”

Insomma, non sappiamo quanti ottantenni attivi come Isabella ci siano in circolazione, ma sicuramente il modello di comportamento di tanti nonni sessantenni e settantenni non è più quello di una volta: il ruolo che si sta affermando è sempre più di sussidio economico per le giovani generazioni impoverite, però sporcandosi sempre meno le mani con incombenze domestiche, di cura e di servizio. L’affetto verso i nipoti continua a resistere, ma deve coniugarsi con le esigenze di libertà, di movimento e di vita attiva dei nuovi nonni.

 

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Le bucce di banana del giovane pensionato

Questo articolo non serve a:

-      i pensionati d’oro (quelli d’oro davvero)

-      i tanti che popolano i luoghi di lavoro, che non ne possono più di quel che fanno e che ancora rovistano tra le pieghe della riforma Fornero per trovare una falla che consenta loro di realizzare il sogno di andare in pensione presto, ma che tanto in pensione ci andranno solo verso i 70 anni

-      i baby pensionati e le baby pensionate che ormai hanno superato da tempo il problema

-      i cinquantenni che dal lavoro sono stati espulsi e hanno problemi più urgenti da risolvere.

Si rivolge invece ai tardo-cinquantenni e soprattutto ai tantissimi giovani sessantenni che l’assegno dell’Inps lo ricevono già e si augurano di vivere altri trent’anni, oppure ai pochi loro coetanei che hanno fatto la scelta di ritirarsi dal lavoro retribuito prima del termine pensionistico standard per dedicarsi ad altro.

Vivessero in America, costoro verrebbero chiamati gli “early retired”, quelli appunto che via dal lavoro con una fonte di sostentamento ci sono andati abbastanza presto rispetto agli standard attuali e che hanno davanti a sé, auspicabilmente, ancora un lungo tratto di vita.

Fare l’”early retired” è la condizione più invidiata da quelli obbligati al “late retirement”, ma trova sulla propria strada molte bucce di banana, soprattutto sul versante delle proprie finanze. Ecco alcuni degli errori che, secondo lo statunitense Joe Udo da me liberamente interpretato, l’”early retired” farebbe bene ad evitare. Sono errori (e relativi suggerimenti) d’oltre Oceano, ma che in larga misura vanno bene anche dalle nostre parti.

Spendere troppo, troppo presto

Se a 60 anni gli uomini italiani possono sperare di vivere ancora 21 anni e le donne ancora 26, spendere troppo, subito dopo avere smesso di portare a casa un reddito da lavoro, può essere pericoloso; diciamo che aumenta di molto le possibilità che ci si trovi senza risparmi per gli anni più anziani. Le mie spese di oggi sono coperte completamente da una pensione o devo intaccare il risparmio? E se lo intacco, di quanto è prudente farlo ? Secondo Udo, un prelievo del 4% all’anno dal proprio risparmio può essere ragionevole per chi in pensione ci va tardi, per un “early retired” invece meglio non intaccare il patrimonio di più del 3% nei primi anni.

Dare un taglio netto a qualunque forma di lavoro retribuito

Uno dei modi per non intaccare troppo il risparmio è lavorare ancora un po’ anche se si riceve già la pensione; stesso discorso per chi si è deciso a mollare prima del tempo il lavoro tradizionale full time. In questi casi é un errore non prendere in considerazione il lavoro part time, gli incarichi temporanei, qualche progetto. Tra l’altro, non escludere a priori qualche forma di attività lavorativa parziale può far bene non solo al portafoglio, ma anche al proprio stato d’animo.

Investire in modo troppo conservativo o rinunciare completamente ad investire

I consulenti finanziari sanno che quando ci si avvicina alla pensione, la tolleranza al rischio diminuisce.  Forse nella finanza di oggi è segno di saggezza, ma anche i soldi sotto al materasso non sono indenni da rischi. D’accordo che non bisogna spendere troppo subito, ma l’acquisto di qualche bene durevole può essere utile: la cucina e il salotto comprati trent’anni fa dureranno anche per i prossimi trenta ?

Non considerare i costi medici futuri

Gira una stima di una grossa organizzazione finanziaria, la Fidelity Investments, secondo la quale una coppia di 65enni americani che si ritira a quest’età avrà bisogno di 240.000 dollari (un po’ più di 180.000 euro ai cambi di oggi) per coprire le proprie spese mediche future. E questo senza considerare i casi eccezionali di lunga vita, cioè di quelli che riescono a vivere oltre i novanta o i cento anni. La decente condizione fisica di cui gode oggi un sessantenne può fargli pensare che sarà così per sempre: è un errore, purtroppo oggi la buona salute sta ancora correndo un po’ più lentamente della longevità.

Rimanere passivi

I sogni d’ozio, di spiagge assolate e di mare caraibico, tipiche di quando non se ne può più di stare in ufficio vanno bene appunto solo in quell’occasione. I giovani pensionati hanno bisogno di dare un senso al loro tempo. Dopo il periodo di lavoro pieno, il tempo liberato senza impegni può portare a insoddisfazione e persino a depressione. Bisogna pensarci bene prima di staccare completamente la spina da ogni attività.

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Il reinventarsi non ha tempi brevi

I saggi dicono che bisognerebbe essere capaci di reinventarsi giorno per giorno, senza dare nulla per scontato.  Facile a dirsi ! Per niente facile però a realizzarsi, perché ogni volta che proviamo a reinventarci dobbiamo fare i conti con il senso di perdita di quel che lasciamo e con l’incertezza del nuovo che cerchiamo.

Quando Lucio e sua moglie hanno finalmente deciso di separarsi dopo più di 30 anni di matrimonio e molte incomprensioni, lui si immaginava che sarebbe stato relativamente facile ricostruirsi una nuova vita: nuova casa, nuove libertà, nuovi rapporti e la possibilità di vivere più felicemente la quotidianità secondo i propri desideri. Niente di più fallace ! Dopo un anno Lucio non ha ancora superato un sottile senso di fallimento che lo prende, soprattutto non appena si sveglia il mattino, per il suo matrimonio finito; e la nuova vita ogni tanto fa capolino, ma non gli è ancora chiaro cosa veramente, di tutte le inedite esperienze che ha fatto nel corso dell’ultimo anno, gli interessa veramente e cosa invece no.

A Francesca, 59 anni, l’occasione di reinventarsi si è invece presentata a seguito di una vicenda lavorativa. La società per cui lavorava, in evidente crisi di sopravvivenza, le ha chiesto, se voleva mantenere il posto, di trasferirsi in un’altra città, molto lontana dalla sua dove aveva casa, famiglia, amici e abitudini. Dopo una penosa riflessione, Francesca ha deciso che il cambiamento di città non le stava bene e che, se cambiamento doveva essere, allora questo poteva significare interrompere l’attività lavorativa full time in anticipo rispetto alle sue aspettative, cercare qualche incarico retribuito coerente con la propria professionalità e liberare del tempo prima impiegato nel lavoro per dedicarsi a tutto ciò che aveva sempre tenuto in un cassetto negli anni precedenti. Ma anche per lei la transizione non è stata indolore, né veloce. Oggi, dopo molti mesi, ancora si interroga sulla bontà della propria scelta: le prende spesso un senso di vuoto e di perdita per la mancanza di tutto il contesto sociale che comportava il lavorare in un ambiente organizzato e, pur non essendo priva di iniziativa, da una parte fatica a trovare incarichi che le diano un minimo di soddisfazione economica e dall’altra i suoi sogni nel cassetto (viaggi, teatro, un impegno civile per l’ambiente) non riescono ancora a precipitare in qualcosa di abbastanza concreto, qualcosa capace di dare un significato alla sua vita paragonabile a quello precedente.

Così, tanto Lucio quanto Francesca sperimentano che il reinventarsi è un atto di coraggio che rivitalizza, ma che contemporaneamente costa fatica e richiede tempo.   Costa fatica l’allontanarsi dalla situazione consolidata e ben conosciuta su cui abbiamo costruito per tanto tempo la nostra identità, al punto che paradossalmente diventa più facile accettare il cambiamento da parte di chi vi è stato forzato piuttosto che da parte di chi l’ha scelto. Ma costa fatica anche la ricerca del nuovo modo di vivere e l’incessante attività di adattamento e di ricerca del proprio benessere e della propria felicità.

Inoltre, chi a buon diritto può dire che da senior è riuscito a reinventarsi, sicuramente può anche testimoniare che non basta un atto momentaneo di coraggio: il cambiamento non lo si ottiene nel tempo di uno schioccare di dita; al contrario, l’elaborazione del senso di perdita per ciò che si lascia e l’atterraggio in un nuovo assetto di vita soddisfacente richiedono tempi lunghi e capacità di non scoraggiarsi.

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Fare quel che piace

E’ ancora attuale il vecchio stereotipo del fortunato 60-70enne che va a godersi il sole e il tempo libero in qualche bel posto beneficiando di una generosa pensione e dei congrui risparmi messi da parte dopo una vita di lavoro? Oppure quest’immagine sta gradualmente diventando un retaggio del passato (ammesso che abbia effettivamente riguardato molte persone), superata da nuovi costumi, da crescenti ristrettezze economiche, da spostamenti in avanti del termine pensionistico, ma anche da scelte individuali di segno diverso?  Ormai sappiamo, e tocchiamo con mano tutti i giorni, che sta emergendo una nuova figura, quella del senior che si colloca in una fase di vita intermedia; intermedia tra quando da una parte s’interrompe o declina l’attività lavorativa che ha dominato la vita adulta e dall’altra parte inizia la definitiva messa a riposo caratterizzata da una pressoché totale inattività. In mezzo ci sta un periodo, che può essere lungo anche dieci o vent’anni, in cui solo una minoranza prosegue l’attività lavorativa di sempre senza sostanziali cambiamenti, ma in cui una minoranza ancora più ristretta prevede la propria giornata seduto sulla famosa panchina dei giardinetti o, se si è più facoltosi, su una comoda sdraio in riva al mare caraibico o sul bordo di una piscina. La maggioranza è attiva e fa altro.

Alcuni trovano un lavoro part time, magari in qualche azienda non profit, o dando una mano nella piccola impresa di famiglia o continuando il rapporto con la vecchia azienda. Per altri, la nuova attività può diventare lavoro di volontariato, così come il dedicarsi intensamente ad un hobby o ad una passione.  Qualcuno trova un nuovo lavoro full time o persino avvia una nuova impresa. Tantissimi (soprattutto tantissime) trascorrono il tempo dedicandosi ai nipoti o prestando cure ai grandi anziani non autosufficienti.

Anche se prende forme diverse da Paese a Paese, la trasformazione del modo di intendere questo tratto dell’esistenza accomuna le società occidentali.  “Viviamo più a lungo e stiamo aggiungendo anni produttivi alle nostre vite” dice ad esempio lo statunitense Richard J. Leider, uno dei pionieri di Life Reimagined, un programma che aiuta le persone a navigare in questa nuova fase di vita. “Siamo desiderosi di usare questo tempo per scoprire nuove possibilità e per fare nuove scelte di vita” aggiunge. Gli americani, ovviamente come da loro costumi, hanno inventato un’espressione per descrivere e studiare la novità: parlano di “encore career”. Il concetto nasce nel 1997, quando un’organizzazione non profit basata a San Francisco (si chiamava Civic Ventures ed è stata rinominata Encore.org) introdusse l’idea, ma è di recente che il concetto ha preso quota.  Secondo un’indagine di questo ente, nove milioni di americani tra i 44 e i 70 anni, questa è la stima, sono impegnati in una seconda “attività/carriera” e altri 31 milioni sono interessati a perseguirne una. Nei prossimi dieci anni, dicono, il 25% dei baby boomers d’oltre Oceano spera di iniziare una nuova attività, profit o no profit.  

Il fatto è che, di fianco alla voglia di un ri-inizio attivo, molti senior si sentono vincolati dal fatto che non si possono permettere di smettere di lavorare perché hanno bisogno di una fonte lavorativa di reddito e quindi non sanno come uscire dal labirinto. Eppure, anche quando non vengono pagati, vogliono rimanere rilevanti, utili e impegnati. “Non siamo ancora finiti” è un sentimento molto diffuso e che descrive bene questo atteggiamento. Il punto è proprio qui: riusciamo a coniugare una necessità (avere risorse per vivere decentemente per molti anni) con un piacere (riuscire a fare in questo periodo della vita quel che risponde di più ai nostri desideri, preferenze, interessi, gusti, anche ai nostri valori)?  

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La realtà dei senior e il nostro blog

Pubblico il messaggio inviato da Maria Cristina qualche giorno fa e la mia risposta. La realtà dei senior è composta anche da disagio e sofferenza: in che misura questo blog rappresenta pure questo pezzo di realtà?

Il messaggio di Maria Cristina: “L’anziano fatica ad accettare i limiti, il ‘ciak’ finale è una via d’uscita” leggo oggi sul Corsera nelle pagine (20-21) dedicate a Lizzani e al suo suicidio, ” L’unica eutanasia che concede l’Italia agli anziani. Gettarsi nel vuoto” riflette Ozpetek.
Perché le scrivo? Seguo molto questo spazio ma da un po’ di tempo a questa parte ho l’impressione che non riesca a rappresentare la realtà complessa degli anziani. Sono davvero tutti così energici e positivi, così pronti ai cambiamenti fisici e della condizione di vita, come sembra emergere dalla maggior parte delle storie? Di tanto in tanto emerge qualche criticità, ma nel complesso sembra che tutto vada a gonfie vele.
Lizzani infatti continuava a fare progetti, “era il più vitale di tutti” dice Scola, la mente degli anziani infatti rimane spesso troppo vigile, capace di guardare avanti, talvolta troppo avanti…  Ma la malattia grave della moglie e un fisico che non risponde, una condizione di vita che ti obbliga a fare i conti con i limiti e a rallentare i ritmi possono deprimere a tal punto che il vuoto diventa la tua scelta finale. Un terzo dei suicidi in Italia sono a carico degli over 65 (cito sempre il quotidiano) e sul totale degli anziani (presto il 30% della popolazione) la metà  soffre di depressione. E allora, mi piacerebbe che anche chi soffre avesse la forza di raccontare il suo disagio, trovando spazio su questo blog. E’ difficile, lo so per esperienza, io per la prima (65anni) evito di lamentarmi quando sto male, ma forse si può trovare insieme un linguaggio per far emergere il disagio profondo che spinge “la mente a rinnegare anche la propria razionalità”.
Grazie della sua attenzione, forse sono stata un po’ lunga, ma prima Monicelli ed ora Lizzani mi spingono a riflettere e a cercare un interlocutore attento ed appassionato come lei.
Un cordiale saluto.
Maria Cristina Rinaldi”.

La risposta di Enrico: “Cara Maria Cristina, ho molto apprezzato il messaggio che mi ha inviato, per due ragioni: la prima è che fa sempre piacere ed è sempre utile conoscere l’opinione sincera di chi ti legge e ti segue, la seconda è che i suoi spunti mi hanno obbligato a riflettere.  Mi sembra che il punto centrale dei suoi commenti sia: dato che la realtà è composta anche di disagi e di sofferenze, non solo di energie positive e di vitalità, perché nel blog non si dà più spazio anche a queste dimensioni ? Dico subito che condivido pienamente la sua fotografia di una realtà piena di ombre e non solo di luci. Anzi, tra le ombre potremmo aggiungere, oltre alle depressioni, ai suicidi e alle malattie debilitanti che lei cita, anche le difficoltà economiche di molti senior, le forti crisi d’identità a seguito dei cambiamenti, le paure dell’insignificanza dell’ultimo tratto di vita, le carenze del welfare e la non eccelsa qualità della vita riservata, almeno stando alle statistiche, alla terza e quarta età. Per dirla con una battuta di Piero Degli Antoni: “Che brutta età la terza età, figuriamoci la quarta!” Perché allora prevalgono, nei miei articoli e nelle storie che giungono al blog, gli ottimismi, le speranze, la segnalazione delle opportunità? Per quel che mi riguarda (cioè per quel che scrivo io), quando qualche anno fa ho iniziato ad interessarmi all’argomento dei senior, ho trovato una certa ricchezza di libri, saggi, pamphlet, ricerche, articoli di giornale e posizioni di associazioni, politici e sindacalisti che mettevano quasi tutte l’accento sui disagi e le carenze. Secondo la “vulgata” comune di allora, il mondo dopo i 55 anni era il mondo degli anziani pensionati: abbandonati, in solitudine e in declino. Stop. Che la realtà fosse in grande trasformazione (nuove età e fasi di vita, diversi costumi e atteggiamenti, migliori condizioni di salute, ecc, non sto qui a ricapitolare tutto quello che sicuramente lei avrà già letto), fino a pochi anni fa era quasi negato. E pure oggi, anche se i media stanno finalmente occupandosi di più di queste trasformazioni, mi sembra che ci sia una certa cecità nel vedere questa metà della mela.

Parlare, da parte mia, più delle opportunità che dei disagi è quindi un modo per me di segnalare a quelli della mia generazione e delle generazioni vicine alla mia (mi rivolgo tendenzialmente ai 55-75enni, non parlo di solito dei problemi dei veri anziani di oggi, gli ottantenni e i novantenni), che degli spazi per vivere con pienezza questa fase di vita ci sono e che la realtà innegabile dei problemi e delle sofferenze legate all’invecchiamento è solo un pezzo della realtà. Questa è la prima ragione del “taglio” del blog. La seconda ragione è che i messaggi e le storie che vengono inviate sono per lo più di chi vuole segnalare gioia di vivere, superamento di passaggi difficili, situazioni che non escludono la speranza. Non solo naturalmente: ricevo e pubblico anche storie di chi ha sofferenze e problemi, spesso di natura affettiva o psicologica o economica. Di solito non faccio selezioni e la censura l’ho esercitata solo in sporadici casi di testi non proponibili. E’ proprio che è più frequente la voglia di segnalare ottimismo di quella di segnalare disagio. Forse, come dice lei, perché si fatica ad esprimere il proprio malessere, forse perché è un riflesso della mia “linea editoriale”, forse perché sono rari gli spazi dove si può esprimere ottimismo, non so dare una spiegazione precisa… Insomma, sono d’accordo con lei che la realtà è fatta di luci e di ombre, che questo blog fa bene se fotografa tutta la realtà non solo una parte, ma credo che la ragion d’essere di queste pagine sia di proporre e segnalare soprattutto le possibilità, le soluzioni, le alternative positive e realistiche che i senior possono trovare in una realtà in profonda trasformazione.   Un cordiale saluto. Enrico”

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La curiosità che tiene vivi

“Mi sono iscritta al secondo anno di cinese. L’anno scorso ho imparato a scrivere qualche ideogramma e a dire qualche frase da conversazione quotidiana: per noi è una lingua molto difficile, ma è affascinante e intendo proseguire lo studio”. Così mi diceva pochi giorni fa Anna Maria, 60 anni, ancora al lavoro ma in un campo nel quale il cinese non le servirà per nulla. Di fronte alla mia perplessità sull’utilità di questo suo sforzo, Anna Maria non ha mostrato dubbi: “Mi piace la cosa in sé, la cultura cinese mi ha sempre incuriosito ed è uno stimolo nuovo che mi toglie dall’aridità degli impegni quotidiani che si ripetono uguali tutti i giorni”.

Pochi giorni prima delle parole di Anna Maria, mi sono imbattuto in Sandro, 64enne, che in mezzo ad un gruppo di amici stava raccontando affascinato dei misteri e delle stranezze della fauna marina. Incuriosito da questo originale interesse, ho scoperto che Sandro appena ha un momento libero se ne va all’acquario, compra un libro sui misteri dei pesci e cerca documentari sull’argomento. Ma non è una passione che coltiva da sempre; anzi, si è palesata solo da poco tempo, da quando ha deciso di cedere lo studio professionale al figlio e si ritrova improvvisamente con alcune ore libere, alla ricerca di nuovi interessi. “Per me è sempre stata una grande soddisfazione imparare cose nuove, comunque. Adesso poi che sto scoprendo aspetti che non conoscevo di un mondo che mi ha sempre attratto, la soddisfazione è doppia!” rincara Sandro.  

Anna Maria e Sandro stanno studiando e si stanno impegnando nel coltivare i loro nuovi interessi in modo autonomo, ma sono tantissimi coloro che s’immergono in un’esperienza analoga attraverso la frequentazione delle sempre più diffuse Università della Terza Età che ormai, dopo il successo di adesioni che hanno raccolto, da sperimentazioni all’avanguardia si sono trasformate in vere e proprie istituzioni.

Il segreto di queste esperienze credo che stia in questo: che la curiosità, la sete di apprendimento, il desiderio di scoperta e di conoscenza sono la benzina essenziale per invecchiare con vivacità. Trovare nuovi stimoli, essere attratti da ciò che non si conosce, avere voglia di mettersi ancora in gioco nell’impegnarsi a scoprire nuove realtà e dimensioni, tutto questo è il miglior elisir di lunga vita. La prova che questo è vero la si ha osservando le persone che, al contrario, sono appagate di quel che sanno e della loro conoscenza del mondo: ritengono di “avere già visto tutto quel che c’era da vedere”, sono riluttanti a confrontarsi con persone lontane dalla cerchia di relazioni abituale, pensano che l’esperienza della loro vita e gli sforzi fatti in passato per imparare e capire siano stati sufficienti e che non ci sia più ragione oggi di sforzarsi ulteriormente, sono sostanzialmente indifferenti di fronte ai cambiamenti del mondo e la loro sfera di interessi non si sposta di un centimetro dal perimetro che hanno costruito nei decenni precedenti. Ebbene, i segni di un invecchiamento stanco, seduto, poco vitale, sono ben presenti nelle persone che manifestano questi atteggiamenti ! Sono atteggiamenti che si possono ritrovare in un cinquantenne o in un novantenne e che a prescindere dall’età danno la misura di quanto più o meno forte può essere la voglia di vivere ancora la vita con pienezza. Quando ci accorgiamo che iniziamo ad essere meno curiosi della realtà che ci circonda e che fatichiamo a trovare argomenti, persone, situazioni, informazioni, materie, che ci stimolano l’interesse, allora dobbiamo iniziare a preoccuparci perché significa che il nostro invecchiamento sta prendendo una brutta china.

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Qualità della vita over60

E’ di pochi giorni fa la presentazione di un importante studio sulla qualità della vita e il benessere dei senior, che mette a confronto 91 Paesi del pianeta.  “Global AgeWatch Index” è il nome della ricerca, realizzata, con la collaborazione dell’Onu, da Help Age International, un network di dimensioni globali. Come al solito questi studi producono delle classifiche, graduatorie che andiamo a leggere un po’ timorosi perché difficilmente noi italiani ne usciamo bene. E infatti anche questa volta il piazzamento ottenuto non è lusinghiero, solo il 27° posto, ben lontano dalle star della classifica (Svezia, Norvegia e Germania), ma anche alle spalle di altri Paesi come la Slovenia o come i sudamericani Cile e Argentina. Ma più che discettare sulla posizione che ci viene attribuita, mi sembra interessante capire in base a cosa viene stabilita, per un over60, una qualità della vita alta o bassa. Chi ha condotto lo studio in questione ha utilizzato quattro parametri abbastanza chiari: il livello e la sicurezza del reddito disponibile; la salute, l’accesso alle cure mediche e la longevità; il lavoro e la possibilità di formarsi e mantenersi aggiornati; le condizioni sociali e ambientali favorevoli (come ad esempio la rete familiare e degli amici, il senso di sicurezza nel girare da soli per strada e la qualità dei mezzi pubblici).

Noi italiani senior, risparmiatori e proprietari di case, risultiamo particolarmente ben messi, in rapporto agli altri Paesi, sulla sicurezza del reddito, ma non sfiguriamo neppure su salute e condizioni per la longevità, così come – naturalmente – sul supporto che riceviamo dalla rete familiare. Al contrario i tasti più dolenti riguardano il lavoro e la formazione (addirittura qui siamo solo al 62esimo posto, dato il basso tasso di occupazione italiano dei sessantenni e la scarsa pratica di istruirsi e aggiornarsi una volta andati in pensione), insieme ad altri aspetti legati al contesto ambientale, come la percezione di sicurezza o i servizi pubblici ricevuti.  Questo nostro profilo di punti forti e deboli è del tutto in linea con altre indagini svolte anche a livello europeo e con le diagnosi che molti commentatori propongono.

Il punto però mi sembra che sia un altro. Vale a dire: ma davvero i parametri indicati sono quelli che misurano la “qualità della vita” ? E come si intreccia il concetto di “qualità della vita” con quelli di benessere, di felicità e di ricchezza ? Chi ha alta qualità della vita deve essere necessariamente ricco e sempre sano ? E il senso di benessere di un senior non è forse il risultato di una serie di preferenze individuali piuttosto che il sicuro effetto di condizioni economiche e di servizi pubblici ?  Il discorso sarebbe ampio e non ambisco certo a dare risposte in poche righe. Mi limito qui a fare un esempio paradossale, per spiegare perché, a mio parere, la “qualità della vita” è forse una condizione troppo soggettiva per poter essere ingabbiata in misurazioni. Una 63enne che abita in una cittadina sul mare con molti giorni di sole ma probabilmente con servizi pubblici allo stretto indispensabile, in pensione da qualche anno dopo decenni di lavoro con una pensione di mille euro al mese che insieme a quella del marito le consente di vivere sì modestamente ma senza particolari angosce, che trascorre la giornata dedicandosi ai nipoti e alla casa, che nel tempo libero passeggia sul lungomare o guarda la televisione, che non frequenta alcun corso o associazione, che a due passi da casa trova il medico di base che la conosce bene anche se poi deve fare chilometri per l’ospedale e gli specialisti, magari che vive in una zona ad alta intensità di reati anche se quando esce di casa vicini e negozianti la salutano con cortesia, ebbene questa nostra signora 63enne in base ai parametri utilizzati per misurare la “qualità della vita” risulterebbe in condizioni disastrose. Ma siamo proprio sicuri che sia così ? Che invece la sensazione di benessere e di soddisfazione per la propria vita non sia per questa signora più che buona ? E che magari non vorrebbe cambiarla con nessun’altra vita ? Pur essendo assolutamente favorevole, lo sa chi mi segue su queste pagine, a creare le condizioni per ottenere alti livelli su tutti i parametri considerati dal Global AgeWatch Index, starei ben attento a considerare questi come espressione sicura della “qualità della vita” percepita da un senior e legherei invece di più la “qualità della vita” alla soddisfazione delle preferenze e delle aspirazioni personali di ciascuna persona.

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