Le Vostre Storie

Che strano!

Scrive Maretta: Storia classica, io 63 anni lui 66 se ne va con una straniera di 30 anni più giovane. 40 anni di matrimonio e mai una lite. Anzi risate e solidarietà. Poi ho capito, che strano. Ero solo io l’allegra e la solidale, quella che si faceva il mazzo al lavoro. che strano: mi si sono spalancati gli occhi dopo 40 anni! Ho vissuto con un ufo e mio figlio l’aveva capito da 20 anni, ora ne ha trentatré. Cari ragazzi di sessant’anni, ho vissuto in un mondo mio e non ho nemmeno sofferto alla scoperta di un’altra realtà come stupefatta di avere visto per la prima volta la luce. Uno squarcio nel sipario. Sono arrabbiata con me per avere sprecato parte della mia vita ma non per quello che questo matrimonio mi ha dato: un meraviglioso figlio che lui ha perso e mai capirà. Ciao al mondo nuovo. Foto di Paula Grenside

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La lentezza

Scrive Peppe: Credo che ora la vita è un po’ un’altra storia. E ognuno di noi ha un po’ paura. Ognuno di noi è impegnato ogni giorno a reinventarsi, ricominciare a raccontare e raccontarsi, a sentire un altro odore, a sentire altre prediche, a vedere altre lacrime, a stringere altre mani, a vedere altri occhi, beh, non è semplice. Al di là di ogni possibile ragionevolezza, io ho scoperto il gusto della lentezza, dell’importanza da dare al tempo, alle persone, alle cose. Quando le passioni col tempo cambiano colore, nel cuore già si preparano nuovi luoghi da condividere ed una mappa di spazi comuni che vanno dal libro da leggere insieme, alla vista di una mostra di Caravaggio o del Botticelli ove trovare le piccole poesie di carta straccia trascinate dal tempo. La polvere, i passi veloci, gli affanni, gli stupori dei giorni di lavoro, li guardi con un sorriso ma da lontano, con simpatia ma senza nostalgia. Ed in quell’ esserci, in quella consapevole serenità, sentire un senso di pudore nel credersi ancora salvi, di fronte ai frammenti della vita. L’amore per mia moglie ha un corpo preciso, una sbadataggine particolare, un odore, una voce, un cappello, un caminetto acceso ed un libro aperto sul comodino, una formula di saluto, una calligrafia tremenda, un passo cigolante. Sono sicuro che se per questo tentativo di vera vita abbiamo fatto di tutto ed abbiamo visto possibile un percorso ancora lungo, allora, vestiamoci con i fiori e lasciamo che siano altri a sedersi su una panchina a lamentarsi dei dolori alle ossa, del tempo che passa, del tempo che rimane mentre ci si vergogna un po’ a credersi fin qui ancora salvi, di fronte ai frammenti della vita. Così mi capita di guardare le mani del futuro e scoprirle piene, e che la mano che cerca la tua è quella che volevi e che è li, pronta a stringerti ad ogni risveglio. Peccato che la vita non abbia una serratura dalla quale la si possa guardare di nascosto: forse si riuscirebbe a sentire il profumo della nostra voglia di farcela, sempre, oggi come a vent’anni. Un profumo ipnotico, indimenticabile, luminoso, per chi lo vuole. Mi auguro e auguro a tutti di ascoltare ancora una musica sublime fatta di emozioni, conoscenza, amore per il bello, entrarvi fin dentro le viscere e portarvi sempre in alto mare, anche se non sapete nuotare.
Per molti la tragedia vera forse non è andarsene, ma non esserci mai stati. Giuseppe De Biasi.

Nella foto in alto: Le emozioni di Kandinsky in “Dipinto blu”.  Nella foto in basso un dipinto del toscano Andrea Martinelli, secondo cui «lentezza significa aver voglia di capire e capire significa rinascere»

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Ricominciare

Scrive Viola: Ho 57 anni e abito a Roma. Io ci sono nata in questa meravigliosa città e qui ho passato la mia giovinezza, ho trovato un lavoro, che ancora ho, ho viaggiato, ma lontano dall’Italia sentivo una struggente nostalgia per la mia città. Avevo i miei amici, prima si faceva amicizia in una maniera diversa, ci si frequentava e ci si conosceva profondamente. E poi mi sono formata una famiglia. E’ stato un matrimonio infelice e dopo venti anni ho chiesto la separazione. Ma non è di questo che voglio parlare ma di una cosa diversa: a 50 anni mi sono ritrovata sola, con una vita da ricostruirmi da zero. Ed ho ritrovato la mia città e le persone cambiate in peggio; io, che uscivo per la prima volta dopo venti anni di madre di famiglia, vedevo tutti i punti di riferimento dei miei anni 80 spariti. Fare amicizie è una cosa spinosa, è tutto fatto di fretta e superficialmente, le persone non hanno voglia di sorridere e di ridere, si esce come automi senza una vera voglia di stare con gli altri. Io mi sono ritrovata in un ambiente che non riconosco più, e meno male che ho il mio lavoro, ma sono anche una persona socievole. Non mi lamento di nulla, ma mi sto accorgendo che alla mia età è tutto più difficile. Bisogna stare attenti a non essere fraintesi, è triste come dentro sono rimasta la ragazza di tanti anni fa, spontanea e allegra, e invece come bisogna essere disciplinati e un po’ trasparenti nella vita normale. Per la nostra età sembra che si sia fatto molto, ma effettivamente c’è il vuoto assoluto. In foto: amicizia di qualità

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Solitudine… perchè?

Scrive Alex: E’ vero che nasciamo e moriamo soli, nessuno può negarlo. Però è anche vero che siamo animali sociali, ognuno con le proprie necessità e i propri bisogni mentali e fisici: c’è chi non può stare solo perchè si sente perduto, incapace, senz’aria, insicuro, non sapendo gestire sè stesso nel quotidiano e non sa camminare da solo. C’è chi, invece, pur avendo una sana autonomia mentale e pratica che lo rende autonomo e indipendente in tutto (più o meno), trova nella solitudine l’impossibilità di condividere la gioia della vita. Ecco cosa manca davvero quando si è soli, la condivisione della vita, cioè la capacità di trasmettere ad un altro essere umano le emozioni per ciò che si vive. Credo che la cartina di tornasole per misurare il proprio “senso di egoismo” (che comunque tutti noi abbiamo), sia proprio focalizzare dentro noi stessi quanto bisogno abbiamo di condividere con gli altri ciò che abbiamo nell’anima.

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Come nuova!

Arriva la primavera e anch’io mi sento che rinasco. Dopo un anno tra ospedali, operazioni, medicine, riposi forzati a letto, dovrebbero avere dato una sistemata al mio fegato e alle mie ginocchia. E’ stata un’occasione per leggere tanto e per sentire l’affetto di chi mi è vicino, però non ne potevo più dei dolori né di questa vita menomata. La sensazione che provo in questi giorni di primo sole che anticipa la primavera è la stessa che mi ricordo avevo provato quando avevo dodici o tredici anni, la sensazione di essere vicinissima alla natura, quasi tutt’uno con il mondo che rinasce. Che bello avere ancora questa possibilità a 66 anni ! Finalmente mi posso muovere e ritornare alla mia vita normale. Dopo aver provato cosa vuol dire quando manca sarà ancora più bello ! Un saluto a tutti. Franca

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Incontro con ex alunni

Silvia Ghidinelli incontra i suoi ex alunni: si incrociano i ricordi

“Sono stata  insegnante elementare per 40 anni ed  ora sono in pensione da più di tre anni. Con mia grande sorpresa sono stata invitata ad una cena da alcuni alunni di una quinta del mio primo anno di ruolo, in una frazione vicina alla cittadina dove abito tuttora. Era il 1974… Alcuni dei 16 alunni che ho ritrovato oggi,  sono  ora dei simpatici cinquantenni , gente positiva e concreta: i ragazzi sono  rimasti in campagna, nelle loro cascine, ad allevare bestiame e a coltivare i campi in maniera moderna, ma mi dicono orgogliosi che  hanno  figli laureati. Le ragazze hanno un lavoro, dei figli per i quali auspicano una laurea, mentre una gestisce il ristorante dove ci siamo trovati. Mi hanno subito parlato con grande apertura e mi hanno dato notizia degli altri ragazzi che non erano lì.

Che cosa mi ha colpito? Certo, ritrovarli adulti, aperti, con un buon ricordo della scuola, ma soprattutto mi ha colpito la differenza dei nostri  rispettivi ricordi di quell’anno in quinta…. Loro ricordavano un cartellone da compilare giornalmente sulla pulizia personale e Loredana ricordava che non riusciva mai a fare la capoclasse perché aveva  costantemente una crocetta per le sue  unghie nere; ricordavano le liti tra loro  interpretando le classi ( Nobili, Clero, Terzo stato) dei tempi della Rivoluzione Francese; ricordavano che io, la maestra, piangevo quel giorno di maggio del 1974, commentando la strage di Piazza Loggia a Brescia; ricordavano il profumo di caffè nell’intervallo, perché, loro dicono, che io avevo apportato nella frazione l’uso di fare il caffè per gli insegnanti , nell’intervallo. Mentre Giangi mi ha svelato che era innamorato della maestra….

Io  ascoltavo sorpresa e non ricordavo nulla di tutto questo, ma ricordavo l’intervista  sull’Argentina ad un emigrato della frazione, che ritornava lì ogni tanto; ricordavo la visita del Direttore, allora d’obbligo nel primo anno di ruolo; ricordavo quei due ragazzini che arrivavano da lontano, a piedi, con qualunque tempo; ricordavo che ci trovavamo fuori orario, nei pomeriggi di giugno, a ripassare per l’esame che allora c’era, in quinta…

 Loro ricordavano poco di tutto questo, ed è stato questo confronto di ricordi, i miei da maestrina ed i loro, da undicenni, che mi hanno fatto guardare con ulteriore simpatia, affetto e rispetto a quei ragazzi di allora,  semplici ma non banali, sui quali le emozioni facevano una gran  presa, che sono diventati gli adulti empatici di oggi per i quali la cultura è rimasta importante.

GRAZIE RAGAZZI!

 

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Per vivere fino a 111 anni

Ricevo e pubblico il decalogo di Gabriele.  Siete d’accordo ?

Per vivere fino a 111 anni devi:
1 coltivare 5 hobbies
2 non smettere di fumare
3 leggere almeno un libro alla settimana
4 scrivere il tuo testamento spirituale
5 apprezzare le cose che ti circondano
6 perdonare e non serbare risentimento
7 diventare un cuoco
8 frequentare i vecchi amici
9 voler bene ai figli e ai parenti prossimi
10 regalare un sorriso a tutti

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Disagi e fatiche

Quattro anni senza lavoro

Scrive Mary: Ho perso il lavoro nel 2009 con conseguenze disastrose. Io ho accettato qualsiasi tipo di lavoro anche in nero e sottopagato. Cosa posso fare per recuperare la felicità che mi dava un lavoro ?

Viale del tramonto

Scrive Anonimo 889: Ormai stanco e afflitto, guardando dietro di me vedo solo il ricordo di chi ha diviso speranze, lavoro, sudore. Pochi momenti di felicità che oggi, guardando le mani rugose della mia compagna, mi appagano di questo viaggio attraverso le gioie e i dolori.
Il ricordo dei miei colleghi morti, il rimpianto di non esser sfuggito a questa vita da giovane, forse per amico oggi questo computer che mi fa vedere cose che non ho mai visto e saputo. Rimpianti, forse no, ma poi come avrei fatto senza gli occhi dei miei figli se avessi avuto una vita diversa ?

Ricominciare a sessant’anni

Scrive Paolo 53: A sessant’anni mia moglie mi comunica che non mi ama più, dopo 30 anni di matrimonio.  Una situazione inaspettata che mi crea tanto malessere, due figli gemelli di anni 19, una vita da ricominciare, speriamo di fargliela!!!!

 

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Nuovi orizzonti

Scrive Nicole: Francese, quasi 62enne, da molti anni in Italia, prima per lavoro in un’azienda francese a Roma poi per matrimonio in Liguria. Mi sono sposata a 40 anni con un piccolo imprenditore di 14 anni più grande, commettendo l’Errore della mia vita: licenziarmi. Infatti, dopo 2 anni, mio marito è fallito. Eravamo sul lastrico. Ha aperto un bar, a nome mio, e neanche questo è andato bene con penose conseguenze finanziarie per me. Anziché rimboccarsi le maniche, è scivolato nell’alcolismo. E’ da quel periodo che viviamo da separati in casa, né dormiamo né prendiamo i pasti insieme. Solo l’amore per i miei animali ed il mio orgoglio innato mi hanno dato la forza di andare avanti. Otto anni fa ho trovato un lavoro come operatrice in un call center, lavoro penosissimo e mal pagato ma a tempo indeterminato. Poi, 4 anni fa, ho conosciuto l’amore-passione per un mio coetaneo…non libero. Gioia e dolore insieme ma…vita. Sentirsi bella e desiderata alla mia età è fondamentale, rialza l’autostima. Ora non so cosa sarà della mia vita. Avrò finalmente la forza di lasciare marito e amante per nuovo orizzonti? (ma mai i miei animali). La Fornero mi costringe a sopportare per altri 2 anni l’inferno del call center. Poi, chissà… Leggere Voi è stata una scoperta, bellissima, spero poter scambiare pareri con Voi. Grazie

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Anche domani mattina !

Scrive Elisa: Come Enrico, anch’io ricordo la Dauphine !! Ne aveva una di color azzurro chiaro un mio lontano parente. L’ auto della mia famiglia era invece una mitica Volkswagen marron glacé: macchina tanto solida e affidabile, quanto dall’ estetica davvero poco felice.  In foto: La stanza dei ricordi di Norberto Martini
L’articolo di Enrico mi ha catapultato in un passato comune per momenti e stili di vita; le sole differenze nel fatto che noi andavamo in montagna e vi stavamo non solo un mese, bensì l’ intera estate. Nella memoria ho molto lucido il momento della partenza, che si ripeteva ogni anno il canonico giorno dopo la chiusura della scuola. Ancora oggi riprovo lo stesso entusiasmo di allora, ma l’ immagine più viva è il volto di mio padre quando, costernato davanti al cofano e al portabagagli debordanti di valigie, sbofonchiava in modo puntuale <>. Non che partiti le cose andassero meglio: usciti dall’ autostrada Milano-Bergamo e iniziata la salita verso le prealpi lombarde (la nostra meta era la Presolana) ogni curva – potenziale attentato per lo stomaco mio e di mio fratello e, nondimeno, per gli interni della indomita Volkswagen – richiedeva una certa abilità di manovra e soprattutto tanta pazienza. Povero papà… lui che, prima delle sospirate ferie di agosto ci raggiungeva il venerdi sera e ripartiva il lunedi mattina, concedendosi il lusso di una sporadica incursione durante la settimana per recuperare il sonno perso a causa dell’afa milanese.
Per quasi un ventennio la Presolana ci vide assidui frequentatori: papà con gli amici delle bocce, mamma a chiacchierare con le mogli degli amici delle bocce, io e mio fratello con le rispettive compagnie.
Finito il liceo, però, iniziai a domandarmi se oltre a quella casa verdina in montagna, alle interminabili partite a tamburello e alle scorribande in moto e motorini per le valli della Bergamasca, ci fosse qualcos’ altro che meritasse di essere visto.
Un giorno, per puro caso, venni a sapere da un’amica che in una bacheca alla Statale spiccava un cartello con scritto: “Chi è interessato/a a un campeggio in Sardegna dal 2 al 20 agosto contatti…”. Due minuti bastarono perché prendessi coscienza di non essere mai stata in tenda prima di allora e di non conoscere nessuno dei miei potenziali compagni di viaggio, a parte la mia amica; mi bastò invece un solo minuto per prendere coscienza del fatto che, proprio per questi motivi, non avrei dovuto lasciarmi scappare una simile opportunità.
A distanza di anni mi accorgo di sorridere quando passo in rassegna i momenti di quella mia prima esperienza di campeggio in compagnia di una masnada di ragazzi e ragazze, tra i venti e i venticinque anni, tutti di città diverse, alcuni lavoratori, i più studenti; in comune un irrefrenabile desiderio di libertà e divertimento e, soprattutto, un’ impreparazione pressochè totale in materia di tende e paletti. Mi vengono ancora in mente i cori lungo le stradone deserte, che percorrevamo di notte sotto le stelle, dopo aver lasciato i paesi vicini in occasione delle sagre agostane rigurgitanti di salsicce e vino rosso. Non previsto quel temporale, scoppiato all’ improvviso, mentre dormivamo, avvolti nei sacchi a pelo, sul traghetto del ritorno. Troppo divertente quella gita di qualche giorno ad Orgosolo, località nota per i murales ma soprattutto agli onori delle cronache per i rapimenti banditeschi, all’ epoca piuttosto frequenti. E’ ovvio che, in mancanza di cellulari e altri contatti telefonici, i miei genitori vennero a sapere di questi eventi solo a cose fatte quando, tornata a Milano, ebbi modo di entrare nei particolari. Allora raccontai anche della sfilata di materassi, generosamente messi a disposizione da un’ improvvisata ospite di casa ad Orgosolo, una signora che proprio non si capacitava del fatto che i suoi figli, i suoi cocchi, fossero a Rebibbia da un bel po’ di tempo.
Ancora adesso che sono qui a scrivere mi pongo una domanda, quella che mi sono fatta già tantissime volte: “Elisa, lo rifaresti, ora che non hai più vent’anni e – ammettilo – ti piace viaggiare comoda e lasciare meno spazio all’ imprevisto ?” La risposta è sempre la stessa: “Anche domani mattina !”

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