Posts Tagged: invecchiamento attivo

Vietato invecchiare

Senectus ipsa est morbus. Perdonate il latinorum, ma l’antica sentenza di Terenzio Afro, per cui “la vecchiaia è per se stessa una malattia”, rappresenta troppo bene una convinzione ancora assai diffusa per non ricordarla quando si cerca di parlare di invecchiamento. La vecchiaia nei secoli è stata associata al declino dei sensi, alla perdita delle capacità mentali, al deterioramento fisico, fino a considerarla una vera e propria malattia, invece che una fase evolutiva della vita. Adesso poi che l’esistenza si è allungata e la medicina ha fatto passi da gigante, la rimozione della possibilità stessa di invecchiare ha preso il sopravvento. Tutti noi schiviamo il più possibile l’essere definiti “vecchi” e la notizia (vera) che nuove fasi di vita si sono aggiunte a quelle tradizionali in uno sconvolgimento esistenziale e demografico senza precedenti, ci incentiva a considerare ancor di più l’invecchiamento come una patologia.

Nel dibattito a cui ho partecipato domenica mattina scorsa su Rai1Mattina parlavamo di baby boomers: il professor De Masi ha lanciato nel corso della trasmissione un’idea suggestiva e paradossale, una provocazione per certi versi opposta a quella tradizionale: ci dobbiamo considerare vecchi solo quando ci mancano due anni alla fine della vita, non prima, e siccome non sappiamo quando sarà la fine il concetto stesso di vecchiaia non sta più in piedi.  Condivido l’atteggiamento ottimistico che sprona a vivere fino in fondo gli anni in cui possiamo essere ancora attivi, ma davvero godiamo di un beneficio psicologico nell’evitare l’idea stessa di vecchiaia ? Parte della psicologia, quella che si identifica nella cosiddetta psicologia del ciclo di vita, è convinta che non vi sia un periodo di maggior splendore e poi uno di decadimento, ma che tutto l’arco della vita sia da vedersi come uno sviluppo, un’evoluzione, una crescita.  Insomma, anche per questa branca della psicologia viene rovesciato lo stereotipo di Terenzio Afro.  Ma non sarà che queste nuove prospettive (l’invecchiamento attivo, l’invecchiamento come sviluppo), di per sé giuste, ci portano un po’ a fingere, come se la vecchiaia non esistesse ?

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Problema o risorsa ?

Più l’opinione pubblica si sensibilizza al tema dell’impetuosa crescita numerica dei baby boomers, più si divide tra chi ci considera un grande problema e chi invece ci tratta da risorsa preziosa. Qui oggi vorrei parlare della dimensione pubblica del fenomeno, non dei vantaggi e degli eventuali svantaggi che sul piano individuale vengono dall’allungamento della vita e dalle migliori condizioni di salute prima della “vecchiaia vera”.

E’ abbastanza evidente perché l’invecchiamento della società spaventa: circa 20 milioni (già oggi) di over55, destinati ad aumentare e ad ingrossare le fila dei percettori di pensioni pubbliche e dei destinatari di prestazioni sanitarie con i soldi pubblici, non lascerebbero tranquillo neanche il più incosciente degli amministratori e dei cittadini. A maggior ragione noi senior siamo percepiti come un problema se, come nel nostro caso italiano, le nuove leve (i giovani) sono molto meno numerose di quelle dei padri. E se, come molto probabile, i nostri figli avranno i loro bei problemi a cavarsela da sé, figuriamoci a produrre risorse per sostenere genitori e nonni.

Se l’argomento “rivoluzione demografica” e aumento dei baby boomers lo vediamo solo da questa prospettiva, non c’è dubbio che quel che si vede è solo buio pesto.  Ma guardare contemporaneamente pure all’altra faccia della medaglia è anch’esso un esercizio istruttivo. Infatti, noi senior possiamo ben essere considerati anche una risorsa preziosa. Una risorsa che contribuisce già ora al benessere comune e che potenzialmente potrebbe essere ulteriormente valorizzata, sol che si sia capaci di uscire dagli stereotipi del sessantenne visto come anziano e “fardello della società”.

Siamo già oggi una risorsa preziosa, se solo pensiamo all’importante contributo che i senior danno nelle famiglie e, in misura crescente, nel volontariato. In famiglia, i senior spesso “producono servizi” di enorme valore sociale nella cura alle persone: basti pensare ai nonni che accudiscono i nipotini e che sgravano i figli di costi d’asilo e baby-sitteraggio altrimenti poco sostenibili, o ai figli 50-60enni che si occupano, in maniera altrettanto preziosa, dei genitori ormai non più autosufficienti. Per non parlare del sostegno economico che genitori vissuti nel periodo della crescita spesso riescono a dare ai figli, ormai grandi ma ancora bisognosi. Anche le attività di volontariato stanno coinvolgendo sempre più i senior e, come calcolato da molti di recente, si sa che il risultato di questo tipo di attività ha ormai un valore economico enorme.

Ma si potrebbe fare di più per valorizzare il possibile contributo dei senior alla società. Non mi riferisco tanto all’allungamento della vita lavorativa attiva, che ormai è nelle leggi. Mi riferisco soprattutto all’enorme patrimonio di esperienza, saggezza, competenze, saperi, mestieri, di cui i baby boomers sono portatori e che potrebbero essere o ancora utilizzati direttamente o trasferiti alle giovani generazioni. Se è vero che alcune competenze sono diventate obsolete e superate dalla tecnologia o dal modo di lavorare, è parimenti vero che un patrimonio altrettanto ricco rimane molto spendibile anche oggi. Nelle imprese ci si potrebbe attrezzare per organizzare questo trasferimento, nel mondo associativo si potrebbe favorire lo scambio con i più giovani, da parte dell’amministrazione pubblica si potrebbe evitare la dispersione di mestieri ancora utili.

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Esercizio fisico antiaging

In un recente articolo sui “segreti per vivere bene e a lungo” Guidalberto Guidi, cardiologo nonché specialista in medicina preventiva e del benessere, ha elencato una serie di comportamenti e stili di vita che sono comuni alle persone longeve e che sono invecchiate bene. Scrive Guidi: “Parliamo…di segreti, quelli che ogni essere longevo ha provato su se stesso raggiungendo l’obiettivo di vivere bene, sano e a lungo.  Quale «segreto» custodirà quel giovanotto torinese di 93 anni che andrà in orbita per fare la cavia degli esperimenti spaziali ? E quale altro segreto consente all’ottantaquattrenne Big Jim americano di sfoggiare linea perfetta , muscoli tonici, articolazioni elastiche, polmoni di subacqueo ? E i longevi e sani abitanti di Campodimele? (ndr: gli abitanti di Campodimele hanno tassi particolarmente bassi di “colesterolo cattivo”) Ancora una volta dobbiamo constatare che vi è convergenza quasi assoluta sullo stile di vita”.

Tra i comportamenti elencati dal dr. Guidi, alcuni alimentari e altri legati al non fumare e all’essere attivi, spicca l’importanza dell’attività fisica: “Tutti svolgono attività fisica regolare, meno intensa ma prolungata i più anziani, lavorare l’orto per esempio, più dinamica ed intensa quelli che vogliono conservare una adeguata massa muscolare.”

Che l’esercizio fisico sia cruciale per prevenire le malattie e per ritardare l’invecchiamento è ormai convinzione comune anche dei diretti interessati, cioè dei senior quando arrivano ad interrogarsi su come fronteggiare l’inevitabile declino fisico. Anzi, che molto movimento e una vita non troppo sedentaria facciano bene non è neppure più un segreto; il vero “segreto” da carpire è come riuscire a mettere in pratica con costanza questo proposito senza farsi vincere dalla pigrizia.

Anche nell’indagine “Vita da senior” che I ragazzi di sessant’anni hanno appena concluso emerge elevata l’attenzione ai regimi di vita, e in particolare alle attività fisiche che favoriscono la prevenzione delle malattie. L’esperienza delle “buone pratiche” dei 55-75enni prevede che si facciano frequentemente lunghe camminate o nuotate, che si usi la bicicletta per spostarsi, che si vada con regolarità in palestra, che non si interrompano gli sport che si amano. Ma anche che si conduca una vita attiva con impegni, praticando attività che sollecitino insieme corpo e mente: da una parte, dedicarsi ad attività che assorbono aiuta i processi biochimici cerebrali a mantenere vivace il ragionamento e positivo l’umore, dall’altra il movimento fisico associato ad una attività mentale coinvolgente ha più probabilità di essere praticato. E’ proprio questo probabilmente il “segreto” per non lasciare che il corpo si deteriori senza far nulla e per praticare con costanza il movimento del corpo: riuscire a trovare attività fisiche (sportive o non) che ci piacciano di per sé, che ci assorbano anche la mente, che ci siano utili per la realizzazione dei nostri interessi.

 

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Visti da chi fa ricerche di mercato

Vincenzo Ricca è un 42enne, account manager presso la società multinazionale di ricerche di mercato TNS e studia il fenomeno dei senior. Gli pongo alcune domande a margine del convegno CDV / Retail Watch su “senior e consumi”, dopo averlo sentito parlare dell’ “inarrestabile ascesa dei baby boomers nello scenario dei consumi”.

Dr. Ricca, Lei parla dei senior come di persone con ancora “sete di vita”. Cosa intende ?

Con “sete di vita” intendo il desiderio di rimettersi in gioco, di godere della seconda opportunità data dalla nuova fase di vita prima che cali il sipario. Il tramonto vero avviene solo quando vengono meno le forze. La “sete di vita” è anche la voglia di ricominciare, che emerge da tutte le ricerche, sia sul piano lavorativo che della vita privata.

Un’altra caratteristica che riconosce ai baby boomers consiste nel “desiderio di protagonismo”. Può spiegare di che si tratta ?

In generale i senior vogliono continuare ad essere al centro dell’attenzione, sono stati protagonisti già in passato e non vogliono smettere di esserlo, insomma non vogliono mollare.

Ad esempio, anche nelle aziende non mollano lo scettro; è vero che se lo conquistano quotidianamente con grandi sforzi soprattutto per non rimanere indietro sul fronte tecnologico, ma appunto si sottopongono a questi sforzi pur di rimanere protagonisti.

D’altra parte, non è solo una questione di potere. Emerge forte anche l’istanza del voler continuare a piacere: ne è una testimonianza, per fare un esempio, l’incremento forte in questa fascia di età del consumo di creme di bellezza rispetto agli anni passati.

Chi fa marketing e ricerche di mercato è molto attento a capire l’utilizzo del web fatto dai baby boomers. Dal suo osservatorio, quali sono gli utilizzi che nota di più ?

Sicuramente, per comunicazione (ed i Social Network confermano), entertainment ed informazione. In quest’ambito si leggono notizie anche su prodotti e servizi: per esempio viaggi, tecnologia, assicurazioni e film sono le categorie più ricercate e spesso più acquistate sul web (fonte TNS MobileLife 2012).

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Esperienze di volontariato over55

Pino, 58 anni, dedica due sere alla settimana all’associazione che supporta i familiari dei malati di Parkinson. A Lella, 59, si sono liberati i pomeriggi e per tre volte la settimana, su indicazione della fondazione benefica di cui fa parte, accompagna i disabili quando devono uscire di casa. Vincenza invece, da quando è in pensione riutilizza le sue competenze di insegnante e segue dei giovani alunni nel loro percorso scolastico. Anche Massimo, 66enne, mette a frutto la sua precedente esperienza professionale di medico e si rende disponibile per un centro di accoglienza. Alessandro, 62, è poi orgoglioso di continuare ad essere socio volontario del soccorso e di partecipare alle iniziative della protezione civile. Per Sandra infine, volontariato significa andare una volta al giorno dalla sua vicina di casa novantenne per vedere se ha bisogno di qualcosa.

I senior sono tra i principali protagonisti del volontariato, un fenomeno in crescita a tutte le età ma che in particolare riguarda gli over55 e gli under25.  Secondo i più recenti dati dell’Istat, In Italia la partecipazione ad attività di volontariato in poco meno di vent’anni è passata dal 6,9% al 10%. Nel 2011, secondo le stime dell’Istituto di statistica, sono più di 5 milioni gli italiani che hanno svolto una qualche attività gratuita presso un’associazione di volontariato e il valore economico delle attività volontarie in Italia è stimato intorno agli 8 miliardi di euro. Tra i 55 e i 64 anni la partecipazione ad attività di volontariato è sopra la media, in particolare tra i neo sessantenni raggiunge quasi il 13%, a fronte del misero 5,2%, che era il dato nel 1993.

I numeri sembrano precisi, in realtà il volontariato è un oggetto che sfugge come un’ameba.  Innanzitutto non sai mai bene cosa rientra nella definizione volontariato: è solo quello che transita attraverso un’associazione o è anche l’atto generoso spontaneo di una persona verso il prossimo, come quello di Sandra che va ad assistere la sua vicina di casa ? E partecipare, per fare degli esempi, ad associazioni come le pro-loco o le cooperative abitative locali, è anch’esso volontariato ? O ancora: essere attivi senza ricompensa in associazioni culturali, prestare gratuitamete servizio di sorveglianza in un museo, cucinare gratis alla sagra del paese o fare donazioni ad associazioni benefiche rientrano o no nel perimetro delle attività di volontariato ? Molti cinquanta-sessantenni, vogliosi di avvicinarsi a questo mondo, si domandano quali sono le modalità più efficaci, sia per fare cose utili, sia contemporaneamente per trovare una fonte di arricchimento morale e personale, che dia senso alla loro “vita nuova”. Le possibilità sono molte: per questo nell’indagine “vita da senior” abbiamo chiesto agli stessi senior quali sono le pratiche più efficaci che hanno sperimentato quando si sono dedicati al volontariato. I risultati si possono leggere a questo link, dove si possono anche aggiungere le considerazioni che vengono dalla propria esperienza.

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Non ho l’età…

Il mondo dei senior sta cambiando ad una velocità sorprendente e in maniera altrettanto veloce si sta diffondendo la percezione dell’importanza che le generazioni degli over 55 hanno e sempre più avranno nella nostra società.  Contemporaneamente, si stanno modificando l’atteggiamento mentale con cui si guarda a questa età e gli obiettivi che ci si pone, a livello sia individuale sia pubblico, su come affrontare questa fase della vita.

Il cambiamento in corso è tanto quantitativo che qualitativo. Non sono più solo pochi inascoltati demografi a segnalare che siamo di fronte ad una rivoluzione. Ormai, di fronte all’evidenza di 11 milioni di donne sopra i 55 anni e di 9 milioni di loro coetanei maschi (per stare solo all’Italia), tutti ci siamo accorti che qualcosa di profondo si sta modificando. Se poi a questo dato aggiungiamo la proiezione che dice che nel 2030 due persone su cinque avranno più di 65 anni, è facile prevedere che ai senior della terza e della quarta età saranno riservate nei prossimi anni attenzioni molto forti.  Questo riguarda il cambiamento sul piano quantitativo, ma forse ancor più significativa è la trasformazione sul piano qualitativo.

Sicurezza, benessere e opportunità sono le tre parole-chiave per comprendere l’evoluzione qualitativa in corso e come sta cambiando l’atteggiamento verso questa stagione della vita.  Il pensiero tradizionale dice che all’avanzare dell’età le opportunità diminuiscono ed aumentano invece i rischi. Sulla base di questo assioma, i primi sistemi di welfare, dedicati innanzitutto a pensioni e assistenza medica, hanno cercato (e in buona misura ci sono riusciti) di dare sicurezza alla persona “anziana”, proteggendola quanto più possibile dai rischi di povertà e di malattia in una fase della vita in cui le chances di farcela da soli diminuirebbero. Naturalmente, anche se il contesto in cui sono sorti non è più lo stesso, i sistemi di welfare sono ancora importantissimi e non è certo venuta meno la loro funzione protettiva originaria, di garanzia per il futuro, soprattutto in periodi di vacche magre.  Ma già svariati decenni fa, per lo meno nei Paesi più ricchi tra cui anche il nostro, alla ricerca di protezione e sicurezza si è aggiunta la ricerca di benessere. Una fase della vita chiamata “pensione” stava diventando prevalente e non era più sufficiente evitare povertà e abbandono; con il tempo è diventato un must anche far sì che il pensionato si potesse godere il meritato riposo, aiutandolo ad adattarsi alla nuova condizione e cercando, per gli anni rimanenti della vita, di trovare una condizione di benessere.

Oggi siamo di fronte ad un nuovo passaggio: sicurezza e benessere rimangono importanti, ma quel che sta accadendo è che la maggior parte dei senior fa fatica ad accettare di essere definita in base all’età, come se l’anagrafe determinasse dei modelli sociali da seguire, delle scelte obbligate da fare, degli stili di vita da seguire. In numero sempre più significativo, i “ragazzi di sessant’anni” non vogliono vivere con la paura che le loro speranze, i loro sogni, obiettivi e desideri vadano in soffitta unicamente per via dell’età. Non si tratta di non essere realisti o di non accettare l’invecchiamento, ma al contrario di riconoscere una nuova realtà in cui, arrivati a questa età e anche oltre, il film della propria vita può scorrere in modo molto “personalizzato” e non determinato solo dal dato anagrafico.

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Armonia e passioni

Da parte di Vinicio: Facevo l’autista di mezzi meccanici pesanti, il mio era un lavoro molto faticoso, quindi la pensione, che ho dovuto rincorrere per un po’, è stata molto agognata, ma una volta raggiunta ho potuto godermi di più la famiglia e dedicarmi alle mie passioni (la caccia, cercare funghi e lumache, riposarmi), che svolgevo saltuariamente.
Questo in teoria, perché invece i parenti (mamma, moglie, cognati, sorelle) mi hanno tempestato di richieste: chi doveva rifare il bagno, chi aveva una porta da aggiustare, l’orto da fare… sembrava che per anni avessero accumulato i lavori solo per quando sarei andato in pensione!
Avendo iniziato a lavorare presto, sono sempre stato abituato ad accontentarmi di quello che ho. Sono sempre per la vita semplice e decorosa. Anche adesso che sono in pensione non ho grandi aspettative, perché non mi interessa avere uno stile di vita diverso da quello che ho condotto finora. Mi basta solo vivere in armonia e potermi dedicare alla mia famiglia e alle mie passioni, tra cui la caccia, che mi impegna tre giorni alla settimana: il giovedì vado a caccia piccola, il sabato vado in montagna a preparare le postazioni da dare ai cacciatori per il giorno successivo, e la domenica vado a caccia grossa. L’impegno, essendo da anni capo caccia, tra le altre cose, consiste anche nel dover preparare e programmare il pranzo di fine battuta per tutti i cacciatori.
Un altro compito molto importante per i cacciatori è portare in montagna i cani e addestrarli, io sono molto orgoglioso dei miei cani da cinghiale, e guai a toccarli, quando si perdono sto giorni in montagna a cercarli. Da pensionato chiaramente ho più tempo da dedicarmi a loro.
Un’altra cosa che mi impegna molto è il mio orto, a cui dedico gran parte del mio tempo, così da avere sempre frutta e verdura fresca. Inoltre mi dedico alla raccolta dell’uva e delle olive per la produzione di vino e di olio.

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Alla guida

Uno studio condotto dal Transportation Reasearch Institute dell’Università del Michigan (si sa che gli Americani misurano tutto) ha contato il numero dei patentati e ha sondato quanto attrae ancora la guida di un’auto e quanto è alta l’aspirazione a conseguire la patente di guida. Il risultato è che pare ci siano più donne che uomini al volante, con un sorpasso avvenuto nel 2010. Non solo, è risultato anche che un numero sempre più basso di Americani è attratto dalla guida, soprattutto gli uomini si stanno disamorando, secondo i ricercatori perché trascorrono più piacevolmente il loro tempo tra internet e smartphone piuttosto che sull’asfalto.  Questo vale per tutte le fasce di età ? Non proprio: i senior ad esempio mantengono un’abitudine alla guida maggiore delle generazioni più giovani. Ad esempio, dal 1995 la percentuale di maschi patentati è in calo, ma per le fasce di età sotto i 60 anni, e nella seconda parte della vita le donne guidatrici sono costantemente più numerose dei coetanei maschi.

Siamo tantissimi, noi senior, e anche se apprezziamo tantissimo camminate e biciclettate, popoliamo strade e autostrade con le nostre auto (poi bisognerebbe anche capire, dalle nostre parti, che impatto ha e ha avuto la crescita del prezzo della benzina). Comunque, che significato ha, per un senior di oggi, guidare un’automobile ? Nel tempo sono stati attribuiti vari significati e funzioni: dal più scontato, quello di mezzo comodo di trasporto, a quello più simbolico di status symbol, fino ad arrivare a considerare la quattroruote come uno strumento di emancipazione, di autonomia e di indipendenza.  A me capita spesso di ascoltare donne e uomini di sessanta – settanta– ottant’anni che vivrebbero lo smettere di guidare come una riduzione secca della loro autonomia e una resa anticipata al tempo che scorre.  Non mi stupirei, il giorno che venisse fatta un’indagine da noi, se si scoprisse che le tante e i tanti senior che non smettono di guidare associano a questo un sentimento di vitalità e che il loro invecchiamento attivo passa anche attraverso il muoversi liberamente in auto.  In Europa hanno dato per sicuro che le strade saranno sempre più frequentate da persone in là con gli anni e per questo hanno lanciato un progetto, che si chiama “Sameru”, dedicato alla sicurezza stradale fra gli over 65. Ad esempio, nello scorso mese di dicembre si sono svolte, presso l’Autodromo di Modena, alcune attività sperimentali legate a questo progetto: i partecipanti over65 si sono cimentati con prove pratiche come frenate di emergenza, slalom, miniskid e giri in pista per migliorare la fluidità di guida, sempre assistiti da istruttori specializzati. “La terza età scopre all’autodromo di Modena la sicurezza stradale” hanno titolato i giornali. Il progetto, finalizzato alla riduzione degli incidenti stradali tra gli utenti più anziani in tutto il territorio dell’Unione, ha permesso ai guidatori senior di sperimentare tecniche di guida sicura e di conoscere le nuove normative inserite nel Codice della Strada.

Insomma: tanti senior motorizzati in circolazione, che non vogliono perdere l’autonomia e l’indipendenza offerta dal guidare l’auto, ma che saranno chiamati a fare sempre più attenzione alla sicurezza.

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Nipoti professionali

Nel mondo delle aziende sta finalmente iniziando – lentamente – il dibattito su quali soluzioni sono possibili per valorizzare sul lavoro gli over 55 e gli over 60.  Qualche manager più illuminato degli altri, qualche direzione del personale non votata solo alla riduzione degli organici, qualche società di consulenza che organizza convegni sul tema, cercano di uscire dal riflesso condizionato degli ultimi vent’anni, secondo il quale il prepensionamento del cinquantacinquenne è il rimedio “normale” se l’organizzazione ha necessità di ridurre costi e personale.

Allungamento della vita, stato di salute medio non comparabile con quello di vent’anni fa, attivismo dei ragazzi di sessant’anni, età pensionabile spostata in là nel tempo, sono tutti fattori che portano anche le imprese a confrontarsi con l’argomento.

I sessantenni sono una ricchezza, si comincia a dire; una ricchezza di competenza e di esperienza e non sfigurano nemmeno quando si parla di produttività.  Ancora non sono state messe a fuoco bene le esigenze di questa nuova figura, il sessantenne al lavoro (ad esempio il maggior bisogno di “leggerezza” pur rimanendo attivi o le necessità ergonomiche di questa età), ma almeno si inizia a parlarne.

Tra le prime soluzioni che si sperimentano, una che accoglie un discreto favore sia da parte degli individui sia da parte delle aziende, consiste nel riservare al senior un ruolo da tutor, da coach, da mentore, nei confronti di quelli più giovani, non necessariamente giovanissimi.

Nella versione più classica, al senior, portatore di esperienze e competenze che l’azienda avrebbe un danno se andassero disperse, viene affidato un ruolo di accompagnamento del giovane, che a sua volta apporta idee nuove, studi recenti, creatività e che contemporaneamente beneficia dei suggerimenti sui “trucchi del mestiere” offerti dal senior, con il quale può anche confrontarsi e sviluppare insieme nuovi modi di affrontare il lavoro.

Ma ci sono anche testimonianze di aziende, attente al rapporto con la comunità del territorio dove operano, che cercano di costruire delle accoppiate senior – giovani coinvolgendo pure le persone già in pensione. E’, ad esempio, il caso della Loccioni, azienda leader nelle macchine per i sistemi di misura, con il suo progetto “silverzone”: dopo la pensione, i manager di maggior successo si mettono a disposizione dei più giovani per condividere competenze e formarli nel lavoro.

 

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Da quando sono a riposo non riposo mai

Scrive Giuseppe: Adesso sono pensionato. Prima ero un imprenditore con un’azienda nel settore della strumentazione di controllo della temperatura, della pressione, della massa volumetrica, ecc. Da ragazzo ho iniziato come apprendista e sono poi arrivato ad essere operaio specializzato: insomma un inizio partendo dalla gavetta.

Da quando sono a riposo non mi riposo mai. Frequento un corso presso l’Università Bicocca di Milano (politiche sociali), mentre l’anno scorso frequentai corsi di psicologia e pedagogia. Precedentemente all’ Umanitaria unitamente ad un gruppo di non più giovani, frequentai un corso di autobiografia e di scrittura automatica. Nella veste di Mentore, sono diventato amico di Telemaco, ragazzino di nove anni IV° elementare, con lui ho percorso il secondo quadrimestre della classe II° , accompagnandolo nella III° elementare, attualmente al giovedì pomeriggio frequentiamo gli incontri in IV°. Per non farmi mancare nulla, ho incontri settimanali con due stupendi nipoti, dico stupendi non per amor di nonno ma perché sinora hanno sempre dimostrato un grande affetto verso tutti i nonni, sia materni che paterni (questa è una fortuna anche per loro). Speriamo che non incontrino compagnie balorde, anche se i loro genitori sono molto attenti.

Penso che sia normale, alla mia età, augurarsi di poter mantenersi nello stato di salute di oggi ancora per lungo tempo, come disse già una persona autorevole “ non mettiamo limiti alla provvidenza “. Il poter rimanere, unitamente alla moglie che mi sopporta da oltre 52anni, in queste condizioni psicofisiche, sarebbe una fortuna. Un sogno, il poter assistere al dibattito per la tesi di laurea dei nipoti. Posso sperare? Penso di sì, non costa nulla.

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