Posts Tagged: invecchiamento attivo

Tutti ci insegnano a crescere, nessuno ad invecchiare

Scrive Giuly53: Ciao Enrico, ti ho appena scoperto, oggi vado a comperare il tuo libro: ebbene sono del ’53 e pertanto anche io sono in una fase nuova.  Ho chiuso con il lavoro dipendente , la mia frase ricorrente è: “tutti ti insegnano a crescere, nessuno ti insegna ad invecchiare”. Sono una persona dinamica che anzi ha fatto del lavoro una missione, ho lavorato molto, formazione, marketing, organizzazione eventi, etc etc, ho fatto e faccio ancora volontariato, anche in carcere, ho giocato, amato,
cazzeggiato, ed ora tutto ciò non mi riempie, sento che devo scoprire un’ altra Giuliana, i miei occhi vedono ma il mio cuore è fermo, andrei avanti a scriverti le “non emozioni” che provo, io che sono sempre stata attenta a TUTTO IL MONDO.

Sono molto curiosa della nuova Giuliana che verrà ma sai, come tu hai scritto dalla parte dell’uomo mi piacerebbe scrivere dalla parte della donna: mi piace scrivere, mi piace parlare con le persone e le mie esperienze le trasmetto agli altri. Ok ora mi fermo, vado a prendere il libro ciao giuly.  In foto: Dinamismo di Umberto Boccioni

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Adesso mi sento realizzata

Scrive Silvana: Due pomeriggi alla settimana collaboro come volontaria di sostegno ai malati di Parkinson e ai loro familiari e tre mattine invece lavoro, sempre da volontaria, come custode in un museo che senza noi volontari in certe ore rimarrebbe chiuso. Considerando anche le riunioni di preparazione e coordinamento presso le associazioni che organizzano queste attività, l’impegno totale è abbastanza assorbente, ma l’ho cercato io convinta e sono pienamente soddisfatta di svolgerlo.
Ho lavorato per trent’anni in una struttura pubblica, in un ufficio di quelli dove si accumulavano le carte sul tavolo come nei film di Fantozzi e anche se in tutti i modi cercavo di trovare interesse in quel che facevo, riuscire ad arrivare a fine giornata era veramente sempre una pena. E’ completamente diverso da quando sono a casa e ho iniziato a fare la volontaria, mentre prima mi sentivo lontanissima da quel che facevo adesso sono completamente coinvolta. Finalmente faccio qualcosa di utile e che serve veramente a qualcuno. Capisci subito, quando vedi la reazione di un malato, se stai facendo la cosa giusta o sbagliata, se gli serve a farlo stare meglio o no. Anche al museo ho questa sensazione quando vedo le scolaresche che imparano cose nuove grazie alla nostra presenza.
Queste cose che sto provando quasi a sessant’anni si dovrebbero fare prima, senza buttar via un sacco di anni con cose inutili. Una volta, sul lavoro mi hanno spiegato che era importante realizzarsi con quello che si faceva e a me veniva da ridere. Adesso mi sento realizzata.

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Le start up dei senior

Chissà se ha trovato lavoro il mio coetaneo esodato che faceva da testimone in settembre nella trasmissione su La7 alla quale partecipavo anch’io per parlare de I ragazzi di  sessant’anni. Sembrava averle provate tutte, ma non era riuscito a trovare un vero lavoro e la giornalista mi incalzava chiedendomi che suggerimenti avevo da dargli.

Probabilmente pressati da domande dello stesso genere, dalla Commissione Europea stanno arrivando varie risposte, tra le quali una delle più importanti è quella che in inglese viene chiamata “senior entrepreneurship”, vale a dire la promozione delle iniziative imprenditoriali attivate dai senior.  Insieme all’OECD (l’Organizzazione internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), la Commissione, in uno studio che s’intitola appunto “Policy Brief on Senior Entrepreneurship”, raccomanda una serie di politiche per favorire le iniziative imprenditoriali dei senior, non solo di quelli esodati che è una particolarità tutta italiana, ma in generale di tutti coloro che possono permettersi ancora una vita attiva. Ad esempio, si raccomanda di assistere il 50-60enne che avvia una start up, aiutandolo nel trovare la rete di rapporti che gli servono o fornendogli la formazione di cui è carente sulle competenze necessarie alla nuova impresa. Oppure, di favorirgli il prestito finanziario per l’avvio della nuova attività o per l’acquisizione di una piccola attività imprenditoriale esistente. Suggerisce anche, questo studio, di incoraggiare i senior a creare imprese insieme a giovani, lavorando fianco a fianco oppure assumendo ruoli da business angels piuttosto che da mentori di giovani imprenditori.

Insomma, mancando opportunità di ricollocarsi in ruoli credibili come lavoratori dipendenti, le risorse che si possono mettere in campo sono le proprie idee, le proprie competenze e la propria iniziativa. Che poi il risultato sia positivo è tutto da vedere, perché il rischio di bruciare qualche risparmio messo da parte c’è. Non è una novità, se c’è impresa c’è rischio.

Con lo stesso spirito delle raccomandazioni della Commissione Europea, l’AARP (la più grande associazione americana degli over 50) propone a chi cerca di lavorare in proprio una lista ragionata dei costi da sostenere per avviare l’attività e sintetizza con una cifra media che si aggira intorno ai 25.000 euro la spesa per partire. Poi naturalmente le differenze sono grandissime da settore a settore e per i piccoli business, come ad esempio le attività da freelance, quelle svolte on line o quelle svolte da casa propria, l’impegno finanziario di partenza è molto più ridotto.

L’Italia è tradizionalmente ricchissima di piccole iniziative imprenditoriali e immaginare che da noi la “senior entrepreneurship”, soprattutto se di piccola taglia, possa attecchire è plausibile. Naturalmente contesto permettendo: in questo periodo in cui la morìa di piccole imprese è all’ordine del giorno per difficoltà di mercato e di credito, il progetto da cui si parte deve essere davvero convincente.

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Non è una questione (solo) anagrafica

Uno studio dell’Università dell’Oregon ha dimostrato che tanto più si mantiene l’attitudine a fare acquisti per se stessi e a prendersi cura della propria persona e delle proprie faccende domestiche, tanto meno si verrà percepiti come persone vecchie nonostante l’età.

Il 58enne che scende disinvolto lungo una pista di sci o che fa senza sforzo particolare quattro vasche olimpioniche di fila, non verrà visto come anziano, al contrario del suo coetaneo che ha eletto a suo sport preferito lo strasene stravaccato sul divano davanti alla tv.

La 64enne che ha la giornata piena di impegni, di attività e di rapporti sociali non si sente affatto nella fase del tirare i remi in barca e non capisce bene perché continuino a parlarle di vecchiaia e di terza età; la sua coetanea che invece si è isolata e lascia scorrere le giornate trascinandosi dal letto al frigorifero è lei per prima che si sente in totale declino.

E i nonni 70enni che alternano la gioia dello stare coi nipotini con viaggi, spettacoli, palestra e camminate si domandano se davvero parlano di loro quando sono citati gli anziani.

L’età anagrafica non spiega tutto.  Che c’entrino anche l’età biologica, lo stato fisico e quello di salute lo sappiamo da sempre: c’è chi ha malanni seri e chi no, chi la natura l’ha dotato di un fisico resistente e giovanile e chi invece già a quarant’anni sembrava vecchio, chi si tiene in forma fisica con del movimento e dello sport e chi si lascia andare.

Ma c’entra anche l’età che ci viene riconosciuta socialmente: e questa dipende appunto da quel che facciamo, da come ci mostriamo agli altri, dai ruoli più o meno attivi che giochiamo, dal livello di partecipazione o di isolamento rispetto alla vita sociale che scegliamo. Mentre l’età biologico-fisica è solo parzialmente condizionabile da noi, quella sociale lo è quasi totalmente.

L’età legale (ecco un’altra accezione ancora dell’età, che ha a che fare con il riconoscimento legale del nostro stato), quella viene dopo: la legge e le regole è difficile che anticipino i fenomeni, è più probabile che si adeguino a come si è trasformata la realtà sociale e demografica. Per non fare il solito esempio delle pensioni, fino a poco tempo fa per avere lo “sconto anziani” sui mezzi pubblici e al cinema bastavano 60 anni, adesso stanno diventando quasi dappertutto 65. Per queste regole anziano adesso sei a 65 anni, ma non vuol dire molto, perchè le regole di solito seguono la trasformazione reale, non è quasi mai il contrario.

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Pensioni, progetti e incertezze

I tardo cinquantenni e i neo sessantenni si stanno affacciando ai misteri della nuove regole per le pensioni e alle incognite delle nuove problematiche del lavoro, nuove perchè il lavoro va proseguito o cercato anche ad età avanzata. E insieme a un disagio di fondo che nasce da una dissonanza forte tra le aspettative che hanno coltivato per anni e la realtà attuale, cresce la sensazione di una spaccatura netta tra le condizioni favorevoli godute dei fratelli maggiori, anche di pochi anni, e le proprie.

Di pari passo cresce l’esigenza di capire meglio come le nuove regole impattano e impatteranno sulle proprie vite.  Anche coloro, e non sono pochi, che hanno condiviso le motivazioni del nuovo sistema pensionistico, che credono convintamente ai principi dell’invecchiamento attivo e che mantengono con piacere un’attività lavorativa, si pongono domande a cui spesso non sanno dare risposte certe.

In primo luogo: la riforma Fornero comincia a far sentire i suoi effetti a partire dal 2013 e c’è stato un anno per studiarsela e perché ciascuno potesse fare i propri calcoli. Però nei programmi elettorali di alcuni partiti compaiono promesse di una nuova modifica delle norme pensionistiche. Quindi fra tre mesi potremmo ritrovarci a studiare regole nuove. E, dopo vari governi di colore diverso che, in modo diverso ma convergente, hanno fatto cambiamenti alle regole finalizzati a rendere sostenibile la spesa dell’Inps, al tener dietro alla maggiore longevità e di conseguenza ad allungare nel tempo la prestazione pensionistica e a diminuirne l’entità, nessuno toglie dalla zucca degli italiani che le ultime regole non sono ancora quelle definitive. Insomma, l’incertezza regna ancora sovrana e i programmi di vita è meglio farseli a prescindere dalle decisioni politiche sulle pensioni.

Anche ipotizzando che la struttura della riforma di fine 2011 non venga modificata, vi sono comunque degli interrogativi ricorrenti, più che per la non chiarezza della legge, per la non abitudine a considerare alcune opzioni. Ad esempio, tutti sanno che la famosa età alla quale si può cominciare ad ottenere la pensione è stata portata più avanti, e ciascuno, in base all’età di nascita e ai contributi versati, ha provato a fare i conti per sé. Però si parla anche di inizio flessibile, è in vigore l’istituto della pensione anticipata e vi sono incentivi al proseguire anche fino ai 70 anni. Sono nuove opportunità, ma non vi è abitudine a considerarle e provocano anch’esse, se non spiegate per bene, un effetto di incertezza.

Un ulteriore elemento che provoca incertezza non sta tanto nelle nuove norme, ma nell’aria che si respira nelle imprese e nei sindacati. Con qualche rara e lodevole eccezione (per tutte, la sperimentazione sul “ponte generazionale” firmata da Assolombarda, sindacati, Inps e Regione Lombardia http://www.assolombarda.it/news/meomartini-al-via-il-ponte-generazionale ), le imprese stanno facendo pochissimo per riorientare la propria organizzazione nel senso di far lavorare gli over60, dal sindacato arrivano pochissimi stimoli in questo senso e l’aria che tira, non appena si presenta qualche problema di esubero, è di riparlare di pre-pensionamenti a partire dai tardo-cinquantenni. Il riflesso condizionato dell’adottare la pratica dominante degli ultimi vent’anni è duro a morire e così chi lavora da dipendente e ha 57 anni non sa se mettersi nella prospettiva di altri dieci anni di lavoro o del probabile pre-pensionato.

Insomma, l’incertezza la fa da padrona e i propri progetti di vita se si può è meglio non condizionarli troppo a cosa succederà sul fronte pensioni pubbliche.

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Volontari delle competenze

Giuliano, che ha quasi 70 anni, dedica parte del suo tempo a far fare i compiti ad un ragazzino immigrato, figlio di vicini di casa: lo fa senza essere membro di alcuna associazione, è una sua iniziativa di cui va particolarmente orgoglioso. Elisa, che è stata insegnante prima di andare in pensione, mette le sue conoscenze e la sua capacità didattica a disposizione di una università della terza età, i cui dirigenti sono ben lieti di utilizzarla per lezioni di geografia.  Renata invece a 60 anni ha già alle spalle dieci anni di volontariato nel sostegno ai parenti di malati di Parkinson e la fondazione per la quale opera ha chiesto a lei, ormai la più esperta del gruppo, di occuparsi di preparare al difficile compito i nuovi volontari che si affacciano alla fondazione.

  Tra i tantissimi modi che i senior scelgono per prestare servizi utili di volontariato, uno dei più interessanti è quello legato alla trasmissione di competenze e al mettere a disposizione della comunità la propria esperienza lavorativa.   In una delle puntate di Report di dicembre è andato in onda un bel servizio, firmato da Luca Chianca, in cui si vedevano volontari sessantenni e settantenni di varia estrazione lavorativa che fornivano servizi utili, centrati sulla trasmissione delle competenze: dirigenti d’azienda che spiegavano a studenti delle superiori come avviare un’impresa, oppure artigiani che insegnavano il mestiere praticato per anni a giovani che avrebbero potuto continuare nell’esercizio dell’arte.

Naturalmente perché la cosa abbia un senso si deve trattare di competenze professionali spendibili. Una competenza professionale è spendibile quando è utilizzabile per produrre prodotti o servizi che diano valore alla collettività o all’organizzazione che li fornisce (ad esempio, ex infermieri o medici che prestano servizi sanitari, ex insegnanti che prestano servizi nei musei, ecc). Oppure è spendibile quando si tratta di una competenza professionale non obsoleta trasferibile a giovani, come nel caso del servizio televisivo citato.

I volontari delle competenze riescono a combinare in modo virtuoso utilità sociale, propria realizzazione e valorizzazione del bagaglio di competenze che hanno accumulato durante la vita. Si possono ben definire risorse non solo ancora attive, ma anche molto utili alla società.

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I senior e gli orti

Per fronteggiare la crisi gli italiani non si limitano piu’ a risparmiare lasciando l’auto a riposo, riprendendo a pedalare e cuocendo il pane nel forno di casa: hanno cominciato anche in tantissimi – 2,7 milioni –a coltivare in proprio frutta e verdura da consumare ogni giorno. Lo afferma il Censis nel suo rapporto annuale presentato settimana scorsa dal titolo “L’Italia alla prova della sopravvivenza”.

Per gli orti è vero boom.  In campagna non è mai scomparsa l’abitudine di coltivarsi un pezzetto di terra per farci crescere pomodori, fagiolini e lattuga. Ma la principale novità sono gli orti urbani, per i quali qualcuno evoca un ritorno agli “orti di guerra”: si tratta di microappezzamenti talvolta concessi a pensionati e appassionati gratuitamente dai Comuni, che di fatto costituiscono le trincee verdi al carovita. Secondo un recente sondaggio Nomisma in un caso su cinque si fa l’orto per risparmiare sulla spesa alimentare. Ma la coltivazione di radicchio, patate e carote sembra essere soprattutto un bisogno ecologico e di benessere: il 60,2% degli interpellati da Nomisma si e’ fatto prendere dall’ortomania ”per consumare prodotti genuini”, mentre il 54% ama coltivare per rilassarsi e stare all’aria aperta.

In questo boom degli orti i senior la fanno da protagonisti: da sempre nelle periferie delle grandi città si vedono signori di una certa età che zappettano e in parecchi centri urbani le aree coltivabili vengono assegnate a pensionati che hanno voglia di cimentarsi con insalate e verze. Per non parlare di iniziative come quella di Bologna dove sono stati organizzati dei corsi per aspiranti ortolani, nella convinzione che la maggior parte dei sessantenni cittadini la terra e le sementi non le hanno mai toccate http://www.lastefani.it/archivi/893-gli-aspiranti-ortolani-a-lezione-di-biologico.html

Il WWF porta ad esempio il suo presidente e fondatore  Fulvio Pratesi, 78 anni, “che nell’orto di casa all’Oasi WWF di Pian Sant’Angelo, nel viterbese, coltiva filari lussureggianti di insalata e carote, cipolle, cavoli, zucchini, cetrioli, melanzane, peperoni e finocchi, dominati dalle incannucciate gravide di pomodori di tante varietà diverse, fagioli e piselli rampicanti, sedano, prezzemolo, cespugli di salvia e rosmarino, un melo cotogno e due olivi. Ma che non rinuncia all’orto nemmeno in città, e nei pochi metri quadri del suo terrazzo romano ha cresciuto pomodori, piante aromatiche come alloro, rosmarino e prezzemolo, un limone, un arancio amaro, un melo, un albicocco, due nespoli e un fico di cui contende i frutti con le cornacchie”.

 

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Gli over55 fanno reggere l’occupazione

A leggere i commenti seguiti agli ultimi dati Istat sulla disoccupazione e sul lavoro, quelli relativi al 3° trimestre,  c’è il rischio di perderci la testa.  Sta o no crescendo la disoccupazione? E come va sul fronte lavoro per gli over 55 ?

  Mi sembra che una sintesi estrema, riferita a tutte le classi di età, potrebbe essere la seguente: il numero degli occupati nel 3° trimestre è rimasto sostanzialmente stabile su base annua; il numero degli inattivi (cioè di coloro tra i 15 e i 64 anni che non lavorano o non cercano lavoro per le più svariate ragioni) è in calo; il tasso di disoccupazione (che tiene conto di quanti sono coloro che si mettono sul mercato del lavoro ma il lavoro non lo trovano) è in aumento, collocandosi nel 3° trimestre al 9,8% rispetto al 7,6% dell’equivalente trimestre 2011.

Il dato più significativo è la riduzione degli inattivi: questo dato non solo spiega in buona misura anche gli altri numeri, ma è strettamente legato alla condizione dei senior.

“Si riduce la popolazione inattiva (-4%, pari a -601.000 unità),- dice l’Istat <http://www.istat.it/it/archivio/75865>   principalmente a motivo della discesa di quanti non cercano e non sono disponibili a lavorare. All’aumentata partecipazione delle donne e dei giovani si accompagna la riduzione degli inattivi tra 55 e 64 anni, presumibilmente rimasti nell’occupazione a seguito dei progressivi maggiori vincoli introdotti per l’accesso alla pensione”.     Commenta ad esempio L’Unità del 30 novembre: “…rispetto a ottobre 2011 i senza lavoro in più sono 644.000 (+28,9%). Il dato è il risultato del calo degli inattivi…pari a 611.000 unità a livello tendenziale… I dati su occupazione e disoccupazione risentono fortemente della permanenza al lavoro degli occupati più anziani grazie all’inasprimento delle regole per l’accesso alla pensione (per ora solo quelle delle riforme Damiano-Sacconi mentre per la riforma Fornero gli effetti si sentiranno dal 2013)”.

Il tasso di inattività dei 55-64enni è dunque il dato da guardare con più attenzione: se fino all’anno scorso era sopra il 60% (dato che faceva inorridire qualunque commentatore, specialmente quando confrontato con i partner stranieri), quest’anno ha iniziato una graduale discesa e l’ultima rilevazione lo colloca al 57,1%. Senior sempre più attivi e al lavoro dunque.

Attenzione però a non generalizzare. Più o meno contemporaneamente ai dati Istat si leggeva di situazioni locali in cui il maggiore svantaggio lo trovano proprio le persone di questa età (vedi la notizia del Piccolo di Trieste: “…viene in luce come a soffrire maggiormente sia la fascia di età più adulta, gli over-55 in cerca di un posto sono cresciuti del 24%…” http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2012/11/26/news/sempre-piu-over-55-in-cerca-di-lavoro-calano-le-assunzioni-1.6090715 ), oppure le conclusioni dell’Eurobarometro, secondo cui nel 2012 la maggior parte degli Europei pensa che per chi cerca lavoro l’avere più di 55 anni sia un fattore di svantaggio. Lo pensa così il 54% degli intervistati, contro il 40% che pensa che lo svantaggio derivi da una disabilità, o il 39% che lo vede nel colore della pelle o nell’origine etnica (vedi http://ec.europa.eu/social/main.jsp?langId=it&catId=89&newsId=1738&furtherNews=yes)

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Staffetta sì, staffetta no…

Settimana scorsa ha avuto risalto sulla stampa l’annuncio da parte del ministro del Lavoro Fornero di un “patto fra generazioni”, pensato per spingere sull’acceleratore dell’occupazione giovanile. L’idea di base è semplice ed è questa: il lavoratore anziano, prossimo alla pensione, può chiedere di trasformare il proprio rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time, al fine di consentire l’assunzione di un giovane con contratto di apprendistato o a tempo indeterminato.  L’idea di base ha due corollari importanti: il primo è che il saldo occupazionale tra riduzioni dell’orario di lavoro dei senior e nuove assunzioni deve risultare positivo; il secondo corollario, essenziale per il lavoratore intorno ai sessant’anni, è che le Regioni verserebbero i contributi aggiuntivi in modo che non ci siano perdite pensionistiche.

  Alcuni siti e giornali riportavano questa notizia come un decreto ministeriale già varato e in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, altri come un progetto allo studio del Governo.  Resta dunque l’incertezza sullo stato di realizzazione dell’idea, incertezza accentuata dalla crisi di Governo ormai avviata e dalla prossima chiusura della legislatura. Ma anche se per questa volta si rimarrà sul piano delle buone intenzioni, l’idea di per sè mi pare vada nella giusta direzione.  Sono molti i senior che sceglierebbero una riduzione dell’orario di lavoro se non avessero penalizzazioni pensionistiche, l’importante è che si tratti di una opzione possibile e non di una estromissione forzata. E in una fase di recessione come l’attuale un incentivo ad assumere giovani con contratto d’apprendistato sarebbe sicuramente utile.

Certo, un po’ più misterioso risulta capire come le Regioni (o una qualunque Amministrazione Pubblica) possa trovare le risorse per coprire le differenze contributive.

Il dibattito intorno a questa novità è stato immediato e i consensi molteplici. Tra i tanti commenti, mi sembra però che non si possa evitare di prendere in considerazione le obiezioni portate da Marco Ferrera     http://nuvola.corriere.it/2012/12/09/lavoro-lillusione-di-un-patto-tra-generazioni/         Attenzione, dice Ferrera, che non passi l’idea: meno senior al lavoro uguale più giovani impiegati: “L’idea che il problema occupazionale possa risolversi con un patto fra generazioni è…sbagliata.   Poggia infatti sull’assunto che i giovani possono trovare lavoro solo nella misura in cui i lavoratori più anziani liberano «posti», andando in pensione. Sembra una supposizione ovvia e in alcuni casi (a questo o a quel giovane, in questa o quella azienda) le cose stanno davvero così. Ma se guardiamo ai grandi numeri, non troviamo alcuna correlazione fra i tassi di occupazione degli anziani e i tassi di disoccupazione dei giovani. In altre parole: non è vero che se gli anziani si tolgono di mezzo, più giovani trovano lavoro”. E ancora: “Se attecchisce l’idea che la soluzione al problema della disoccupazione giovanile è il patto generazionale, allora perché oltre alla staffetta dentro le imprese non abbassiamo di nuovo l’età pensionabile? Perché, già che ci siamo, non ripristinare i prepensionamenti e le pensioni baby? Qualche irresponsabile lo sta già proponendo. Attenzione: ci siamo già passati e da trent’anni siamo il Paese Ue con i più bassi tassi di occupazione (totale, femminile e giovanile) e il più alto debito pubblico”.

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I ragazzi di 60 anni all’Università Bicocca di Milano

  Seminario (a cura di)

                           Micaela Castiglioni                      

Presentazione del libro di Enrico Oggioni

      “I ragazzi di sessant’anni”

                 lunedì 3 dicembre, Aula R.Massa, ore 15-18

Introduce Micaela Castiglioni: Le transizioni nell’età adulta

Intervengono

Ottavia Albanese Sviluppo e invecchiamento

Dante Bellamio Ponti, guadi, traghetti

Barbara Mapelli Ragazze e ragazzi di sessant’anni. Ma le storie sono le stesse?

Sergio Tramma L’educazione informale all’invecchiamento

Mauro Vaiani Verso il pensionamento: evasione o liberazione ?

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