Posts Tagged: benessere

Vita attiva ma più leggera

Desideriamo avere contemporaneamente una vita attiva e una vita leggera. Sono due istanze compatibili ?

L’immagine del sessantenne e della sessantenne che trascorrono le giornate ai giardinetti è ormai sfuocata, non corrisponde più alla realtà che vediamo tutti i giorni, che si presenta variegata: chi continua ad avere un’occupazione lavorativa, chi diventa, magari più di prima, il fulcro intorno a cui ruota la compagine familiare, chi già in pensione si ingegna per trovare degli interessi e dei progetti che diano un significato arricchente alla propria esistenza; senza parlare della voglia di mantenere una vita affettivamente ricca e una condizione di corpo e mente sufficientemente in forma.  Il cambiamento è veloce: fino a pochi anni fa qualcuno si limitava a teorizzare di un futuro in cui gli “anziani” avrebbero sperimentato un nuovo invecchiamento attivo; nel giro di un lustro la realtà ci è cambiata sotto gli occhi alla velocità della luce e oggi consideriamo “normale” che la maggior parte dei senior svolga una vita attiva.

Quel che non è cambiato è il desiderio, assai diffuso tra i senior, di abbinare alla vita attiva una vita più “leggera” di quella condotta nei decenni precedenti dell’esistenza. Non si è modificato cioè il desiderio, arrivati all’età da senior, di ridurre un po’ le incombenze, le responsabilità e i ritmi che hanno accompagnato, per tanto tempo, i ruoli lavorativi, genitoriali e sociali coperti quando si era adulti nel pieno della maturità.  Ci si prende sì degli impegni, ma si vorrebbe dosarli in base alle proprie forze. Si continua, magari volentieri, ad occuparsi di figli, nipoti e genitori ottanta-novantenni, purché questo non si trasformi in un vincolo e un obbligo da cui non si sa come uscire. Si continua ad avere un’occupazione, ma le motivazioni e le forze sono diverse e si vorrebbe che venissero tenute in considerazione. Ci si impegna in progetti e in nuove avventure, ma deve essere prevalente il gusto per ciò che si fa e le nuove attività non devono assolutamente diventare una nuova prigione. Insomma, è forte la spinta per una vita più “leggera”, più ricca di desideri appagati e meno densa di doveri.

Sono abbinabili e compatibili queste due istanze, quelle della vita attiva e contemporaneamente più leggera ? Probabilmente dobbiamo sciogliere noi, prime generazioni di senior che sperimentano l’allungamento della vita attiva, il bandolo della matassa. L’equilibrio tra queste due istanze è sicuramente possibile, ma i termini della questione non sono per nulla scontati per chi ci sta intorno e spesso anche noi diretti interessati non abbiamo sufficiente consapevolezza di quale punto di equilibrio vorremmo raggiungere. Forse si può partire proprio da qui, dal cercare di capire quale sarebbe per ciascuno di noi il punto di equilibrio ottimale e dal cercare di raggiungerlo, senza buttarci a capofitto in tutti gli impegni che capitano a tiro, senza accondiscendere a tutte le richieste che ci vengono, ma anche senza rifiutarsi di cogliere le opportunità che ancora possiamo incontrare.

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Come nuova!

Arriva la primavera e anch’io mi sento che rinasco. Dopo un anno tra ospedali, operazioni, medicine, riposi forzati a letto, dovrebbero avere dato una sistemata al mio fegato e alle mie ginocchia. E’ stata un’occasione per leggere tanto e per sentire l’affetto di chi mi è vicino, però non ne potevo più dei dolori né di questa vita menomata. La sensazione che provo in questi giorni di primo sole che anticipa la primavera è la stessa che mi ricordo avevo provato quando avevo dodici o tredici anni, la sensazione di essere vicinissima alla natura, quasi tutt’uno con il mondo che rinasce. Che bello avere ancora questa possibilità a 66 anni ! Finalmente mi posso muovere e ritornare alla mia vita normale. Dopo aver provato cosa vuol dire quando manca sarà ancora più bello ! Un saluto a tutti. Franca

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i 60 ruggenti: giro di boa

Scrive Alberto: Sono Alberto oggi 63enne, tutti mi dicono che non li dimostro, e fino a qualche giorno fa ci ho creduto pure io anzi ne ero convinto in fondo all’anima. Mi ha fatto sempre piacere sentirmi dare del tu da persone più giovani, quasi che mi facesse sentir d’esser parte di una comunita’, di un gruppo. Non e’ il complesso di Peter Pan , l’eterno ragazzo che non vuol crescere, ma quando la cassiera del teatro, l’altra sera mi ha fatto pagare i biglietti con lo sconto “per gli over 60″, ho pagato e poi mi sono un po’ risentito. Peccato che non si possa fare ma vorrei poter ancora pagare l’intero!

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Piccola ma adatta a me

Scrive Silvia Ghidinelli: Ho traslocato a settembre  in un’ abitazione più piccola, con open space e grande terrazzo, ma, come già ho raccontato tempo fa in questo blog, ho dovuto fare downshifting, cioè rinunciare a parecchi quadri, libri, mobili e relativi contenuti  che mi avevano accompagnato da una vita. Ora sono qui nella mia nuova casa con una bella scritta sul muro regalatami a Natale da mia figlia  parva sed apta mihi  e gli amici mi chiedono: “Ma come ti trovi, non ti manca nulla di prima?”

Devo dire in tutta sincerità che non mi manca proprio nulla: i libri so in quali biblioteche civiche  ritrovarli, se occorre,  per il resto mi scalda il cuore sapere che ciò che ho regalato serva  a qualcuno.Ma la domanda mi ha scavato un po’ dentro e mi sono accorta che ciò che mi rende così serena e senza rimpianti o pentimenti è il pensiero che mi aveva guidato in sottofondo per tutta l’estate. Dentro di me ho sempre avuto l’eco di ciò che dice  Jerome K Jerome nel libro “Tre uomini in barca per non parlar del cane”,  in cui esorta gli uomini a mantenere leggera la navicella sul fiume della propria vita. Alla fine sono andata a cercare il libro ( l’avevo tenuto!) e mi piace riportarne qui un pezzo:

….”Quanti nel corso di quella navigazione sovraccaricano la loro barca, a rischio di naufragare, con un ammasso di cose superflue che credono indispensabili a rendere piacevole e comodo il viaggio e che, invece, sono soltanto inutile zavorra. …     Gettate la zavorra, uomini! Fate che la navicella della vostra vita sia leggera, carica soltanto di ciò che vi è indispensabile, una casa ospitale, semplici piaceri, due o tre amici degni di questo nome, qualcuno che vi voglia bene e a cui vogliate bene, un gatto, un cane, qualche pipa, quel che basta per sfamarvi e vestirvi…

…Vedrete che la barca sarà più facile a governarsi e più difficile a capovolgersi; e se poi si capovolgesse, non sarà un gran guaio, le merci buone sopportano l’acqua. Avrete il tempo di pensare oltre che di lavorare, il tempo di abbeverarvi al sole della vita…..”   Ecco, questi  sono i pensieri che  mi hanno saggiamente guidato e non mi fanno pentire di nulla.

 

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Una proposta di cohousing – 2a puntata

Il primo pezzo proposto da Danilo sul cohousing, pubblicato su questo blog lo scorso 26 novembre, ha suscitato interesse. Pubblico quindi volentieri una “2a puntata” in cui sono approfonditi alcuni aspetti della vita in cohousing.

Scrive Danilo: “Il primo inserto sul cohousing su questo blog ha suscitato un certo interesse che, unitamente ad altri  sviluppi attuati in interventi e incontri da me organizzati in altre aree,  penso meriti  la ripresa dell’argomento.  Le informazioni richieste sono tante e principalmente legate alla ubicazione del cohousing  e al caso di malattia di un ospite (cohouser).  Vediamo di dare una sintetica risposta ai questi due quesiti.

Per quanto riguarda la localizzazione esiste solo la regola della vivibilità dell’ambiente interno ed esterno.  Può andare bene sia la città (sconsiglierei  la periferia più lontana di una grande città) che una posizione vicino alla città (distante al max una ventina di chilometri), un luogo turistico, climatico, termale, etc. Basta che l ‘ubicazione soddisfile esigenze delle persone coinvolte.

Le considerazioni sulla scelta ottimale si basano essenzialmente, oltre a quanto detto poc’anzi, sulla capacità di garantire  dei vantaggi per gli ospiti rispetto alla situazione attuale e quindi la valutazione dei costi di  acquisto o di ristrutturazione dell’immobile (che si ripercuotano sulla retta mensile) , la vicinanza a servizi  (sia socio-sanitari che rete di trasporti) e la necessità di avere spazi verdi interni  alla struttura.   In modo particolare rispondo volentieri ad una persona e qui confermo che anche un  Comune (inteso proprio come Ente pubblico) o Enti ecclesiastici potrebbero essere interessati a partecipare al cohousing  magari dando in dotazione  edifici di proprietà e forse ora vuoti.  Due sono le condizioni  basilari  : la gestione del  cohousing  deve essere attuata in forma  indipendentee la durata dell’affitto non può essere di certo il 6+6.

Per quanto riguarda il caso di malattie distinguerei fra malattie ”passeggere” (mali stagionali, influenza, etc) dove il comportamento è come quello di una normale famiglia , vale a dire che bisogna aderire a principi attivanti di aiuto e di socialità e di compagnia; l’ospite può farsi aiutare anche da famigliari/amici al di fuori del contesto cohousing e, se lo ritiene opportuno, può recarsi a casa di questi. Nel caso di malattia grave che comporti l’ospedalizzazione, il gestore si incarica di attuare e di seguire tutto l’iter amministrativo dal ricovero alla dimissione e alla eventuale riabilitazione , a meno che l’ospite decida diversamente.  Se ci fossero altre domande e interesse sull’argomento non esitate a contattarmi all’indirizzo <danilocesare@libero.it>

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Premio “Vivere meglio e più a lungo”

Cari amici de I ragazzi di sessant’anni, cosa ne dite di partecipare insieme al progetto “Vivere meglio e più a lungo” ?

Di che si tratta ? Si tratta di un premio che Axa Italia e Swiss Re Foundation, insieme a Impact Hub Milano, hanno lanciato per startup che rispondano alle sfide poste dall’incremento delle aspettative di vita e dall’invecchiamento demografico.   Il nome dell’iniziativa è “Impact Hub Fellowship for Longer Lives” (non spaventatevi per il nome, le istruzioni si leggono tutte in italiano, il concetto è proprio quello dell’avere idee per soluzioni che consentano di vivere meglio e più a lungo) ed è per l’appunto un programma internazionale di incubazione per startup, che possono essere formate sia da giovani, sia da senior http://milan.impacthub.net/fellowship_longer_lives/

Quali i campi a cui si potrebbero dedicare le nuove imprese (start up) che partecipano al premio ? In generale, prodotti e servizi capaci di produrre cambiamento nelle pratiche o nei comportamenti dei senior in almeno uno dei seguenti ambiti: l’organizzazione della vita familiare, l’educazione, la vita economica e di lavoro, i servizi pubblici.

Come ad esempio ha fatto una start up inglese, che si è inventata un servizio locale per gli over 50, co-disegnato insieme agli utenti: i membri della community hanno accesso a persone dello stesso quartiere che possono aiutare nelle commissioni, a attività ricreative di gruppo e a una linea telefonica dedicata per consigli e informazioni di qualunque genere.

O come è stato il caso di www.sielbleu.ie, un’organizzazione no profit che ha realizzato programmi flessibili di attività fisica preventiva per migliorare e mantenere la salute delle persone senior e combattere problemi come la dipendenza e l’isolamento: questo progetto è presente in Francia e in Irlanda e ha vinto lo European Social Innovation nel 2010.

La condivisione di saperi e di esperienze tra generazioni, così come nuovi servizi per la famiglia e progetti nel campo del turismo e dell’offerta culturale, sono tra i temi di cui si é più parlato al workshop che Impact Hub Milano ha appena tenuto per prepararsi a partecipare al premio.

Chi vuole può presentare le proprie idee e la propria proposta entro il 4 gennaio. A quel punto, Impact Hub Milano, insieme ad AXA Italia e Swiss Re Foundation, valuteranno le idee migliori e più innovative, che meglio rispondano alle sfide poste dall’incremento delle aspettative di vita e dall’invecchiamento demografico.

Per chi si sente ancora desideroso di cimentarsi in una start up, o ha un figlio o nipote che voglia provarci, può essere un’opportunità.  Anche come www.iragazzidisessantanni.it potremmo partecipare. Che ne dite ? Attendo i vostri commenti e le vostre idee. Enrico

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Stili di vita all’insegna del benessere

I risultati di un’indagine GfK Eurisko sui Nuovi Senior.

“Generazione Senior – I nuovi stili di vita all’insegna del benessere” è il titolo dell’indagine commissionata dall’Osservatorio Yakult (l’azienda che fa probiotici) a GfK Eurisko. I risultati dell’indagine sono stati presentati e commentati mercoledì sera nel corso di un evento a Milano: al tavolo dei relatori, moderati dalla giornalista Cecilia Ranza, oltre al sottoscritto che raccontava de I ragazzi di sessant’anni e delle trasformazioni nei modelli di comportamento delle generazioni dei 55-75enni, sedeva Isabella Cecchini, direttrice del Dipartimento di ricerche sulla salute di GfK Eurisko.

Lo studio presentato dalla Cecchini è stato svolto a livello nazionale su 1000individui senior con reddito familiare mensile netto di 1500 euro e oltre. I ricercatori hanno indagato per capire chi sono i NUOVI SENIOR, cosa fanno, perché sono più felici dei senior tradizionali, a cosa aspirano, e, soprattutto, che cosa desiderano fare nella seconda metà della loro vita. Le conclusioni di GfK Eurisko sono che I Nuovi Senior in Italia sono 2.400.000 (sui circa 13-14 milioni di Italiani tra i 55 e i 75 anni), sono persone attive e soprattutto sono dedite alla cura di sé: fanno sport, sono attenti a quello che mangiano, utilizzano le ultime tecnologie per comunicare, vanno spesso a teatro e al cinema e ad eventi culturali, hanno una vita sentimentale e sessuale soddisfacente. Rispetto ai cosiddetti senior tradizionali si sentono molto più in forma, hanno più amicizie, più interessi e progetti, meno paura di ammalarsi e meno paura del futuro.

Isabella Cecchini ha accettato di rispondere ad alcune domande che le ho posto su aspetti specifici dell’indagine e sui comportamenti di questa robusta “avanguardia senior”.

In che modo si esprime la maggiore attenzione alla cura di sé da parte dei cosiddetti Nuovi Senior ?

“I Nuovi Senior curano se stessi molto di più rispetto ai senior tradizionali facendo attenzione alla propria bellezza e alla propria salute (più del doppio, 74% vs 33%) praticando sport (vanno in palestra molto di più, con un rapporto di 12 a 1). Inoltre rivolgono grande attenzione all’alimentazione, che viene percepita come elemento fondamentale di prevenzione: il 73% infatti riduce zuccheri, sale, grassi e alcool.”

Cosa caratterizza i Nuovi Senior nell’utilizzo del tempo libero ?

“Amano trascorrere il proprio tempo libero cercando stimoli sempre diversi in ambito culturale. Frequentano cinema, teatro e musei: ci vanno il triplo rispetto ai senior tradizionali (73% vs 28%), e leggono tanto (più del doppio rispetto ai senior tradizionali) a scapito della tv, che guardano la metà del tempo rispetto ai coetanei più tradizionali”

E che rapporto hanno con la tecnologia ?

“Sono anche molto attivi nell’uso delle tecnologie e dei social network: ad esempio negli ultimi tre mesi si sono collegati il doppio a internet rispetto ai senior tradizionali (51% vs 27%) e usano il triplo i social network 22% vs 7%)”.

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Accettare i propri limiti…

… e scendere qualche gradino senza farsi male.

Di momenti in cui la scala va percorsa in discesa, nel corso della vita ne sperimentiamo tanti. Sarà sicuramente successo a tutti di rendersi conto che la strada ad un certo punto ha preso a scendere e che, abituati alla pianura o alla salita, non sappiamo come affrontarla rischiando di franare rovinosamente. Nel passaggio verso la fase di vita da senior la discesa di qualche gradino é un’esperienza inevitabile e quindi è importante attrezzarsi per affrontarla al meglio.

Sto parlando di una condizione che non sperimenta solo chi ha raggiunto alte vette di successo e di notorietà e ad un certo punto si rende conto che le ciambelle non vengono più tutte col buco come al solito o che la propria presenza, di solito circondata di attenzione e di plauso, improvvisamente diventa indifferente ai più. Al contrario sto parlando di una condizione che sperimenta chiunque di noi si accorga nella normalissima vita quotidiana che le proprie prestazioni fisiche non sono più quelle di una volta, che il proprio contributo non è più considerato così fondamentale da chi ci sta intorno o che si è meno pronti di un tempo a fronteggiare con sicurezza situazioni nuove e difficili.

Ci sono tempi della vita in cui le parole chiave sono crescere, salire, espandersi, puntare in alto, conquistare il mondo, o detto più prosaicamente, migliorare le proprie condizioni economiche, avere una casa più bella, costruire una bella famiglia, avere successo, dimostrare a sé e al mondo che si esiste e che non si è niente male.

Nella scalata ad un certo punto ci si stabilizza: qualcuno raggiunge quote collinari, qualcun altro arriva a 1300 metri, i più fortunati giungono alle vette dei 3000 o addirittura sull’Everest. Ognuno, raggiunta la propria quota, nel tempo si adatta e si affeziona allo standard di vita corrispondente.  Poi passano gli anni e ad un certo punto succede qualcosa per cui rimanere a vivere a quell’altitudine diventa un problema.

Ad esempio, succede che sul lavoro ci si accorge che il rischio di obsolescenza è diventato reale, che ci sono bravi e rampanti trentenni e quarantenni che si domandano per quale ragione tu cinquanta-sessantenne devi godere di più responsabilità e privilegi di loro; succede che anche tu cominci a chiederti con ansia la stessa cosa e che l’azienda magari ti fa capire che se c’è qualche esubero, considerata la tua età, sei tra i primi della lista; così la reazione umana che ti viene è di avvinghiarti alla poltrona e di prepararti ad una guerriglia di resistenza che però sai già in anticipo che ti vedrà presto o tardi perdente.

E nella vita privata arriva il momento in cui qualcuno, magari anche un amico benintenzionato, ti segnala che hai messo su troppa ciccia, o all’opposto che ti stai rimpicciolendo e restringendo come un frutto un po’ avvizzito, e magari ti aggiunge che “forse non ci senti più benissimo, l’hai fatta una visita audiometrica ?”.  E quando ti accorgi che i figli non solo ce la possono fare senza di te, ma cominciano loro a raccomandarti di essere prudente, invece che tu a loro, allora capisci che sei a una svolta.

Ti rendi conto che se prima ti sentivi l’hub intorno al quale girava tutto il traffico non solo della tua vita ma anche di quella di tanti altri, ebbene ora sei in procinto di diventare uno scalo periferico.   E’ in questo frangente che bisogna tirar fuori la propria cifra e il proprio stile.

Guai a ergere barricate ridicole e antistoriche, guai a far finta di niente negando anche a se stessi che la situazione è cambiata, guai a buttarsi in picchiata presi da improvvisi istinti masochistici ! Questo è il momento invece in cui bisogna riallargare lo sguardo su terreni nuovi e imparare a scendere qualche gradino senza farsi male, con il miglior savoir-faire di cui si é capaci e consapevoli che la serenità e l’autorealizzazione le si possono trovare anche qualche gradino più in basso, che la fase di vita da senior é piena di opportunità diverse da quelle precedenti. E’ il momento di saper accettare i propri limiti e di dimostrare che si è in grado di governare la discesa, non solo di arrampicarsi in salita.

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Più istruito e più ricco? Più longevo

Anche oggi, benché tutti sappiamo che il titolo di studio é sempre meno garanzia di occupazione, vale la regola che chi ha studiato di più ha più probabilità di fare nella vita lavori che danno soddisfazioni economiche. Magari oggi in Italia, nel pieno della crisi dell’occupazione giovanile, questo collegamento è meno evidente, ma tutto sommato la massima “more learn, more earn” (“più impari, più guadagni”), anche secondo tutti gli studi sull’argomento risulta tuttora valida.

Quel che è meno conosciuto è il collegamento tra il livello di istruzione e la speranza di vita: secondo alcune indagini ci sono ben 6 anni di differenza tra l’aspettativa di vita di chi ha la laurea e di chi nessuna istruzione, sei anni a favore dei più istruiti. Intendiamoci, il signor Mario, 89 anni, papà di un mio amico, ex operaio che di sicuro di anni a scuola ne ha trascorsi pochi, ha ancora una salute invidiabile, a casa se la cava decentemente e quasi tutti i giorni va a farsi la sua breve passeggiata. Casi così ce n’è parecchi per fortuna, ma i grandi numeri parrebbero andare in una direzione opposta.  Che le diseguaglianze nell’aspettativa di vita siano dunque più legate al livello di istruzione che al genere ? (Tra uomini e donne, si sa, ci sono circa 5 anni di differenza a favore delle donne).

Anche se in realtà il rapporto tra livello di istruzione e longevità è meno studiato delle differenze legate al genere, non mancano seri rapporti che confermano queste diseguaglianze, con riferimento non solo all’Italia.  Ad esempio, uno studio della Banca d’Italia del 2012 dal titolo “Le diseguaglianze nelle speranze di vita”, al capitolo “Il ruolo dell’istruzione”, segnala che vi sono “con chiarezza divari anche significativi nella longevità tra i più e i meno istruiti e una tendenza al loro ulteriore ampliamento in atto almeno dagli anni 80”.

E un rapporto della Commissione Europea dello scorso settembre sulle disparità sanitarie rileva che “nel 2010 il gap stimato della speranza di vita per gli uomini all’età di 30 anni tra quelli con grado di istruzione più elevato e quelli scarsamente scolarizzati andava da circa 3 anni a ben 17 anni in diversi Stati membri. Per le donne il differenziale era leggermente più contenuto e variava da 1 a 9 anni”. Insomma, nella avanzatissima Europa ci sarebbero Paesi dove se hai studiato tanto vivi 17 anni più di chi non ha studiato !

Che poi l’istruzione di per sé non spieghi queste differenze, questo è evidente a tutti, ma gli esperti di sanità e di demografia non sono completamente d’accordo sulle spiegazioni. La più convincente, a mio vedere, è che il livello d’istruzione, come dicevo all’inizio, è collegato al livello di reddito e al tipo di professione svolta, e questo porta con sé una minore usura fisica, migliori cure nel momento del bisogno e la possibilità di vivere in luoghi più salubri. Non vanno trascurati però altri fattori, segnalati da molti esperti di sanità pubblica, come la quantità di fumo, il consumo eccessivo di alcool o la scarsa attività fisica, che talune ricerche rilevano essere molto diversi tra persone con alta o bassissima istruzione.

Qualunque sia la spiegazione giusta, resta il fatto che ad oggi vale la regola: più sei istruito, più guadagni, più a lungo vivi.

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Una proposta di cohousing

Danilo è tra i frequentatori di questo blog e scrive facendo a tutti noi una proposta. E’ stato in Australia dove ha visitato due strutture di cohousing per senior, gli piacerebbe realizzare qualcosa di analogo in Italia e così si sta rivolgendo anche ai lettori de I ragazzi di sessant’anni per cercare persone interessate. Volentieri pubblico quel che mi ha inviato.

Scrive Danilo: “Mi piacerebbe costruire un primo gruppo di 15-20 persone (coppie/single) di età over 65, autosufficienti, che con me formino ed alimentino una discussione tecnica, sociale ed economica con lo scopo di realizzare un (e poi speriamo altri !!) sistema di co-housing, sulla falsariga di quanto già attuato all’estero (USA, Auatralia, Paesi scandinavi) e in Italia.

Ma che cosa è il co-housing o co-abitazione? La risposta può essere formulata con diverse definizioni in quanto diverse sono le applicazioni del co-housing;  la definizione che mi sento di dare  è che si tratta semplicemente di un modello di vita caratterizzato da una vision di solidarietà, di cooperazione e di partecipazione, da una mission di formare un gruppo che rompa  con il crescente isolamento nelle quattro mura della propria abitazione ed indifferenza e che possa partecipare, ognuno con la propria esperienza e con il proprio carattere, al mantenimento e alla crescita intellettuale e sociale del gruppo e da obiettivi di ottimizzazione dei costi, di riduzione dei consumi, tutto per stare insieme, pur mantenendo la propria privacy e utilizzando principalmente il “buon senso”  che è sempre vincente.

Una volta definito il concetto di co-housing vediamo di chiarire alcuni primi elementi portanti che sottopongo con formulazione di domande.

Ma cosa deve fare il gruppo?  Una volta che il gruppo si è formato bisogna individuare una persona con competenze specifiche che possa incaricarsi di trovare un immobile (o un’area) con particolari caratteristiche che prendano in considerazione, tra l’altro, clima, vicinanza a città (particolarmente interessanti e con un buon grado di vivibilità) , rete di trasporti urbani, rete stradale, qualità dei servizi sanitari, disponibilità di terreno . Si passa poi alla fase attuativa di progettazione dei locali che prevede mini alloggi, sale per servizi comuni (cucina, lavanderia, saloni per incontri, dibattiti, riunioni), salette per ascoltare musica, sala biblioteca, palestra  e quant’altro fosse suggerito.  Bisogna preferibilmente far riferimento ad un immobile già esistente che può essere ristrutturato in tempi brevi e a costi sopportabili.  Questi due passi sono di grandissima importanza.   E’ necessario strutturare, poi, un piano di fattibilità e un piano operativo  perché bisogna assicurare agli ospiti la continuità dell’esistenza del co-housing e perché bisogna  valutare i risultati gestionali che non possono essere negativi.  

Come viene gestita la co-house?  La co-house è gestita dagli stessi ospiti (a rotazione) che danno il proprio contributo per sempre maggiormente  migliorare il pensiero di vita in comune.  Si prevede la presenza di un responsabile della gestione del co-housing che sempre appartiene al gruppo.

Quanto potrebbe costare vivere in una co-house?  I costi sono relativi all’affitto del mono locale e ai servizi  “comuni” e quindi cucina, lavanderia, pulizie, gli eventuali sevizi sanitari che la “gestione” deve garantire; la quantificazione del costo appare a questo punto ancora prematura ma penso che possa essere inferiore a quanto si spende vivendo da soli. Ecco perché il valore dell’investimento iniziale è di preponderante importanza.

Tutti possono partecipare al co-housing?   Con franchezza devo dire che l’obiettivo è di condividere un percorso con persone che siano a disposizione degli altri, che apprezzino la vita sociale, che siano a disposizione con idee, suggerimenti che costruiscano il proprio benessere e quello degli ospiti.

E se io voglio portare nella co-house i mobili/quadri che ho  a casa?  Liberissimo di farlo; si tiene sempre presente il quoziente rispetto verso gli altri.

Ma se una persona vuole lavorare?   In alcune situazioni è permesso che gli ospiti  svolgano alcune attività come cucinatura (pasti, dolci, pasta fatta a mano, etc) manutenzione ordinaria, giardinaggio, orto. Anche qui lo scopo è quello di tenere in movimento il proprio asse intellettivo lavorando e sentendosi utili alla collettività.

Come si svolge la giornata?  Alla base esiste un regolamento, strutturato con molta semplicità,  che può essere integrato e modificato dagli ospiti. L’utilizzo della giornata è completamente a disposizione della singola persona che può entrare e uscire dalla co-house quando vuole, che può invitare i propri familiari e amici, tenendo presente il regolamento. Per quanto riguarda incontri, dibattiti, viaggi, etc., questi vengono programmati e decisi dal gruppo .

Si può sciogliere il rapporto con la co-house?  Decisamente si, una volta definiti gli aspetti contrattuali.

La gestione della co-house può allontanare un ospite?  Anche qui la risposta è positiva; a estremi mali estremi rimedi.

Questa è una prima idea che spero possa dare apertura a nuovi inserimenti di discussione e di fattibilità.  Grazie per voler partecipare. Danilo Cesare

In foto: un gruppo in cohousing

 

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