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Presentazione del libro a Roma

 

Cari amici di Roma e dintorni,  lunedì prossimo alle 18.00 alla Libreria Feltrinelli di via V.E. Orlando 78 presenterò il libro “I ragazzi di sessant’anni”.

Insieme a me interverranno i giornalisti Federico Fazzuoli e Arturo Zampaglione.

Vi aspetto.

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Per inerzia

Quando incontro Luca e Anna (personaggi veri, nomi di fantasia), sessantunenne lui, 59enne lei, mi faccio prendere da un senso di scoramento. Luca e Anna sono una coppia consolidata, sposata da più di trent’anni. Hanno un figlio ormai grande, che terminati gli studi se ne è andato all’estero a cercare prospettive più allettanti di quelle che si immaginava in Italia, quindi ora vivono soli.  Luca da giovane ha imbroccato una piccola attività autonoma di natura commerciale, che allora gli ha dato qualche soddisfazione, ma che ormai da un decennio continua a deperire e oggi è più fonte di preoccupazioni che di soddisfazioni. Anna ha lavorato solo in gioventù, prima di avere il figlio; successivamente la sua vita è trascorsa tra il fare la mamma, la moglie e la casalinga, con qualche sporadico interesse per un’attività di decorazioni d’interni, che in certi momenti si è trasformata in lavoro.  Non saprei dire se Anna è soddisfatta o no della sua vita, certo non se ne dimostra entusiasta.

Quando ci si avventura a parlare delle prospettive future, la conversazione ristagna e solo dopo aver superato una dose consistente di ritrosia, Luca ed Anna fanno capire che per loro il futuro non è un argomento, dato che non è minimamente nel loro orizzonte di immaginazione un qualche cambiamento rispetto alla vita di oggi.   La strada è stata segnata tanto tempo fa, quindi si prosegue sullo stesso sentiero senza porsi interrogativi fastidiosi. Forte delle mie argomentazioni sulle opportunità che può offrire la nuova vita dei senior, provo a sollecitarli sui vari fronti sui quali potrebbero sperimentare dei piccoli o grandi cambiamenti. Ma la loro risposta, nella sostanza, è che ritengono di non avere vere alternative a come hanno condotto la vita fino ad oggi.

L’atteggiamento di Luca ed Anna è, purtroppo, piuttosto diffuso tra i senior che si avvicinano a vivere la fase di “vita nuova”, cioè i quindici – vent’anni attivi prima della vecchiaia vera senza essere più nel pieno della maturità.

E’ un atteggiamento fondamentalmente di “inerzia”, che non conterrebbe nulla di male (anzi!) se il punto di partenza fosse di soddisfazione e vitalità che si mantengono inalterate per ciò che ha contraddistinto la vita fino a quel momento, ma che diventa invece un atteggiamento dannoso se è sinonimo del sentirsi in declino senza neppure la capacità di immaginarsi delle alternative.

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Guardare in faccia il futuro

Silvia segue da tempo il blog. Oggi partecipa con questi suoi pensieri che, più che una “storia”, sono riflessioni intorno ai temi proposti ne “I ragazzi di sessant’anni”.  Mi fa piacere pubblicarli. Enrico

Scrive Sivia: Ho 68 anni, in pensione da 2 senza averla mai sognata. Alle spalle una carriera scolastica di insegnamento che mi ha dato grandi stimoli intellettuali e la cura preziosa delle relazioni con i giovani e gli adulti che ruotano attorno al mondo della Scuola.

Oggi mi guardo intorno e vedo anziani che, seppur coetanei, vivono a due velocità : quelli che chiameremo “con lo stile di una volta”, spesso abbigliati severamente (ad es. con le calze grigie già ora, a settembre..) con l’aria dimessa, spesso soli o accompagnati ….., e quelli “ di ora” , magari della stessa età, come dicevamo, che vivono con più apertura e coraggio. Lo so, può dipendere dalle condizioni di salute, dalle tristezza che la vita ci impone, ma resta il fatto che queste differenze esistono.

Tuttavia è bene qui sottolineare che esistono anche dei “pregiudizi” verso la persona anziana, spesso difficili da vincere, che vorrebbero che la vita del “ caro vecchietto” si svolgesse sotto una campana di vetro, per non interferire con la vita dei giovani adulti. Tutti noi che, come ci chiama l’autore siamo young old, sappiamo che la gente ci guarda non sempre con occhio libero dal condizionamento che la nostra età anagrafica impone. La differenza, anche per noi, sta proprio in questo: non lasciarci dominare dai pregiudizi e dalle paure dell’età, ma guardare in faccia la Vita e decidere ciò che ci è possibile fare.

Le storie che ci offre questo blog ci svelano un mondo di anziani privilegiati ( di aver vissuto senza guerre, di avere una pensione, alimentazione varia, medicine, ricerca medica…vita longeva…..ecc) che osano ancora VIVERE, PROGETTARE e SOGNARE, e non sopravvivere…

Io mi auguro che questi anziani siano sempre più numerosi rispetto a quelli che limitano i propri spazi esistenziali. Infatti gli studiosi ci dicono che, come in passato si sono sviluppati geni che hanno permesso all’Umanità di sopravvivere nelle più disparate condizioni ambientali, così potremmo ipotizzare lo sviluppo di geni che arricchiscono la possibilità di vivere in modo più attivo anche in tarda età. Tutto questo senza pensare di arrivare a 120 anni, ma di vivere gli anni che ci sono concessi dalla Provvidenza, arricchiti di significato e di valore per noi e per gli altri.

Silvia Ghidinelli

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Giovani di spirito, giovanilismo e invecchiamento

E’ appassionato il dibattito sulla nostra pagina facebook e su questo blog intorno a questi tre concetti !

“Fanno pena le persone della mia età che si atteggiano e si vestono da ragazzine. Ma è così vergognoso invecchiare?” si chiede un’amica.  “L’importante è sentirsi giovani dentro!” sostengono in molti. Ma anche questo non convince tutti: “E’ solo un modo forzato di essere ottimisti” incalza un’altra amica. “Io mi sento in piena forma e mi sto divertendo con la mia fidanzata più giovane” dice uno, allora “c’è qualcosa che stride” è l’immediato commento. “Ho 63 anni e non mi sento per niente vecchia, anzi ancora giovane e voglio assaporare tutte le gioie della vita” dice una frequentatrice del blog. “No, per fortuna tutti invecchiamo!” è la replica.

Insomma, le idee sull’argomento sembrano essere piuttosto diverse, quanto meno a prima vista.   E allora non resisto a dire anche la mia.

La mia idea di fondo è che finiamo tutti nel trabocchetto dell’alternativa giovane – vecchio perché né il linguaggio, né le costruzioni concettuali, né l’esperienza sociale diffusa ci offrono ancora gli strumenti per raccontare la novità di questa nostra fase di vita, che fino a pochi anni fa non esisteva e che oggi invece stiamo sperimentando in tanti, ma senza poterci rifare ancora a modelli da copiare e dovendocela giocare invece in un ruolo da apripista. E allora ricorriamo, per descrivere il bello e il brutto di questa nostra stagione della vita, a concetti e a parole in cui alla fine si contrappongono il giovane e il vecchio.

Se facciamo la tara a questo problema, la mia anima conciliante mi fa poi propendere a considerare non antitetici i concetti espressi.  Penso che se “giovane di spirito” significa avere ancora un atteggiamento aperto e curioso verso il nuovo, il mondo e il futuro, allora questa è probabilmente proprio la caratteristica che ci permetterà di vivere con gioia l’opportunità di questa fase di vita nuova prima di raggiungere la  vecchiaia. Ma questo atteggiamento non è affatto in contrapposizione con l’essere consapevoli che si sta invecchiando, che gli anni passano e che mente cuore e gambe cambiano con l’età. Faccio mie le parole di Cesa-Bianchi e di Albanese che associano i due termini “crescere e invecchiare”, cioè – dicono –  l’invecchiamento è anch’esso uno sviluppo. Negare questa evoluzione è cieco, scimmiottare i giovani (il “giovanilismo”) per sfuggirla è perdente, adattarvisi ridefinendo in continuo la propria identità senza smarrire un atteggiamento aperto e curioso è probabilmente la vera sfida.

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Casa e radici

Scrive Adele: Caro Enrico, ti do del tu anche se non ti conosco. Grazie per questa rubrica, mi sembra una bella iniziativa. La mia storia non è appassionante o dramatica come altre che ho letto, però è il problema che ho adesso. Io ho 61 anni e mio marito due più di me, io ho finito di lavorare molti anni fa mentre lui ha smesso soltanto da pochi mesi. Il problema che abbiamo adesso è: dove vivere? Fino ad oggi abbiamo abitato in una grande città del Nord, ci viviamo da trent’anni, vicino al lavoro, anche se tutti e due, io e mio marito, veniamo da un piccolo paese di provincia del Centro Italia molto carino ma anche molto noioso.

Vicino al nostro paese d’origine abbiamo una piccola casa che finora usavamo solo per qualche periodo di riposo. Hai indovinato qual è il problema? Io vorrei rimanere in città e lui vuole tornare al paese. Continua a ripetermi che senza le entrate di prima la vita in città costa troppo, che là si vive meglio, che sarà facile fare nuove conoscenze, che la città senza lavoro per lui ha poco senso. Io invece penso che finalmente, più liberi, potremmo goderci quello che la città può offrire. Ormai abbiamo messo radici qui e non abbiamo bisogno di cercare le radici dei bisnonni. Per non creare equivoci, io a mio marito ci tengo, però non trovo una soluzione che soddisfa tutti e due.

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Siamo quel che mangiamo

Per i baby boomers l’alimentazione è legata a filo doppio al benessere e alla propria identità personale.

Dato che siamo figli di una stagione che ha permesso di cibarci in abbondanza per tutta la vita (niente carestie, niente guerre, soldi a sufficienza per colazione pranzo e cena tutti i giorni) oggi l’alimentarsi per un cinquanta-settantenne italiano è da vedersi come un bisogno primario solo nei relativamente pochi casi d’indigenza. Per la maggioranza, mangiare e bere sono un piacere e una fonte di benessere.

Abbiamo la fortuna di vivere nel Paese invidiato da tutto il mondo per come si mangia, dunque non è difficile capire perché il mettersi a tavola è una festa e perchè rimane uno dei piaceri a cui rinunciamo meno volentieri e uno dei tratti nazionali che ci caratterizzano e su cui c’è continuità di generazione in generazione.

Però a questa valenza di piacere se ne è associata pian piano nel tempo un’altra, che oggi è probabilmente diventata persino più importante. Il cibo, per un senior di oggi, deve essere anche produttore di benessere: qual che mangiamo e beviamo tutti i giorni deve favorire lo star bene fisico e mentale e il farci sentire sempre in forma.

Benché le statistiche ci dicano che tra i 65 e i 74 anni gli obesi sono oltre il 50% (ma si sa, il criterio per misurare l’obesità è opinabile…), l’attenzione a mangiare sano ed equilibrato è altissima. Tenere a bada la pancetta e i cuscinetti di grasso, verificare spesso l’esito della bilancia (“specchio, specchio delle mie brame, avrò perso i tre chili di troppo che avevo?”), tenersi aggiornati sulle ultime novità in fatto di diete, farsi quella cultura alimentare che la scuola ai nostri tempi non dava, conoscere a menadito gli effetti sul nostro corpo di ogni cibo che ingeriamo, controllare che la quantità di alcool bevuta in compagnia non produca eccessive perdite di lucidità mentale e non annulli i benefici ottenuti con sacrificio con l’ultima dieta, sono tutte attenzioni che il senior ormai normalmente ha.

Quel che mangiamo, quanto mangiamo e come lo mangiamo deve farci star bene. Deve farci star bene ogni giorno e anche pensando al futuro.  Se vivremo altri vent’anni attivi, vogliamo creare le condizioni perché il nostro corpo sia in grado il più possibile di reggere in salute la sfida del tempo.

Uno degli aspetti che accomuna i sessantenni di oggi è il voler continuare ad essere attivi e l’essere attivi prevede, tra le altre cose, l’attività fisica: fare del movimento, fare sport, non lasciare che il proprio corpo vada alla deriva senza qualche tentativo di manutenzione. L’attività fisica è parente stretta dell’attenzione alimentare: entrambe hanno come scopo il benessere e il tenersi in forma.

La cura attenta a quel che mangiamo e beviamo è, dicevo all’inizio, collegata a filo doppio anche alla nostra identità. L’età dei senior è, spesso, un’età di difficile definizione (non più adulti maturi, non ancora veramente vecchi, e guai a parlare di terza età che piace pochissimo). Per molti è un momento di ridefinizione, non facile e non scontata, della propria identità (ad esempio lavorativa o familiare) e anche vedere il proprio corpo che cambia è ragione di messa in discussione della propria identità. Sarebbe bello ancorarsi almeno alla nostra identità fisica, ma non ci si riesce neppure col bisturi, e allora cerchiamo almeno di veder trasformato il nostro corpo in qualcosa in cui ci riconosciamo ancora volentieri. Ecco quindi che ritorna ancora l’importanza del come ci alimentiamo: siamo quel che mangiamo e allora controlliamo per bene che quel che mangiamo non ci conduca ad un corpo in cui faremmo fatica a riconoscerci.

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Reinventarsi

Succede a quasi tutti che tra i cinquanta e i settant’anni ci si ritrovi nelle condizioni di reinventarsi la quotidianità. A volte per necessità, a volte per desiderio di cambiare, l’assetto di vita che ci ha fatto compagnia per tanti anni è sostituito da un modo nuovo di vivere. Dove ci porterà la corrente non lo sappiamo esattamente, ma siamo ormai tutti consapevoli che l’allungamento della vita, di solito in discrete condizioni di salute, ci permette di guardare avanti per capire come godere al meglio di una nuova stagione della vita.  Sono anni durante i quali qualcosa sicuramente succede sul fronte del lavoro, oppure della famiglia, oppure della salute, e improvvisamente ci ritroviamo a domandarci: e adesso ?

E’ a quel punto che bisogna mettere in campo una capacità importante, quella di reinventarsi (nelle proprie attività, nel proprio modo di utilizzare il tempo, nella propria identità), capacità che a sua volta richiede di riallargare lo sguardo evitando di riproporre solo le risposte del passato.

Molte delle storie e dei commenti che ricevo al blog e alla pagina facebook “I ragazzi di sessant’anni” sono testimoni efficaci di questa spinta al proprio rinnovamento.

Elio ad esempio dice: “Anch’io ho raggiunto i 60 anni! E sto cercando di intraprendere una nuova fase di vita”.  E pure Roberta è consapevole che nuove frontiere si stanno aprendo: “Adesso devo reinventarmi tutta dopo 41 anni di lavoro”.

Facile ? No, abbastanza impegnativo, ma possibile e avvincente se siamo sostenuti dallo spirito giusto. Chi, come Maria Rita e Iolanda, dichiara di avere ancora tanti progetti da realizzare e tante passioni che accendono l’animo, è sicuramente facilitato.  Tanti che escono da vicende lavorative difficili riescono comunque a proiettarsi in un futuro ancora lavorativo ma diverso da quello di sempre: Paolo ad esempio, che è in disoccupazione, sa che non è facile ma sta cercando un’occupazione meno faticosa di quello nell’edilizia dove ha sempre lavorato.

E’ fondamentale, come dicono Fortunata e Graziella, essere ragazzi nello spirito e nella voglia di mettersi ancora in gioco. Lontani da un giovanilismo ridicolo, la chiave è un atteggiamento che trova gusto nell’esplorare, nell’aprirsi a nuove esperienze e nel prendersi qualche controllato rischio.  Se invece, come ci testimonia un’altra lettrice, adesso “è come se qualcuno avesse spento un interruttore che io non ho voglia di riaccendere”, allora sì che reinventarsi diventa un’impresa titanica.

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Eurobarometro: a che età ti vedono vecchio ?

Ieri, nel corso della presentazione del libro “I ragazzi di sessant’anni” a Milano (Mondadori, piazza Duomo) sono stati presentati gli interessanti risultati di un’indagine Commissione Europea – Eurobarometro su come la pensano italiani ed europei quando pensano all’invecchiamento.

Ad esempio, l’indagine dice qual è la  percezione diffusa dell’età a cui si comincia ad esser visti vecchi. Alla domanda precisa: A quale età si comincia ad essere considerati “vecchi”?, la risposta media di tutta l’Europa a 27 è di 64 anni. In Italia si è considerati vecchi più tardi, a 68 anni.     E a quale età non si è considerati più “giovani”? Nella UE a 27 la maggioranza relativa (il 29%) dice dai 31 ai 40 anni. Da noi in Italia la maggioranza relativa (il 32%) smette di considerare “giovani” le persone tra i 41 e i 50 anni.

Un altro aspetto indagato dall’Eurobarometro riguarda il ruolo sociale degli over 55. “Che contributo alla società danno le persone oltre i 55 anni?”. La risposta: soprattutto il sostegno economico alla famiglia (siamo il “salvadanaio” di casa) e la cura dei nipoti.

Per conoscere tutti i risultati dell’indagine, vai a questo link  http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_378_fact_it_it.pdf

 

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Chi ci vede vecchi a 50-60 anni

“Chiamarmi oggi vecchia è come dire bionda a me che sono mora !” esclama risentita la tinta cinquantacinquenne Luisa.  “Vecchio proprio non mi sento, se me lo dicono lo accetto, ma non è proprio una categoria in cui mi riconosco” conferma il sessantaquattrenne Luigi.

Difficile oggi trovare qualcuno tra i 50 e i 70 anni che si senta “vecchio” e che si ritrovi in questo appellativo.  Il vecchio è considerato senza energie e con l’occhio rivolto all’indietro, mentre in quella fascia di età siamo di solito ancora con tanta voglia di fare e capaci di guardare in avanti.

Allora tutti d’accordo ? La smettiamo di considerare vecchio il cinquanta-sessantenne di oggi ? Nemmeno per sogno ! Sono almeno due le categorie che vedono vecchie le persone di questa fascia di età e che non smettono di sbandierarlo.

La prima categoria è quella delle organizzazioni dove si lavora, che a quell’età ti fanno capire chiaramente che sei sotto osservazione per via della tua età e che da un momento all’altro potrebbero liberarsi di te. Ce la fai ad essere produttivo come prima ? Se occupi una posizione di responsabilità, sei in grado di giocare la partita con la stessa prontezza ed energia che hai dimostrato da più giovane ? Fino a poco tempo fa, le leggi e gli incentivi che favorivano gli “scivoli” creavano una condizione perfetta per far sentire vecchio il cinquantenne: l’azienda si liberava di una risorsa costosa, i soldi pubblici garantivano una pensione precoce e i diretti interessati si ritrovavano la giornata libera e qualche soldo in tasca. Oggi la situazione è paradossale: l’età pensionabile si è allontanata, i soldi pubblici sono sempre meno, ma le organizzazioni continuano a vedere vecchio il cinquantenne e, quando devono tagliare, lo prendono ancora di mira. Se poi sei nei sessanta inoltrati e hai per caso ancora voglia di continuare, devi comunque fare i conti con le regole aziendali che a quell’età prevedono, anche per incarichi manageriali, l’uscita.

La seconda categoria di quelli che vogliono far vedere vecchio il 50-60enne è composta da coloro usano la propria età per piangersi addosso e cercare commiserazione. “Sono vecchio, non ce la faccio più, a me dovrebbero pensare gli altri” (sottinteso i figli o lo Stato). Non sto parlando di quelli che il fisico gli ha già ceduto per davvero, ma di quelli che pensano che il mondo sia fermo a mezzo secolo fa, quando a 55 anni cominciavi a pensare (allora a ragione) che stava iniziando l’ultima puntata prima di passare a miglior vita.

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Il sessantesimo compleanno

Scrive Irene: Per me il sessantesimo compleanno è stato il più significativo della mia vita, lo spartiacque assoluto. La cosa più difficile è ricollocarmi nella percezione di me stessa. Per una vita ho considerato le ultrasessantenni donne ai margini, quasi asessuate, magari ancora “in gamba” ma inesorabilmente vecchie (la foto che amo di più di mia nonna con la crocchia bianca è stata fatta quando lei aveva 57 anni), mentre io mi sento talmente diversa che temo il ridicolo. Adesso anche se so che ho una speranza di vita attiva che può superare i 25 anni, ho dovuto comunque introdurre il concetto della data di scadenza e questo che può da una parte sembrare negativo in effetti relativizza e alleggerisce tutti i problemi. Io che sono sempre stata una macchina da lavoro ”prima il dovere e poi il piacere” sto girando un pochino il timone senza grandi sensi di colpa. Certo ho la fortuna di essere in pensione, di avere dei figli che stanno iniziando a camminare da soli e, per ora, di stare bene, ma l’essermi separata dopo quasi 40 anni di matrimonio è sintomatico di una voglia di vita nuova, e quel poco di saggezza che l’esperienza mi ha dato mi porta ad apprezzare le piccole felicità di giornata senza più attendere cose grandiose dal domani.

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