Posts Tagged: invecchiamento attivo

Sessantacinque anni e non sentirli

Scrive Renato: Non sono di quelli che pensano che la vita cambi, in peggio o in meglio, oltre i sessant’anni o i sessantacinque, come nel mio caso. Non penso che oltre i sessant’anni si debba cambiare qualcosa della propria vita e in questo senso non sono d’accordo con l’approccio al problema dell’autore del blog, ancorché mio vecchio collega e amico.
Penso invece che il cambiamento stia proprio nel pensare che non si debba cambiare, casomai aggiungere, proprio perché l’età ci dà opportunità che quelli più giovani di noi non hanno: oggi ho una visione d’assieme dei problemi del mio lavoro che vent’anni fa non avevo e un’esperienza che mi consente di scrivere un rapporto in metà del tempo di allora. Certo, occorre mantenersi curiosi ma io, come direbbe Toto’, “lo nacqui”. E qui sta il punto: fare “patrimonio” della parte migliore della nostra natura e non fermarsi mai, andare avanti, verso la prossima sfida, verso la prossima cosa nuova da scoprire, a 20 anni, come a 40, come a 60: ma questo non richiede “cambiamenti”, richiede semmai fedeltà a se’ stessi. Questo semmai è l’unico “elisir di lunga vita” (intellettuale) che nella mia esperienza funziona. Insieme con l’aver sempre nella mente il verso dantesco: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute et conoscenza”. Che non a caso unisce indissolubilmente la nostra stessa NATURA di uomini alla conoscenza e alla curiosità: mai “condanna” fu più dolce e bella da portare, tanto da sfidare anche la paura della morte.
Qualcuno dirà “ma non hai raccontato la tua storia”. E’ vero, ma questa è la “metastoria”, quella da cui nasce la storia reale che, se interessa a qualcuno, posso raccontare. In un’altra puntata. Renato il Filosofo

Caro Renato, questo articolo pubblicato da  The Economist ti piacerà.

In foto: un senior felice al lavoro

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I jolly dei senior che lavorano

La carta a sorpresa che possiamo giocare quando ci avviciniamo alla fase di vita da senior sono le risorse che davamo per scontate e che scopriamo tornano buone per non rinunciare completamente ad una vita attiva.

Per molti senior rimanere attivi ha il significato di essere obbligati a lavorare qualche anno più del previsto. Ma, sorprendentemente, in tanti desiderano proseguire un’attività lavorativa, sia essa il proseguimento di quella tradizionale o una nuova. Anche chi intende e può dare più spazio ai divertimenti, al proprio benessere, a nuove passioni, alla vita familiare o al volontariato, spesso vorrebbe non rinunciare completamente ad un’occupazione lavorativa.

Come riferisce Betta Andrioli in un articolo del Sole24ore riprendendo un’ indagine Istat, è questo, ad esempio, il caso di 411.000 italiani che “seppur pensionati, continuano a lavorare, da dipendenti o autonomi: 50-69enni che non hanno alcuna intenzione di farsi relegare al solo ruolo di nonni e continuano a produrre e guadagnare”.

Il punto è che la società non è organizzata per dare risposta a questa richiesta, se non in modo embrionale, e trovare opportunità che rispondano all’esigenza non è faccenda immediata.

Il problema naturalmente non se lo pone chi ha fatto la scelta di proseguire nel lavoro di sempre, con le stesse responsabilità, la stessa intensità e gli stessi ritmi. Sempre che gli sia possibile, continuerà la vita di prima nella stessa organizzazione oppure, ad esempio se lavora come autonomo, continuerà comunque ad organizzarsi la giornata senza significativi cambiamenti. E il problema non se lo pone neppure chi avrebbe smesso volentieri di lavorare, ma non può farlo per le necessità economiche proprie o della propria famiglia.

Il problema se lo pongono coloro che, volendo o dovendo proseguire un’attività lavorativa, sono invece obbligati ad uscire dall’organizzazione dove lavorano e cercano formule di lavoro più consone alle loro nuove esigenze.

E’ per costoro che diventano importanti le risorse che si hanno da giocare. Perché sono di nuovo sul mercato del lavoro e, come succede ai ragazzi appena finito di studiare, devono guardarsi intorno e probabilmente subire qualche nuova selezione.

A molti non fa un bell’effetto ritrovarsi “sul mercato”, soprattutto a quelli che dal lavoro di prima sono stati espulsi. Gli altri, quelli che la nuova vita se la sono scelta, sono un po’ più disponibili ad ingegnarsi per trovare la nuova soluzione che li soddisfi. Ma in generale la sensazione è strana: pensavi di aver superato tutto, di non dover più subire esami e valutazioni, e invece scopri che se te la vuoi giocare ancora devi rimetterti in pista, con tutti i rischi di rifiuto o d’insuccesso del caso.  Ed è qui che allora torna utile fare un bel bilancio delle risorse che si hanno a disposizione e di quali possono essere utilizzate per riuscire nell’intento.

Sarebbe riduttivo far riferimento alle sole risorse economiche, come il risparmio e l’eventuale patrimonio accumulato; è utile invece prendere in considerazione anche altri generi di risorse, importanti per affrontare, attrezzati, la nuova fase di vita lavorativa. In particolare, credo che le risorse più utili a questo scopo siano: le capacità personali, il network di conoscenze e le competenze sviluppate in uno specifico campo di attività: tutti jolly che provengono dalle precedenti esperienze e che ora possono essere rimessi in gioco.  

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Ursa minor

Scrive Renata: “Ciao a tutti coloro che mi leggeranno!
Sono una signora sessantenne, di Roma simpatica e giovanile, che pratica pilates e yoga, fa volontariato in una struttura oncologica: da qui ha imparato a vivere con giusto distacco ed a collocare gli eventi nelle opportune priorità.
Perchè mi sono appellata “ursa minor”? vivo spesso nella mia tana, anche se non mi dispiace la compagnia.
Figli grandi, autonome, vivo da sola, potrei dire felicemente, gestendomi i tempi e i modi della giornata secondo il mio criterio, ormai irrinunciabile .
Ci sono altri orsi in giro??”

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Il rinnovo della patente

Per la prima volta ho dovuto rinnovare la patente con scadenza cinque anni e non dieci, un segnale inconfondibile che devo cambiare la prospettiva con cui guardo al futuro. L’esame per il rinnovo l’ho fatto venerdì scorso. Io ci vedo e ci sento ancora discretamente, gli occhiali li devo usare solo per leggere e la tv l’ascolto con tacca 20, quindi sarei dovuto andare al rinnovo nella massima tranquillità; invece un po’ di irrazionale inquietudine prima della visita c’era.  Non era solo l’esame per la patente, nell’intimo mi sembrava anche un check su come sto invecchiando…  Arrivato all’agenzia presso la quale si teneva la visita, ho trovato davanti a me tre persone con cui, nell’attesa, ho fatto due chiacchiere per scoprire che l’inquietudine non era solo mia. C’erano: un 63enne dall’aria giovanile e spavalda che si esercitava nel leggere a distanza di quattro metri i santi del calendario appeso al muro, una signora che direi sulla settantina che chiedeva lumi se era meglio o no dichiarare al medico esaminatore un po’ di problemi artritici condizionanti il movimento e un signore sicuramente over80 accasciato su una sedia che diceva di aver avuto il rinnovo due anni fa. Costui era il primo della fila, e anche se tutti facevamo rumorosamente il tifo per lui, però a occhio nudo si capiva che la sua sarebbe stata un’impresa disperata. Infatti, quando l’hanno chiamato ha avuto bisogno del sostegno degli altri per alzarsi dalla sedia, si è mosso con gran fatica e non dava segno di sentire il vicino che lo sollecitava: “Avanti, tocca a lei!”  E’ tornato sui suoi passi dopo pochi istanti, il medico non aveva avuto dubbi nel negargli il rinnovo e stringeva il cuore sentirlo borbottare: “E adesso come faccio a muovermi da casa?”  A me e agli altri due in attesa invece è andata liscia, per qualche altro anno potremo guidare. Che poi io utilizzo l’automobile sempre meno, più passa il tempo più preferisco i mezzi pubblici. Però in certe occasioni l’auto serve proprio e non fatico ad immaginare il senso di menomazione che si deve provare il giorno che ti tolgono il permesso di guidarla.

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Quale volontariato una volta in pensione?

Scrive Carlo: Correva l’anno 1975 e ricordo come fosse ieri quanto è successo alle ore 7.30 del primo di luglio di quell’anno: vestito di tutto punto, in giacca e cravatta, seduto sul bordo del letto a mo’ Penseur di Rodin…..mancava un’ ora all’ inizio del mio primo giorno di lavoro.
Entra nella stanza colei che sarebbe divenuta mia moglie, e mi chiede: Cos’ hai ?
Alcuni secondi d’esitazione e arriva la risposta: VOGLIO ANDARE IN PENSIONE!
Da quel giorno, passati alcuni decenni, verso la fine dei miei cinquant’ anni, vengo espulso, alquanto brutalmente, dal mondo del lavoro, riesco ad andare in pensione e per quei casi della vita mi ritrovo in una selva…..composita ed entropica.
Ovvero entro a far parte del mondo del Terzo Settore e precisamente in una OdV, Organizzazione di Volontariato. Per OdV intendo quelle Associazioni, radicate sul territorio, con una ben definita mission, sostanzialmente destrutturate, con un capo carismatico e un numero più o meno contenuto di “follower”, per usare un termine alla moda.
Dopo dieci anni di permanenza in due o tre OdV, la mia diagnosi è che queste potrebbero dare un contributo notevole alle tematiche sociali, se utilizzassero e/o fossero aiutate a far buon uso delle loro energie, capacità, esperienze, idee secondo modalità sinergiche e finalizzate.
Invece con l’avvento della rivoluzione digitale, con le nuove tecnologie, vedo le OdV trasformarsi in tante Fortezze Bastiani… Quando in questi ambienti provi a parlare di strumenti digitali, di app, di smart cities, di smart communities e simili, vieni immediatamente guardato con sospetto…e le reazioni sono quasi sempre: quali reconditi fini ci sono dietro ? non fa per noi…
Pensare che invece le OdV sono organizzazioni che potrebbero avere un effetto antenna decisamente importante, come dare suggerimenti su come gestire tematiche sociali prima che diventino irrisolvibili.  Ecco perché bisogna andare oltre al volontariato inteso come mera disponibilità individuale per un impegno individuale.   In foto: un senior al computer

 

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L’invecchiamento lento

“Sto invecchiando”, sento dire spesso, e chi lo dice di solito fa riferimento a trasformazioni del proprio corpo, a qualche lentezza nelle reazioni mentali, a qualche differenza nel ruolo sociale o familiare che ricopre.  Secondo un interessante studio di Diego Vezzuto apparso sulla rivista Neodemos (la rivista on line dei demografi italiani), il processo di invecchiamento dalla condizione del classico adulto maturo alla fase di vita successiva durerebbe mediamente 13 anni, con l’inizio della transizione che avverrebbe tra i 50 e i 60 anni. Le “tappe” importanti del processo di invecchiamento sarebbero segnate, secondo questo studio basato su dati del progetto europeo Share, dai seguenti eventi che implicano un cambiamento di ruolo o di status: l’uscita dal mercato del lavoro, l’uscita dell’ultimo figlio dalla casa d’origine, la nascita del primo nipote, la perdita del coniuge e il peggioramento delle condizioni di salute. Addirittura, Vezzuto riconosce durate del processo di invecchiamento diverse da Paese a Paese: ad esempio, “breve” quello degli Austriaci o dei Polacchi, “intermedio” quello dei Francesi, “medio-lungo” quello dei Tedeschi, “posticipato” quello degli abitanti della Svizzera, della Svezia e dei Paesi Bassi. Anche per noi Italiani il processo d’invecchiamento sarebbe “posticipato”, soprattutto perché lo si intraprenderebbe tardi.

Ora, a parte le differenze Paese, credo che effettivamente anche nell’esperienza individuale siano per molti riconoscibili gli eventi che lo studio identifica come “tappe” del processo di transizione e condivisibile da molti che esso sia un percorso prolungato nel tempo.   Sul piano familiare la varietà degli eventi “marcatori” è ampia, anche se non segue un calendario standard di età: a 60 anni può succederti di vedere i figli uscire di casa, ma anche di averli già autonomi da dieci anni o di tenerli sotto il tetto di casa per i dieci anni successivi; può succedere che diventi neo-nonno, ma anche neo-padre; puoi iniziare un periodo di riscoperta della coppia con il partner di una vita o magari invece ti può capitare un nuovo amore con un coetaneo. Nella sfera lavorativa, per qualcuno l’evento “marcatore” è il classico giorno del pensionamento, ma per qualcun altro è un improvviso licenziamento o un’imprevista riduzione di responsabilità. E’ forse però soprattutto il fronte fisico quello a cui siamo più sensibili e che di più ci fa notare che gli anni passano.  Se da una parte è sicuro che agli acciacchi non si sottrae nessuno e che la roulette delle malattie serie è sempre all’opera, è altrettanto certo che la medicina oggi consente a tutti maggiore ottimismo, che finalmente l’attenzione alla prevenzione si sta facendo strada diffusamente e che si sta imponendo una maggiore propensione al movimento fisico e all’alimentazione sana.  Così, un’importante conseguenza è che il declino fisico, che quando si viveva meno era normalmente concentrato in pochi anni, oggi si diluisce su decenni, pur con una resistenza altamente variabile da persona a persona.

In questo quadro di “invecchiamento lento, posticipato e prolungato” è però probabile che sperimenteremo dissonanze forti, anche a livello fisico, tra il mantenimento da un parte di condizioni “giovanili” grazie alla medicina rigenerativa (ad esempio con le “riparazioni” di cuore e fegato grazie alle cellule staminali) e invece il peggioramento dall’altra parte sul fronte delle malattie neurodegenerative, viste le maggiori difficoltà che la scienza medica sta affrontando in questo campo. Allo stesso modo, sperimenteremo disorientamenti tra un invecchiamento fisico molto lento e cambiamenti invece talvolta repentini di ruoli sociali e familiari.

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Guai a sentirsi inutili !

Scrive Tino: Sto vivendo un momento particolare in cui mi sento in sospeso e che mi aspettavo più semplice. Ho smesso di lavorare e sono andato in pensione circa sei mesi fa. Non avevo progetti particolari in mente per il “dopo”, ero solo contento di poter tirare il fiato perché negli ultimi anni facevo sempre più fatica, mi pesavano sempre di più il ritmo e le responsabilità di lavoro. Così ho preso i primi mesi di “libertà” con molta tranquillità, era anche la bella stagione e li ho trascorsi come se fosse una lunga vacanza. Poi però, sul finire dell’estate, ho cominciato ad essere inquieto perché mi sembrava che stavo buttando via le giornate. Ho incominciato a preoccuparmi perché le tante ore da “sfaccendato” non erano più vacanza, ma solo inutilità. L’idea di ritrovarmi al bar a giocare a carte o di essere preso di mira da tutta la famiglia per sbrigare commissioni varie mi terrorizzava. Mi sono messo a fare lunghe passeggiate, un po’ per stare fuori casa, un po’ perché se cammino penso meglio e volevo proprio pensare bene a quali soluzioni c’erano. Mi sono detto che devo trovare assolutamente un’attività che non mi isoli dal mondo, in cui i rapporti con le altre persone siano importanti, questa é per me la cosa più importante. E poi che sia anche un’attività che mi impegni il cervello su qualcosa di concreto. A seguito di questo ragionamento, sto provando a cercare due cose: un lavoro che mi impegni meno tempo di quello che ho sempre fatto e che mi consenta di utilizzare le mie esperienze lavorative (ho messo in giro la voce tra i conoscenti e gli ex colleghi, ma per il momento i segnali non sono incoraggianti) oppure un’attività di volontariato in qualche associazione che mi faccia sentire utile. Qui la situazione sembra più promettente: ho contattato un paio di associazioni e mi hanno detto che potrei dare una mano. Quel che adesso sto cercando di capire meglio, per essere onesto con me stesso e anche con gli altri, è se lo farei solo per me, per rispondere al mio bisogno di oggi, o se ho veramente una spinta a dare un aiuto al prossimo.
Io sono arrivato a questo punto. Anche se ancora non so come andrà a finire, un suggerimento mi sento di darlo a tutti i coetanei che si trovano in questa situazione: fatevi dei progetti per il “dopo” PRIMA di rimanere con le giornate vuote !

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Le bucce di banana del giovane pensionato

Questo articolo non serve a:

-      i pensionati d’oro (quelli d’oro davvero)

-      i tanti che popolano i luoghi di lavoro, che non ne possono più di quel che fanno e che ancora rovistano tra le pieghe della riforma Fornero per trovare una falla che consenta loro di realizzare il sogno di andare in pensione presto, ma che tanto in pensione ci andranno solo verso i 70 anni

-      i baby pensionati e le baby pensionate che ormai hanno superato da tempo il problema

-      i cinquantenni che dal lavoro sono stati espulsi e hanno problemi più urgenti da risolvere.

Si rivolge invece ai tardo-cinquantenni e soprattutto ai tantissimi giovani sessantenni che l’assegno dell’Inps lo ricevono già e si augurano di vivere altri trent’anni, oppure ai pochi loro coetanei che hanno fatto la scelta di ritirarsi dal lavoro retribuito prima del termine pensionistico standard per dedicarsi ad altro.

Vivessero in America, costoro verrebbero chiamati gli “early retired”, quelli appunto che via dal lavoro con una fonte di sostentamento ci sono andati abbastanza presto rispetto agli standard attuali e che hanno davanti a sé, auspicabilmente, ancora un lungo tratto di vita.

Fare l’”early retired” è la condizione più invidiata da quelli obbligati al “late retirement”, ma trova sulla propria strada molte bucce di banana, soprattutto sul versante delle proprie finanze. Ecco alcuni degli errori che, secondo lo statunitense Joe Udo da me liberamente interpretato, l’”early retired” farebbe bene ad evitare. Sono errori (e relativi suggerimenti) d’oltre Oceano, ma che in larga misura vanno bene anche dalle nostre parti.

Spendere troppo, troppo presto

Se a 60 anni gli uomini italiani possono sperare di vivere ancora 21 anni e le donne ancora 26, spendere troppo, subito dopo avere smesso di portare a casa un reddito da lavoro, può essere pericoloso; diciamo che aumenta di molto le possibilità che ci si trovi senza risparmi per gli anni più anziani. Le mie spese di oggi sono coperte completamente da una pensione o devo intaccare il risparmio? E se lo intacco, di quanto è prudente farlo ? Secondo Udo, un prelievo del 4% all’anno dal proprio risparmio può essere ragionevole per chi in pensione ci va tardi, per un “early retired” invece meglio non intaccare il patrimonio di più del 3% nei primi anni.

Dare un taglio netto a qualunque forma di lavoro retribuito

Uno dei modi per non intaccare troppo il risparmio è lavorare ancora un po’ anche se si riceve già la pensione; stesso discorso per chi si è deciso a mollare prima del tempo il lavoro tradizionale full time. In questi casi é un errore non prendere in considerazione il lavoro part time, gli incarichi temporanei, qualche progetto. Tra l’altro, non escludere a priori qualche forma di attività lavorativa parziale può far bene non solo al portafoglio, ma anche al proprio stato d’animo.

Investire in modo troppo conservativo o rinunciare completamente ad investire

I consulenti finanziari sanno che quando ci si avvicina alla pensione, la tolleranza al rischio diminuisce.  Forse nella finanza di oggi è segno di saggezza, ma anche i soldi sotto al materasso non sono indenni da rischi. D’accordo che non bisogna spendere troppo subito, ma l’acquisto di qualche bene durevole può essere utile: la cucina e il salotto comprati trent’anni fa dureranno anche per i prossimi trenta ?

Non considerare i costi medici futuri

Gira una stima di una grossa organizzazione finanziaria, la Fidelity Investments, secondo la quale una coppia di 65enni americani che si ritira a quest’età avrà bisogno di 240.000 dollari (un po’ più di 180.000 euro ai cambi di oggi) per coprire le proprie spese mediche future. E questo senza considerare i casi eccezionali di lunga vita, cioè di quelli che riescono a vivere oltre i novanta o i cento anni. La decente condizione fisica di cui gode oggi un sessantenne può fargli pensare che sarà così per sempre: è un errore, purtroppo oggi la buona salute sta ancora correndo un po’ più lentamente della longevità.

Rimanere passivi

I sogni d’ozio, di spiagge assolate e di mare caraibico, tipiche di quando non se ne può più di stare in ufficio vanno bene appunto solo in quell’occasione. I giovani pensionati hanno bisogno di dare un senso al loro tempo. Dopo il periodo di lavoro pieno, il tempo liberato senza impegni può portare a insoddisfazione e persino a depressione. Bisogna pensarci bene prima di staccare completamente la spina da ogni attività.

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Fare quel che piace

E’ ancora attuale il vecchio stereotipo del fortunato 60-70enne che va a godersi il sole e il tempo libero in qualche bel posto beneficiando di una generosa pensione e dei congrui risparmi messi da parte dopo una vita di lavoro? Oppure quest’immagine sta gradualmente diventando un retaggio del passato (ammesso che abbia effettivamente riguardato molte persone), superata da nuovi costumi, da crescenti ristrettezze economiche, da spostamenti in avanti del termine pensionistico, ma anche da scelte individuali di segno diverso?  Ormai sappiamo, e tocchiamo con mano tutti i giorni, che sta emergendo una nuova figura, quella del senior che si colloca in una fase di vita intermedia; intermedia tra quando da una parte s’interrompe o declina l’attività lavorativa che ha dominato la vita adulta e dall’altra parte inizia la definitiva messa a riposo caratterizzata da una pressoché totale inattività. In mezzo ci sta un periodo, che può essere lungo anche dieci o vent’anni, in cui solo una minoranza prosegue l’attività lavorativa di sempre senza sostanziali cambiamenti, ma in cui una minoranza ancora più ristretta prevede la propria giornata seduto sulla famosa panchina dei giardinetti o, se si è più facoltosi, su una comoda sdraio in riva al mare caraibico o sul bordo di una piscina. La maggioranza è attiva e fa altro.

Alcuni trovano un lavoro part time, magari in qualche azienda non profit, o dando una mano nella piccola impresa di famiglia o continuando il rapporto con la vecchia azienda. Per altri, la nuova attività può diventare lavoro di volontariato, così come il dedicarsi intensamente ad un hobby o ad una passione.  Qualcuno trova un nuovo lavoro full time o persino avvia una nuova impresa. Tantissimi (soprattutto tantissime) trascorrono il tempo dedicandosi ai nipoti o prestando cure ai grandi anziani non autosufficienti.

Anche se prende forme diverse da Paese a Paese, la trasformazione del modo di intendere questo tratto dell’esistenza accomuna le società occidentali.  “Viviamo più a lungo e stiamo aggiungendo anni produttivi alle nostre vite” dice ad esempio lo statunitense Richard J. Leider, uno dei pionieri di Life Reimagined, un programma che aiuta le persone a navigare in questa nuova fase di vita. “Siamo desiderosi di usare questo tempo per scoprire nuove possibilità e per fare nuove scelte di vita” aggiunge. Gli americani, ovviamente come da loro costumi, hanno inventato un’espressione per descrivere e studiare la novità: parlano di “encore career”. Il concetto nasce nel 1997, quando un’organizzazione non profit basata a San Francisco (si chiamava Civic Ventures ed è stata rinominata Encore.org) introdusse l’idea, ma è di recente che il concetto ha preso quota.  Secondo un’indagine di questo ente, nove milioni di americani tra i 44 e i 70 anni, questa è la stima, sono impegnati in una seconda “attività/carriera” e altri 31 milioni sono interessati a perseguirne una. Nei prossimi dieci anni, dicono, il 25% dei baby boomers d’oltre Oceano spera di iniziare una nuova attività, profit o no profit.  

Il fatto è che, di fianco alla voglia di un ri-inizio attivo, molti senior si sentono vincolati dal fatto che non si possono permettere di smettere di lavorare perché hanno bisogno di una fonte lavorativa di reddito e quindi non sanno come uscire dal labirinto. Eppure, anche quando non vengono pagati, vogliono rimanere rilevanti, utili e impegnati. “Non siamo ancora finiti” è un sentimento molto diffuso e che descrive bene questo atteggiamento. Il punto è proprio qui: riusciamo a coniugare una necessità (avere risorse per vivere decentemente per molti anni) con un piacere (riuscire a fare in questo periodo della vita quel che risponde di più ai nostri desideri, preferenze, interessi, gusti, anche ai nostri valori)?  

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Ecco cosa farò da grande

Scrive Gianni: Spesso mi sono chiesto se un individuo può incominciare una nuova attività in età matura. Non parlo di lavoro imprenditoriale… nessuno ti vorrebbe. Mi riferisco al mio caso personale. Ed è questa la storia:
Avevo 17 anni e suonavo la chitarra con un complessino locale. Non conoscevo la musica. Proprio a 17 anni sono stato costretto ad abbandonare la musica a cui tenevo tanto.
Dieci anni fa mi son detto: “Non sia mai che io muoia senza aver portato a compimento quello che il mio cuore desidera e cioè fare musica. Così mi sono attrezzato ed ho iniziato a studiare lo strumento (una tastiera professionale). Poi ho incominciato a comporre canzoni e brani musicali.
Da 38 anni non avevo più rapporti con strumenti musicali e la chitarra non la so più suonare. Però, oggi mi ritrovo con una ottantina di pezzi che ho composto e che sono in grado di portare in giro cantando e suonando.
All’età odierna di 65 anni, mi sento un leone con il coraggio di affrontare il pubblico e pronto per eseguire spettacoli.  Nell’intimo nutro il desiderio di vedere coronato il mio sogno di risalire sul palco e in qualche modo sto cercando di costruire il personaggio. Infatti, oltre che la musica, sto anche scrivendo parti teatrali che potrei portare in accoppiamento alla musica e credo che il risultato può essere davvero interessante.
Ma la solitudine in questo progetto mi limita, perché non ci sono in giro associazioni o agenzie di spettacolo o talent scout che se la sentono di avvalorare la mia tesi, secondo cui a sessantacinque anni si può.
Scrivo qui per due ragioni: 1 – Chi legge ed ha la mia età non si arrenda di fronte a decadimenti di volontà ed energia (apparentemente naturali) e si rimbocchi le maniche per mettere mano a progetti di qualsiasi natura, con la convinzione di poter riuscire nell’impresa. 2 – Cerco io stesso incoraggiamento e sostegno e magari qualcuno che creda in ciò che dico e che voglia aiutarmi (me o gente come me) per portare avanti un progetto di vita che rema contro l’invecchiamento.  In foto: Gianni nel 1964 e nel 2013

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