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Paradisi lontani, opportunità vicine

Ve lo ricordate il luogo comune per cui il sogno degli Americani in pensione sarebbe di andare ad abitare al caldo in Florida ? Ebbene, l’Urban Land Institute  ha scoperto che le preferenze dei baby boomers sono diverse da quelle dei loro genitori e che le aree con la maggiore crescita di over 65enni oggi stanno in posti come North Carolina, Texas, Idaho, insomma non esattamente luoghi che inducono a sognare la bella vita. Dicono gli esperti dell’ULI che i senior americani di oggi sono molto attratti dalle comunità che offrono abitazioni alla portata del portafoglio e con buoni servizi intorno (trasporti, servizi medici, strade pedonali, mostre, iniziative culturali, università, centri di apprendimento, biblioteche, negozi, ecc). Per non dire della forza di attrazione dei nipoti, che inaspettatamente anche nella realtà della dispersa famiglia americana, è diventata una delle molle principali per scegliere un luogo dove vivere. E nel regno della mobilità geografica (negli USA si cambia città nel corso della vita con molta più facilità che nel vecchio mondo) oggi il cambiamento di casa, città e Stato è fatto con più reticenza che in passato.

Il paragone con la nostra realtà è difficile: diverso il senso della famiglia, diversa la percentuale dei senior proprietari della propria abitazione, diverso l’attaccamento alla propria terra di origine e alla rete parentale e di amicizie di dove si è cresciuti. L’italiano medio, si sa, meno lo sposti da casa sua e più contento è. Risulta sì in crescita l’interesse per i viaggi e le permanenze lunghe nei luoghi paradisiaci della terra, ma le radici quasi sempre la vincono.  C’è però un aspetto sul quale le esigenze sono simili con quelle dei coetanei senior d’oltreoceano: finché i percorsi di vita sono concepiti con un passaggio dalla fase di vita matura direttamente ad una fase di pensionamento dominata dal tirare i remi in barca e dal far niente in attesa del declino, il paradiso lontano senza intorno troppe infrastrutture, servizi culturali e reti associative funziona bene. Se invece la “vita da senior” è concepita come un ventennio che precede la “vecchiaia vera” e che può essere ancora vivo, impegnato, attivo, intellettualmente e relazionalmente ricco, allora abitare in luoghi che offrono opportunità di studio, di cultura, di vita associativa, di cinema/teatro/concerti/mostre e persino di lavoro, continua ad essere importante.

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Esodata

Da parte di Margherita: ”Comincia un nuovo capitolo: una nuova vita. Spero che sia migliore, anche se ne dubito. Mi manca il lavoro, mi mancano i colleghi, mi manca il rapporto con gli altri; mi sento sola fra la gente, non ho scopi, non ho voglia di fare niente. Passerà, mi devo solo abituare a questa nuova situazione, so che sara’ difficile devo solo riprendere la mia vita in mano e decidere cosa farne. Ho tante cose nella testa ma in questo momento non ho la minima idea di cosa voglio fare.”

Queste parole le dicevo un anno fa , quando ho accettato di stare a casa senza stipendio e senza pensione grazie a ‘Monti ‘, ebbene ragazzi la mia vita e’ cambiata ora faccio quello che voglio e quando ne ho voglia: scrivo, leggo, passeggio nei miei silenzi cerco in tutti i modi di tenermi occupata sia nel fisico che nella mente, penso sia l’unica soluzione al problema: solitudine, noia, e per non dire depressione.  In foto: donna che legge un libro

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Spero che continui così

Scrive Daniele: Mi considero fortunato. Ma proprio tanto ! Una di quelle fortune più uniche che rare ! Se mi chiedi perché, ecco il motivo: ho 62 anni e tutti me ne danno cinque – dieci di meno, da tre anni godo di una pensione non da ricconi ma che mi permette di vivere tranquillamente. In più ho messo da parte qualcosa mentre lavoravo e ho comprato un appartamentino in un paese di montagna dove vado molto spesso, perché abito a un’ora dai monti e sciare mi piace ancora da morire. Una giornata sulla neve, col sole, una bella discesa, una polenta al rifugio, se capita innaffiata da una bevuta con gli amici, ma cosa vuoi di più dalla vita? Guardi il panorama dalla cima delle montagne e rimarresti lì incantato tutto il giorno. Le ossa e i muscoli ancora funzionano a dovere, la testa anche (mi sembra). A sciare posso permettermi di andare nei giorni che c’è poca gente e infatti evito i weekend, nei quali invece mi rintano in casa a leggere. Ogni tanto ho anch’io i miei problemi e i miei pensieri ma poi basta una giornata sui monti perché mi torni il buonumore. Qualche volta, molto di rado, mi vengono anche dei sensi di colpa pensando a tutti quelli meno fortunati di me, però, sono sincero, mi passano subito…

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L’attività fisica consigliata ai senior

Secondo molti addetti ai lavori, ad esempio l’ACSM (American College of Sport Medicine) o esperti personal trainer laureati in scienze motorie, un buon allenamento per una persona senior può essere costituito da:

attività aerobica: 150 minuti a settimana di attività aerobica moderata, come camminare, correre, ballare, nuotare, jogging, acquafitness, bicicletta, tennis, da svolgere divisi in 30 minuti per 5 giorni (nel caso non si riesca a svolgere 30 minuti continuativi si potrebbero dividere ulteriormente in sessioni di 10 minuti per 3 volte) oppure 20 minuti al giorno di attività aerobica elevata (7-8 su scala di 10) per 3 giorni a settimana.

attività di forza e resistenza muscolare: sono indicate attività come esercizi con macchinari e/o pesi, Tai Chi, esercizi callistenici (cioè esercizi di movimenti semplici e spesso ritmici fatti senza l’uso di strumenti), da svolgere con 2 sessioni di allenamento a settimana con 8 a 10 esercizi di 10-15 ripetizioni che coinvolgano i principali gruppi muscolari.

attività di mobilità articolare: occorrerebbe eseguire esercizi di stretching e movimenti che permettano di raggiungere la massima escursione articolare con frequenza di almeno 2 giorni a settimana e intensità moderata, con movimenti statici anziché balistici.

Come si vedrà su questo stesso blog fra qualche giorno (in occasione della presentazione dei dati dell’indagine sulle buone e cattive pratiche dei senior realizzata da “I ragazzi di sessant’anni”) le attività fisiche che i senior da parte loro ritengono più efficaci sono innanzitutto le camminate e le pedalate.

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L’ansia del declino fisico

Le paure e le preoccupazioni legate all’età che avanza non sempre vengono confessate, ma certamente non mancano: si va dai timori di non farcela economicamente alle preoccupazioni per il futuro dei figli, dall’inquietudine per una prima défaillance mentale all’incubo di una possibile non autonomia, fino ai misteri della morte. Tra tutte le paure e le preoccupazioni, non c’è dubbio che un posto di primo piano lo occupano quelle collegate alla salute e all’invecchiamento del proprio corpo. Forse complice un diffuso giovanilismo, abbiamo spesso pudore a parlare in modo trasparente di questi nostri timori da invecchiamento fisico e appena possiamo cerchiamo di presentarci un po’ più giovani di quel che siamo, però sotto la cenere l’inquietudine non si spegne.

In realtà nella maggior parte dei casi l’invecchiamento fisico non è soltanto lento, spesso è quasi impercettibile, anno dopo anno. Poi magari capita un momento in cui ci accorgiamo di un improvviso declino oppure una malattia inaspettata interrompe il graduale processo, ma per tanti anni può succedere che i cambiamenti siano veramente millimetrici.

Non c’è dubbio che la chiave principale per evitare di farsi ossessionare dal corpo che si modifica sia psicologica: nel senso che soltanto l’accettazione serena che il cambiamento fisico è un percorso inevitabile e naturale può far fronte efficacemente ai sentimenti negativi di quando allo specchio ci scopriamo via via più vecchi.

Se l’atteggiamento psicologico è cruciale, può però essere utile anche avere le idee chiare su cosa è bene aspettarsi all’avanzare dell’età. Dicono gli esperti che i fronti sui quali aspettarsi dei cambiamenti fisici nei cinquanta, nei sessanta e nei settanta sono moltissimi e altrettanto numerosi i fronti da presidiare: ad esempio, curare la pelle, tenere in allenamento il cuore, controllare che i sensi rimangano ben attivi, conoscere le variazioni del metabolismo,  ricordarsi che le ossa possono essere più fragili, rinforzare il proprio sistema immunitario, tenere sotto controllo le passeggiate notturne al bagno, non mettere a riposo il cervello, non escludere a priori la vita sessuale, e via dicendo.

Naturalmente ognuno invecchia a modo proprio, ma ad esempio può aiutare sapere che spesso nel corso dei cinquanta dei cambiamenti sottili si possono notare nel metabolismo e nella pelle, così come si possono osservare dei miglioramenti, come ad esempio un numero inferiore di allergie. Oppure che nei settanta è comune che il naso e le orecchie inizino a diventare più grandi, ma che il cuore, se allenato, può pompare ancora bene. Ci siamo abituati a chiedere ai medici di cui ci fidiamo sia cura sia prevenzione, forse anche chiedere informazioni su questi aspetti può essere utile.

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Attrazione fatale

Se vi fate un giro in internet scoprirete facilmente che i siti che promuovo il “ricominciare la vita” in un altro Paese stanno crescendo e che va molto lo scambio di consigli ed esperienze positive riguardo ai posti dove si vive meglio: reinventarsi la vita all’estero sta diventando di moda. E lo sta diventando in maniera evidente anche tra i senior.

Le molle che spingono un numero crescente di senior a diventare dei “residenti esteri” o dei “soggiornanti lunghi” in altri Paesi, o quanto meno a prendere in considerazione l’idea, sono principalmente riconducibili a due fattori: la qualità della vita che ci si immagina possibile nel luogo di destinazione (bellezza del posto, clima favorevole, collegamenti non troppo disagevoli, vicinanza con la natura, facilità di rapporti con la popolazione locale, ecc), oppure ragioni economiche (potere d’acquisto più alto, costo in generale basso della vita nel posto prescelto, fuga dalla tassazione italiana, ecc).

La prima ragione, la ricerca di una migliore qualità della vita, ha mosso nei secoli milioni di persone: senza scomodare le migrazioni storiche, più semplicemente basta ricordare le ondate di capelli grigi provenienti dal Nord Europa che d’inverno transumavano nei posti caldi del Sud Europa. Ora che i collegamenti anche transoceanici sono più a portata di mano, tutto il mappamondo è preso di mira e anche gli italiani non si sottraggono a questo sport.

La seconda ragione, quella economica, in tempi di crisi come ora sta diventando sempre più importante. Poter vivere con un buon tenore di vita con 1000 euro al mese in un posto da cartolina fa sognare più di un sessantenne. E se poi a disposizione si hanno più soldi, non solo ci si può concedere dei lussi, ma si può anche puntare ad un fisco più leggero.

A questo proposito, è istruttivo il bell’articolo pubblicato giovedì scorso da Francesca Basso sul Corriere della Sera (per chi è interessato, lo si può scaricare in pdf andando su http://www.confcommercio.it/home/SALA-STAMP/Rassegna-s1/Nazionale/3-gennaio-2013.pdf o al link http://archiviostorico.corriere.it/2013/gennaio/03/ora_Paesi_europei_corteggiano_gli_co_0_20130103_ffc7043e-556c-11e2-8a75-21dc585b88e4.shtml ), dal titolo “Fisco leggero e offerte su misura, i Paesi alla conquista degli over 65”. La giornalista racconta di soluzioni che prevedono di tassare solo il reddito prodotto nel nuovo Paese di destinazione e non il reddito proveniente dall’estero (cioè le pensioni), oppure che prevedono di offrire la residenza ai cittadini che investono in immobili locali. Sono soluzioni già adottate o allo studio da parte di Paesi come la Spagna, il Portogallo, la Grecia, Singapore, il Costa Rica, l’Uruguay ed altri.

Le sirene che incantano e spingono alla fuga dall’Italia sono dunque numerose e spiegano perché il fenomeno sta per uscire dalla marginalità.    Eppure… Eppure quando ne parlo con coetanei sento porre queste domande: accetteremmo di vivere lontano dai genitori anziani bisognosi ? o dei figli grandi che dopo attenti studi hanno trovato casa a portata di schioppo ? o di lasciare al suo destino l’odiata ma anche amata Italia ? o di rinunciare alla cerchia di amici, conoscenti e associazioni che abbiamo coltivato nella vita ? Forse per questo il fenomeno è importante ma non diventerà mai di massa.

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E se vivessimo tutti insieme ?

Il vivere insieme ad amici e conoscenti può essere un’alternativa abitativa per i senior ?

Il film E se vivessimo tutti insieme ? ha fatto diventare d’attualità la domanda. Nel film, cinque amici ultrasettantenni che si conoscono da più di quarant’anni decidono di andare a vivere sotto lo stesso tetto: un modo per continuare ad intrattenere rapporti umani e sociali soddisfacenti e per prepararsi all’ulteriore invecchiamento senza pesare sui figli ma anche senza assecondare le loro fantasie di case di riposo.

Oggi la grandissima parte dei senior preferisce immaginarsi il proprio invecchiamento in casa propria, in coppia o da soli che sia. Quando poi però succede che si perde la completa autonomia cominciano i dolori: per i figli cinquantenni e sessantenni che si fanno in quattro per capire come assistere i genitori ma anche naturalmente per i diretti interessati, i quali ad una fantasia positiva di sereno invecchiamento in casa propria vedono sostituirsi, nel migliore dei casi, la realtà di convivenza con badanti sconosciuti oppure di ricoveri in case di riposo, che non sono più i vecchi tetri ospizi di una volta ma che certo non rendono felici nessuno. Pensare per tempo a soluzioni alternative e, nel limite del possibile, soddisfacenti e gradevoli, può essere una scelta saggia.

Il “vivere insieme” ad altri che si sono scelti può essere un’alternativa. Il termine tecnico che descrive questa alternativa è cohousing.    Il cohousing è la condivisione di spazi e servizi in comunità residenziali abitate da persone che hanno scelto di vivere insieme. Il sito italiano www.cohousing.it lo descrive così: “è un nuovo modo di abitare con spazi e servizi condivisi tra persone amiche che avete scelto e con cui avete progettato la vostra comunità residenziale. Chi vive in cohousing - sono più di mille gli insediamenti di questo tipo nel mondo - vive una vita più semplice, meno costosa e meno faticosa decidendo innanzitutto cosa condividere: un micronido per i bambini, un orto o una serra, un living condominiale, un servizio di car sharing o una portineria intelligente che paga le bollette e ritira la spesa. Solo per fare qualche esempio”. Agli esempi potremmo sicuramente aggiungere dei servizi sanitari e assistenziali comuni.

Il cohousing nasce in Scandinavia negli anni 60, ed è a oggi diffuso specialmente in Danimarca, Svezia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone. Non è nella tradizione italiana che casomai prevede gli anziani genitori a pochi passi da casa dei figli: da noi si è cominciato a parlare della formula cohousing solo quattro-cinque anni fa ed esiste qualche prima realizzazione che finora ha coinvolto prevalentemente giovani coppie.

Riusciamo ad immaginarci dei senior italiani che progettano di andare a vivere insieme per vivere non solo serenamente ma anche piacevolmente il proprio invecchiamento?

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Ansie da prestazione

Mia moglie è una patita del ballo. Da anni una sera alla settimana frequenta un maestro e un gruppo di aspiranti ballerini, cimentandosi nelle danze più varie. Di fronte ai suoi inviti ad accompagnarla ho sempre fatto resistenza, finché un paio di mesi fa ho capitolato e mi sono presentato in pista cercando di ricordare i movimenti di quando da ragazzo andavo in balera. Era il momento del boogie-woogie. Faticosissimo ! oltre che difficile. Vale come dieci sessioni di palestra ! Comunque mi sono divertito e così sono ritornato. Settimana scorsa il maestro ha fatto le coppie della serata e io, 58enne, mi sono ritrovato con una ragazza di poco più di vent’anni che avevo già notato perché scatenata. Che dire ? Ce l’ho messa tutta, giravo vorticosamente, le gambe saltellavano, ero concentratissimo, e dopo dieci minuti così, mentre ormai ero in un lago di sudore e senza fiato, la fanciulla mi fa: “perché andiamo così al rallentatore?”. E allora io, punto sul vivo, ho provato ad accelerare ancora di più, ma dovevo avere un’espressione sofferente perché la sciagurata a quel punto mi ha detto: “forse è meglio se ci fermiamo”. E poi dicono le ansie da prestazione…

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Non cambierei la mia vita con quella di prima

Scrive Walter: Ho 68 anni e sono in pensione già da dieci. Lavoravo in banca e allora i prepensionamenti e gli scivoli andavano molto di moda. Il primo periodo dopo aver smesso di lavorare non è stato bello: abituato com’ero ad una giornata costruita intorno al lavoro, non sapevo bene cosa fare del mio tempo e mi annoiavo mortalmente. Ho avuto anche una piccola depressione, ero spaventato all’idea che la mia vita da lì in avanti sarebbe stata senza scopo.
  Poi sono successe due cose che mi hanno fatto rivivere: mi è nato un nipotino con cui trascorro parecchio tempo e ho conosciuto delle persone al circolo sportivo dove mi ero iscritto con cui ho cominciato a giocare a tennis.
Occuparmi spesso del piccolo Niccolò mi ha ridato speranza nel futuro e sono contento quando mia nuora mi chiede se posso stare con lui un pomeriggio. E’ una bella sensazione vederlo crescere e fare il nonno che gliele dà tutte vinte.
L’altra novità importante di questi ultimi anni è stato il circolo sportivo. Il tennis mi è sempre piaciuto e con gli amici che ho conosciuto al circolo ho ripreso a praticarlo con regolarità e con entusiasmo. Siamo tutti più o meno della stessa età e quelli che ci guardano giocare sono sorpresi della lunghezza delle nostre partite e di come riusciamo, alla nostra età, a saltare di qua e di là. Il tennis naturalmente è anche una scusa per vederci tra amici, per ridere e scherzare. Adesso non cambierei la mia vita con quella di prima.           In foto: un senior team di giocatori di tennis di un circolo sportivo

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Ansie da pensione

Ieri ho incontrato un vecchio amico, lo chiamerò Antonio, sessantenne da pochi mesi. Non lo vedevo da un po’ di tempo: l’ho trovato in forma (deve aver fatto una dieta efficace perché era abbondante e adesso invece sembra ringiovanito), è ancora impegnato a tempo pieno nella sua attività professionale dove ormai sa districarsi ad occhi chiusi e però mi ha confidato di essere in ansia. Antonio ha pensato che fosse ora di informarsi della sua pensione: da quando la potrà riceverà e di quanto sarà.  Ha alle spalle quasi quarant’anni di contributi previdenziali, più o meno per metà pagati all’inps e poi alla cassa della sua categoria professionale. Non si è scomposto di fronte alla risposta che gli manca qualche anno per riscuoterla (se l’aspettava), mentre è entrato nel panico quando gli hanno detto che per i contributi versati per tanti anni alla cassa privata riceverà tra i 500 e i 600 euro al mese.  “Diventeranno 1200 con l’inps, la mia famiglia oggi ha un tenore di vita da 3000 euro al mese e i contributi che ho versato sono sempre stati tantissimi… ”   “Guarda che non ti va neanche malissimo – gli dico cercando di tirarlo su – la larga maggioranza sta sotto i 1000 euro al mese”  “Però io ho versato per tutta la vita pensando che fosse sufficiente per garantirmi un tenore di vita dello stesso tipo anche finito di lavorare.”

Pare che Antonio non sia il solo a scoprire tardi l’entità della propria pensione. Sono tantissimi coloro che si preoccupano di farsi un’idea soltanto al momento dell’interruzione del lavoro.   Un po’ non ci si ha voglia di pensare finché si è giovani, un po’ le regole che cambiano in continuazione dissuadono anche i più previdenti, fatto sta che l’informazione è bassa. E mentre fino a poco tempo fa, per via delle regole precedenti, le sorprese non erano necessariamente tutte negative o se c’erano non erano traumatiche,  d’ora in avanti se non si è preparati si rischia di essere colti da improvvisi attacchi di panico come il mio amico Antonio.    Non è certo meglio per quanto riguarda l’informazione sulla previdenza complementare. Come scrive il Sole24ore riportando i risultati di una recente indagine Censis-Cosvip – “la materia è avvolta nella nebbia: 6 milioni di lavoratori hanno una conoscenza sufficiente della previdenza complementare… mentre 16 milioni di fatto non la conoscono o la conoscono male…” “È curioso osservare – prosegue Il Sole24 ore – che il 41,1% degli italiani ritiene la previdenza complementare costosa, mentre tutte le statistiche rilevano un’onerosità inferiore ad altri strumenti di risparmio gestito (fondi comuni, polizze, gestioni patrimoniali). «Non è un costo economico ma psicologico quello che gli italiani non vogliono pagare – dice Giuseppe De Rita, presidente del Censis –. La previdenza complementare ha il vizio di essere troppo segmentata. Inoltre il SuperInps le fa ombra…C’è una voragine informativa e non è chiaro chi sponsorizza i fondi pensione….”

Anche l’informazione sulla previdenza complementare è dunque scarsa, che poi sia più conveniente di altre forme di risparmio e di investimento è tutto da valutare in base alle esigenze di ognuno. Quel  che è certo è che per noi senior non ancora in pensione, cresciuti culturalmente all’ombra del welfare onnicomprensivo, è un po’ difficile pensare che lo Stato non ci garantirà lo stesso tenore di vita di sempre e che invece dobbiamo fare i conti per tempo per capire cosa ci aspetta: prima si comincia meglio è.

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