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Amicizie e vitalità

Se ti accorgi che un coetaneo dall’ultima volta che l’hai incontrato rivela uno sguardo più spento, un dialogo smozzicato, un’incapacità di partecipare emotivamente a qualunque discorso provi a imbastire, è chiaro che il suo invecchiamento ha preso una brutta piega. Fatta salva l’ipotesi che abbia avuto una nottataccia insonne o che sia imbottito di farmaci, che anche questi comunque sono brutti segni, ci sono buone probabilità che non stia invecchiando affatto bene.

Poi invece incroci un sessantenne dallo sguardo intenso e brillante, dalla parlata vivace, dalla conversazione appassionata e ti chiedi: da dove gli vengono queste qualità ? qual é il segreto per mantenersi vivo e per continuare a trasmettere vitalità agli altri ?

Magari ci fosse una sola risposta ! Ovviamente le ragioni possono essere tantissime, ma c’è una costante in chi mantiene queste caratteristiche anche da senior: il segreto è la ricchezza di rapporti sociali e di amicizie.

L’intreccio positivo tra una vita sociale attiva, una mente che non perde troppi colpi e una condizione fisica che consente una maggiore longevità è stato ormai certificato sia dalla psicologia sia dalla medicina: i senior che frequentano altre persone, hanno amici, si relazionano con nuove conoscenze, hanno più probabilità di altri di evitare il decadimento cognitivo e la depressione; al contrario, hanno più possibilità di dare un senso alla propria vita, di continuare ad interessarsi al mondo e di dedicarsi con altri ad attività vitali.

Cosa fare quindi per mantenere una vita sociale attiva man mano che l’età avanza? Fondamentalmente due cose: coltivare i rapporti con amici e conoscenti da una parte e dall’altra aprirsi a nuove conoscenze e rapporti.  Naturalmente mantenere con costanza la cerchia delle relazioni di sempre è più facile per chi non si è spostato dal luogo dove ha vissuto per molti anni: importantissimo, in questi casi, sentire e vedere gli amici, condividere con loro le ultime esperienze, raccontarsi gioie e dolori, avere insieme momenti di divertimento e relax. Raccontarsi dei figli che si rendono autonomi, scambiarsi confidenze sui nuovi interessi che si stanno coltivando, confessarsi le sempre più frequenti magagne di salute e di lavoro, è un balsamo a costo zero più efficace di tanti farmaci. E anche se non si é proprio amici per la pelle, svolgere insieme attività di comune interesse, vedersi per discutere dell’attualità, passare una serata davanti a un bicchiere di vino, sono anche questi tutti modi non solo per tenere vivo il rapporto con amici e conoscenti, ma soprattutto per “tenersi vivi”.

Aprirsi a nuove conoscenze è altrettanto importante. E’ una necessità imprescindibile per chi va a vivere in una nuova città o in un nuovo paese e per chi si ritrova da solo dopo una vita spesa quasi solo in coppia e che per qualche ragione si è interrotta. Ma fare nuove conoscenze è una linfa fondamentale per tutti perché consente di tenersi aperti al mondo e di non irrigidirsi (l’irrigidimento è un pericolo serio con l’età!): l’invecchiamento peggiore è di chi si fossilizza nelle proprie visioni del mondo, di chi si rifiuta di scalfire le proprie  convinzioni e di chi non riesce ad essere più curioso delle nuove conoscenze e scoperte. Non è facilissimo, dopo i 50-60 anni, avviare nuove amicizie e nuove conoscenze significative, da senior siamo tutti un po’ più selettivi di quando eravamo giovani, ma è sicuramente un errore chiudersi a riccio nel proprio “piccolo mondo antico” o, peggio, nella propria solitudine.

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Cambio di stagione

Scrive Mercedes: Sono ottimista di natura. E meno male perchè son dovuta passare sotto le Forche Caudine per molte volte. Ho sessantaquattro anni, tre figli ormai grandi e tre nipoti. Sono divorziata da otto anni da un uomo che ha visto in me i pioli di una scala da usare per lanciarsi in alto. E lo ha fatto, a mie spese ed è stato anche bravo! Io vivo da sola, ma non soffro affatto di solitudine: mi tengo compagnia e mi diverto anche tanto. Faccio delle cose piacevoli, da sempre coltivate con fatica a causa degli impegni lavorativi (facevo la maestra) e familiari. Ho scritto libri per ragazzi, tre raccolte di racconti ed un libro giallo; amo dipingere e disegnare, mi diverto a creare oggetti strani ed inconsueti, perfettamente inutili ma divertenti; amo chiacchierare ed ascoltare, ma non sopporto le banalità. Ho poca autonomia di movimento per dei problemi di salute, ma utilizzo la mia passione per la lettura, così mi “muovo” molto… muovendomi poco. E poi ci sono i due nipoti adolescenti che stazionano da me dall’ora di pranzo a quello di cena. Sono loro la mia finestra su questo strano presente.

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Vivere da sole

Le donne senior che vivono da sole sono moltissime.  Un’idea indiretta la danno le statistiche sullo stato civile: nel 2012 in Italia le over60 vedove erano circa 3 milioni e mezzo, circa 720.000 le nubili e intorno a 200.000 le divorziate. Anche cambiando il perimetro, ad esempio prendendo in considerazione soltanto le donne tra i 55 e 75 anni, i numeri rimangono molto elevati: più di 1 milione e trecentomila vedove, quasi 600.000 nubili e poco meno di 300.000 divorziate.

Insomma, pur considerando che tra le non coniugate c’è chi vive con i parenti, chi in comunità, chi con un nuovo compagno, comunque le italiane tra i 55 e i 75 anni che vivono sole sono tantissime.  E il confronto con gli uomini risulta quasi impossibile, cambia proprio l’ordine di grandezza dei vedovi: tra i maschi della stessa fascia di età infatti i vedovi sono “solo” 267.000; numeri simili alle donne invece per quanto riguarda i divorziati (poco meno di 200.000) e i celibi (quasi 600.000).

Come se non bastassero le statistiche di casa nostra, rimbalza poi dagli Stati Uniti un dato che fa capire come il fenomeno non riguardi solo le italiane: sostiene infatti l’ente “Administration on aging” che ben il 37% delle donne americane sopra i 65 anni vivono da sole.

Sono numeri che fanno impressione e, come sempre ormai accade quando si parla delle nostre generazioni, ai cambiamenti quantitativi si accompagnano delle trasformazioni radicali anche qualitative, cioè cambiamenti anche negli stili di vita e nelle preferenze individuali.    Ricordate la vecchia e consunta cartolina delle donne sessantenni che quando si trovavano a vivere da sole pativano questa loro condizione e la consideravano come una sventura ? Oggi invece non sono pochi i segnali che dicono che per tante non è più così e che le senior attuali stanno (tanto per cambiare!) sfidando gli stereotipi e ridefinendo i modelli tradizionali.  Infatti stanno irrompendo sulla scena generazioni di donne che, prima di arrivare all’ età da senior, hanno cercato e sperimentato nella vita condizioni di libertà, donne che in numero molto maggiore delle loro madri hanno fatto parte del mondo del lavoro, che hanno desiderato e spesso raggiunto l’indipendenza economica e che se la sono sempre sbrigata autonomamente nei rapporti con il mondo.

Cosa di più naturale allora dell’intraprendere un nuovo tratto di vita in modo pienamente autonomo, in cui il vivere da sole non sia una penitenza o una condanna, ma una scelta o per lo meno una condizione di benessere ?

Margaret Manning, che attiva la community Sixty and Me, di recente ha chiesto alle 35.000 partecipanti della sua community americana se preferirebbero vivere da sole, con altri o in una comunità. Il 95% delle donne over60 che ha risposto – riferisce la Manning – ha detto “da sole”. Nell’argomentare le loro risposte molte hanno sostenuto di voler semplificare la loro vita in spazi più piccoli, di essere intenzionate a rimanere indipendenti e di voler rimanere collegati alla famiglia e agli amici anche attraverso la tecnologia. Soprattutto, ne emerge che il vivere da soli non è una condanna alla solitudine, nemmeno quando l’età avanza. D’altra parte Eric Klinebert, autore di “Going solo”, libro in cui racconta “la straordinaria ascesa e l’appeal straordinario del vivere da soli” ha condotto ricerche da cui si dimostra che statisticamente le persone che vivono da sole socializzano e stabiliscono reti di relazione più di quelle coniugate.

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Passioni !

Grande cosa le passioni ! Sia quelle mai abbandonate sia quelle scoperte solo quando ci si è liberati dagli impegni lavorativi. Sono tanti coloro che raccontano al blog delle loro passioni, come ad esempio Peppe49 e Lara.

Scrive Peppe49: A cinquant’anni son salito in mountain bike e non sono piu’ sceso. La passione allenta i sacrifici iniziali, poi la vera passione crea dipendenza; niente agonismo, ma semplice sfida con se stesso.
Ben vengano gli amici per una sana compagnia, oppure in solitudine per mettere in ordine te stesso con tutti i problemi quotidiani. Ora ho 64 anni, tempo permettendo esco 2 o 3 volte a settimana, sono semplicemente sereno.

 

Da parte di Lara: Lavorare la ceramica lo facevo già al dopo scuola. Non per vantarmi, ma ero abbastanza brava e ho conservato tutte le cose che ho fatto e dipinto da ragazzina. Già allora era una soddisfazione molto grande vedere che dalle tue mani uscivano dei begli oggetti. Poi ho abbandonato ma non del tutto, andavo sempre in edicola a comprare qualche rivista che spiegava come fare. Ho ripreso quando sono andata in pensione e mi sono attrezzata: ho trovato dove comprare il materiale da modellare, ho trovato un posto vicino casa con il forno adatto e ho tirato fuori tutta la mia creatività. E’ una passione che mi riempie il tempo e che mi permette di usare mani e cervello insieme.

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Fare quel che piace

E’ ancora attuale il vecchio stereotipo del fortunato 60-70enne che va a godersi il sole e il tempo libero in qualche bel posto beneficiando di una generosa pensione e dei congrui risparmi messi da parte dopo una vita di lavoro? Oppure quest’immagine sta gradualmente diventando un retaggio del passato (ammesso che abbia effettivamente riguardato molte persone), superata da nuovi costumi, da crescenti ristrettezze economiche, da spostamenti in avanti del termine pensionistico, ma anche da scelte individuali di segno diverso?  Ormai sappiamo, e tocchiamo con mano tutti i giorni, che sta emergendo una nuova figura, quella del senior che si colloca in una fase di vita intermedia; intermedia tra quando da una parte s’interrompe o declina l’attività lavorativa che ha dominato la vita adulta e dall’altra parte inizia la definitiva messa a riposo caratterizzata da una pressoché totale inattività. In mezzo ci sta un periodo, che può essere lungo anche dieci o vent’anni, in cui solo una minoranza prosegue l’attività lavorativa di sempre senza sostanziali cambiamenti, ma in cui una minoranza ancora più ristretta prevede la propria giornata seduto sulla famosa panchina dei giardinetti o, se si è più facoltosi, su una comoda sdraio in riva al mare caraibico o sul bordo di una piscina. La maggioranza è attiva e fa altro.

Alcuni trovano un lavoro part time, magari in qualche azienda non profit, o dando una mano nella piccola impresa di famiglia o continuando il rapporto con la vecchia azienda. Per altri, la nuova attività può diventare lavoro di volontariato, così come il dedicarsi intensamente ad un hobby o ad una passione.  Qualcuno trova un nuovo lavoro full time o persino avvia una nuova impresa. Tantissimi (soprattutto tantissime) trascorrono il tempo dedicandosi ai nipoti o prestando cure ai grandi anziani non autosufficienti.

Anche se prende forme diverse da Paese a Paese, la trasformazione del modo di intendere questo tratto dell’esistenza accomuna le società occidentali.  “Viviamo più a lungo e stiamo aggiungendo anni produttivi alle nostre vite” dice ad esempio lo statunitense Richard J. Leider, uno dei pionieri di Life Reimagined, un programma che aiuta le persone a navigare in questa nuova fase di vita. “Siamo desiderosi di usare questo tempo per scoprire nuove possibilità e per fare nuove scelte di vita” aggiunge. Gli americani, ovviamente come da loro costumi, hanno inventato un’espressione per descrivere e studiare la novità: parlano di “encore career”. Il concetto nasce nel 1997, quando un’organizzazione non profit basata a San Francisco (si chiamava Civic Ventures ed è stata rinominata Encore.org) introdusse l’idea, ma è di recente che il concetto ha preso quota.  Secondo un’indagine di questo ente, nove milioni di americani tra i 44 e i 70 anni, questa è la stima, sono impegnati in una seconda “attività/carriera” e altri 31 milioni sono interessati a perseguirne una. Nei prossimi dieci anni, dicono, il 25% dei baby boomers d’oltre Oceano spera di iniziare una nuova attività, profit o no profit.  

Il fatto è che, di fianco alla voglia di un ri-inizio attivo, molti senior si sentono vincolati dal fatto che non si possono permettere di smettere di lavorare perché hanno bisogno di una fonte lavorativa di reddito e quindi non sanno come uscire dal labirinto. Eppure, anche quando non vengono pagati, vogliono rimanere rilevanti, utili e impegnati. “Non siamo ancora finiti” è un sentimento molto diffuso e che descrive bene questo atteggiamento. Il punto è proprio qui: riusciamo a coniugare una necessità (avere risorse per vivere decentemente per molti anni) con un piacere (riuscire a fare in questo periodo della vita quel che risponde di più ai nostri desideri, preferenze, interessi, gusti, anche ai nostri valori)?  

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Fare downshifting a 70 anni

Silvia ad inizio estate ci aveva scritto della sua intenzione di cambiare abitazione facendo downshifting. Come è andata ? Dopo mesi impegnativi, ora ci racconta cosa è successo.

Ho traslocato da appena qualche giorno in un piccolo e accogliente attico dove vivo sola. Prima abitavo in un grande appartamento, affacciato sul verde di una villa, a due passi dal centro storico, in una piccola cittadina del Piemonte, al terzo piano senza ascensore. Ho quasi 70 anni, e, seppur in buona salute, l’età che avanza mi suggeriva una sistemazione più consona e ora che si è liberato questo alloggio di proprietà di mio genero, quinto piano con ascensore, ho preso la decisione di sistemarmi qui. Mia figlia, architetto, si è occupata della ristrutturazione: è diventato un open space, più camera da letto, servizi e una grande terrazza. Il posto mi è piaciuto subito, ma ho dovuto entrare nell’ordine di idee di restringermi, cioè lasciare mobili e cose che qui non trovavano una sistemazione.
A giugno, mentre qui iniziava la ristrutturazione, io ho incominciato a stabilire che cosa volevo tenere e che cosa potevo lasciar andare, in base agli spazi della nuova casa .Ho deciso di tenere vecchi mobili a cui sono affezionata, tra cui la libreria di mio padre e una mia vecchia scrivania. Di che cosa privarmi? All’inizio è stato quasi uno scherzo: non ho più comperato lo zucchero e ho usato le bustine della mia collezione di zuccheri dei bar più prestigiosi; ho regalato le piccole saponette degli Hotel della mia collezione (tanto, ora che non viaggio più per lavoro, era più che mai sguarnita..); poi la cosa si è fatta più seria: stabilito che le sei librerie sarebbero diventate due, che la grande cucina sarebbe stata un cucinino affacciato sull’open space, che i due divani sarebbero diventati un divano-letto nuovo, che un armadio per la biancheria sarebbe diventato un armadio per appendere le giacche degli ospiti,che il grande armadio era troppo alto per la nuova casa e che dovevo sostituirlo con uno più basso,quindi più piccolo, ho dovuto attivarmi da una parte ad ordinare pochi nuovi mobili e dall’altra ad eliminare alla grande i contenuti o, perlomeno, a ridurli con estrema decisione.
Nello stesso periodo avevo letto sulla stampa che i baby boomer in America lasciano le villette con giardino e tornano a vivere nei centri cittadini, adattandosi a vivere in meno spazio, per tagliare le spese di trasporto e di riscaldamento: è il downshifting . Secondo Wikipedia si tratta di un “comportamento sociale o una tendenza collettiva per cui gli individui adottano modi di vita più semplici, per sfuggire al materialismo ossessivo, per ridurre lo stress e i danni psichici che ne derivano”. Certo è un comportamento positivo quando avviene per scelta volontaria, meno se sei costretto a ridurti a causa di un cambiamento di stile di vita dovuto a minori introiti.
Non è il mio caso, per fortuna, e allora, rinfrancata dal far parte dell’attualità, mi sono data delle regole ferree: i libri che avevo pochissime probabilità di aprire li ho donati a piccole biblioteche dei paesi vicini (ho scoperto di avere due o addirittura tre copie di uno stesso libro che mi interessava e tanti libri che non consultavo più e che neppure sapevo di avere); i libri della mia professione li ho regalati all’ultimo Istituto Scolastico dove ho lavorato. Quelli che non mi sentivo proprio di lasciare sono qui, nelle due librerie. Mi comprerò un lettore di e-book e andrò più spesso in biblioteca, che è anche un modo per stare meno soli.
L’armadio nuovo è più basso e più piccolo dell’altro, e allora vestiti, maglie, giacche, pantaloni e scarpe ne ho tenuti tre o quattro per stagione e qualità, i più belli e recenti e che porto veramente, gli altri ad un negozio di riuso.
La cucina nuova è piccola, perciò ho preparato scatoloni di stoviglie, pentole e biancheria per Associazioni che li vendono o li riusano (in fin dei conti a che servono tre servizi di piatti da tavola?). Un’Associazione umanitaria si è portata via le librerie, i divani, la cucina, la colf si è presa l’armadio alto, mio nipote la scrivania moderna, tante cose sono stati piccoli regali per le amiche, altre cose in uno scatolone per mia nipote che ha deciso di convivere, piccoli oggetti in uno scatolone per una lotteria della Parrocchia. Tutti contenti. Poi tante cose via nella raccolta differenziata,via vecchi documenti, via vecchie lettere; gli oggetti più grandi all’isola ecologica, senza pietà. E poi – mi son detta – basta acquisti non necessari ai saldi, basta 3 per 2, basta shopping ma acquisti al bisogno e se acquisterò una cosa ne getterò un’altra.
Qui ho una grande cantina arieggiata dove ho messo alcuni scatoloni di cose e soprammobili che voglio tenere e che ogni tanto prenderò per sostituire quelli in casa facendo un cambio..; lì, in un armadio chiuso, ho messo i tanti quadri che mi avanzano e che sostituirò ogni tanto con quelli in casa, altri saranno splendidi regali.
Le foto sparse per la casa, i mobili, gli oggetti, i quadri mi ricordano le persone care, la mia vita di oggi e di un tempo, ma tanti ricordi sono dentro di me, fanno parte di me e contano solo per me: quelli non li butterò mai. Sono contenta e mi sembra di aver ripassato la mia vita in questa faticosa ma efficace estate di downshifting. Silvia Ghidinelli       In foto: interno di un’abitazione

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Qualità della vita over60

E’ di pochi giorni fa la presentazione di un importante studio sulla qualità della vita e il benessere dei senior, che mette a confronto 91 Paesi del pianeta.  “Global AgeWatch Index” è il nome della ricerca, realizzata, con la collaborazione dell’Onu, da Help Age International, un network di dimensioni globali. Come al solito questi studi producono delle classifiche, graduatorie che andiamo a leggere un po’ timorosi perché difficilmente noi italiani ne usciamo bene. E infatti anche questa volta il piazzamento ottenuto non è lusinghiero, solo il 27° posto, ben lontano dalle star della classifica (Svezia, Norvegia e Germania), ma anche alle spalle di altri Paesi come la Slovenia o come i sudamericani Cile e Argentina. Ma più che discettare sulla posizione che ci viene attribuita, mi sembra interessante capire in base a cosa viene stabilita, per un over60, una qualità della vita alta o bassa. Chi ha condotto lo studio in questione ha utilizzato quattro parametri abbastanza chiari: il livello e la sicurezza del reddito disponibile; la salute, l’accesso alle cure mediche e la longevità; il lavoro e la possibilità di formarsi e mantenersi aggiornati; le condizioni sociali e ambientali favorevoli (come ad esempio la rete familiare e degli amici, il senso di sicurezza nel girare da soli per strada e la qualità dei mezzi pubblici).

Noi italiani senior, risparmiatori e proprietari di case, risultiamo particolarmente ben messi, in rapporto agli altri Paesi, sulla sicurezza del reddito, ma non sfiguriamo neppure su salute e condizioni per la longevità, così come – naturalmente – sul supporto che riceviamo dalla rete familiare. Al contrario i tasti più dolenti riguardano il lavoro e la formazione (addirittura qui siamo solo al 62esimo posto, dato il basso tasso di occupazione italiano dei sessantenni e la scarsa pratica di istruirsi e aggiornarsi una volta andati in pensione), insieme ad altri aspetti legati al contesto ambientale, come la percezione di sicurezza o i servizi pubblici ricevuti.  Questo nostro profilo di punti forti e deboli è del tutto in linea con altre indagini svolte anche a livello europeo e con le diagnosi che molti commentatori propongono.

Il punto però mi sembra che sia un altro. Vale a dire: ma davvero i parametri indicati sono quelli che misurano la “qualità della vita” ? E come si intreccia il concetto di “qualità della vita” con quelli di benessere, di felicità e di ricchezza ? Chi ha alta qualità della vita deve essere necessariamente ricco e sempre sano ? E il senso di benessere di un senior non è forse il risultato di una serie di preferenze individuali piuttosto che il sicuro effetto di condizioni economiche e di servizi pubblici ?  Il discorso sarebbe ampio e non ambisco certo a dare risposte in poche righe. Mi limito qui a fare un esempio paradossale, per spiegare perché, a mio parere, la “qualità della vita” è forse una condizione troppo soggettiva per poter essere ingabbiata in misurazioni. Una 63enne che abita in una cittadina sul mare con molti giorni di sole ma probabilmente con servizi pubblici allo stretto indispensabile, in pensione da qualche anno dopo decenni di lavoro con una pensione di mille euro al mese che insieme a quella del marito le consente di vivere sì modestamente ma senza particolari angosce, che trascorre la giornata dedicandosi ai nipoti e alla casa, che nel tempo libero passeggia sul lungomare o guarda la televisione, che non frequenta alcun corso o associazione, che a due passi da casa trova il medico di base che la conosce bene anche se poi deve fare chilometri per l’ospedale e gli specialisti, magari che vive in una zona ad alta intensità di reati anche se quando esce di casa vicini e negozianti la salutano con cortesia, ebbene questa nostra signora 63enne in base ai parametri utilizzati per misurare la “qualità della vita” risulterebbe in condizioni disastrose. Ma siamo proprio sicuri che sia così ? Che invece la sensazione di benessere e di soddisfazione per la propria vita non sia per questa signora più che buona ? E che magari non vorrebbe cambiarla con nessun’altra vita ? Pur essendo assolutamente favorevole, lo sa chi mi segue su queste pagine, a creare le condizioni per ottenere alti livelli su tutti i parametri considerati dal Global AgeWatch Index, starei ben attento a considerare questi come espressione sicura della “qualità della vita” percepita da un senior e legherei invece di più la “qualità della vita” alla soddisfazione delle preferenze e delle aspirazioni personali di ciascuna persona.

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Ciclismo oltre i sessant’anni

Scrive Mario: Quando sono andato in pensione, con alcuni colleghi abbiamo iniziato a ritrovarci per delle passeggiate in bicicletta un giorno alla settimana; poi il gruppo è via via cresciuto di numero. Siamo persone generalmente “over 60″, amanti del cicloturismo praticato a bassa velocità, spesso con la formula “treno + bici”. I nostri percorsi, come lunghezza e difficoltà, tengono conto delle nostre età anagrafiche; nei nostri percorsi cerchiamo di vedere il territorio nei diversi aspetti, quali la storia, l’arte e la cultura; non ultimo, teniamo presente l’aspetto enogastronomico, con le soste a pranzo in trattorie tipiche. Nelle nostre gite si pedala in compagnia, si fanno nuove amicizie e si conosce il territorio, percorrendo strade secondarie pianeggianti e a basso traffico, senza correre e fermandosi quando occorre, per godersi il panorama o per scattare delle fotografie. E, dopo aver esplorato la propria provincia, può venire la voglia di allargare gli orizzonti e affrontare un viaggio su due ruote, una vacanza in sella alla propria bicicletta….abbiamo così organizzato alcune pedalate di più giorni.

Nel nostro cicloturismo tranquillo procediamo con velocità che tengono conto di chi può essere in difficoltà, in modo che nessuno mai si senta “l’ultimo”, rimanendo staccato dagli altri.
Nel gruppo si può sempre dare qualcosa e tutti possono farlo, anche solo un sorriso, un aiuto, una risposta gentile, un incoraggiamento, i propri talenti; questo clima favorisce la collaborazione e la condivisione dei compiti: chi guida la gita, chi scatta le foto, chi solleva lo spirito con il suo umorismo, chi aiuta a riparare le nostre biciclette in caso di forature o rotture,…ecc.
A volte mi hanno chiesto: ma a te, non più giovane, chi te lo fa fare di affrontare queste fatiche, di alzarti a volte anche un po’ presto, per raggiungere il luogo di partenza? Un po’ è la passione, un po’ la nostalgia della giovinezza, quando una biciclettata tra amici rappresentava il modo più semplice e spontaneo per stare in compagnia.

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Il piacere di avere impegni

Scrive Gabriella: Care ragazze e cari ragazzi di sessant’anni, buongiorno a tutti. Una settimana fa sono rientrata in città, vivo a Milano, dopo un lungo periodo in campagna dove ho trascorso l’estate. So che sono fortunata perché posso permettermi vacanze così lunghe, d’altra parte sono in pensione da qualche anno e la casa dove passo l’estate l’avevo messa in piedi insieme a mio marito, che adesso purtroppo non c’è più, quando eravamo ancora giovani. Lì ho moltissimi ricordi e mi piace tantissimo curare il giardino e l’orto, è un posto dove le giornate mi passano veloci e dove mi sento a contatto con la natura. Ci sto bene, però faccio un po’ l’orso e questa invece non è una buona cosa. Anche perché non è completamente nella mia natura starmene da sola, diciamo che mi adatto alle situazioni, se ci sono le condizioni per la solitudine me ne sto da sola, se la compagnia è buona, viva la compagnia ! Adesso che sono rientrata in città, nel giro di pochi giorni mi sono immersa di nuovo nel clima e nel ritmo cittadino, ho ripreso i contatti con l’associazione dove faccio volontariato e mi hanno già coinvolta in due riunioni, mi sono iscritta a un corso di spagnolo, ho organizzato una cena con due vecchie amiche e sto prendendo un impegno con un piccolo editore amico per revisionare dei volumi che vorrebbe ripubblicare (è il mio vecchio lavoro) . Il piacere che ho provato nel ritrovarmi di nuovo attiva ed impegnata, dopo la lunga estate, è stato una bellissima sorpresa. Non che in campagna non fossi attiva (il giardino e l’orto, appunto), ma questi impegni cittadini mi danno una carica e una soddisfazione che non mi aspettavo. Forse sono anche rassicurata dal vedere che posso ancora fare delle cose utili e interessanti malgrado gli anni che passano. Ciao a tutti. Gabriella.  In foto: donna sorridente

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Passaggi d’età

Per Vivian Diller, psicologa e autrice di “Face it”, una guida per donne alle prese con le emozioni che derivano da cambiamenti importanti del proprio aspetto fisico quando si invecchia, la crisi di mezza età è quella che compare quando il passare degli anni si combina con cambiamenti biologici e psicologici. Non se se oggi si possa ancora parlare di “mezza età”, visto che nessuno sa più dire con sicurezza a quale età arriverebbe questa benedetta età di mezzo, ma è certamente vero che, come suggerisce la Diller, il passaggio dai cinquanta e dai sessant’anni sono quasi sempre contrassegnati da cambiamenti del proprio aspetto fisico e del proprio assetto di vita (sia per le donne sia per gli uomini), cambiamenti che in molti casi producono una crisi. Se non una vera e propria crisi di identità, quantomeno un numero cospicuo di interrogativi intorno a se stessi e alle proprie scelte di vita.

I segni di una crisi di questo tipo possono essere molti e diversissimi da persona a persona: ad esempio, c’è chi fatica a riconoscersi e ad accettare le rughe e gli appesantimenti che vede allo specchio, chi si sente in declino e non riesce più a pensare ad un futuro soddisfacente, così come c’è chi si domanda se ce la farà a proseguire nelle relazioni e nelle attività che una volta erano fonte di molte soddisfazioni e ora invece non suscitano più un briciolo di entusiasmo. C’è anche chi, invecchiando, fantastica di palingenesi senza aver mai modificato di un millimetro i propri cinquanta o sessant’anni precedenti e chi si aggrappa disperatamente al presente puntando all’immobilità, propria e del mondo intero. Certamente, è anche vero che molti vivono con la massima serenità il passaggio dalla condizione di adulto nel pieno della maturità a quella di senior, ma chi sperimenta la crisi può stare veramente male e può correre il rischio di incupirsi, di perdersi o, come diceva una testimonianza pubblicata di recente proprio su queste pagine, può persino desiderare di immergersi in un letargo interminabile.

In questi casi prendere coscienza del fatto che stiamo vivendo una crisi legata al passaggio d’età è già un passo avanti: tra le reazioni più comuni infatti c’è la negazione, anche a noi stessi, di quel che sta succedendo. Far finta di niente, evitare di rifletterci, pensare che è solo una giornata storta, è quanto di più umano possa esserci, ma non aiuta.  Accettare che qualcosa sta cambiando è invece già un modo per affrontare il problema.

Per tornare alla Diller, i suoi suggerimenti sono di evidente buon senso: immaginate di guidare e di trovarvi in una rotonda senza sapere la direzione da prendere, propone la psicologa. Ebbene, alcuni comportamenti sono sicuramente sbagliati. Tra i più frequenti, il provare a tornare indietro sulla strada da cui siamo venuti, ma ahimé il portare all’indietro l’orologio non è un buon rimedio, anzi è proprio impossibile. Anche continuare a girare intorno alla rotonda aspettando che qualcosa succeda produce solo confusione e alla fine paralisi. La soluzione più facile potrebbe sembrare il far finta che la rotonda non esista e proseguire diritto nella stessa direzione, ma andare avanti in automatico senza emozioni fa solo aumentare il rischio di depressioni e quasi per certo produrrà sentimenti negativi di mancanza di senso. Alla fine, presi dalla disperazione, potremmo prendere la prima svolta che capita, ma sarebbe come giocare alla lotteria. Gli errori da evitare insomma sono chiari. Cosa suggerisce di fare allora la psicologa ? Le mosse giuste sarebbero di prendersi una pausa, non reagire immediatamente, pensar bene allo step successivo e confrontarsi con chi ci sta intorno. E poi agire, per non passar la notte all’incrocio.

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