Posts Tagged: invecchiamento attivo

Voglia d’imparare

Dopo mezzo secolo abbondante di vita ci si potrebbe immaginare che le cose rimaste da imparare sono poche. Nei primissimi anni abbiamo appreso le più importanti, quelle che ci hanno permesso di avere una normale vita fisica, sociale e relazionale. Da bambini abbiamo iniziato il lungo tragitto scolastico, in cui l’apprendimento era la missione fondamentale, e lo abbiamo terminato quando ormai eravamo diventati grandi. La vita poi ci ha riservato, in tutti gli ambiti in cui l’abbiamo percorsa, esperienze su esperienze, dalle quali abbiamo imparato forse più che sui banchi di scuola. E così è arrivato anche un momento in cui abbiamo pensato di poter trarre a ragione le nostre conclusioni e le nostre verità sulle cose importanti dell’esistenza. Non è quindi così peregrina l’idea che a cinquanta, sessanta, settant’anni ne abbiamo imparate e viste così tante che ce n’è d’avanzo e che l’apprendimento non è più tra le priorità da porsi.

Ciò nonostante, il cinquantottenne Paolo racconta che lui, se vuole  tenere il passo sul lavoro, è bene che si tenga costantemente aggiornato su tutte le novità, tecnologiche e non, che gli passano davanti. Lorenza a sessant’anni decide che è il momento di imparare davvero l’inglese. E Laura, sessantunenne che ha più tempo libero di una volta, è affascinata dall’idea di poter approfondire le sue conoscenze in due campi, il giardinaggio e le tecniche di coltivazione degli ortaggi, cui prima non ha potuto dedicarsi. Per non parlare di Roberto, sessantacinquenne, che finalmente può dedicarsi ad imparare a suonare il pianoforte, passione di sempre e da sempre repressa. E la saggia Emilia, settantacinquenne, pensa che la relazione tra lei e i suoi nipoti non può essere uguale a quella che c’era tra lei quand’era bambina e sua nonna: le cose cambiano e sarà il caso, pensa Emilia, di aggiornarsi e rivedere il modo in cui relazionarsi tra nonni e nipoti.

Il punto è che, anche se studi ed esperienze del passato ci hanno insegnato molto e forse ci basterebbero per sopravvivere, la vitalità che accompagna la “vita nuova” dei senior ci porta a non accontentarci di quel che abbiamo già imparato, ma a proseguire nell’esplorazione e nell’apprendimento di nuove conoscenze e capacità.

A volte la miccia che accende lo stimolo a non smettere di imparare è il timore dell’obsolescenza (“sono tagliato fuori perché non capisco più di cosa stanno parlando”, “gli altri fanno facilmente delle cose che io non sono capace di fare”, ecc.). Ma molto più spesso la benzina che spinge il motore dell’apprendimento è un insieme di curiosità inappagata e di soddisfazione che viene dal sapere e saper fare cose nuove.

Insomma, la voglia di imparare a 50-60-70 anni è, per chi è ancora vitale, molto più forte della pigrizia di chi spera di vivere di rendita sulle conoscenze ed esperienze del passato.

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Danzare

“…Di recente a queste due dimensioni (cognitivo ed emotivo) si è aggiunto anche lo sviluppo motorio, che ormai si è scoperto essere determinante per invecchiare bene… si è cominciato a dire: mi raccomando, camminate. Anzi, l’ultima è: danzate ! Ma non è solo una moda, è una cosa seria. Ci sono tanti studi che dicono che questa attività è veramente decisiva. Danzare significa fare del movimento libero corporeo, ma anche socializzare, ascoltare la musica, svilupparsi cognitivamente avendo la possibilità di parlare, di dialogare…. Insomma, lo sviluppo va sempre pensato insieme cognitivo, emotivo e anche motorio.”

(tratto da E. Oggioni, “I ragazzi di sessant’anni”, Mondadori, maggio 2012, “Il punto di vista della psicologa: conversazione con Ottavia Albanese”, pag. 188)

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Appuntamenti internazionali

A Francoforte, Heidelberg e Hanau dal 25 al 29 giugno “Film Festival delle generazioni”. Il Festival sarà inaugurato il 25 giugno alle 18.30 e il film d’apertura sarà “And if we all lived together?” (“Et si on vivait tous ensemble?”), diretto da Stéphane Robelin.   Tutti i film saranno introdotti e commentati da esperti del tema con l’obiettivo di promuovere l’idea dell’invecchiamento in salute e del  miglioramento della qualità della vita dei senior.
Per informazioni: http://europa.eu/ey2012/ey2012main.jsp?langId=en&catId=970&eventsId=628&furtherEvents=yes

 

A Dublino dal 9 all’11 luglio convegno dal titolo “Active ageing – the potential for society”. Per informazioni: http://www.net4society-activeageing2012.eu/   Di lato la foto che promuove il convegno

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Pensione con flessibilità

Trovare un sistema buono per tutti è impossibile. Non solo perché le risorse sono limitate, la longevità è in crescita e noi senior siamo ormai più numerosi dei giovani, ma anche perché le esigenze dei circa 14 milioni di persone tra i 55 e i 75 anni oggi sono assai variegate.

C’è chi può e ha voglia di lavorare fino a che le forze e la testa lo reggono, magari anche oltre gli 80 anni. C’è chi ha iniziato a lavorare molto presto, magari in occupazioni faticose, e svoltati i 50 si domanda come farà a reggere ancora.  C’è chi ha tenuto ritmi di lavoro serratissimi per più di trent’anni e quando si avvicinano i 60 vorrebbe non smettere, ma prendersela un po’ più comoda. C’è chi non ha mai avuto una vera occupazione lavorativa e vive la pensione di vecchiaia come un’integrazione economica e non come un salto di vita. C’è chi si ritrova senza lavoro e stipendio dall’oggi al domani e fatica a trovare un’occupazione sia pur temporanea. C’è chi senza reddito da lavoro e senza pensione non campa, ma c’è anche chi è riuscito a risparmiare negli anni precedenti o ha un secondo lavoro non dichiarato. Insomma, c’è di tutto.  E gli italiani, come in qualunque altro campo, amerebbero delle soluzioni personalizzate. Al contrario, le norme che regolano il pensionamento sono rigide.

“La nuova cultura del lavoro deve liberarsi dall’idea che superati i 50 anni ci si avvicini verso il declino delle capacità lavorative e che sia impossibile per un sessantenne trovare un lavoro anche solo part-time”. Non è farina del mio sacco, è una citazione tratta dalla dichiarazione al Senato di ieri 19 giugno del Ministro del Lavoro Elsa Fornero. La quale, fedele al suo pensiero, già nel 2007 in un articolo sul pensionamento flessibile scritto su www.newwelfare.org insieme a Chiara Monticone, diceva: “In tutti i paesi europei i sistemi pensionistici consentono qualche margine di manovra a coloro che vogliono anticipare o ritardare l’uscita dal mondo del lavoro e collocare il momento del pensionamento diversamente rispetto all’età di riferimento stabilita dall’età di pensionamento “legale”.  E poi aggiungeva: “…la flessibilità nel pensionamento consiste nel lasciare al singolo lavoratore la possibilità di scegliere sia quando cominciare a ricevere la pensione sia quanto riceverne in proporzione al beneficio pensionistico pieno che gli spetta e, infine, come riceverlo…”

Credo che effettivamente tra le non molte soluzioni percorribili tese a conciliare esigenze pubbliche ed esigenze di ogni persona, quella del pensionamento flessibile sia una delle poche che potrebbero rivelarsi efficaci.  Non è un caso che in questo senso vi siano già diverse esperienze in altri Paesi e alcune interessanti proposte anche in Italia, alcune già presentate in Parlamento, ad esempio nella direzione di incentivare il part time nell’accompagnamento alla pensione e di consentire flessibilità nell’età di accesso alla pensione con connessi vantaggi o penalizzazioni economici.

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I sessantenni vanno pazzi per skype

Lo sapevate che ormai più della metà degli italiani (il 53,1% per l’esattezza) fa uso di internet e che nella fascia di età 65-80 anni si è raggiunto il 15% ? Che il 77% circa degli italiani considera internet un potente mezzo al servizio della democrazia e che il 65,3% conosce facebook anche se poi l’utenza abituale si ferma al 37,5% ? Una miriade di interessantissimi dati sull’uso dei media, e in particolare sull’uso dei media digitali e dei social network, sono stati offerti dal Censis nel corso dell’anno passato con il “Nono Rapporto sulla comunicazione” redatto dall’istituto di ricerca.

Tra i cinque principali social network in circolazione (facebook, youtube, twitter, messenger e skype), la parte del leone la fa facebook, ma anche youtube non scherza con il 54,5% di utenza complessiva e il 25,5% di utenza abituale. Gli altri sono meno frequentati, ma in crescita e con numeri comunque significativi.

E i sessantenni in questo panorama come si comportano ?

I dati proposti dal Censis sono raggruppati, per le età più mature, nelle due ampie classi 41-64 anni e 65-80 anni. Vediamo allora i comportamenti di quest’ultima classe, anche se sarebbe interessante sapere se ci sono differenze significative con le abitudini dei 55-64enni.

Le sorprese non mancano. Benché di strada da fare ce ne sia ancora molta, siamo lontani dalla situazione di totale analfabetismo informatico e social-digitale di pochi anni fa: gli ultra-sessantacinquenni, in un numero che inizia ad essere significativo, si sono avvicinati a questo mondo.  In questa fascia di età gli utenti complessivi di messenger sono ben il 26% di coloro che accedono a internet, quelli di youtube il 17%, quelli di facebook l’11,3%. Percentuali che calano se si guarda all’utenza abituale, ma che obbligano ormai a ragionare con la scala delle centinaia di migliaia di persone. Twitter, arrivato più di recente, arranca buon ultimo, ma è probabile che negli ultimi mesi la situazione sia un poco cambiata. La vera sorpresa, parlando sempre di over 65, la offre skype. Ben il 46% degli ultrassessantacinquenni che fanno uso di internet sono utenti anche di skype, percentuale questa che è superiore a quella di tutte le altri classi di età, anche delle più giovani; inoltre il 13,7% ne è utente abituale, in questo caso con una percentuale analoga a quella delle altre classi di età.  Perché questa maggior confidenza con skype ? Forse la possibilità di comunicazione a costo zero, forse la possibilità di un mezzo che continua a consentire una comunicazione face-to-face anche se immagini e audio non sempre sono di buona qualità. Andrebbe capita, questa predisposizione positiva dei senior verso skype…

Resta il fatto che la situazione è in grande evoluzione. Se fino a poco tempo fa chi voleva avvicinare i senior a questi mondi doveva preoccuparsi solo di corsi di alfabetizzazione informatica, oggi, di fianco a queste iniziative che pure rimangono ancora essenziali, diventa importante riconoscere che chi ha smesso da poco di lavorare in qualche organizzazione, negli ultimi 10-20 anni non ha potuto star lontano da qualche computer e che il rigetto della tastiera non è più così diffuso come una volta. E neppure dimentichiamo che la curiosità dei senior verso le potenzialità dei nuovi strumenti social non è inferiore al tempo che possono dedicare ad utilizzarli. Quel che rimane invariato, probabilmente, è l’utilità, per aumentare la confidenza con i nuovi mezzi e per facilitare il loro apprendimento, di affiancare i senior ai cosiddetti nativi digitali, cioè ai ragazzi  che il digitale l’hanno assorbito insieme al latte materno.

 

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Vivere nel presente

Scrive Brunella: A 60 anni mi sentivo ancora “ una ragazza”. Sono dovuta andare in pensione (secondo me troppo presto) ma ero attiva e mi sono interessata dei diritti civili.  Ora a 73 anni mi sento “matura”, continuo con i miei interessi (lettura, teatro lirico e di prosa, cinema, mostre, passeggiate, politica ecc…) e questo mi occupa le giornate e mi fa sentire viva.

Due caratteristiche della mia età sono : la solitudine (gli amici invecchiano, sono malati o muoiono) che però a me piace moltissimo, la considero una conquista dopo gli impegni di lavoro e familiari molto pesanti.    L’altra più gravosa è il venir meno della speranza , il dover vivere solo nel presente, spesso ripiegati su se stessi per combattere i piccoli inconvenienti della salute (i vecchi parlano sempre dello loro malattie).      Quindi è necessario, per vivere discretamente, un buon equilibrio (che si ottiene con un lavoro costante) che ti faccia sentire serena e ancora aperta al mondo.

 

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Eurobarometro: a che età ti vedono vecchio ?

Ieri, nel corso della presentazione del libro “I ragazzi di sessant’anni” a Milano (Mondadori, piazza Duomo) sono stati presentati gli interessanti risultati di un’indagine Commissione Europea – Eurobarometro su come la pensano italiani ed europei quando pensano all’invecchiamento.

Ad esempio, l’indagine dice qual è la  percezione diffusa dell’età a cui si comincia ad esser visti vecchi. Alla domanda precisa: A quale età si comincia ad essere considerati “vecchi”?, la risposta media di tutta l’Europa a 27 è di 64 anni. In Italia si è considerati vecchi più tardi, a 68 anni.     E a quale età non si è considerati più “giovani”? Nella UE a 27 la maggioranza relativa (il 29%) dice dai 31 ai 40 anni. Da noi in Italia la maggioranza relativa (il 32%) smette di considerare “giovani” le persone tra i 41 e i 50 anni.

Un altro aspetto indagato dall’Eurobarometro riguarda il ruolo sociale degli over 55. “Che contributo alla società danno le persone oltre i 55 anni?”. La risposta: soprattutto il sostegno economico alla famiglia (siamo il “salvadanaio” di casa) e la cura dei nipoti.

Per conoscere tutti i risultati dell’indagine, vai a questo link  http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_378_fact_it_it.pdf

 

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Fuori da ogni logica

Giuseppe ci racconta la sua disavventura: Sono Giuseppe, 61 anni, ingegnere. Fino a due anni fa lavoravo come quadro in una nota multinazionale americana. Poi, per aver prestato fede alle promesse di un amico d’infanzia (noto politico della capitale di cui taccio il nome per decenza), decido, da perfetto idiota, di accettare la mobilità volontaria e mi faccio licenziare. Da quel momento in poi, è andato tutto a scatafascio: il “mio amico”, appena eletto si rimangia quanto promesso, le difficoltà aumentano giorno per giorno; il gruzzoletto ottenuto con la fuoriuscita dal mondo del lavoro si assottiglia sempre più fino ad azzerarsi. Ora, come suol dirsi, sono in braghe di tela e adesso non so più come proseguire. Voi mi direte: ma che storia è mai questa? Il solito sfigato, testa di cavolo. E’ vero, è ciò che penso anch’io. Se qualcuno di coloro che mi leggeranno vorrà darmi una mano, sarà per me un benefattore. Altrimenti…

Caro Giuseppe, la tua storia mi lascia con una domanda senza risposta: non avevi considerato, prima di dimetterti, il rischio insito nello scambiare il certo per l’incerto ? Oppure l’avevi valutato e l’avevi accettato ? Confesso che la tua vicenda mi lascia anche un senso di fastidio: quanto siamo lontani da una società del merito se un politico promette un posto di lavoro ad un suo amico per raccogliere voti !

Ma torniamo a te. Questo è il passato, adesso bisogna capire come smetterla di essere in braghe di tela e che prospettiva dare al futuro. Mi sembra di comprendere, dalla tua lettera, che intendi proseguire a lavorare. Come si fa a reinventarsi un’occupazione a 61 anni ? Non è facile, ma si può provare. Parti da un bilancio delle tue competenze professionali (hai qualche competenza tecnica o specialistica che può essere di interesse per qualche impresa ?) e dalla tua motivazione (ad esempio, saresti disposto ad andare a lavorare anche lontano da casa ?). Inutile mettersi sul mercato in modo generico, meglio proporsi puntando sulle proprie competenze e motivazioni. Non puntare al posto fisso, sei un miracolato se te lo danno alla tua età, considera formule a tempo. Questa è una strada. Una strada alternativa è di utilizzare la tua professionalità per avviare una iniziativa consulenziale o imprenditoriale (scusa la genericità, ma non ho elementi precisi della tua storia). Infine, una terza strada la puoi capire dalla storia di Mercedes, l’amica del blog di cui ho pubblicato la storia ieri, che ha sfruttato le proprie passioni e inclinazioni per trasformarle in attività remunerate, anche se lontane dalla sua occupazione abituale. In bocca al lupo !

 

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Chi continua a lavorare

In Italia il tasso di inattività (concetto usato dagli economisti e dagli statistici) per la fascia di età 55-64 anni è intorno al 60%. Stiamo parlando di circa quattro milioni e mezzo di persone  che o sono già in pensione (la maggioranza), o secondo le statistiche non lavorano (ad esempio le casalinghe), o hanno problemi di salute, o sono stati espulsi anzitempo dal sistema lavorativo. Salendo con gli anni la percentuale è superiore al 95%.

Poi c’è una minoranza che, sempre secondo le statistiche, lavora anche oltre i cinquantacinque anni.  E uno sparuto gruppetto di persone che prosegue a far parte degli “attivi lavorativi” anche oltre i sessantacinque anni.

La minoranza che continua a lavorare si può fondamentalmente dividere in due categorie: coloro che proseguono nell’attività lavorativa di sempre (li chiamerò “i continuisti”) e quelli che danno inizio ad una “seconda carriera” lavorativa facendo cambiamenti più o meno netti rispetto al passato.

Tra questi ultimi, che ad oggi non sono così numerosi ma di cui prevedo la crescita, si trovano persone che hanno abbandonato il lavoro di prima (per espulsione o per scelta) e che si reinventano una nuova attività remunerata. E’ il caso, per fare degli esempi che conosco, dell’impiegata che apre un negozio di fiori, del dirigente che mette a frutto le sue competenze per dar vita ad una piccola impresa, dell’agente immobiliare che si trasforma in restauratore di mobili, dell’operaio che rimasto a casa si dedica in modo profittevole al proprio pezzo di terra e alla cura degli animali, del suo collega che fa lavoretti di riparazione a tutto il vicinato, e così via.

E veniamo ai “continuisti”: qui troviamo sia i “forzati del lavoro”, sia i “duri e puri” che non mollerebbero mai.   Quelli che avevano previsto di smettere di lavorare a breve e sono stati presi in contropiede dalle riforme pensionistiche, così come quelli che scelgono di proseguire la propria attività lavorativa, spesso di natura professionale, senza porsi limiti.

E’ evidente che l’aspetto economico della faccenda (in mancanza di pensione, il reddito che deriva dal mio lavoro mi è indispensabile per vivere ?) è fondamentale per capire cosa fanno i “continuisti”. Ma c’è anche un aspetto psicologico che non va trascurato. Con quale atteggiamento mi sto ponendo verso i prossimi anni lavorativi ? Ho fatto una riflessione sulle mie vere esigenze di oggi e sono sicuro che non sto proseguendo solo per inerzia ?

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La neve si scioglie

Sono un architetto. Non un archistar, ma un semplice architetto, che con un po’ di fatica e un po’ di fortuna per più di trenta anni ha tenuto in piedi uno studio, circondandosi di collaboratori, poi associati: insieme facciamo una squadra affiatata.
Nonostante il passare del tempo (i prossimi sono 64) il pensiero della pensione non mi ha mai sfiorato e non mi sono neppure venute tentazioni di fronte al progressivo ritiro dal lavoro dei miei amici più cari, che vedo rilassati, tutt’altro che annoiati, ben contenti di potersi alzare tardi, far la spesa il martedì e andare in vacanza a maggio.
Se non che, la valanga della crisi mi sta sciogliendo il lavoro come neve fra le mani.
Cooperative per le quali abbiamo progettato case sempre vendute sulla carta (e con la lista di attesa di acquirenti pronti a subentrare ad un rinuncia) si trovano al tetto con solo il 30% di venduto: chiedono di presentare il progetto per un secondo lotto, per avere un altro mutuo con cui coprire i buchi del primo (pessimo segnale).
La primaria ditta di supermercati, centellina i nuovi interventi, da dieci all’anno sono diventati un paio, e non sono il primo della lista per avere un nuovo incarico.
I Comuni strozzati dal patto si stabilità e dagli zero oneri incassati non ti chiamano più perché non sanno come pagarti (oppure ti chiamano per una consulenza “al salto” o se devono proprio fare una gara la vinci solo superando il 50% di ribasso).
Caro Enrico, ecco una nuova tipologia dei ragazzi di sessant’anni: quelli che prima o poi in pensione ci andranno, non per scelta, ma perché la neve si è sciolta tutta.

Attenzione!, non sono tutti pronti a smettere di lavorare appena possibile. Al nostro architetto sessantaquattrenne il pensiero della pensione finora non l’aveva mai sfiorato e continuare a lavorare è sempre piaciuto. Il Censis, poco più di un anno fa, ricordava che oltre il 10% dei laureati che già ricevono l’assegno pensionistico, ancora lavorano, e molti di loro sono soddisfatti della loro scelta. Il fatto è, caro PF, che questa tua propensione a non puntare alla pensione e a trarre invece ancora soddisfazione dalla attività professionale si scontra, come ben racconti, con una situazione economica generale depressa, che non si accanisce particolarmente con quelli delle nostre generazioni, ma che fa morti e feriti a tutte le età. Pensa al lato positivo della situazione: tu hai davanti a te almeno due alternative (stringere i denti e resistere, oppure prepararti ad una vita diversa non più baricentrata sul lavoro), per altri, soprattutto di generazioni più giovani, il futuro è con meno possibilità.

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