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La realtà dei senior e il nostro blog

Pubblico il messaggio inviato da Maria Cristina qualche giorno fa e la mia risposta. La realtà dei senior è composta anche da disagio e sofferenza: in che misura questo blog rappresenta pure questo pezzo di realtà?

Il messaggio di Maria Cristina: “L’anziano fatica ad accettare i limiti, il ‘ciak’ finale è una via d’uscita” leggo oggi sul Corsera nelle pagine (20-21) dedicate a Lizzani e al suo suicidio, ” L’unica eutanasia che concede l’Italia agli anziani. Gettarsi nel vuoto” riflette Ozpetek.
Perché le scrivo? Seguo molto questo spazio ma da un po’ di tempo a questa parte ho l’impressione che non riesca a rappresentare la realtà complessa degli anziani. Sono davvero tutti così energici e positivi, così pronti ai cambiamenti fisici e della condizione di vita, come sembra emergere dalla maggior parte delle storie? Di tanto in tanto emerge qualche criticità, ma nel complesso sembra che tutto vada a gonfie vele.
Lizzani infatti continuava a fare progetti, “era il più vitale di tutti” dice Scola, la mente degli anziani infatti rimane spesso troppo vigile, capace di guardare avanti, talvolta troppo avanti…  Ma la malattia grave della moglie e un fisico che non risponde, una condizione di vita che ti obbliga a fare i conti con i limiti e a rallentare i ritmi possono deprimere a tal punto che il vuoto diventa la tua scelta finale. Un terzo dei suicidi in Italia sono a carico degli over 65 (cito sempre il quotidiano) e sul totale degli anziani (presto il 30% della popolazione) la metà  soffre di depressione. E allora, mi piacerebbe che anche chi soffre avesse la forza di raccontare il suo disagio, trovando spazio su questo blog. E’ difficile, lo so per esperienza, io per la prima (65anni) evito di lamentarmi quando sto male, ma forse si può trovare insieme un linguaggio per far emergere il disagio profondo che spinge “la mente a rinnegare anche la propria razionalità”.
Grazie della sua attenzione, forse sono stata un po’ lunga, ma prima Monicelli ed ora Lizzani mi spingono a riflettere e a cercare un interlocutore attento ed appassionato come lei.
Un cordiale saluto.
Maria Cristina Rinaldi”.

La risposta di Enrico: “Cara Maria Cristina, ho molto apprezzato il messaggio che mi ha inviato, per due ragioni: la prima è che fa sempre piacere ed è sempre utile conoscere l’opinione sincera di chi ti legge e ti segue, la seconda è che i suoi spunti mi hanno obbligato a riflettere.  Mi sembra che il punto centrale dei suoi commenti sia: dato che la realtà è composta anche di disagi e di sofferenze, non solo di energie positive e di vitalità, perché nel blog non si dà più spazio anche a queste dimensioni ? Dico subito che condivido pienamente la sua fotografia di una realtà piena di ombre e non solo di luci. Anzi, tra le ombre potremmo aggiungere, oltre alle depressioni, ai suicidi e alle malattie debilitanti che lei cita, anche le difficoltà economiche di molti senior, le forti crisi d’identità a seguito dei cambiamenti, le paure dell’insignificanza dell’ultimo tratto di vita, le carenze del welfare e la non eccelsa qualità della vita riservata, almeno stando alle statistiche, alla terza e quarta età. Per dirla con una battuta di Piero Degli Antoni: “Che brutta età la terza età, figuriamoci la quarta!” Perché allora prevalgono, nei miei articoli e nelle storie che giungono al blog, gli ottimismi, le speranze, la segnalazione delle opportunità? Per quel che mi riguarda (cioè per quel che scrivo io), quando qualche anno fa ho iniziato ad interessarmi all’argomento dei senior, ho trovato una certa ricchezza di libri, saggi, pamphlet, ricerche, articoli di giornale e posizioni di associazioni, politici e sindacalisti che mettevano quasi tutte l’accento sui disagi e le carenze. Secondo la “vulgata” comune di allora, il mondo dopo i 55 anni era il mondo degli anziani pensionati: abbandonati, in solitudine e in declino. Stop. Che la realtà fosse in grande trasformazione (nuove età e fasi di vita, diversi costumi e atteggiamenti, migliori condizioni di salute, ecc, non sto qui a ricapitolare tutto quello che sicuramente lei avrà già letto), fino a pochi anni fa era quasi negato. E pure oggi, anche se i media stanno finalmente occupandosi di più di queste trasformazioni, mi sembra che ci sia una certa cecità nel vedere questa metà della mela.

Parlare, da parte mia, più delle opportunità che dei disagi è quindi un modo per me di segnalare a quelli della mia generazione e delle generazioni vicine alla mia (mi rivolgo tendenzialmente ai 55-75enni, non parlo di solito dei problemi dei veri anziani di oggi, gli ottantenni e i novantenni), che degli spazi per vivere con pienezza questa fase di vita ci sono e che la realtà innegabile dei problemi e delle sofferenze legate all’invecchiamento è solo un pezzo della realtà. Questa è la prima ragione del “taglio” del blog. La seconda ragione è che i messaggi e le storie che vengono inviate sono per lo più di chi vuole segnalare gioia di vivere, superamento di passaggi difficili, situazioni che non escludono la speranza. Non solo naturalmente: ricevo e pubblico anche storie di chi ha sofferenze e problemi, spesso di natura affettiva o psicologica o economica. Di solito non faccio selezioni e la censura l’ho esercitata solo in sporadici casi di testi non proponibili. E’ proprio che è più frequente la voglia di segnalare ottimismo di quella di segnalare disagio. Forse, come dice lei, perché si fatica ad esprimere il proprio malessere, forse perché è un riflesso della mia “linea editoriale”, forse perché sono rari gli spazi dove si può esprimere ottimismo, non so dare una spiegazione precisa… Insomma, sono d’accordo con lei che la realtà è fatta di luci e di ombre, che questo blog fa bene se fotografa tutta la realtà non solo una parte, ma credo che la ragion d’essere di queste pagine sia di proporre e segnalare soprattutto le possibilità, le soluzioni, le alternative positive e realistiche che i senior possono trovare in una realtà in profonda trasformazione.   Un cordiale saluto. Enrico”

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La curiosità che tiene vivi

“Mi sono iscritta al secondo anno di cinese. L’anno scorso ho imparato a scrivere qualche ideogramma e a dire qualche frase da conversazione quotidiana: per noi è una lingua molto difficile, ma è affascinante e intendo proseguire lo studio”. Così mi diceva pochi giorni fa Anna Maria, 60 anni, ancora al lavoro ma in un campo nel quale il cinese non le servirà per nulla. Di fronte alla mia perplessità sull’utilità di questo suo sforzo, Anna Maria non ha mostrato dubbi: “Mi piace la cosa in sé, la cultura cinese mi ha sempre incuriosito ed è uno stimolo nuovo che mi toglie dall’aridità degli impegni quotidiani che si ripetono uguali tutti i giorni”.

Pochi giorni prima delle parole di Anna Maria, mi sono imbattuto in Sandro, 64enne, che in mezzo ad un gruppo di amici stava raccontando affascinato dei misteri e delle stranezze della fauna marina. Incuriosito da questo originale interesse, ho scoperto che Sandro appena ha un momento libero se ne va all’acquario, compra un libro sui misteri dei pesci e cerca documentari sull’argomento. Ma non è una passione che coltiva da sempre; anzi, si è palesata solo da poco tempo, da quando ha deciso di cedere lo studio professionale al figlio e si ritrova improvvisamente con alcune ore libere, alla ricerca di nuovi interessi. “Per me è sempre stata una grande soddisfazione imparare cose nuove, comunque. Adesso poi che sto scoprendo aspetti che non conoscevo di un mondo che mi ha sempre attratto, la soddisfazione è doppia!” rincara Sandro.  

Anna Maria e Sandro stanno studiando e si stanno impegnando nel coltivare i loro nuovi interessi in modo autonomo, ma sono tantissimi coloro che s’immergono in un’esperienza analoga attraverso la frequentazione delle sempre più diffuse Università della Terza Età che ormai, dopo il successo di adesioni che hanno raccolto, da sperimentazioni all’avanguardia si sono trasformate in vere e proprie istituzioni.

Il segreto di queste esperienze credo che stia in questo: che la curiosità, la sete di apprendimento, il desiderio di scoperta e di conoscenza sono la benzina essenziale per invecchiare con vivacità. Trovare nuovi stimoli, essere attratti da ciò che non si conosce, avere voglia di mettersi ancora in gioco nell’impegnarsi a scoprire nuove realtà e dimensioni, tutto questo è il miglior elisir di lunga vita. La prova che questo è vero la si ha osservando le persone che, al contrario, sono appagate di quel che sanno e della loro conoscenza del mondo: ritengono di “avere già visto tutto quel che c’era da vedere”, sono riluttanti a confrontarsi con persone lontane dalla cerchia di relazioni abituale, pensano che l’esperienza della loro vita e gli sforzi fatti in passato per imparare e capire siano stati sufficienti e che non ci sia più ragione oggi di sforzarsi ulteriormente, sono sostanzialmente indifferenti di fronte ai cambiamenti del mondo e la loro sfera di interessi non si sposta di un centimetro dal perimetro che hanno costruito nei decenni precedenti. Ebbene, i segni di un invecchiamento stanco, seduto, poco vitale, sono ben presenti nelle persone che manifestano questi atteggiamenti ! Sono atteggiamenti che si possono ritrovare in un cinquantenne o in un novantenne e che a prescindere dall’età danno la misura di quanto più o meno forte può essere la voglia di vivere ancora la vita con pienezza. Quando ci accorgiamo che iniziamo ad essere meno curiosi della realtà che ci circonda e che fatichiamo a trovare argomenti, persone, situazioni, informazioni, materie, che ci stimolano l’interesse, allora dobbiamo iniziare a preoccuparci perché significa che il nostro invecchiamento sta prendendo una brutta china.

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Qualità della vita over60

E’ di pochi giorni fa la presentazione di un importante studio sulla qualità della vita e il benessere dei senior, che mette a confronto 91 Paesi del pianeta.  “Global AgeWatch Index” è il nome della ricerca, realizzata, con la collaborazione dell’Onu, da Help Age International, un network di dimensioni globali. Come al solito questi studi producono delle classifiche, graduatorie che andiamo a leggere un po’ timorosi perché difficilmente noi italiani ne usciamo bene. E infatti anche questa volta il piazzamento ottenuto non è lusinghiero, solo il 27° posto, ben lontano dalle star della classifica (Svezia, Norvegia e Germania), ma anche alle spalle di altri Paesi come la Slovenia o come i sudamericani Cile e Argentina. Ma più che discettare sulla posizione che ci viene attribuita, mi sembra interessante capire in base a cosa viene stabilita, per un over60, una qualità della vita alta o bassa. Chi ha condotto lo studio in questione ha utilizzato quattro parametri abbastanza chiari: il livello e la sicurezza del reddito disponibile; la salute, l’accesso alle cure mediche e la longevità; il lavoro e la possibilità di formarsi e mantenersi aggiornati; le condizioni sociali e ambientali favorevoli (come ad esempio la rete familiare e degli amici, il senso di sicurezza nel girare da soli per strada e la qualità dei mezzi pubblici).

Noi italiani senior, risparmiatori e proprietari di case, risultiamo particolarmente ben messi, in rapporto agli altri Paesi, sulla sicurezza del reddito, ma non sfiguriamo neppure su salute e condizioni per la longevità, così come – naturalmente – sul supporto che riceviamo dalla rete familiare. Al contrario i tasti più dolenti riguardano il lavoro e la formazione (addirittura qui siamo solo al 62esimo posto, dato il basso tasso di occupazione italiano dei sessantenni e la scarsa pratica di istruirsi e aggiornarsi una volta andati in pensione), insieme ad altri aspetti legati al contesto ambientale, come la percezione di sicurezza o i servizi pubblici ricevuti.  Questo nostro profilo di punti forti e deboli è del tutto in linea con altre indagini svolte anche a livello europeo e con le diagnosi che molti commentatori propongono.

Il punto però mi sembra che sia un altro. Vale a dire: ma davvero i parametri indicati sono quelli che misurano la “qualità della vita” ? E come si intreccia il concetto di “qualità della vita” con quelli di benessere, di felicità e di ricchezza ? Chi ha alta qualità della vita deve essere necessariamente ricco e sempre sano ? E il senso di benessere di un senior non è forse il risultato di una serie di preferenze individuali piuttosto che il sicuro effetto di condizioni economiche e di servizi pubblici ?  Il discorso sarebbe ampio e non ambisco certo a dare risposte in poche righe. Mi limito qui a fare un esempio paradossale, per spiegare perché, a mio parere, la “qualità della vita” è forse una condizione troppo soggettiva per poter essere ingabbiata in misurazioni. Una 63enne che abita in una cittadina sul mare con molti giorni di sole ma probabilmente con servizi pubblici allo stretto indispensabile, in pensione da qualche anno dopo decenni di lavoro con una pensione di mille euro al mese che insieme a quella del marito le consente di vivere sì modestamente ma senza particolari angosce, che trascorre la giornata dedicandosi ai nipoti e alla casa, che nel tempo libero passeggia sul lungomare o guarda la televisione, che non frequenta alcun corso o associazione, che a due passi da casa trova il medico di base che la conosce bene anche se poi deve fare chilometri per l’ospedale e gli specialisti, magari che vive in una zona ad alta intensità di reati anche se quando esce di casa vicini e negozianti la salutano con cortesia, ebbene questa nostra signora 63enne in base ai parametri utilizzati per misurare la “qualità della vita” risulterebbe in condizioni disastrose. Ma siamo proprio sicuri che sia così ? Che invece la sensazione di benessere e di soddisfazione per la propria vita non sia per questa signora più che buona ? E che magari non vorrebbe cambiarla con nessun’altra vita ? Pur essendo assolutamente favorevole, lo sa chi mi segue su queste pagine, a creare le condizioni per ottenere alti livelli su tutti i parametri considerati dal Global AgeWatch Index, starei ben attento a considerare questi come espressione sicura della “qualità della vita” percepita da un senior e legherei invece di più la “qualità della vita” alla soddisfazione delle preferenze e delle aspirazioni personali di ciascuna persona.

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Valorizzare le competenze dei senior

Mi sono imbattuto di recente nella notizia che sta per partire “Outplacement per il sociale”, una iniziativa per i senior che non hanno ancora raggiunto i 70 anni, già pensionati o nella fase di uscita definitiva dall’azienda, che desiderano mettere a disposizione il proprio capitale di esperienze e competenze al servizio della comunità.  L’iniziativa, articolata in incontri formativi e di outplacement, colloqui di counselling, progetti individuali e stage come volontari presso associazioni, è organizzata da Aldai (l’associazione lombarda dei dirigenti di aziende industriali), dalla no profit Associazione Nestore e dal Centro di servizi di volontariato della Provincia di Milano, con fondi del Governo messi a disposizione nel 2012 in occasione dell’anno europeo per l’invecchiamento attivo.

In luglio era apparsa un’altra notizia dallo stesso sapore, questa volta non in terre lombarde, ma liguri: è stato approvato e finanziato dall’Unione Europea il progetto Senior Capital, portato avanti dalla Regione Liguria in collaborazione con Auser, che sperimenta un servizio di accompagnamento e formazione alla progettualità personale dopo che si è concluso il periodo lavorativo, valorizzando in particolare una serie di azioni dei senior nei confronti dei più giovani.

Sono due buone notizie, che segnalano sia l’esistenza di un’istanza forte tra i senior, sia la possibilità di dare risposte positive a questa istanza. Il tema è che molto spesso le persone che hanno o stanno mettendosi alle spalle un lavoro che ha permesso loro di acquisire un significativo capitale di conoscenze e abilità, hanno voglia di riprogettarsi, di rimettersi in gioco, di sentirsi utili per gli altri anche se in modo diverso da prima. Sono moltissime le testimonianze raccolte che vanno in questa direzione e sono facilmente spiegabili con il fatto che chi sta abbandonando il lavoro o lo ha interrotto da poco ha a disposizione del tempo liberato e molto spesso unisce a questo la voglia di essere ancora parte attiva della società.

Un’istanza di questo genere si sposa molto bene con un’esigenza collettiva di riutilizzo di professionalità e competenze a favore del sociale (associazioni di volontariato, organizzazioni no profit, nuove generazioni). Purtroppo però, molto spesso il matrimonio tra questa istanza individuale dei senior e l’interesse pubblico non riesce perché manca la capacità di trasformare le proprie vaghe motivazioni individuali in progetti oppure per la non conoscenza dei luoghi dove si potrebbe prestare la propria opera in modo utile. Ben vengano dunque iniziative come quelle che ho citato se saranno capaci di dare uno sbocco alle istanze individuali e contemporaneamente di valorizzare un capitale di professionalità a favore della collettività. E ben vengano vostre segnalazioni di iniziative con le medesime finalità  In foto: due volontari.

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10 minuti per un’interessante indagine

Hai già compiuto 65 anni e vuoi contribuire a far capire le esigenze delle persone di questa età ? Allora prenditi 10 minuti, vai al link qui sotto e rispondi al questionario.

https://docs.google.com/forms/d/1s-m1X-RTvCmoYfK_rHVQRxOFhG5ceQRVQGw31a_aB9Y/viewform 

Il questionario è stato predisposto da ricercatori dell’Università Cattolica di Milano ed è lo strumento per realizzare una ricerca sulle esigenze degli over 65 voluta dall’Osservatorio 65Plus, osservatorio condotto da Giada Nolasco, la quale tra l’altro collabora saltuariamente con articoli intorno al tema “soldi” su queste nostre pagine.

Lo scopo della ricerca è appunto quello di comprendere le esigenze delle persone dai 65 anni in su e raccogliere le loro richieste ed i loro giudizi nei diversi contesti di vita.

La raccolta delle informazioni è assolutamente anonima, al fine di lasciare a ciascuno la massima libertà di espressione (nessun dato personale, come ad esempio l’indirizzo e-mail, sarà rintracciabile in seguito alla compilazione). I responsabili della ricerca garantiscono che i dati inseriti non potranno essere utilizzati a fini commerciali. Al termine della compilazione, cliccare sul tasto “Invio”.

I dati raccolti saranno analizzati per fasce di età ed i risultati saranno pubblicati, consentendo a ciascuno di confrontare i propri giudizi con quelli dei propri coetanei.

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Senza lavoro ? Ha ragione mio figlio

Mi chiamo Gianandrea, ho 57 anni e da quando ne avevo 20 lavoro. Nei primi sei anni sono stato presso una ditta piccolissima che non mi ha mai pagato i contributi e poi è fallita. Dopo ho iniziato a lavorare in un’officina più grande di manutenzione che mi ha messo in regola e da lì non mi sono più mosso. Praticamente sono 37 anni che lavoro e più di 30 che verso allo Stato i soldi per la mia pensione. L’officina dove sono impiegato adesso è in crisi da un po’, il proprietario ci ha già spiegato molte volte che i conti non tornano e che gli costa molta fatica continuare a tenerla aperta. Con lui ormai ho molta confidenza, ci conosciamo da tanto tempo e sono un po’ il suo vice nell’organizzazione del lavoro quotidiano, quindi mi parla apertamente e secondo me manca poco prima che la chiude. Io ho davanti ancora dieci anni di contributi da versare prima di prendere la pensione. Ammesso e non concesso che a 67 anni la pensione davvero arriva e che sia sufficiente per vivere, nei prossimi dieci anni cosa faccio ? Non sono il tipo che si piange addosso, ho messo in giro la voce tra amici e conoscenti che ho bisogno di un nuovo lavoro, ma lo so che non sarà facile. Per fortuna mia moglie lavora anche lei, in un posto che sembra sicuro e mio figlio è già autonomo da qualche anno. Vuol dire che almeno dovrò occuparmi solo di me stesso non anche della famiglia e i miei risparmi dovrebbero bastarmi per un paio d’anni. Però non ci dormo quando penso che dopo una vita mi ritrovo senza arte né parte. So curare l’amministrazione, programmare il lavoro di un’officina, accettare e seguire i clienti, occuparmi delle diecimila pratiche burocratiche che ci sono da sbrigare, ma ci sarà un’altra officina che oggi vuole un 57enne per fare queste cose ? Io sono disponibile a fare qualunque cosa, ma non so se sarà sufficiente. Mio figlio mi fa la lezione invece di farla io a lui, mi dice che bisogna essere pronti a cambiare sempre, a non considerarsi mai arrivati, che loro di trent’anni questa lezione l’hanno dovuta imparare da subito e che per quelli della mia età è più difficile perché non ci siamo abituati. Ha ragione lui.      In foto: l’americano Mark Simoneau, ora 65enne, che ha ritrovato un buon lavoro nel 2012 dopo quattro anni trascorsi da disoccupato e alla ricerca di occupazione (fonte: AARP)

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58: tanti o pochi ?

Scrive Valerio: Cinquantotto anni, i miei anni, sono tanti e sono pochi. Mi sembrano tanti, tantissimi, se mi metto a pensare a tutto quello che ho fatto nella vita finora. Non sono di quelli che scrivono la propria autobiografia, ma mi piacerebbe avere qualcuno (un nipote ?) a cui poter raccontare tutto: la mia infanzia in campagna, gli studi scoprendo la città e nuovi amici, le passioni politiche e quelle sportive, il lavoro che mi sono costruito da solo e che mi ha dato tante soddisfazioni ma anche un sacco di grane, come ho conosciuto e mi sono innamorato di mia moglie, i figli piccoli e lo stravolgimento della vita, le delusioni e le preoccupazioni man mano che andavo avanti, il senso di responsabilità e la fatica di fare l’uomo maturo, fino ad un po’ di pace quando ho cominciato a prendere le distanze dalle cose che avevo già visto tante volte e che ho capito che sono transitorie. Che senso di vertigine ! E’ proprio vero che a quest’età hai la sensazione di aver già provato tutto e che in un certo senso ti sembra di aver completato il tuo ciclo.
Ma cinquantotto anni sono invece pochi se guardo avanti. Per fortuna, la salute tiene e sarebbe un delitto non vivere pienamente gli anni che ancora potrò camminare, pensare, lavorare, amare, stare con gli altri. Temo l’aridità che può invadermi se non farò una vita piena. Magari scoprirò che non è vero che ho già sperimentato tutto, che la vita ti porta sempre delle sorprese e che il futuro può essere persino più bello del passato.
Un saluto a tutti i ragazzi di sessant’anni.

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E perchè no ?

Scrive Gioindel: Se i tempi cambiano e la storia ce lo insegna perchè non debbono cambiare le regole?
Ho sessantadue anni, da 2 in pensione dopo aver prestato servizio nella polizia municipale per oltre 39 anni.  Potrei pensare a me stesso ma non mi viene possibile perchè la realtà che mi circonda affettuosamente non me lo consente …e allora…..siccome la salute fino ad oggi invece me lo consente, io dico che le regole vanno cambiate.
Dovremmo rientrare in logiche diverse, cambiare cultura sul lavoro e sulla società in genere, pensare che tutto quello che prima era normale non lo è più. Io sono cresciuto in una famiglia di 14 persone (11 figli, genitori e nonna), ho conosciuto la crisi nella mia infanzia e non mi fa paura, ma ritengo che affrontarla nella maniera giusta sia la cosa più corretta, dalle famiglie al governo che sostiene questo Paese.
E’ qui che divento pazzo, sentire ogni giorno parlare tante persone che ricoprono cariche istrituzionale e parlare un linguaggio diverso dalle persone che ci rappresentano.QUESTO MI FA PAURA.
Bisogna essere ottimisti, ma ci deve essere consentito.

Caro Gioindel, il tuo messaggio mi lascia aperte delle curiosità. La tua voglia, da 62enne, di non curarti solo di te stesso e di pensare a cambiamenti per la società mi sembra ammirevole. E anche il sentimento di paura che provi di fronte ad autorità che parlano un linguaggio troppo distante lo trovo comprensibile. Ma mi rimane forte la curiosità di capire in cosa consisterebbero i cambiamenti di regole che auspichi. Cordialità. Enrico

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Adesso basta !

Da parte di Viola: Mia nonna mi diceva sempre che noi donne dobbiamo essere capaci di tirar fuori le unghie quando serve… però dopo sei figli ha continuato ad obbedire a mio nonno che era un tipetto autoritario e a servire i figli maschi come se fosse una cameriera. Io a 61 anni non ho ancora trovato l’uomo della mia vita, non ho fatto figli, però devo avere un qualche gene familiare per cui la do sempre vinta agli uomini con cui ho una storia importante e questo è sempre stato un problema. Sono accondiscendente, ho la tendenza a mettere da parte le mie esigenze e a darla vinta alla persona a cui tengo anche quando non mi va di fare qualcosa. A lungo questo sfianca, ci si sente male… a volte mi sento una nullità. Pensavo che questo riguardasse solo la mia vita affettiva, invece mi sono resa conto che è un mio atteggiamento che ho dappertutto… sul lavoro i capi e i colleghi la mia opinione l’ascoltano, non dico di no, ma non la tengono in considerazione e alla fine devo fare cose di cui non sono convinta completamente, diverse da quelle che volevo.. e io naturalmente abbozzo. Questa cosa mi dà particolarmente fastidio perché sono la più anziana del gruppo, la più esperta, e invece di dar retta a quel che dico vanno avanti per la loro strada. E’ un comportamento molto frequente con le donne della mia età che ancora sono al lavoro, non siamo tenute nella giusta considerazione e si pensa che tanto siamo docili e non faremo del male a nessuno. E invece adesso basta ! basta sopportare e dire di sì… è ora di tirare fuori le unghie come diceva mia nonna e farsi sentire !

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Piccoli trucchi di memoria per la vita quotidiana…

…soprattutto quando l’età avanza.

La memoria cala con gli anni, ma la vita quotidiana prosegue come al solito. E alcune situazioni, per via del calo di memoria, per i senior si fanno fastidiose, perditempo, per non dire imbarazzanti.  Possibile che sempre più di frequente non riesca a trovare le chiavi di casa ? Che mi prepari di tutto punto per uscire scorrendo mentalmente se ho preso tutto e poi pochi passi dopo il portone mi viene in mente che ho dimenticato qualcosa ? E che rabbia quando c’è nebbia totale sul nome del nuovo vicino che mi è stato presentato da poco o quando dimentico gli orari dell’ufficio pubblico dove devo tornare e che l’impiegato mi ha appena sgranato.  Magari sono problemi che ho sempre avuto, ma con gli anni che passano si sono acuiti.

Ok, è normale: alla nostra età, quando non prestiamo completa attenzione il ricordo rimane debole e abbiamo serie difficoltà a rammentare quel che ci interessa, anche a distanza di poco tempo.  Proviamo però a vedere quali sono le situazioni fastidiose più frequenti e se c’è qualche semplice accorgimento per eliminare o almeno ridurre la noia di queste situazioni, soprattutto ora che l’età avanza.  Io ne provo ad elencare cinque e per ciascuna di esse un semplice accorgimento che mi sembra funzioni. Se volete, aggiungete le vostre situazioni e i vostri trucchi.

Ricordare i nomi delle persone – Me ne avevano parlato nominandolo solo per cognome, quando l’ho conosciuto di persona ci siamo invece presentati col nome di battesimo. Dopo poche ore lo rincontro e mi fa: “Ciao Enrico”, io provo a rispondere “Ciao…” ma mi fermo incerto perché il suo nome di battesimo non l’ho mai veramente registrato nella mente.  Eppure, in altri casi ho verificato che funziona il seguente trucco: quando incontro qualcuno lo guardo in faccia, ascolto il suo nome, mi faccio un’immagine mentale, un’istantanea, che colleghi il nome e il viso. Ad esempio: ecco Chiara, ha un viso innocente, non posso non ricordarmi “acqua azzurra, acqua chiara” di Battisti. Se mi presentano Roberto Rossi, immagino che ho la fortuna di stringere la mano contemporaneamente a due comici famosi, al “Robberto” nazionale e a Paolo Rossi. Insomma, mi sembra che siamo più dotati nel ricordare immagini e collegamenti che singoli dati.

Non scordarsi i pezzi – Vietato andare al mercato senza la lista, ovviamente. Ma è ad alto rischio anche scriverla di getto prima di uscire di casa. Più sicuro costruirla nei giorni precedenti, man mano che si nota che manca qualcosa. Quando esco per mezza giornata, per un giorno intero, per un weekend, devo avere con me tutto quel che mi serve. La probabilità di dimenticare qualche pezzo è elevata. Farmi un film mentale in anticipo di tutto il percorso di solito mi aiuta nel raccattare gli oggetti che mi serviranno senza dimenticanze. Degli amici mi hanno detto che a loro funziona anche quest’altro trucco, ma io non l’ho mai provato: far la lista (ad esempio degli oggetti che si vuol comprare) e costruire intorno ad essa una storia. Ad esempio: un pollo stava mangiando dell’insalata quando si avvicinò al pollaio un camion carico di concime per le piante…

Ricordare le password – Ormai se navighi in internet la password te la chiedono per tutto. Usare sempre la stessa non è così sicuro e se le annoti su un quadernetto devi solo sperare che nessuno te lo porti via (o peggio, che tu non ti dimentichi dove l’hai messo). Un’alternativa ? Creare uno schema in cui inserire ricordi lontani nel tempo per te indelebili. Ad esempio, puoi iniziare con una combinazione di numeri e lettere che ha senso per te, per dire: Marta06, il nome della tua prima maestra e dell’età che avevi quando l’hai incontrata, più le prime due lettere di chi ti sta chiedendo la password, ad esempio “Li” per Libero, per ottenere alla fine Marta06Li.

Ricordarsi i titoli dei film o il nome di un attore – E’ una delle situazioni per cui faccio più brutta figura. Troppo spesso mi capita di avere il nome del film o dell’attore sulla punta della lingua, ma niente da fare, non mi viene in mente, e più mi accanisco nel tentativo di ricordare, più la risposta si allontana. Adesso sto provando un trucco che, mi hanno spiegato, si basa sul seguente princìpio: il cervello organizza i ricordi in files, quindi se vuoi recuperare un singolo elemento, quando ne sei venuto a conoscenza devi collocarlo nei files giusti. Per esempio, vuoi ricordarti del film “Rain Man” ? Mettilo nei files dei film con Dustin Hoffman, dei film sui rapporti tra fratelli (Tom Cruise) e in quello sulle disabilità e le malattie (l’autismo).

Ritrovare la macchina dove la si è parcheggiata – Non c’è bisogno di arrivare nello smisurato parcheggio di Mont Saint-Michel (uno dei siti turistici più visitati d’Europa) per non ritrovare più l’auto parcheggiata: lì chiunque ha delle difficoltà. A volte il problema c’è anche nel parcheggio del supermercato o in quello dello scambio con la metropolitana. Senza contare le volte che non ci si ricorda più dove si è parcheggiata l’auto la sera prima. Personalmente, non avendo un box né un posto fisso per l’auto, tutte le volte che esco di casa e ne ho bisogno devo fare un grande sforzo di concentrazione per ricostruire in quale delle via adiacenti l’ho lasciata l’ultima volta e in molte occasioni mi ritrovo a battere tutte le vie intorno all’isolato prima di recuperarla. Anche qui il trucco sarebbe semplice: quando si parcheggia non bisogna scappar via subito, bisogna concedersi un altro mezzo minuto, prender nota dei riferimenti (la via, il numero della fila del parcheggio) e guardar bene cosa c’è tutto intorno.

Quali sono le vostre situazioni fastidiose e i vostri trucchi ?    In foto: coppia senior al cinema, fra tre ore si ricorderanno ancora il titolo del film ?

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