Le Vostre Storie

Non sparate sugli anziani

Scrive Pino: Per poter uscire da una grave depressione, causata da fatti imprenditoriali, non inconsueti in questi ultimi anni, su incitamento di una persona molto acculturata e di una umanità molto rara, mi sono deciso a scrivere una autobiografia. Essendo in possesso di una memoria molto valida sono partito dal 1942, con i primi bombardamenti su Milano. Sfollamenti vari e fine della guerra, morte del padre a soli 43 anni, inizio lavoro a 13 anni, scuole serali, fine 1959 inizio attività in proprio con socio svedese, uscita del socio nel 1966 e proseguo con la partecipazione al miracolo economico italiano. Costruzione di un bellissimo stabilimento, esportazioni in tutto il mondo per la qualità degli strumenti che in parte sono stati modificati con la mia fantasia e per esigenze di mercato. Tutto questo anche grazie a dei collaboratori che mi hanno seguito con passione. Giugno 2010, dopo 52 anni, imposizione di porre fine all’avventura imprenditoriale, crisi finanziaria ed altro. La mia autobiografia, abbastanza complessa per vicende giovanili di lavoro ed altro, è stata giudicata favorevolmente da molte persone, anche qualche giornalista. Ho scritto il mio percorso di vita per i miei due nipoti, che sappiano come era la nostra Patria nel dopoguerra, i sacrifici fatti da quelle generazioni, e se ora i giovani hanno un futuro precario, non devono prendersela con i diversamente giovani, quindi NON SPARATE SUGLI ANZIANI.

Uno spettro s’aggira tra i senior: la grafomania.  Temo, caro Pino, che tu ed io entrambi siamo affetti da questa malattia, visto che tu hai scritto un’autobiografia e io ho appena pubblicato un libro. La mia non è solo una battuta: si stanno diffondendo pratiche e corsi che favoriscono la scrittura tra i senior.  Fatti un giro in rete e scoprirai quante sono le offerte di questo tipo. Senza contare il metodo della narrazione autobiografica, che è una cosa seria. Anche le indagini sulle attività svolte da quelli in là con gli anni prevedono sempre una voce che è “tempo dedicato alla scrittura”.

Sul merito di quanto scrivi, francamente non vedo motivi di temere che qualcuno “spari sugli anziani” in quanto tali (capisco bene che sei un settantenne ?)  Forse si potrebbe sperare in maggiori risorse pubbliche destinate al welfare, ma nelle ristrettezze attuali io penso che chi ha più diritto di preoccuparsi siano le generazioni più giovani, non quelle che hanno vissuto lunghi periodi di crescita.  Infine, una preghiera: non usare “diversamente giovani”: è terribile!

 

Read more

Una vita parallela

Da parte di Andrea: Ho 55 anni, in mobilita’ per scelta da 5 anni, 2 figlie adolescenti. Sono passato senza soluzione di continuita’ dalle responsabilita’ aziendali ad occuparmi dell’azienda della famiglia di mia moglie (esperienza conclusa e fallimentare). Da 8 mesi mi sono creato una vita parellela: sperimento nuove attivita’, frequento persone mai viste prima, sviluppo interessi e…ho molto tempo per pensare e riflettere sull’altra vita. Ti accorgi di come hai vissuto e delle cose che non sei stato capace di vedere o che vedevi ma non volevi affrontare. Ed all’improvviso in questa nuova vita compare un nuovo amore. E allora la vita parallela prende ancora piu’ corpo sostituendosi all’altra, che poco alla volta non ti appartiene piu’.

Caro Andrea, sei la dimostrazione vivente che nel corso dei cinquanta si può intraprendere un percorso di esplorazione di una nuova vita. Tu lo stai facendo, se capisco bene, su vari fronti: quello delle attività e del lavoro, quello delle relazioni con le altre persone e quello sentimentale. Ed è proprio nel corso dell’esplorazione che, secondo me, ci si accorge non solo delle nuove possibilità, ma anche di come si sono trasformate nel tempo le nostre preferenze e quali sono gli aspetti del nostro passato non ci convincono più del tutto. Certo, come tutte le fasi di transizione, i rischi e i possibili abbagli sono numerosi.

Read more

La “mia” vita

Scrive Mario: Sono nato nel 1946 e forse per questo ho sempre amato la pace, la tranquillità e tutto ciò che evitasse la violenza.
Ho sentito per anni i discorsi dei miei genitori che invece hanno vissuto quelli orribili della guerra e, a volte, dell’indigenza e forse per questo mi considero un “frutto” della pace.
Ho lavorato per 35 anni chiuso in una banca, realtà economicamente dorata, ma psicologicamente deviante, almeno per i miei principi. La falsità e i silenzi dei suoi dirigenti, l’indifferenza verso gli altrui bisogni, indipendentemente dalle regole della professione, sono stati la causa per la mia uscita dal lavoro senza rimpianti.
Mi sono riappropriato della mia libertà, della mia personalità, dei miei desideri ricacciatti per anni nel fondo della convenienza e dell’opportunismo.
Non voglio parlare del lato affettivo perchè riguarda solo i miei sentimenti e la mia privacy ma, onde evitare errate interpretazioni, sono felicemente sposato con la “mia ragazza” da 42 anni e ho tre figli e diversi nipoti con cui andiamo in pieno accordo. Non conosco le panchine dei giardini, ma conosco la storia di molti dei nostri antenati che hanno conosciuto, loro sì, la “malora” e visto che io ho approfittato,  invece, di un periodo economicamente fortunato cerco di aiutare, non con elemosine che potrebbero anche offendere i beneficiari, ma con interventi diretti sulla vita di chi ne ha bisogno, al miglioramento di queste condizioni. Raramente ricevo ringraziamenti, ma continuo nel mio cammino senza badare a ciò perchè, come diceva mio padre, la vita è un raggio di sole.
Non so come i nostri figli potranno “godere” della pensione, decurtata, dilazionata negli anni oltre una ragionevole misura, senza aver la certezza che la loro vita sarà spostata in avanti e quindi avere la possibilità di riappropriarsi della loro vera identità, quella nascosta in ognuno di loro ed ora “deviata” dalle condizioni di lavoro. Certo è che lo spazio per sognare si riduce…

Caro Mario, della tua sentita storia mi colpiscono soprattutto due aspetti. Il primo è il senso di realizzazione che trasmetti quando dici che,  forse anche perchè consapevole che abbiamo vissuto in un periodo economicamente fortunato, contribuisci al miglioramento delle condizioni di chi ne ha bisogno attraverso aiuti e interventi diretti. Di questi tempi gira uno slogan: more meaning, less leisure: per tanti che cercano di dare un senso a questa fase di vita, tu l’hai probabilmente trovato. Il secondo aspetto che mi colpisce, e che condivido, è il cruccio perchè per le generazioni dei nostri figli lo spazio per sognare si è ridotto. Si parla ogni tanto di patto tra generazioni (l’Unione Europea ha addirittura battezzato il 2012 anno dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra generazioni), credo che dovremmo interrogarci di più su come aggiungere alla generosità “privata” di ogni genitore verso i propri figli anche regole “pubbliche” che diano ai più giovani speranza per il futuro.

Read more

La vita a volte è un romanzo

Maurizio scrive: Non amo fare banali bilanci di vita ma la soglia dei miei primi sessant’anni mi porta a farne uno importante.     Ricordo un giovane studente che si innamora della sua compagna di classe e la porta sull’altare a coronare il loro amore, poi due figli splendidi e poi la fine tragica di questo amore che mi lascia solo a crescere due figli.
Ma forse è questo che nella vita ti porta a essere una persona migliore perchè ti carichi di responsabilità che al momento ti sembrano insormontabili ma che poi ti fanno sentire un pò eroe.  Il percoso che mi ha portato fin qui è stato sì tortuoso ma mi ha permesso un arricchimento interiore e una capacità affettiva che è cresciuta in modo esponenziale.  Oggi mi sento una persona ricca di energie da condividere con le persone che mi sono vicine e fiero di aver trasmesso ai miei figli valori purtropoo oggi dimenticati.
Se per arrivare a tutto ciò il cammino è sofferenza allora un appello a chi vive la vita in modo superficiale e materiale di provare un pò a soffrire per raggiungere quella dimensione che nelle religione greca si chiamava catarsi.   Oggi vivo affetti profondi e amicizie sincere ma libero da formalismi e proiettato ad una armonia sia fisica che spirituale per proiettarsi nella futura vecchiaia che speriamo sia il coronamento di una vita in ogni caso felice.

Read more

Anni inquieti

Scrive Carlo: Ho 66 anni e sono un dirigente in pensione. E’ così che ufficialmente devo definirmi, e già mentre lo scrivo penso che sia chiaro qual è il mio problema in questo momento: non mi piace per niente qualificarmi come “dirigente in pensione”. Non mi piace quella definizione “in pensione” che fa immaginare uno seduto in poltrona tutto il giorno a oziare e “dirigente” sì, lo sono stato, ma oggi non ha più alcuna attinenza con quello che faccio, visto che ho dovuto smettere di lavorare perché la mia azienda oltre una certa età non tiene più nessuno in organico. I figli mi dicono che adesso posso godermi le giornate libere e riposarmi (ma io non ho nessuna intenzione di riposarmi, ho ancora voglia di godermi la vita !), mia moglie continua a dirmi che potrei provare a trovare qualcosa da fare. Forse ha ragione, ma cosa ?

Caro Carlo, sei tra Scilla e Cariddi. Scilla è il modello del “pensionato a riposo” che continuano a usare solo quelli che all’età della pensione ancora non ci sono arrivati. Cariddi è la mitologia del reinventarsi a tutti i costi, a qualunque età.  Io non lo conosco ancora un sessantenne dei giorni nostri che si augura di “stare seduto in poltrona tutto il giorno a oziare”, eppure – in mancanza di modelli sociali alternativi – è una fotografia un po’ rimasta nell’immaginario collettivo. Conosco persone che esplorano nuove occupazioni e hanno nuovi interessi, che ribilanciano la loro vita e che un po’ si reinventano, ma sono nuovi equilibri che bisogna andarseli a cercare, nessuno te li offre pronti sul piatto. Eppure le opportunità sono tante. Hai mai pensato, ad esempio, ad attività di utilità sociale o a passioni che ti avevano mosso emozioni in passato ma che non avevi avuto il tempo di coltivare ?

Read more

Sono un tipo fortunato

Scrive Roberto: Ho 73 anni, ho lavorato fino all’età di 69 con significative responsabilità e soddisfazioni ed ora, fuori dal mondo del lavoro, sono attivissimo nel sociale e nella “politica dei cittadini”, tema sul quale tengo un blog piuttosto frequentato. Sono nonno di due bei nipotini e felicemente sposato da oltre 40 anni.
Credo che l’età post lavorativa sia una grande opportunità perchè permette di occuparsi con tempo e passione di temi della società, in forme di volontariato più o meno impegnative, a seconda delle proprie disponibilità di tempo ed energia.
Non solo è aumentata la prospettiva di vita ma, malgrado l’inquinamento, lo stress accumulato ed altri fattori negativi, le persone di 60/70 anni godono spesso di ottima salute.
Il segreto di questa età, a mio avviso, è il seguente: fare molto in ogni campo, ma avere il senso del limite: malgrado si goda di condizioni assai migliori delle persone che avevano questa età 50 anni fa, non si può dimenticare che il tempo lascia i suoi segni, che vanno accettati.

Read more

Generazione fortunata

Scrive Riccardo: I sessantenni di oggi sono sicuramente quelli che da giovani,con le inevitabili eccezioni,hanno avuto vita più facile e condizioni sociali più favorevoli rispetto alle generazioni che li hanno preceduti ma oggi io,quasi sessantenne,mi trovo a condividere con mia figlia maggiore,quasi trentenne,le stesse preoccupazioni di lavoro e le stesse ansie per il futuro come se fossimo “coetanei” .E’ una situazione paradossale che se però sfruttata al meglio,contribuisce a migliorare il rapporto genitori figli.Certo,non è gratificante per un trentenne non avere la possibilità di rendersi economicamente autonomo ma non sarà che per loro forse è meno urgente di quanto non lo fosse per noi? magari anche per colpa nostra!

Caro Riccardo, sono totalmente d’accordo con te che le nostre generazioni, cioè di quelli che erano bambini o ragazzi nel periodo del miracolo economico, sono generazioni fortunate (niente guerre, condizioni di vita mediamente buone, lavoro che si trovava facilmente, istruzione più diffusa, ecc), anche se le ansie sulle incertezze lavorative di oggi non consentono di avere sempre l’animo sereno.  Noi siamo quelli del boom demografico, siamo quindi molto numerosi e  pare che ci sia già stato il sorpasso sulle giovani generazioni. Leggi qui: “…all’epoca del passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, i rapporti di forze erano a favore dei giovani. La fascia 16-30 contava quasi 13 milioni e mezzo di persone nel 1991. Mentre la fascia 60-74, già in ascesa, era comunque sensibilmente meno consistente, arrivando a poco più di 8 milioni. Oggi il rapporto di forze si è rovesciato a favore dei più anziani. La fascia 16-30 è scesa a 9,7 milioni, quella tra i 60 e i 74 anni è invece salita a quasi 10 milioni”.  E’ di questo che parlano domani ad un convegno in cui si domandano “come dare piu’ peso al futuro nelle scelte di oggi”. Se ti interessa, qui trovi i dettagli  <http://www.pianetauniversitario.com/index.php?option=com_content&view=article&id=2358%3Acome-dar-peso-al-futuro-far-contare-di-piu-il-voto-dei-giovani&catid=37%3Aseminari-e-convegni&Itemid=69>

 

Read more

Il sessantesimo compleanno

Scrive Irene: Per me il sessantesimo compleanno è stato il più significativo della mia vita, lo spartiacque assoluto. La cosa più difficile è ricollocarmi nella percezione di me stessa. Per una vita ho considerato le ultrasessantenni donne ai margini, quasi asessuate, magari ancora “in gamba” ma inesorabilmente vecchie (la foto che amo di più di mia nonna con la crocchia bianca è stata fatta quando lei aveva 57 anni), mentre io mi sento talmente diversa che temo il ridicolo. Adesso anche se so che ho una speranza di vita attiva che può superare i 25 anni, ho dovuto comunque introdurre il concetto della data di scadenza e questo che può da una parte sembrare negativo in effetti relativizza e alleggerisce tutti i problemi. Io che sono sempre stata una macchina da lavoro ”prima il dovere e poi il piacere” sto girando un pochino il timone senza grandi sensi di colpa. Certo ho la fortuna di essere in pensione, di avere dei figli che stanno iniziando a camminare da soli e, per ora, di stare bene, ma l’essermi separata dopo quasi 40 anni di matrimonio è sintomatico di una voglia di vita nuova, e quel poco di saggezza che l’esperienza mi ha dato mi porta ad apprezzare le piccole felicità di giornata senza più attendere cose grandiose dal domani.

Read more

Un figlio adolescente a 28 anni

Nicoletta scrive: Ho due figli, entrambi maschi. Il primo, 30 anni, ha un lavoro decoroso, è autonomo e un paio di anni fa è andato a vivere per conto suo. Il secondo invece, che è più giovane di due anni, ha concluso l’università in ritardo e con fatica, e adesso non riesce a trovare lavoro. Dopo ripetuti tentativi falliti, adesso si è chiuso in se stesso e sta passando una brutta depressione. Ovviamente io e mio marito lo dobbiamo ancora mantenere economicamente e non ci sono le condizioni perché vada a vivere per conto suo. Lo vorremmo entrambi aiutare, ma come dice il medico deve risolversela da solo, e poi non sapremmo nemmeno bene come fare. Questa situazione mi mette in ansia anche per il mio futuro. Fino a quando durerà ? Alla mia età, mi sto avvicinando ai sessanta, pensavo di potermi godere un po’ di serenità, invece è come avere ancora un figlio adolescente.

Cara Nicoletta, l’esperienza di genitori ultrasessantenni che non smettono di farsi carico dei propri figli ormai grandi è sempre più diffusa.  Parte dei giovani, come il tuo primo figlio, se la cavano da soli, mentre un numero crescente di altri soffre le difficoltà di questo periodo, basta guardare i dati sulla disoccupazione giovanile. Secondo me c’è una paradossale distanza, da una parte tra il sostegno economico e la vicinanza psicologica che di solito i genitori italiani nel privato generosamente non smettono di dare ai propri figli anche quando crescono (come stai facendo tu) e, dall’altra parte, l’incapacità di darci delle regole collettive che ribilancino onori ed oneri tra le generazioni e a cui spesso noi senior egoisticamente ci opponiamo.

Read more

La fase migliore della mia vita ?

Scrive Piero: In questo periodo sono tutti arrabbiati con la Fornero e con le sue nuove regole sulle pensioni. Io mi ritengo fortunato perché ho 63 anni e sono già in pensione da qualche anno. Incontro un sacco di persone che mi chiedono se non mi annoio e se non mi sento inutile in questa condizione. A tutti rispondo che no, non mi annoio per niente. Faccio molte attività e soprattutto mi sento libero di realizzare quelle cose che ho sempre sognato di poter fare con più tempo libero a disposizione. Qualcuna è utile, ad esempio mi piace armeggiare con il legno e sono diventato il falegname di fiducia di tutti gli amici e i parenti, qualcun’altra utile non lo è (lo confesso, mi piacciono i tornei di biliardo). Non vorrei esagerare, ma mi sembra che sto vivendo la fase migliore della mia vita.

Caro Piero, la tua soddisfazione è la conferma di quanto vanno raccontando negli ultimi anni ricercatori di tutto il mondo: che la felicità va a picco durante la seconda fase di vita, quella della maturità, e riprende a salire dai cinquanta in poi, fino a quando la salute regge.  Da questa età cresce il bisogno di leggerezza, che però rimane associato al rimanere attivi: molti continuano a lavorare (per scelta o per obbligo) e il lavoro rimane l’attività prevalente, altri trovano spazio per vecchie e nuove passioni, altri ancora si dedicano a cose utili (ad esempio l’aiuto in famiglia o in associazioni di volontariato).

 

 

 

Read more