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Cercare lavoro dopo i 55 anni

Negli ultimi tempi ricevo con maggior frequenza del solito messaggi di over55 che vorrebbero trovare un lavoro e non ci riescono. Ad esempio Alberto mi scrive: “A settembre avrò 58 anni e sto cercando un lavoro da più di un anno…non so più come fare sono disperato…ho sempre fatto il commerciale, vendita, ma sono disposto a fare  qualsiasi cosa…”. Certo, se chi ha una professione commerciale alle spalle fatica a trovare un lavoro allora c’è davvero da preoccuparsi, i venditori da sempre sono tra i più ricercati dalle aziende…

E in un altro messaggio Michela, scoraggiata, mi interpella così: “Le scrivo perché il mio compagno, che è del 1954, cerca un impiego urgentemente. Ha sempre lavorato come camionista, ma anche come musicista e ora lavora “a chiamata” come factotum, ma non sempre gli pagano la giornata (lo chiamano a lavorare in nero)… Non so come aiutarlo… Grazie anticipatamente per i consigli…”  In questi casi vorresti poter aiutare subito chi si trova senza lavoro e non sa come fare per trovarne uno. Invece, dato che non sei un operatore del mercato del lavoro, ti ritrovi solo a provare a raccogliere qualche suggerimento su come presentarti ad un colloquio di lavoro e su come far tesoro dell’esperienza passata, o a dispensare qualche invito a verificare se la propria Regione offre qualche aiuto nei programmi di ricollocazione agli over 55 che cercano lavoro, se vi sono opportunità presso agenzie di somministrazione lavoro vicine a casa, piuttosto che a proporsi come collaboratore a tempo o esterno senza cercare a tutti i costi un rapporto di lavoro dipendente.

Una buona rassegna di suggerimenti la fornisce Betta Andrioli in un articolo pubblicato pochi giorni fa su Il Sole24ore, dal titolo “A 50 anni senza lavoro, ecco come ricominciare”.

Ad esempio, secondo questo articolo, ripartire da se stessi, rimettersi in discussione, proporsi attivamente sono atteggiamenti essenziali per qualsiasi ricerca di nuova occupazione. E nei colloqui di selezione è chiaro che si può valorizzare i propri punti di forza, in particolare l’esperienza in un particolare mestiere o settore, senza nascondere al selezionatore eventuali debolezze, come spesso accade per la conoscenza delle lingue straniere o le competenze digitali.

Certamente il problema è sentito e i dati Censis secondo cui gli over 50 senza occupazione sono cresciuti  negli ultimi sei anni del 146% sono lì a dimostrare che la disoccupazione picchia duro anche su chi sta entrando nella fase di vita da senior ma vede ancora lontana la stagione della pensione. Non tutto però è perduto: se sono tanti coloro che dopo i 55 anni cercano lavoro senza successo, è però altrettanto vero che i dati delle comunicazioni obbligatorie al ministero del Lavoro dicono che nel corso del 2013 in Italia sono stati stipulati, con persone di età superiore ai 55 anni, ben 912.570 contratti regolari di lavoro (molti dei quali a tempo determinato), cioè quasi il 10% del totale dei nuovi contratti di lavoro stipulati nell’anno.   In foto: un senior al telefono.

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Le rose che non colsi

Ricevo e pubblico volentieri questa recensione di Patrizia Belleri all’ultimo libro di Gianna Schelotto sulla psicologia del rimpianto.

“Non amo che le rose che non colsi / Non amo che le cose che potevano essere e non sono state” (Guido Gozzano).

Scrive Patrizia Belleri: “Con il suo ultimo libro dal titolo suggestivo – Le rose che non colsi. Psicologia dei rimpianti (Mondadori) – la Psicoterapeuta Gianna Schelotto riflette sulla  memoria del passato: può essere utile e funzionale all’adattamento al nuovo, o, al contrario, diventare una trappola per chi non riesce a distaccarsene, e pensa alla propria vita come a un susseguirsi di occasioni perdute, a tante rose non colte.

I “passatisti”, come li chiama la Schelotto, hanno difficoltà a vivere il presente, sempre voltati indietro a ripensare ai momenti salienti del proprio percorso di vita, nella convinzione che, se solo avessero intrapreso strade differenti, oggi sarebbero più appagati.

La Schelotto ci fa intendere che il tentativo di far rivivere il passato spesso delude, e le storie che racconta lo dimostrano: come la vicenda della Fabbrica delle Nuvole, la casa magica dove Marion ha trascorso l’infanzia e dove torna da adulta per cercare l’amore mai vissuto di due adolescenti che ormai non esistono più.

E altre storie ancora, come quella di Elvira, che rinunciò da giovane al sogno di diventare pianista perché il Maestro, idealizzato e amato in segreto, si innamorò della sua migliore amica, anche lei musicista. Mentre Elvira viveva una vita “normale”, l’amica mieteva allori nel mondo della musica, fino a diventare famosa in tutto il mondo. Solo alla fine del percorso, agli 80 anni di entrambe, le ex ragazze si ritrovano e Elvira scopre che le cose non sono andate affatto come lei credeva.

Un tempo, quando ci chiedevamo che fine avessero fatto le persone con cui abbiamo condiviso periodi significativi della vita, eravamo sicuri che sarebbe stata una domanda senza risposta, e, tutto sommato, non cercavamo altro: ci bastava sapere che una parte di loro era rimasta nella nostra memoria e nel nostro cuore.

Oggi non è più così: i nuovi mezzi di comunicazione hanno permesso di realizzare con apparente facilità qualcosa che era impensabile fino a pochi anni fa. Internet rende  possibile ritrovare l’amore dell’adolescenza, l’amicizia interrotta dopo l’esame di maturità, le relazioni che non hanno retto alle vicissitudini della vita. Ma se queste relazioni si sono interrotte a un certo punto del nostro percorso, e mai più abbiamo avuto il desiderio di riallacciarle, ci sarà una ragione?

Gianna Schelotto ci racconta di Giulia, professionista affermata, moglie appagata, madre orgogliosa di due figli quasi grandi. Un giorno Giulia riceve la richiesta di amicizia su Facebook dal suo primo amore, una relazione giovanile che non ha superato la prova della distanza, quando il ragazzo si trasferì all’estero. All’inizio, Giulia gli risponde mossa dalla curiosità, ma poi chattare la sera quando tutti dormono  diventa un’abitudine che la intriga e la tormenta. Si sente di nuovo giovane e mette  in discussione la sua vita, fino a decidere di uscire dalla dimensione virtuale per confrontarsi realmente con l’amore di un tempo: le conseguenze non saranno indolori.

Tentare di recuperare il passato e i suoi abitanti porta solo delusione e rimpianto?

Non è detto: succede anche che gli anni e l’esperienza ci migliorino, rendendo possibile stabilire relazioni nuove, più autentiche e mature, sulla base di un affetto antico. Ma di queste vicende si sente parlare poco: come fa notare la  Schelotto, i protagonisti delle storie a lieto fine non approdano negli studi degli psicologi!”

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I jolly dei senior che lavorano

La carta a sorpresa che possiamo giocare quando ci avviciniamo alla fase di vita da senior sono le risorse che davamo per scontate e che scopriamo tornano buone per non rinunciare completamente ad una vita attiva.

Per molti senior rimanere attivi ha il significato di essere obbligati a lavorare qualche anno più del previsto. Ma, sorprendentemente, in tanti desiderano proseguire un’attività lavorativa, sia essa il proseguimento di quella tradizionale o una nuova. Anche chi intende e può dare più spazio ai divertimenti, al proprio benessere, a nuove passioni, alla vita familiare o al volontariato, spesso vorrebbe non rinunciare completamente ad un’occupazione lavorativa.

Come riferisce Betta Andrioli in un articolo del Sole24ore riprendendo un’ indagine Istat, è questo, ad esempio, il caso di 411.000 italiani che “seppur pensionati, continuano a lavorare, da dipendenti o autonomi: 50-69enni che non hanno alcuna intenzione di farsi relegare al solo ruolo di nonni e continuano a produrre e guadagnare”.

Il punto è che la società non è organizzata per dare risposta a questa richiesta, se non in modo embrionale, e trovare opportunità che rispondano all’esigenza non è faccenda immediata.

Il problema naturalmente non se lo pone chi ha fatto la scelta di proseguire nel lavoro di sempre, con le stesse responsabilità, la stessa intensità e gli stessi ritmi. Sempre che gli sia possibile, continuerà la vita di prima nella stessa organizzazione oppure, ad esempio se lavora come autonomo, continuerà comunque ad organizzarsi la giornata senza significativi cambiamenti. E il problema non se lo pone neppure chi avrebbe smesso volentieri di lavorare, ma non può farlo per le necessità economiche proprie o della propria famiglia.

Il problema se lo pongono coloro che, volendo o dovendo proseguire un’attività lavorativa, sono invece obbligati ad uscire dall’organizzazione dove lavorano e cercano formule di lavoro più consone alle loro nuove esigenze.

E’ per costoro che diventano importanti le risorse che si hanno da giocare. Perché sono di nuovo sul mercato del lavoro e, come succede ai ragazzi appena finito di studiare, devono guardarsi intorno e probabilmente subire qualche nuova selezione.

A molti non fa un bell’effetto ritrovarsi “sul mercato”, soprattutto a quelli che dal lavoro di prima sono stati espulsi. Gli altri, quelli che la nuova vita se la sono scelta, sono un po’ più disponibili ad ingegnarsi per trovare la nuova soluzione che li soddisfi. Ma in generale la sensazione è strana: pensavi di aver superato tutto, di non dover più subire esami e valutazioni, e invece scopri che se te la vuoi giocare ancora devi rimetterti in pista, con tutti i rischi di rifiuto o d’insuccesso del caso.  Ed è qui che allora torna utile fare un bel bilancio delle risorse che si hanno a disposizione e di quali possono essere utilizzate per riuscire nell’intento.

Sarebbe riduttivo far riferimento alle sole risorse economiche, come il risparmio e l’eventuale patrimonio accumulato; è utile invece prendere in considerazione anche altri generi di risorse, importanti per affrontare, attrezzati, la nuova fase di vita lavorativa. In particolare, credo che le risorse più utili a questo scopo siano: le capacità personali, il network di conoscenze e le competenze sviluppate in uno specifico campo di attività: tutti jolly che provengono dalle precedenti esperienze e che ora possono essere rimessi in gioco.  

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La lentezza

Scrive Peppe: Credo che ora la vita è un po’ un’altra storia. E ognuno di noi ha un po’ paura. Ognuno di noi è impegnato ogni giorno a reinventarsi, ricominciare a raccontare e raccontarsi, a sentire un altro odore, a sentire altre prediche, a vedere altre lacrime, a stringere altre mani, a vedere altri occhi, beh, non è semplice. Al di là di ogni possibile ragionevolezza, io ho scoperto il gusto della lentezza, dell’importanza da dare al tempo, alle persone, alle cose. Quando le passioni col tempo cambiano colore, nel cuore già si preparano nuovi luoghi da condividere ed una mappa di spazi comuni che vanno dal libro da leggere insieme, alla vista di una mostra di Caravaggio o del Botticelli ove trovare le piccole poesie di carta straccia trascinate dal tempo. La polvere, i passi veloci, gli affanni, gli stupori dei giorni di lavoro, li guardi con un sorriso ma da lontano, con simpatia ma senza nostalgia. Ed in quell’ esserci, in quella consapevole serenità, sentire un senso di pudore nel credersi ancora salvi, di fronte ai frammenti della vita. L’amore per mia moglie ha un corpo preciso, una sbadataggine particolare, un odore, una voce, un cappello, un caminetto acceso ed un libro aperto sul comodino, una formula di saluto, una calligrafia tremenda, un passo cigolante. Sono sicuro che se per questo tentativo di vera vita abbiamo fatto di tutto ed abbiamo visto possibile un percorso ancora lungo, allora, vestiamoci con i fiori e lasciamo che siano altri a sedersi su una panchina a lamentarsi dei dolori alle ossa, del tempo che passa, del tempo che rimane mentre ci si vergogna un po’ a credersi fin qui ancora salvi, di fronte ai frammenti della vita. Così mi capita di guardare le mani del futuro e scoprirle piene, e che la mano che cerca la tua è quella che volevi e che è li, pronta a stringerti ad ogni risveglio. Peccato che la vita non abbia una serratura dalla quale la si possa guardare di nascosto: forse si riuscirebbe a sentire il profumo della nostra voglia di farcela, sempre, oggi come a vent’anni. Un profumo ipnotico, indimenticabile, luminoso, per chi lo vuole. Mi auguro e auguro a tutti di ascoltare ancora una musica sublime fatta di emozioni, conoscenza, amore per il bello, entrarvi fin dentro le viscere e portarvi sempre in alto mare, anche se non sapete nuotare.
Per molti la tragedia vera forse non è andarsene, ma non esserci mai stati. Giuseppe De Biasi.

Nella foto in alto: Le emozioni di Kandinsky in “Dipinto blu”.  Nella foto in basso un dipinto del toscano Andrea Martinelli, secondo cui «lentezza significa aver voglia di capire e capire significa rinascere»

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Ricominciare

Scrive Viola: Ho 57 anni e abito a Roma. Io ci sono nata in questa meravigliosa città e qui ho passato la mia giovinezza, ho trovato un lavoro, che ancora ho, ho viaggiato, ma lontano dall’Italia sentivo una struggente nostalgia per la mia città. Avevo i miei amici, prima si faceva amicizia in una maniera diversa, ci si frequentava e ci si conosceva profondamente. E poi mi sono formata una famiglia. E’ stato un matrimonio infelice e dopo venti anni ho chiesto la separazione. Ma non è di questo che voglio parlare ma di una cosa diversa: a 50 anni mi sono ritrovata sola, con una vita da ricostruirmi da zero. Ed ho ritrovato la mia città e le persone cambiate in peggio; io, che uscivo per la prima volta dopo venti anni di madre di famiglia, vedevo tutti i punti di riferimento dei miei anni 80 spariti. Fare amicizie è una cosa spinosa, è tutto fatto di fretta e superficialmente, le persone non hanno voglia di sorridere e di ridere, si esce come automi senza una vera voglia di stare con gli altri. Io mi sono ritrovata in un ambiente che non riconosco più, e meno male che ho il mio lavoro, ma sono anche una persona socievole. Non mi lamento di nulla, ma mi sto accorgendo che alla mia età è tutto più difficile. Bisogna stare attenti a non essere fraintesi, è triste come dentro sono rimasta la ragazza di tanti anni fa, spontanea e allegra, e invece come bisogna essere disciplinati e un po’ trasparenti nella vita normale. Per la nostra età sembra che si sia fatto molto, ma effettivamente c’è il vuoto assoluto. In foto: amicizia di qualità

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Parole dimenticate

Volentieri ospito questa lettera aperta di Danilo rivolta a tutti noi. Danilo ha avuto insieme ad un suo amico una bella idea e qui ce la propone. Se l’iniziativa procederà, I ragazzi di sessant’anni daranno sicuramente una mano.

“Sono certo che ognuno di noi, da buoni over…, ricorda volentieri  le parole o le piccole frasi o i modi di dire che oramai sono andati  completamente in disuso e questo ci porta a considerare il cambiamento del modo di comunicare, di socializzare e di percepire il significato .  E’ mia opinione che non possiamo gettare la spugna e quindi bisogna sforzarsi di ripensare e di ricordare quanto oramai non sentiamo più.

Mi piacerebbe quindi aprire uno spazio che collazioni tante parole che abbiamo dimenticato.  Come?

Con la vostra collaborazione possiamo proporre un “vocabolario delle parole dimenticate” (questo è ovviamente un primo titolo buttato giù al volo) che sarà, grazie all’interessamento del blog, pubblicato e il cui ricavato sarà destinato a supportare onlus e/o necessità sociali.

Alcuni limiti : non possono essere annoverati gli idiomi dialettali

                     : alla parola/frase deve essere correlata una breve definizione

                     : diamoci delle scadenze : entro maggio 2014 termine degli invii

                                                               entro settembre 2014 revisione

                                                               entro dicembre 2014 pubblicazione

Ce la faremo?

Sono certo che ognuno di noi è stato “un ganzo”, che ha bevuto “un cicchetto”, che ha “fatto  flanella” , che ha bevuto un vino “togo”, che è “arrivato lemme lemme” che ha usato la “carta copiativa”… ; e oggi come ci si esprime? Dobbiamo proprio dimenticare questo significativo lessico?

Grazie a voi possiamo raggiungere almeno quattro obiettivi:

a. ricordare magari qualche momento particolare del nostro passato

b. rinverdire le parole che oramai sono state dimenticate

c. forse prenderci in giro

d. aiutare chi ha veramente bisogno

Vi lascio il mio indirizzo e-m e numero mobile per inviare il vostro contributo e per ulteriori info.

Grazie e buon lavoro.

Danilo Cesare Scatizzi

danilocesare@libero.it

mob. 3495138646″

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Disagi e fatiche

Quattro anni senza lavoro

Scrive Mary: Ho perso il lavoro nel 2009 con conseguenze disastrose. Io ho accettato qualsiasi tipo di lavoro anche in nero e sottopagato. Cosa posso fare per recuperare la felicità che mi dava un lavoro ?

Viale del tramonto

Scrive Anonimo 889: Ormai stanco e afflitto, guardando dietro di me vedo solo il ricordo di chi ha diviso speranze, lavoro, sudore. Pochi momenti di felicità che oggi, guardando le mani rugose della mia compagna, mi appagano di questo viaggio attraverso le gioie e i dolori.
Il ricordo dei miei colleghi morti, il rimpianto di non esser sfuggito a questa vita da giovane, forse per amico oggi questo computer che mi fa vedere cose che non ho mai visto e saputo. Rimpianti, forse no, ma poi come avrei fatto senza gli occhi dei miei figli se avessi avuto una vita diversa ?

Ricominciare a sessant’anni

Scrive Paolo 53: A sessant’anni mia moglie mi comunica che non mi ama più, dopo 30 anni di matrimonio.  Una situazione inaspettata che mi crea tanto malessere, due figli gemelli di anni 19, una vita da ricominciare, speriamo di fargliela!!!!

 

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Anche domani mattina !

Scrive Elisa: Come Enrico, anch’io ricordo la Dauphine !! Ne aveva una di color azzurro chiaro un mio lontano parente. L’ auto della mia famiglia era invece una mitica Volkswagen marron glacé: macchina tanto solida e affidabile, quanto dall’ estetica davvero poco felice.  In foto: La stanza dei ricordi di Norberto Martini
L’articolo di Enrico mi ha catapultato in un passato comune per momenti e stili di vita; le sole differenze nel fatto che noi andavamo in montagna e vi stavamo non solo un mese, bensì l’ intera estate. Nella memoria ho molto lucido il momento della partenza, che si ripeteva ogni anno il canonico giorno dopo la chiusura della scuola. Ancora oggi riprovo lo stesso entusiasmo di allora, ma l’ immagine più viva è il volto di mio padre quando, costernato davanti al cofano e al portabagagli debordanti di valigie, sbofonchiava in modo puntuale <>. Non che partiti le cose andassero meglio: usciti dall’ autostrada Milano-Bergamo e iniziata la salita verso le prealpi lombarde (la nostra meta era la Presolana) ogni curva – potenziale attentato per lo stomaco mio e di mio fratello e, nondimeno, per gli interni della indomita Volkswagen – richiedeva una certa abilità di manovra e soprattutto tanta pazienza. Povero papà… lui che, prima delle sospirate ferie di agosto ci raggiungeva il venerdi sera e ripartiva il lunedi mattina, concedendosi il lusso di una sporadica incursione durante la settimana per recuperare il sonno perso a causa dell’afa milanese.
Per quasi un ventennio la Presolana ci vide assidui frequentatori: papà con gli amici delle bocce, mamma a chiacchierare con le mogli degli amici delle bocce, io e mio fratello con le rispettive compagnie.
Finito il liceo, però, iniziai a domandarmi se oltre a quella casa verdina in montagna, alle interminabili partite a tamburello e alle scorribande in moto e motorini per le valli della Bergamasca, ci fosse qualcos’ altro che meritasse di essere visto.
Un giorno, per puro caso, venni a sapere da un’amica che in una bacheca alla Statale spiccava un cartello con scritto: “Chi è interessato/a a un campeggio in Sardegna dal 2 al 20 agosto contatti…”. Due minuti bastarono perché prendessi coscienza di non essere mai stata in tenda prima di allora e di non conoscere nessuno dei miei potenziali compagni di viaggio, a parte la mia amica; mi bastò invece un solo minuto per prendere coscienza del fatto che, proprio per questi motivi, non avrei dovuto lasciarmi scappare una simile opportunità.
A distanza di anni mi accorgo di sorridere quando passo in rassegna i momenti di quella mia prima esperienza di campeggio in compagnia di una masnada di ragazzi e ragazze, tra i venti e i venticinque anni, tutti di città diverse, alcuni lavoratori, i più studenti; in comune un irrefrenabile desiderio di libertà e divertimento e, soprattutto, un’ impreparazione pressochè totale in materia di tende e paletti. Mi vengono ancora in mente i cori lungo le stradone deserte, che percorrevamo di notte sotto le stelle, dopo aver lasciato i paesi vicini in occasione delle sagre agostane rigurgitanti di salsicce e vino rosso. Non previsto quel temporale, scoppiato all’ improvviso, mentre dormivamo, avvolti nei sacchi a pelo, sul traghetto del ritorno. Troppo divertente quella gita di qualche giorno ad Orgosolo, località nota per i murales ma soprattutto agli onori delle cronache per i rapimenti banditeschi, all’ epoca piuttosto frequenti. E’ ovvio che, in mancanza di cellulari e altri contatti telefonici, i miei genitori vennero a sapere di questi eventi solo a cose fatte quando, tornata a Milano, ebbi modo di entrare nei particolari. Allora raccontai anche della sfilata di materassi, generosamente messi a disposizione da un’ improvvisata ospite di casa ad Orgosolo, una signora che proprio non si capacitava del fatto che i suoi figli, i suoi cocchi, fossero a Rebibbia da un bel po’ di tempo.
Ancora adesso che sono qui a scrivere mi pongo una domanda, quella che mi sono fatta già tantissime volte: “Elisa, lo rifaresti, ora che non hai più vent’anni e – ammettilo – ti piace viaggiare comoda e lasciare meno spazio all’ imprevisto ?” La risposta è sempre la stessa: “Anche domani mattina !”

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Ricordi di viaggi e vacanze

Di fronte alla prospettiva di un periodo di vacanza ognuno di noi si comporta in modo diverso. C’è chi vuole andare sul sicuro e chi invece vuole sperimentare sempre qualcosa di nuovo. E può anche capitare che ciascuno di noi preferisca in alcuni momenti le sicurezze e in altri momenti le sorprese.

I  miei ricordi di bambino cresciuto nel periodo del boom economico sono di una famigliola che al momento delle vacanze caricava sulla prode Dauphine (era un’automobile, non una colf) una quantità irragionevole di bagagli e che, allo scadere del weekend di S. Pietro e Paolo, non un giorno prima non un giorno dopo, partiva inerpicandosi lungo i tornanti della Cisa, quella originale, la statale con così tante curve che non può che essere stata opera di uno con la mente contorta (oggi se volete che uno si faccia tutta la statale della Cisa dovete promettergli che alla fine vincerà una Ferrari).  Una mezza dozzina di fermate per vomiti e pipì erano assicurate, ma lo stoicismo dei miei genitori veniva ripagato dopo circa quattro – cinque ore di viaggio, quando in lontananza si cominciavano ad intravedere le Apuane e, finalmente, il mare.

La mitica Marina di Massa ci aspettava con le sue spiagge, i suoi ombrelloni, i suoi ping pong da stabilimento balneare e soprattutto con le stesse facce di villeggianti. All’ombrellone di sinistra ritrovavamo i signori di Pontedera e a quello di destra quelli un po’ più antipatici che venivano da Torino, che però avevano una figlia che con il passar degli anni si faceva sempre più interessante. Lì si rimaneva per un mese, la giornata scandita da ritmi che neanche in un collegio svzzero: alle 10 già tutti in slip da bagno sulla spiaggia, alle 12.30 via tutti a far la doccia e alla casa presa in affitto per il pranzo, poi dalle 15 alle 18 replay. L’evento della giornata, per quel che mi riguardava, erano le finte gare ciclistiche, finte perché con il ciclismo non avevano niente a che fare: ci si inventava una pista e con lo scatto dell’indice e del pollice si faceva a gara spingendo in avanti i tappi delle aranciate, ciascuno dei quali era associato ad un ciclista famoso. Me lo ricordo bene, perché non ero niente male a questo sport particolare. Per tutto il mese stavamo a corto di informazioni di quelli che conoscevamo: le comunicazioni telefoniche come siamo abituati ad averle oggi erano ancora di là da venire ma tutto sommato quell’ assenza di trilli non impensieriva nessuno. Mio padre, non so per quale vocazione masochistica, si faceva avanti e indietro da Milano tutti i fine settimana, finché scaduto il mese non ci riportava a casa.  Prima di partire però bisognava ricordarsi di una cosa fondamentale: passare dal signor Antonio, che era il gestore dello stabilimento, e fissare per l’anno successivo: mi raccomando, stessa fila e stesso ombrellone !  Ecco, non si poteva proprio dire che le mie vacanze da bambino fossero piene di incognite. Sapevo in anticipo quel che mi aspettava e tra l’altro, siccome non mi dispiaceva per niente, partivo un po’ meno musone del solito. 

Forse per reazione personale, forse perché nel frattempo l’Italia non era più la stessa, qualche anno dopo la mia vacanza era diventata un’altra cosa. Non era vacanza se non ci mettevo una dose consistente di avventura e se per caso tutto filava liscio un po’ mi dispiaceva. Intanto, guai a pensare di tornare negli stessi luoghi degli anni precedenti: il must era diventato viaggiare, esplorare, scoprire quel che non era ancora omologato.  Negli anni Settanta non c’erano ancora i low cost, i genitori erano disposti a svenarsi per mandarti a Croydon o a Hastings per imparare l’inglese, ma non a sovvenzionare delle vacanze un po’ balzane, quindi se volevi raggiungere le destinazioni più lontane dovevi inventarti un mezzo di locomozione terrestre. A parte quelli mitici che arrivavano in Afghanistan in autostop (lo confesso, non ci ho mai nemmeno provato), i più si lanciavano verso méte esotiche con vecchie carriole che si brindava se riuscivi ad arrancare fino al confine di Stato. Andava ancora molto la canadese: due sere su tre, dopo aver viaggiato tutto il giorno ad una media che superava di poco i 70 all’ora, si piantavano i paletti della tenda e si piombava in un sonno pesantissimo; la terza sera, anche perché il fetore cominciava ad essere intollerabile, le ragazze riuscivano a rimediare un alberguccio di infima categoria che a quel punto però sembrava una reggia.

A quell’epoca non c’era ancora l’immigrazione dall’estero, se per caso ti passava di fianco uno con una tunica fino ai piedi, e non era un prete, tutti si voltavano e lo squadravano incuriositi; se ti passava di fianco una col velo faceva un po’ meno scalpore perché eravamo ancora abituati alle nonne del Sud Italia che andavano in giro con la testa coperta di nero . Ma insomma, le grandi migrazioni mondiali verso l’Italia dovevano ancora iniziare e allora destinazioni come il nord Africa o la Turchia erano il massimo dell’avventura e dello sconosciuto. Trovavi coetanei italiani arrivati con mezzi di fortuna tra i berberi marocchini, in Cappadocia, ma anche a Capo Nord e, naturalmente, non potevi aver mancato la traversata dormendo sul ponte di una qualche scassatissima e iperaffollata nave greca.  L’Erasmus non era stato ancora inventato ed eravamo felici di vivere l’avventura, la scoperta, l’incognito.

A dir la verità non provavamo tutti sempre gli stessi sentimenti.Quella volta che ci eravamo mossi dall’Italia in sette su un pullmino 850 Fiat per raggiungere Istanbul e alla seconda notte di pioggia incessante sulla Serbia e sulla Bosnia (che allora non sapevamo si chiamassero così, erano semplicemente una Yugoslavia dove ci stupivamo che usassero caratteri diversi dai nostri), ci ritrovammo fradici noi, le nostre tende e i nostri bagagli, con i topi che di  notte impedivano di dormire, in alcuni del gruppo la preoccupazione e l’ansia presero il sopravvento. Va bene l’avventura, ma fino a che punto ? fu la domanda posta il mattino dopo al riparo in una bettola davanti a una tazza di schifoso caffè tiepidino. Eh sì, sono i rischi del mestiere del vacanziere avventuroso ! Ti piace l’idea di scoprire nuovi mondi, di metterti alla prova, di entrare in contatto con genti e culture diverse, di sperimentare situazioni non scontate, ma il prezzo che paghi è l’incertezza e quel che provi è quel sottile sentimento che si fa strada, prima quando valuti razionalmente i rischi legati a quel che stai per fare, poi quando si trasforma in agitazione perché ti rendi conto, nel bel mezzo della situazione, che non la controlli più del tutto e che le spiacevolezze sono più di quante ti saresti immaginato. 

E’ stato probabilmente a partire da quel periodo, quegli anni Settanta in cui quelli che erano tra i venti e i trenta sperimentavano questo tipo di vacanze, che si diffusero per reazione le vacanze organizzate, basate su questo patto: tu fidati di me e io ti offro divertimento, viaggio, se vuoi anche un pizzico d’ avventura, ma soprattutto stai tranquillo, ti do la garanzia che troverai tutto quello che ti prometto e senza sorprese negative.

 

 

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Maledetti!

Scrive Nicoletta: Mi chiamo Nicoletta e, ad un anno della pensione, mi hanno lasciata a casa dal lavoro senza peraltro alcuna motivazione: “quanto vuole per andare via?”. L’azienda per la quale lavoravo aveva meno di 35 dipendenti quindi mi sono presa le mie cinque mensilità come da legge e…mi sono ritrovata in mezzo alla strada! Ho inviato tantissimi cv ovunque ma, come immaginavo, ho troppa esperienza e sono troppo “grande” (oggi pare si dica così) per essere assunta. Ma mi manca tanto un lavoro…mi manca la sfida, il contatto con le persone, mi mancano le soddisfazioni, gli obbiettivi….e mi mancano anche i miei soldi, ovviamente! Le giornate sono diventate lunghissime e stupide perchè il mio lavoro era tutta la mia vita. Mi sento giovane, oggi ho 61 anni, e non voglio nè mettermela via nè tantomeno trovarmi degli “interessi” per colmare questo vuoto abissale. Voglio essere ancora parte attiva di un mondo che mi è stato tolto e sono ogni giorno più depressa!!! Risorgerò, come la Fenice, dalle ceneri o devo solo aspettare la fine della mia vita???  In foto: donne in ambiente di lavoro

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