Eventi, Fatti ed Opinioni

Ancora giovani per essere vecchi

Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di moderare un incontro, organizzato dall’Associazione Nestore, con Carlo Vergani, notissimo medico geriatra, e con Giangiacomo Schiavi, scrittore e vicedirettore del Corriere della Sera, in cui si dibatteva il tema dell’invecchiamento prendendo spunto dal loro recentissimo libro “Ancora giovani per essere vecchi” (distribuito qualche settimana fa nelle edicole insieme al Corriere).

cover“Ancora giovani per essere vecchi” è un agile libro-intervista (ma forse sarebbe più appropriato definirlo un libro-dialogo fra i due autori), che ho molto apprezzato. Oltre ad offrire pagine di gradevole lettura, cosa che non fa mai male, lo snello volume riesce a proporre un panorama molto ampio delle problematiche dell’invecchiamento, coniugando precisione informativa e competenza specifica con un taglio divulgativo. L’approccio è multidisciplinare: i problemi vengono visti non solo sul piano fisico, medico, biologico, ma anche su quello demografico, sociologico e politico, e questo arricchisce. In più si capisce ad ogni pagina che il punto di vista è espresso sì da esperti, ma non distaccati, al contrario da esperti che partecipano intensamente a quanto vanno raccontando.

“Vivere a lungo, vivere bene” è il titolo di uno dei capitoli e, direi, il cuore del messaggio del libro. La massima di Seneca riportata nel libro: “quello che conta è come si vive, non quanto” è facilmente condivisibile, ma subito si porta appresso una serie di interrogativi: come si fa a cogliere appieno l’opportunità di una maggiore longevità che ormai è nei fatti ? quali sono i “segreti” per realizzare l’obiettivo della longevità coniugata con una vita di qualità ? ci sono le condizioni oggi in Italia perché questa aspirazione possa essere realizzata ?

La risposta a queste domande ha naturalmente molte sfaccettature e il dibattito dell’altro giorno è stato ricco di spunti. Ad esempio, è stato detto che conta tantissimo la salute percepita: la qualità della vita, soprattutto durante l’invecchiamento, è spesso più legata al proprio disagio interiore che alle condizioni oggettive; non che acciacchi e malattie non abbiano il loro peso ma innanzitutto conta come ci si sente dentro nel vivere il processo di invecchiamento. O ancora: bisogna uscire dal paradigma finora dominante del vecchio inutile e non più attivo, la longevità va resa attiva, ad esempio attraverso l’esercizio della cosiddetta “cittadinanza attiva”. E per quanto riguarda le condizioni del sistema sanitario, è auspicabile una nuova medicina, una medicina che si occupi delle situazioni croniche e non solo degli stati acuti delle malattie, così come un sistema assistenziale e medico che raggiunga gli anziani fragili nelle loro case e che non sia concentrato solo negli ospedali.

“Vivere a lungo, vivere bene” è un messaggio che per paradosso porta anche a pensare al fine vita. Che fare se si vive a lungo, ma “male”, magari perdendo anche la propria dignità ? E qui, di fronte ad uno dei temi a cui la nostra coscienza oggi è più sensibile, alla domanda posta da Schiavi nel libro: “E’ favorevole all’eutanasia attiva ?”, la risposta di Vergani è precisa: “No, lasciar morire non significa far morire.”

Fatti ed Opinioni, Le Vostre Storie

Ho iniziato per un disagio generazionale

Il sessantenne Marco Martini mi ha inviato, come sua storia, il testo di una intervista che gli è stata fatta dopo aver vinto il “Traders’ Cup”, un campionato di trading con denaro reale, organizzato da Traders’ Magazine Italia in collaborazione con Borsa Italiana.  Pubblico un estratto di questa intervista.

sfondo campanileDice Marco: “Sono un sessantenne. Sono artigiano, commerciante e tecnico.  Ho fatto la scuola dell’obbligo e ho delle abilitazioni tecniche per il mio lavoro.
Ho una compagna e sono padre di un trentunenne, nato da una precedente relazione.
Vivo in Liguria. West Liguria. Una terra unica. A Bussana Vecchia. Tra i ruderi di un sogno hippy”.
Qual è, chiede l’intervistatore, il suo percorso di formazione nel trading finanziario ? “Ho iniziato per un disagio generazionale. Io nasco in provincia nei primi anni della seconda metà del secolo scorso, con le prime TV nelle case, le bombole del gas invece di legna e fascine, la plastica , il Moplen. Il primo telefono era in duplex. Il primo fax sono andato, incredulo, a vederlo arrivare in una ditta di fiori.
Poi, superati i quarant’anni, come uno schiaffo, la fantascienza diventa inesorabilmente realtà. Cervelli elettronici, PC portatili, telefoni cellulari, ADSL, Internet, comunicazione, new economy (cioè soldi dai soldi). Tanto da imparare, e a me piace.
con graficiCon Mauro, amico e bravo informatico, ci procuriamo dei software, un tipo ci vende lo scibile sul trading a 125 euro (correva l’anno 2003). Avevamo tutti i software esistenti… un centinaio… Resto folgorato, mi piace. A 50 anni appartengo a questo tempo, decido che  mi sarei formato un poco anche  in questa disciplina. Leggo un gran numero di libri e teoremi, mi piace; così lontano dal mio quotidiano. Vivo le varie teorie, approcci e matematiche come se fossero romanzi. Ed eccomi qua….

L’intervistatore chiede a Marco anche come si svolge la sua giornata.
“Non ho una giornata tipo, il trading é un hobby. Rilassante ed eccitante, più del tresette o del poker al bar. Ma con un potenziale enorme. Quando sono alla piattaforma osservo, valuto e a volte opero. Comunque se cominci alle 8 ti prepari. Alle 8,30 – 9 partono le banche Europee, poi notizie sui vari partecipanti alla bagarre. C’é di che divertirsi”.  In foto: Marco Martini

Fatti ed Opinioni

Apprendere una nuova vita tecnologica

Sabato pomeriggio. Due ore libere da impegni in cui mi ritrovo seduto in salotto con Daniela. Potremmo chiacchierare un po’, invece lei mi dice che vorrebbe iscriversi ad uno dei nuovi servizi di car sharing che stanno prendendo piede in città e che potremmo farlo ora insieme. Digital_marketing_senior_citizenl-300x199Nostra figlia, che già se ne serve, ci ha detto che è molto comodo e facile da usare. Per niente convinto, mi siedo di fianco a lei e insieme ci cimentiamo con il primo passo: l’iscrizione. La prima schermata del sito che offre il servizio dice che bastano pochi minuti, noi – imbranati digitali che di fronte alla app da scaricare facciamo un gran casino tra tablet suo, smartphone mio, computer comune e carte di credito non abilitate – riusciamo ad avere la conferma che siamo riusciti ad iscriverci solo dopo un’ora e mezza abbondante. A quel punto, sfiniti ma desiderosi di verificare come funziona davvero il giocattolo, facciamo subito una prenotazione con l’intenzione di un giro in centro: siamo fortunati, troviamo un’auto vicino a casa e nessun ostacolo sin quando dobbiamo lasciare la vettura: a quel punto non c’è verso di riuscire a lasciare chiuse a chiave le portiere e passano minuti e minuti (ogni minuto costa) in cui affannosamente ci dimeniamo tra interpretazioni di cosa dice il computer di bordo, sms alla società fornitrice e connessione la più veloce possibile al sito del fornitore del servizio per rileggersi il regolamento. Alla fine ce la facciamo. Poco dopo telefona un amico e quando gli raccontiamo le peripezie per riuscire nell’impresa, arriva la sentenza: “Ma alla vostra età ? Lasciate queste cose a quelli più giovani che con le app ci sono nati !”

Le news in internet in tempo reale, l’acquisto di beni e servizi in rete, l’assistenza tecnica richiesta attraverso messaggi lasciati sui siti dei fornitori, le comunicazioni attraverso i social network, l’uso di smartphone, app e tablet, sono tutte tessere di un mosaico di abitudini quotidiane che stravolge routine consolidate in decenni di esperienza e che mette a dura prova l’autostima di un senior.

Riportava pochi giorni fa La Stampa (naturalmente la notizia l’ho trovata on line) alcuni dati di giugno di comScore, un’organizzazione che si propone come leader mondiale nella misurazione del mondo digitale. Secondo questa fonte “è intensa l’attività digitale di coloro che hanno superato i 55 anni oggi, gli anziani digitali di domani. Sono, infatti, 5,1 milioni gli utenti di Internet che fanno parte di questa fascia d’età…” Gli over 55 sono quelli che registrano i più alti livelli di crescita nell’accesso ai social network e ai siti, ad oggi sono 4,4 milioni… Di questi 3,6 milioni sono su Facebook e 600 mila su Twitter. In 4,5 milioni frequentano siti di news e informazione…”  In foto: due senior al computer

Per quanto riguarda poi l’uso di telefoni cellulari o smartphone i numeri sono ancora più consistenti: “la base di utenti mobile over 55 è pari a poco più di 15 milioni (48 milioni la base utenti complessiva mobile). In questa fascia d’età, il 55% possiede uno smartphone (8,5 milioni di persone)… Le attività principalmente svolte tramite app o siti `mobile´ sono: consultare il meteo (oltre il 40% degli over 55 con un telefono), utilizzare piattaforme come WhatsApp (31% over 55 vs 54% media totale utenti mobile), mandare e-mail (33% degli over 55 mobile vs 52% degli utenti mobile totali), utilizzare social network (25% degli over 55 contro il 46% del totale degli utenti mobile)”

I senior oggi non si rassegnano ad essere esclusi dall’uso dei nuovi mezzi tecnologici, ma quanta fatica e quanta flessibilità sono richieste per apprendere come si vive nel nuovo mondo digitale !

Fatti ed Opinioni

Invecchiare bene a casa propria

Intervista di Enrico a Francesco, Pino e Raimondo di Abitaresociale.

Secondo Abitaresociale l’incremento della speranza di vita, associato ad un suo progressivo miglioramento, ha consentito una costante crescita del numero di persone anziane in grado di continuare a condurre una vita attiva e autonoma nella propria dimora. Questo apre delle opportunità, ma anche dei problemi.

02Si tratta di un cambiamento positivo. Perché allora occuparsene? Non dovrebbe essere sufficiente lasciare che la situazione evolva da sola ?

No, perché in realtà la casa e il quartiere oggi rappresentano ancora la principale causa di emarginazione delle persone quando invecchiano, precludendo loro la possibilità di muoversi facilmente, in modo sicuro e indipendente. Le abitazioni degli anziani si rivelano spesso inadeguate alle loro necessità e il patrimonio edilizio esistente generalmente è funzionale ad un tipo di famiglia giovane e autonoma nei trasporti, mentre la persona in là con gli anni, soprattutto quando perde la propria autonomia, spesso è costretta a trasferirsi presso una casa dei propri familiari o in una residenza privata assistita, sradicandola così dalla propria realtà sociale e accelerandone il processo di invecchiamento. Per questo è importante pensare alla propria abitazione per l’invecchiamento sin da prima, quando si è ancora in forma.

Secondo voi qual è la risposta a questo problema ?

E’ fondamentale definire modelli abitativi in linea con le esigenze della persona che invecchia. Servono complessi residenziali completamente accessibili, nuovi o riqualificati, rivolti a persone senior e anziane, ma anche a giovani e famiglie, perché la solidarietà tra generazioni va di pari passo con la ricerca di nuove soluzioni abitative. Noi di Abitaresociale siamo un gruppo interdisciplinare di ricerca e progetto composto da professionisti provenienti dal mondo dell’architettura, della medicina e delle scienze sociali e ci dedichiamo proprio alla creazione di questi tipi di progetti.

Come si sviluppa di solito un vostro progetto ?

In quattro fasi progettuali: sociale, architettonica, economica e gestionale. La progettazione sociale dello stile di vita comunitario preferito, scelto dai residenti attraverso un processo aperto e partecipativo, rappresenta la base da cui deriveranno le scelte dei tipi e tipologie edilizie, cioè il progetto architettonico, quindi l’erogazione dei servizi e l’accompagnamento dei residenti durante il tempo nelle problematiche gestionali.

Tutti i percorsi sono concepiti per favorire il processo di invecchiamento attivo e la solidarietà tra le generazioni e sono finalizzati alla costruzione di una comunità di residenti intergenerazionale, secondo uno spirito cooperativistico e solidale.

In foto: senior che progettano la loro casa comune.

Le Vostre Storie

Esperienza …buttata !

Scrive Guido: Mi sono occupato di interior design per quarant’ anni, spaziando per ogni dove, una vita lavorativa intensa e piacevole. Poi mio malgrado ho dovuto (!? ) interrompere l’attività per la crisi in atto. Mi ritrovo esodato e disoccupato. Preoccupato per un futuro incerto in assenza di un MODEL RELEASED, Plumber and apprenticequalsiasi lavoro ( a 63 anni chi ti vuole! ) lontano da una misera pensione e alle spalle di una famiglia che stenta a sopravvivere. Non era il futuro che immaginavo. Rammaricato per un bagaglio di conoscenze da gettare nel bidone dei rifiuti. Tanta esperienza che potrei trasmettere ai giovani del settore abbreviando notevolmente i tempi di formazione ” pratica ” che la scuola italiana non fornisce . Il tirocinio o praticantato è insufficente e spesso necessitano anni per assicurarsi l’indipendenza.
Potrebbe essere occasione di guadagno e sicuramente di soddisfazione per sentirsi ancora utili.  In foto: un apprendista con un senior tutor.

Eventi, Fatti ed Opinioni

Senior che vivono insieme

Affollata conferenza-dibattito domenica scorsa, 12 ottobre, all’incontro sul “Cohousing Senior” svoltosi all’interno dell’ Experimentdays Milano 2014, “Fiera dell’Abitare collaborativo”. L’evento, ricco di due giorni di esposizioni e conferenze dedicate a nuovi modi di abitare la città, è arrivato in Italia dopo 10 anni di promozione di nuovi stili di vita legati all’abitare consapevole a Berlino e in Germania.

silversageEvidentemente le nuove formule abitative in vista dell’invecchiamento intercettano anche da noi la curiosità ed un bisogno diffuso dei senior di individuare soluzioni più accattivanti di quelle dell’abitazione monofamiliare a rischio solitudine o di scovare alternative, una volta persa l’autonomia, al rimedio della casa di cura o del badante.

Il dibattito dedicato alle “abitazioni collaborative per senior”, aiutato dal medico Pino Frau e dall’ architetto Francesco Cocco di Abitare Sociale, oltre che dai contributi di numerosi esperti, come ad esempio la svedese Kerstin Kårnekull autrice di un libro sui senior che vivono insieme o il madrileno Rogelio Ruiz, ha permesso di mettere in comune idee su quali sono i problemi più sentiti legati alla scelta di vivere in cohousing ad una certa età, ma anche i “sogni abitativi” per l’invecchiamento di più e meno giovani.

Qual è l’Eden più desiderato ? Vivere in luoghi belli, con spazi autonomi e indipendenti associati a parti comuni che forniscano non solo “servizi all’abitare” (il giardino, l’orto, la palestra, la lavanderia, ecc) e alla socialità (come sale comuni), ma anche servizi alla persona (ad esempio, assistenza e sostegno quando servono). La speranza è invecchiare adottando un modo di vivere che si è scelto e non è percepito come obbligato; l’ideale é evitare il ghetto per anziani, sostituito invece da presenze di persone di tutte le età: così si presenta il sogno di chi pensa al cohousing per la seconda parte della propria vita.

Realisticamente la conferenza ha evidenziato però che le distanze per realizzare il sogno sono grandi e numerose: economiche, psicologiche, di offerta del mercato immobiliare, di identificazione dei vicini cohousers, ma è soprattutto un cambiamento culturale quello che potrebbe avvicinare più persone a questa soluzione abitativa: infatti, anche solo immaginare che ci sono alternative alla casa di cura, alla badante, alla solitudine o, nella migliore delle ipotesi, alla famiglia tradizionale che torna ad allargarsi, potrebbe già essere un passo avanti.

Le Vostre Storie

Vagabonda

image4Scrive Spyros: Ho lasciato l’Italia a Marzo 2007 e non sono piu tornata.
Ho vissuto a Shanghai per quasi tre anni lavorando.
Qualche mese a Dubai, un mese a Maracaibo, una schifezza.

Ora sono cinque anni che vivo in Finlandia, mi trovo molto bene anche se l’inverno è lungo e freddo ma l’estate è meravigliosa, il sole non tramonta mai.

 

image1Un paese sicuro, tranquillo, molto attenti agli anziani e disabili. Qui l’età per lavorare non la guardano, gli interessa la tua capacita. Io ho 62 anni, lavoro e me lo sono inventato, ora faccio la pasticcera.

Spyros in una foto che ci ha inviato, sullo sfondo un lago finlandese. In basso una torta preparata da Spyros.

Fatti ed Opinioni

Dove gli over60 vivono meglio

Noi italiani saremmo addirittura precipitati, nel breve volgere di un anno, dalla 27a alla 39a posizione nella classifica proposta dal Global Age Watch Index, uno studio realizzato annualmente su 96 Paesi del mondo da Help Age International e presentato come al solito ad inizio ottobre in occasione della Giornata Internazionale delle Nazioni Unite dedicata ai senior.

slide_324242_3090502_freeQuali sono i Paesi dove i senior vivono meglio ? E perché l’Italia compare in fondo alla classifica dei Paesi europei occidentali e sempre peggio nel ranking mondiale ?

Campione del mondo figura la Norvegia, al secondo posto la Svezia, al terzo la Svizzera, e poi via di seguito, nei primi dieci posti, Paesi dell’Europa dell’Ovest, Nordamericani, dell’Australasia, oltre al Giappone. Noi, solo al 39° posto, tra le Mauritius (prima di noi) e l’Armenia (subito dopo). In fondo alla classifica: Afghanistan, Mozambico, Gaza, Malawi, Tanzania.

I criteri in base ai quali viene stabilita la qualità della vita in ciascun Paese sono gli stessi dell’anno scorso: il livello e la sicurezza del reddito disponibile, le condizioni di salute e l’aspettativa di vita, le capacità personali di lavoro e culturali, le condizioni sociali e ambientali favorevoli (come ad esempio la rete familiare e degli amici, il senso di sicurezza nel girare da soli per strada o la qualità dei mezzi pubblici). E come l’anno scorso, la nostra classifica cambia completamente a seconda dei fattori che consideriamo. Noi italiani siamo ai vertici della classifica se consideriamo il fronte della salute, misurato dagli autori dell’indagine dall’aspettativa di vita a 60 anni, dall’aspettativa di vita in salute alla stessa età e dal riuscire a dare un senso positivo alla vita. E non sfiguriamo (25esimi) neppure guardando alla sicurezza del reddito: malgrado l’allungamento dell’età della pensione e il peggioramento dei dati sul rischio povertà, qui giocano a favore la copertura pensionistica universale, la ricchezza immobiliare e soprattutto il fatto che in Italia il reddito e i consumi dei senior, rispetto a quello di altre fasce di età, non è penalizzato, a differenza di altri Paesi dove invece il trentenne è di solito più ricco del sessantacinquenne. Dove crolla la nostra posizione in classifica è sulle capacità personali (69° posto) e ancor più sulle condizioni ambientali (74esimi). Le cosiddette capacità personali sono – opinabilmente – misurate da due fattori: il tasso di occupazione dei 55-64enni (che sta aumentando gradualmente ma che rimane sempre incredibilmente basso rispetto agli altri Paesi più avanzati) e il tasso di scolarità, misurato dalla percentuale di over60 con almeno istruzione secondaria, il che dovrebbe dare, secondo l’indagine, una maggior capacità di comprendere come va il mondo. Infine, per quanto riguarda le condizioni ambientali, siamo messi male sia per la percezione di sicurezza, sia per il basso senso di libertà nel fare scelte che riguardano la propria vita quando si è anziani, sia per la soddisfazione per i trasporti pubblici. Ci salviamo solo per la rete sociale e familiare che, pensiamo, non ci lascerebbe soli in caso di necessità.

Fin qui i dati. Starei però ben attento a considerare questi indicatori come espressione sicura della “qualità della vita” percepita da un senior. Sono aspetti certamente utili per aiutare a definire delle politiche pubbliche verso i senior, ma la “qualità della vita” la legherei di più alla soddisfazione delle preferenze individuali e alle aspirazioni personali di ciascuno di noi. Penso cioé che la “qualità della vita” sia una condizione troppo soggettiva per poter essere ingabbiata in queste misurazioni.

Per spiegarmi, riprendo un esempio paradossale che facevo un anno fa su questo stesso blog: una 63enne che abita in una cittadina sul mare con molti giorni di sole ma probabilmente con servizi pubblici allo stretto indispensabile, in pensione da qualche anno dopo decenni di lavoro con una pensione di ottocento euro al mese che insieme a quella del marito le consente di vivere sì modestamente ma senza particolari angosce, che trascorre la giornata dedicandosi ai nipoti e alla casa, che nel tempo libero passeggia sul lungomare o guarda la televisione, che non frequenta alcun corso o associazione, che a due passi da casa trova il medico di base che la conosce bene ma che deve fare chilometri per l’ospedale e gli specialisti, magari che vive in una zona ad alta intensità di reati anche se quando esce di casa vicini e negozianti la salutano con coppia australianacortesia, ebbene questa nostra signora 63enne in base ai parametri utilizzati per misurare la “qualità della vita” risulterebbe in condizioni disastrose. Ma siamo proprio sicuri che sia così ? Che invece la sensazione di benessere e di soddisfazione per la propria vita non sia per questa signora più che buona ? E che magari non vorrebbe cambiarla con nessun’altra vita ?

E poi c’è anche qualcos’altro che non torna: perché gli over60 emigrano sempre di più, ma non in direzione dei Paesi che stanno in cima alla classifica di Help Age International, bensì verso altri Paesi dove la qualità della vita dei senior risulta più bassa di quella italiana ?

Le Vostre Storie

Rigenerarsi

Scrive Carlo: Un paio di anni fa ho smesso di praticare la mia attività di medico e da allora ho ricominciato a fare il medico. Mi spiego: era arrivata l’età della pensione ma non avevo alcuna voglia di mettere in un cassetto la mia professione. Non dover più combattere con la burocrazia Medici+Africasanitaria e non essere più ossessionato dagli orari, a questo sì ho rinunciato volentieri ed ero contento di togliermi queste scocciature dai piedi. Ma il rapporto con i pazienti è sempre stata la mia vita e a quella non volevo rinunciare. Alcuni amici che lavorano in un’organizzazione di volontariato e che conoscevano questo mio desiderio mi hanno proposto di trascorrere due periodi l’anno in posti del mondo dove c’è un gran bisogno di medici e ci sono centri di questa organizzazione. All’inizio ero molto perplesso, non solo perché temevo di non essere in grado di reggere la fatica fisica imposta da questi luoghi disagiati, ma anche perché la mia filantropia non era arrivata ad immaginare una sfida del genere. Alla fine mi sono fatto convincere e ci ho provato. E’ stata un’esperienza indescrivibile: molto dura ma anche emozionante, con emozioni che non provavo da tanto tempo. Mi sono sentito utilissimo, ho toccato con mano le differenze del mondo, ho conosciuto realtà che mai avrei immaginato esistessero e persino sul lato professionale mi sono accorto che avevo bisogno di migliorarmi, di studiare cose che non conoscevo. Dopo due esperienze di questo genere posso dire che è stato un vero modo per rigenerarmi, non avrei potuto immaginare un passaggio migliore verso la mia stagione da pensionato.  In foto: medici in Africa

Fatti ed Opinioni

Scrivere di sé

Ecco un articolo di Patrizia Belleri, psicologa psicoterapeuta che già in passato ha inviato suoi contributi a I ragazzi di sessant’anni:

TagebuchC’è un momento nella vita in cui si sente l’esigenza di scrivere la propria storia e spesso questo momento coincide con l’età dei bilanci, ma anche della voglia di misurarsi con nuove esperienze.

Perché scriviamo? Per esprimere le nostre emozioni, per fugare paure, per condividere; la psicologia ci insegna che scrivere è anche terapeutico.

Giovanna ha iniziato a prendere appunti dopo ogni seduta di psicoterapia. Pensieri, riflessioni, sogni hanno pian piano preso forma, fino a diventare un libro: la storia di un percorso, e la testimonianza di come si può uscire da un disagio. Oggi quel libro è per lei il simbolo della conquista di una vita nuova, anche a sessant’anni.

Marta è giunta in psicoterapia con una richiesta drammatica: elaborare il lutto del suo unico figlio, morto improvvisamente a 36 anni. L’età, la difficoltà a comunicare con il marito chiuso nel proprio dolore, la distanza geografica dalla nuora e dalla nipotina contribuivano a imprigionare Marta in un limbo di dolore e solitudine senza via di uscita. Un giorno mi espresse il rammarico per il fatto che la sua nipotina, rimasta orfana ad appena quattro anni, non avrebbe mai saputo nulla del padre e anche la mamma le avrebbe raccontato ben poco, avendolo incontrato poco prima della sua nascita. Le proposi di scrivere. Avrebbe potuto raccontare la storia di suo figlio, lei che lo aveva conosciuto meglio di chiunque altro, e il suo scritto sarebbe stato un dono da lasciare alla nipote: la biografia del suo papà. Marta accolse con riluttanza la mia proposta, ma poi il progetto prese forma e, pagina dopo pagina, avvenne un piccolo miracolo: far rivivere attraverso la scrittura il figlio perduto dette significato a una vita che sembrava ormai priva di speranza.

Le esperienze di scrittura introspettiva sono numerose e l’avvento di internet ne ha favorito l’evolversi grazie ai blog. Maria Cristina, una frequentatrice de I ragazzi di sessant’anni, nel suo blog Le parole per dirlo, parla di letteratura, delle sue passioni e anche della malattia: “finalmente sono riuscita a venir fuori dal silenzio e a parlare del mio cancro, un’avventura iniziata nell’autunno del 2011.”

Molte persone come Maria Cristina trovano conforto nella scrittura e condividono la propria sofferenza con altri nelle medesime condizioni. Sonia Scarpante, autrice di diversi libri autobiografici, ha fatto della sua malattia oncologica un punto di partenza per dar vita a numerose attività di supporto e di cura per mezzo della scrittura terapeutica.

Numerose sono le esperienze di approfondimento e di sensibilizzazione della scrittura introspettiva, attraverso corsi e scuole specifici.

In Italia, Duccio Demetrio ha fondato la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, una fucina di idee e iniziative, punto di riferimento autorevole sull’argomento.

Specificatamente dedicati ai Senior sono i Laboratori di Narrazione tenuti da Stefania Freddo presso l’Associazione Nestore.

Scrivere, dunque, può rappresentare una risorsa di cui i Senior possono far tesoro per valorizzare e approfondire la conoscenza di sé e anche affinare la capacità di ascolto e condivisione con gli altri.