Posts Tagged: invecchiamento attivo

La voglia d’imparare è senza fine

Il bisogno c’è, la domanda è in crescita e l’offerta si è adeguata alla domanda.

Sto parlando del bisogno dei senior di continuare a tenersi mentalmente attivi e di sollecitare la propria curiosità e motivazione attraverso l’apprendimento di cose nuove. “Non si smette mai di imparare” potrebbe essere il primo slogan che rappresenta il fenomeno e il secondo potrebbe diventare: “continuare ad apprendere cose nuove fa bene alla salute e allo spirito”.

Il life long learning, l’apprendimento che continua per tutto il corso della vita, sembra un princìpio particolarmente adatto ai senior, non solo a coloro tra questi che sono ancora impegnati nella vita lavorativa e che dunque ci tengono a non diventare obsoleti, ma anche alle persone ormai uscite dalle attività lavorative più impegnative e che scoprono la grande soddisfazione che deriva dallo scoprire e imparare cose che non si conoscevano, dal ricevere il nutrimento di conoscenza che esperti della materia possono dare, dal condividere con altri le situazioni di apprendimento.

E’ un bisogno che si va diffondendo rapidamente e che si trasforma spesso in ricerca attiva di occasioni interessanti da parte del 50-60-70enne.  Altrettanto rapidamente si è andata costituendo un’offerta di opportunità di apprendimento, per lo più organizzata in attività no profit.

A parte le tradizionali forme di acculturamento e di apprendimento che vengono dalla lettura dei libri e, perché no?, da alcuni programmi televisivi e radiofonici, quel che colpisce è il diffondersi delle Università della terza età.  Ben tre associazioni riuniscono queste particolari università (Unitre con sede a Torino, Federuni basata a Vicenza e Auptel a Roma): ho provato a contare quante sono le Università della terza età aderenti a queste associazioni e mi è risultato un numero superiore a 250, con una diffusione in città sia grandi sia medie. Ma questa non è che la punta dell’iceberg, perché le iniziative “sommerse” che puntano a diffondere conoscenza tra le persone di questa età sono molte di più. Alcune di queste sono istituzioni con storia pluridecennale, altre sono di recente costituzione. In genere iscriversi (di solito lo si fa in settembre) richiede un abbonamento dal costo molto modesto, non sono richiesti requisiti particolari e la gamma dei possibili corsi a cui si può accedere è incredibilmente ampia. Leggere l’elenco dei corsi è affascinante. Solo per fare degli esempi, si può spaziare dalla cultura e civiltà cinese alla mitologia greca, dalla storia della musica al come leggere un quadro, da corsi di botanica a corsi sulla geografia del vino. L’arabo facile può essere un’alternativa agli incontri fatti nelle lingue più conosciute (inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo). Oppure ci si può aggiornare sul rapporto tra cibo e salute, si può provare a frequentare il corso di matematica per non matematici o imparare a conoscere le sfumature del jazz. E questi sono solo pochi esempi delle tante opportunità offerte.

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Un libro tira l’altro

E’ andata in onda su Radio 24, nel programma “Un libro tira l’altro”, l’intervista di Salvatore Carrubba a Enrico Oggioni sul libro “I ragazzi di sessant’anni”. Come si conciliano le nuove opportunità che si prospettano ai sessantenni con le nuove sfide che oggi questa generazione si trova ad affrontare ? Quanto è grande la divaricazione fra come affrontano la fase di “vita nuova” i senior in condizioni economiche privilegiate e gli altri ? Verso le generazioni dei figli e dei giovani prevale o no un sentimento di “restituzione” e di generosità ? Questi e altri i temi dibattutti nel corso dell’intervista.

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8° Convegno mondiale sull’invecchiamento attivo

A partire da domani 13 sino a venerdì 17 agosto avrà luogo a Glasgow, in Scozia,  l’8° World Congress on Active Ageing <http://www.wcaa2012.com/>, importante appuntamento in cui esperti di varie nazionalità parleranno di benessere e di attività fisica, così come di capacità cognitive e di condizioni di salute. Relazioni scientifiche, testimonianze dirette e dimostrazioni concrete comporranno il menu del Convegno.  Gli abstracts delle relazioni sono pubblicati sul Journal of Aging and Physical Activity (JAPA).

“This world congress will celebrate the diversity of ageing, the benefits and availability of physical activity and exercise opportunities for those entering old age.  It is especially targeted to those in the transitional phase with a highlight on the oldest and frailest population.  Scientists, practitioners and experts from a range of professional interests and disciplines will come together to promote Active Ageing.   
The congress will be of interest to those working in the biological, behavioural and social sciences as well as the fields of medicine, physical and recreational therapy, health, sport and exercise sciences, health education, leisure and recreation and the social and caring services.”

Il Convegno si tiene ogni quattro anni e si aggiunge, nell’anno che l’Unione Europea ha dedicato all’invecchiamento attivo e alla solidarietà tra generazioni, a numerose altre manifestazioni su temi analoghi che si stanno svolgendo in molti paesi europei. In Italia una importante manifestazione sull’argomento, dal titolo Festival delle Generazioni, si svolgerà a Firenze il prossimo 13 e 14 ottobre.

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Conversazione

L’altro giorno ho avuto una conversazione con un trentenne.  Abbiamo chiacchierato e discusso di giovani che faticano a trovare un’occupazione (non è il suo caso, dato che lavora, ma è molto solidale con i suoi coetanei meno fortunati) e di cosa possono fare persone in là con gli anni (noi insomma) per superare questa situazione. Non è stata una conversazione facile, avevamo categorie mentali diverse e, forse, entrambi due teorie da dimostrare, piuttosto distanti tra loro.

La teoria del mio interlocutore è che mancano ancora le politiche per i giovani e pure quelle per gli anziani, ma che gli anziani (il suo vocabolario non prevede alternative a questa definizione) sono privilegiati e dovrebbero fare cose che servono a tutta la società e in primis ai giovani. Pur condividendo la diagnosi che i baby boomers sono generazioni “privilegiate”, o più semplicemente fortunate, gli ho fatto presente che capivo la difficoltà, dalla sua prospettiva di trentenne, di distinguere condizioni diverse all’interno della categoria che chiama “gli anziani”, ma che senza questa distinzione si rischiava di non capire la realtà di oggi: un conto sono i veri anziani che soffrono condizioni di fragilità e che hanno bisogno di supporto, altro sono i sessantenni (e oltre) che godono di buona salute e hanno energia e vitalità da vendere.

Siccome la discussione riguardava il versante pubblico del problema e non quello privato, non si è parlato dell’aiuto concreto e affettivo di molti genitori nei confronti dei loro figli grandi, ma del ruolo sociale degli uni e degli altri. Su questo abbiamo proprio fatto fatica a capirci.

C’è stata la riforma delle pensioni – gli ho detto – si lavorerà fino a 66-70 anni: dalla prospettiva di un giovane dovrebbe essere un bel passo avanti sapere di dover versare meno contributi per pagare delle baby pensioni e mettere invece in salvo la propria pensione futura.  Eh no – è stata la sua replica – se lavori più anni togli possibile occupazione ad un ragazzo e adesso è questo il bene più prezioso. Già – ho contro obiettato – però fino a poco tempo fa la pensione troppo presto al 55-60enne di oggi veniva vista come una delle principali iniquità tra generazioni. E poi non è scontato che se tieni al lavoro un sessantenne lo togli ad un ventenne, dipende dalle formule che adotti (vedi esempi nord europei e proposta Perugina).

Comunque è vero che molti verso i 60 anni oggi sono già in pensione, eppure sono attivi e vitali. Tra questi, sul fronte del  lavoro sono parecchi quelli che proseguono con collaborazioni o con attività autonome e invece sul fronte delle attività socialmente utili abbondano quelli che si dedicano al volontariato o che danno un aiuto familiare essenziale per gli equilibri domestici, anche quelli economici. Ma pure questo non è piaciuto al mio giovane interlocutore: se prosegui a lavorare e ad avere un reddito che sommi alla pensione sei doppiamente riprovevole, se invece fai volontariato può andare, ma è la conferma che tutto è lasciato alla iniziativa e al buon cuore degli individui e che mancano invece politiche di sostegno.

Ahimè, ci siamo salutati avendo ciascuno scalfito poco la propria idea di partenza.

La solidarietà tra generazioni è un valore che sposavamo entrambi, ma tradurlo in valutazioni e preferenze univoche non è risultato affatto scontato.

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Irriducibili

Da qualche giorno mi sono spostato nella casa di campagna, dove trascorrerò parte di agosto. Come sempre, quando arrivo la prima cosa che faccio è controllare se tutto funziona a dovere e subito dopo stilo l’elenco delle manutenzioni necessarie. A volte si tratta di nuovi guasti, in altri casi di vecchi deterioramenti che attendono da mesi. Quest’anno, appena arrivato mi sono reso conto che alcune magagne risalivano addirittura all’estate dell’anno scorso: una finestra che non chiudeva bene, sportelli in legno che rimanevano sbilenchi, una porta anche lei in legno completamente fuori asse.  Tutti lavori che richiedevano il falegname. Oppure, in alternativa, che mi cimentassi io nel bricolage, ma conoscendo le mie scarsissime doti manuali, l’unica opzione valida era la prima. Era la stessa conclusione a cui ero giunto più volte nei mesi precedenti e altrettante volte avevo telefonato a G. (lo chiamerò così), il falegname di riferimento nella zona, che già in passato si era rivelato efficace nelle riparazioni e onesto nella parcella, ma che questa volta mi aveva rimandato e rimandato, fino a farmi pensare che i lavori che gli chiedevo gli fossero d’impiccio.

Dopo l’ennesima telefonata in cui gli ho supplicato il suo intervento, G. è improvvisamente comparso sulla soglia di casa e dopo avermi spiegato che aveva avuto tanto lavoro e che non gliene volessi per il ritardo, si è messo subito all’opera: in meno di due ore, con mano esperta ha aggiustato quasi tutto, mi ha spiegato cosa non valeva la pena di riparare e poi mi ha fatto il solito prezzo onesto.  Mentre lavorava, per la prima volta mi resi conto che G. non era più un giovanotto e che faceva una certa fatica fisica nello stare in certe posizioni inginocchiate o a sollevare degli ingombri pesanti.  Sono rimasto di sasso quando, alla mia domanda curiosa sulla sua età, mi ha detto di avere 73 anni. A G. non mancano le occasioni per fare altro: ad esempio, mi ha raccontato dei viaggi che fa periodicamente per andare a trovare il figlio che ora abita all’estero. Né certo starebbe senza compagnia o con le mani in mano se smettesse il suo lavoro. Il fatto è che il suo lavoro è la sua vita e allora magari si prendono meno impegni, ma finché si ha la forza per continuare, perché  smettere ?

P.S. Il falegname della foto l’ho trovato in internet, la didascalia dice che ha 85 anni.

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Quando l’età passa all’incasso

Oggi Antonio Calabrò su Il Mondo, settimanale economico di RCS Corriere della Sera, alla rubrica Letture e sotto il titolo “Quando l’età passa all’incasso”, suggerisce quattro libri “per capire come nella società moderna il trascorrere del tempo impatta sulla vita di uomini e donne”: “Una lama di luce” di Andrea Camilleri, edito da Sellerio, “La custode dei libri” di Sophie Divry, edito da Einaudi, “Il cambiamento demografico” a cura della CEI, edito da Laterza e il mio “I ragazzi di sessant’anni”, edito da Mondadori.

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Pensioni: la media del pollo

L’età media per l’accesso all’assegno dell’Inps si sta alzando. Secondo informazioni circolate negli ultimi giorni, siamo arrivati, dato medio e riferito ai primi sei mesi del 2012, a 61 anni e 3 mesi.  “L’Italia si avvicina alla Germania”, così è stato salutato il nuovo dato, con una certa enfasi, da parecchi media.    Effettivamente il risultato di metà 2012 ci fa fare un salto: quasi un anno in più rispetto al 2011 (eravamo a 60,4 anni), due anni secchi in più rispetto ai francesi (fermi al 59,3) e a una spanna dai tedeschi (che sono a 61,7).

Tra l’altro, questa crescita non è dipesa, come si potrebbe credere a prima vista, dalla riforma Monti-Fornero, ma è l’effetto a scoppio ritardato delle scelte sulla finestra mobile e sul cosiddetto “scalino” fatte dai Governi precedenti.  La riforma del Governo “tecnico”infatti dispiegherà i suoi effetti solo a partire dal 2013.

Stiamo dunque facendo i famosi “compiti a casa”?  Si direbbe proprio di sì.

Peraltro, la lettura dei dati disaggregati fa subito emergere che la media citata è il risultato di  età molto diverse tra loro a seconda delle diverse condizioni, insomma siamo proprio di fronte alla famosa media del pollo.  Intanto si mantiene una grande differenza tra l’età media di pensionamento per la pensione di anzianità (che è rimasta sotto i sessant’anni, pur passando dai 58,8 del 2011 a 59,8 anni) e per quella di vecchiaia (da 62,9 a 63,3). Ma soprattutto balza agli occhi la differenza tra le condizioni dei lavoratori dipendenti e dei lavoratori autonomi. Considerando sia pensioni di anzianità sia pensioni di vecchiaia, per i dipendenti si è passati da 59,9 anni nel 2011 a 60,9 anni nel primo semestre 2012 mentre per gli autonomi si è passati da 61,2 a 62,9 anni. Se poi si considera solo la pensione di vecchiaia,  gli autonomi risultano nettamente i più sfavoriti, essendo improvvisamente passati da 63,3 a 68,4 anni.

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Giovani di spirito, giovanilismo e invecchiamento

E’ appassionato il dibattito sulla nostra pagina facebook e su questo blog intorno a questi tre concetti !

“Fanno pena le persone della mia età che si atteggiano e si vestono da ragazzine. Ma è così vergognoso invecchiare?” si chiede un’amica.  “L’importante è sentirsi giovani dentro!” sostengono in molti. Ma anche questo non convince tutti: “E’ solo un modo forzato di essere ottimisti” incalza un’altra amica. “Io mi sento in piena forma e mi sto divertendo con la mia fidanzata più giovane” dice uno, allora “c’è qualcosa che stride” è l’immediato commento. “Ho 63 anni e non mi sento per niente vecchia, anzi ancora giovane e voglio assaporare tutte le gioie della vita” dice una frequentatrice del blog. “No, per fortuna tutti invecchiamo!” è la replica.

Insomma, le idee sull’argomento sembrano essere piuttosto diverse, quanto meno a prima vista.   E allora non resisto a dire anche la mia.

La mia idea di fondo è che finiamo tutti nel trabocchetto dell’alternativa giovane – vecchio perché né il linguaggio, né le costruzioni concettuali, né l’esperienza sociale diffusa ci offrono ancora gli strumenti per raccontare la novità di questa nostra fase di vita, che fino a pochi anni fa non esisteva e che oggi invece stiamo sperimentando in tanti, ma senza poterci rifare ancora a modelli da copiare e dovendocela giocare invece in un ruolo da apripista. E allora ricorriamo, per descrivere il bello e il brutto di questa nostra stagione della vita, a concetti e a parole in cui alla fine si contrappongono il giovane e il vecchio.

Se facciamo la tara a questo problema, la mia anima conciliante mi fa poi propendere a considerare non antitetici i concetti espressi.  Penso che se “giovane di spirito” significa avere ancora un atteggiamento aperto e curioso verso il nuovo, il mondo e il futuro, allora questa è probabilmente proprio la caratteristica che ci permetterà di vivere con gioia l’opportunità di questa fase di vita nuova prima di raggiungere la  vecchiaia. Ma questo atteggiamento non è affatto in contrapposizione con l’essere consapevoli che si sta invecchiando, che gli anni passano e che mente cuore e gambe cambiano con l’età. Faccio mie le parole di Cesa-Bianchi e di Albanese che associano i due termini “crescere e invecchiare”, cioè – dicono –  l’invecchiamento è anch’esso uno sviluppo. Negare questa evoluzione è cieco, scimmiottare i giovani (il “giovanilismo”) per sfuggirla è perdente, adattarvisi ridefinendo in continuo la propria identità senza smarrire un atteggiamento aperto e curioso è probabilmente la vera sfida.

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Protagonisti del volontariato 1

Ricordavo qualche giorno fa su queste pagine che l’attività di volontariato è diventata una parte importante della vita di molti senior e in particolare di molti frequentatori di questo stesso blog.

Vicino a chi ne riconosce un alto significato e un alto valore, vi è chi esprime perplessità su come funzionano le associazioni che il volontariato lo organizzano.   Un approfondimento è utile per capire come evitare che un’attività indubbiamente di grande rilevanza sociale finisca con il perdere di credibilità.  Ne ho iniziato a parlare con due protagonisti dell’area milanese, in attesa di ulteriori conversazioni con associazioni di altre realtà e in attesa di esperienze che tutti voi vorrete portare all’attenzione di questo blog.

  A Dino Magaldi che da 7 anni è protagonista in Anteas Milano (circa 250  volontari attivi prevalentemente dai 60 anni in su) e a Giovanni Gruppo della Presidenza dell’Auser Volontariato di Milano (circa 1700 volontari, per lo più pensionati tra i 60 e i 70 anni), ho posto tre domande: 1. Quali sono le aspettative giuste che può avere chi si avvicina al volontariato a questa età?  2. Hanno ragione alcuni a dire che il volontariato è organizzato male (si è utilizzati poco, non si usano le competenze pregresse, non si ricevono mai riconoscimenti)?  3. Che differenze ci sono rispetto ad organizzazioni non di volontariato?

Le attività di volontariato svolte dalle persone della nostra età sono molteplici. Un posto di rilievo lo occupa l’assistenza agli anziani fragili: nelle case di riposo, a domicilio, facendo compagnia, portando la spesa a casa, accompagnando chi non ce la fa da solo, o anche attraverso un numero verde dedicato (ad esempio l’Auser con il suo “Filo d’argento” 800995988). Un altro tipo di attività è a favore dei piccoli nelle scuole: ad esempio i volontari di Anteas vanno nelle aule a raccontare favole scritte dai nonni, oppure l’iniziativa “nonni amici” di Auser porta i volontari a far sorveglianza davanti alle scuole o a spiegare come si coltivano gli orti. Ma non mancano nemmeno l’assistenza nelle carceri, o lavori di piccola manutenzione presso musei, così come iniziative di socializzazione culturale nelle periferie, fino ad occasioni in cui si mette alla prova la propria vocazione artistica.

“Se una persona si presenta dicendo che vorrebbe fare volontariato solo perché non gli va di stare al bar o a casa da solo probabilmente si sta avvicinando a questa esperienza con il piede sbagliato” mi dice  Magaldi a proposito delle aspettative più corrette per intraprendere questa esperienza. “Lo spirito giusto è di chi pensa ad una propria terza età attiva in cui si dedica agli altri, arrivando al volontariato non per trovare un riconoscimento ma per condividere con altri un po’ della propria ricchezza interiore”.  Alcuni dei commenti ricevuti in questo blog dicono che il volontariato dà senso alla vita di chi lo fa e che è utile anche al volontario, non solo a chi è assistito. Giovanni Gruppo sostanzialmente si ritrova con questa prospettiva: “Per noi volontariato è socializzare facendo cose utili agli altri. E’ essere cittadini attivi, mantenendosi vivi”.

A proposito della presunta cattiva organizzazione delle associazioni di volontariato e della delusione che parecchi provano dopo essersi avvicinati, il punto chiave sembrerebbe essere la qualità del patto e dell’orientamento iniziale. “La persona che arriva e che si limita a un: <ditemi cosa devo fare> non va bene” sostiene Gruppo “abbiamo bisogno di persone attive”.  E’ meglio usare le competenze che si sono già sviluppate nel corso della vita, ma ancor di più è essenziale capire cosa desidera la persona interessata e concordare con lei attività e tempi dedicati. Peraltro, non sempre il diretto interessato ha le idee chiare. “Non sono pochi quelli che partono in quarta e poi si afflosciano – sostiene Magaldi – così come quelli che non sanno bene cosa vorrebbero fare: anche per questo i corsi formativi iniziali sono utili”.

E le differenze con le altre organizzazioni, ad esempio con le cooperative che offrono servizi analoghi ? Una prima differenza è la gratuità del servizio offerto e in particolare in questa fase di crisi il volontariato può essere un importante sostegno. Ovviamente, a fronte di questo, va sempre ricordato che i volontari non sono professionisti e che non danno un servizio permanente. E allora proprio per questo diventa essenziale lo spirito di solidarietà che si riesce a trasmettere quando si offre la propria opera da volontari.

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Curiosi come scimmie

Se vi accorgete che state perdendo la curiosità per quel che vi circonda vuol dire che state facendo un passo in avanti significativo verso la vera vecchiaia.  Questo succede quando, ad esempio, non interessa più capire a cosa servono e come funzionano i nuovi attrezzi tecnologici che girano per casa o che si vedono nelle mani dei figli e dei nipoti, quando ogni persona nuova che ci viene presentata è solo una scocciatura o quando si comincia a pensare che quel che si sa basta e avanza per gli anni che rimangono da vivere. In tutti questi casi è l’indifferenza il sentimento dominante.

L’esperienza che invece stanno facendo moltissime persone entrate nella fase di vita nuova verso i 55-60 e che vivono intensamente i successivi 25 e magari più anni, è che non smettono di essere curiose verso le cose del mondo e non rinunciano ad imparare. Anzi, sono tantissime quelle che trovano il modo, in questa fase della vita, di realizzarsi attraverso dei percorsi di apprendimento che non si sarebbero potuti permettere in altri momenti dell’esistenza.

  Se vi identificate in questa seconda tipologia di persone, sappiate che è già stata  inventata l’espressione sintetica con cui definirvi: “lifelong learners”, persone che appunto continuano ad imparare per tutta la vita.

Il senior di oggi ha questa splendida opportunità, di aumentare il proprio patrimonio di conoscenze e di capacità per la propria crescita personale.

Per vederla come opportunità servono tre condizioni: primo, riconoscere dentro di sé la voglia di imparare, secondo, avere la testa ancora funzionante e infine trovare occasioni per apprendere.

La prima condizione, la motivazione ad apprendere ancora, è figlia della curiosità di cui dicevo prima. Gli input che ricevo dai senior che frequento e dalle storie che mi inviano, mi portano a dire che di curiosità ce n’è in abbondanza, così come di voglia di “imparare ancora”. A volte la motivazione sta nel piacere in sé del conoscere cose nuove, altre volte è nel timore di risultare obsoleti, fatto sta che il senior non si tira indietro quando c’è da capire e studiare qualcosa di nuovo.

La seconda condizione riguarda le nostre capacità cognitive. Ebbene, se tralasciamo il mandare a memoria nozioni (questo a parecchi può dare qualche problema), non ci sono ragioni per ritenere che il sessantenne non possa mettere in campo una significativa e gratificante capacità di apprendimento, soprattutto se nel campo scelto si possono riutilizzare esperienze del passato.

Per quanto riguarda infine le occasioni per apprendere, qui l’offerta si fa sempre più ampia e in quest’offerta vale la pena di segnalare, tra i vari mezzi possibili, quelli che si basano sul fai-da-te (almeno in parte). Soprattutto per coloro che non abitano in centri dove abbondano iniziative civiche, università ordinarie o della terza età, l’apprendimento a distanza con un programma che prevede la lettura di un libro e gli esercizi fatti on line può essere una valida alternativa.

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