Posts Tagged: lavoro

Si può !

Da parte di Attilio: Cari “ragazzi”, vi scrivo per condividere la soddisfazione di un cinquantasettenne che aveva perso il lavoro e che contro tutte le previsioni qualche mese fa ne ha trovato un altro. Ero rimasto a spasso quando la società dove lavoravo ha chiuso e se ne è andata dall’Italia. Per un po’ ho cercato, ma con poca convinzione perché tutti mi dicevano che anche se la mia professione serve sempre (ho avuto responsabilità come amministrativo) alla mia età un nuovo lavoro potevo scordarmelo. Quando si è presentata l’occasione e sono andato ai colloqui di lavoro il cuore mi batteva come a un ragazzino di primo pelo, ma per fortuna è andata… Il lavoro è a progetto e la sede di lavoro è in un’altra città, circa 150 chilometri dalla mia, così ho dovuto reimpostare tutto, ma non importa, anzi una ventata di novità fa bene a questa età!

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Pensioni: la media del pollo

L’età media per l’accesso all’assegno dell’Inps si sta alzando. Secondo informazioni circolate negli ultimi giorni, siamo arrivati, dato medio e riferito ai primi sei mesi del 2012, a 61 anni e 3 mesi.  “L’Italia si avvicina alla Germania”, così è stato salutato il nuovo dato, con una certa enfasi, da parecchi media.    Effettivamente il risultato di metà 2012 ci fa fare un salto: quasi un anno in più rispetto al 2011 (eravamo a 60,4 anni), due anni secchi in più rispetto ai francesi (fermi al 59,3) e a una spanna dai tedeschi (che sono a 61,7).

Tra l’altro, questa crescita non è dipesa, come si potrebbe credere a prima vista, dalla riforma Monti-Fornero, ma è l’effetto a scoppio ritardato delle scelte sulla finestra mobile e sul cosiddetto “scalino” fatte dai Governi precedenti.  La riforma del Governo “tecnico”infatti dispiegherà i suoi effetti solo a partire dal 2013.

Stiamo dunque facendo i famosi “compiti a casa”?  Si direbbe proprio di sì.

Peraltro, la lettura dei dati disaggregati fa subito emergere che la media citata è il risultato di  età molto diverse tra loro a seconda delle diverse condizioni, insomma siamo proprio di fronte alla famosa media del pollo.  Intanto si mantiene una grande differenza tra l’età media di pensionamento per la pensione di anzianità (che è rimasta sotto i sessant’anni, pur passando dai 58,8 del 2011 a 59,8 anni) e per quella di vecchiaia (da 62,9 a 63,3). Ma soprattutto balza agli occhi la differenza tra le condizioni dei lavoratori dipendenti e dei lavoratori autonomi. Considerando sia pensioni di anzianità sia pensioni di vecchiaia, per i dipendenti si è passati da 59,9 anni nel 2011 a 60,9 anni nel primo semestre 2012 mentre per gli autonomi si è passati da 61,2 a 62,9 anni. Se poi si considera solo la pensione di vecchiaia,  gli autonomi risultano nettamente i più sfavoriti, essendo improvvisamente passati da 63,3 a 68,4 anni.

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L’accetteresti la proposta della Perugina ?

Se fossi tra quelli che, in base alle nuove regole, prenderanno l’assegno pensionistico a 66 anni e avessi un figlio 18-30enne che fatica a trovare lavoro, l’accetteresti la proposta della Perugina Nestlé ?

La proposta è di pochi giorni fa, ha già fatto discutere molto e così la descrive Il Sole XXIV Ore  che l’ha comunicata tra i primi  il 23 luglio  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-07-23/scambio-part-timeassunzione-figli-192834.shtml?uuid=AbmBVbCG

  “Scegli il part time? Assumo tuo figlio». Perugina progetta un nuovo patto tra generazioni. Un taglio all’orario di lavoro, da 40 a 30 ore alla settimana, bilanciato dall’assunzione dei figli <…> È quanto propone Nestlè Italia ai lavoratori dello stabilimento Perugina di San Sisto, presso Perugia, «a fronte dello slittamento delle pensioni, che rischia di sbarrare la strada alle occasioni di lavoro per i giovani».”  Lo scambio proposto è su base volontaria (si applica a chi l’accetta) e non è automatico, nel senso che l’azienda si riserva di valutare se formazione e competenze del giovane da assumere sono adeguate.

La proposta non è completamente nuova, dato che anche nel recente passato patti “giovani per anziani” erano stati concordati in varie grandi aziende, come ad esempio Intesa San Paolo, Poste, Ferrovie, Finmeccanica, Banca Popolare di Milano (vedi il Corriere della Sera su Intesa San Paolo http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/31/patto_giovani_per_anziani__co_9_110731022.shtml).     La differenza è che allora gli accordi prevedevano l’uscita anticipata dei tardo cinquantenni senza incentivi economici (l’incentivo era l’assunzione del figlio), mentre la proposta della Perugina prevede che il sessantenne , in mancanza dello Stato che si fa carico del pre-pensionamento, lavori mediamente il 25% in meno con un corrispettivo taglio di retribuzione.

La proposta è di quelle che possono soddisfare contemporaneamente le esigenze di molti ma che contiene anche, a mio modo di vedere, una possibile buccia di banana.

Per il sessantenne: è interessante se pensava di andare in pensione a breve (quindi con un reddito inferiore a quello da lavoro) e se trova particolarmente faticoso immaginarsi un carico di lavoro uguale a quello di oggi per i prossimi anni; avere più tempo libero può rispondere all’esigenza di coltivare altri interessi e il figlio non più disoccupato significa liberarsi di una delle principale preoccupazioni. Ad ogni modo il sessantenne può sempre dire che la proposta non gli interessa e che preferisce lavorare come oggi.

Per l’azienda: riduce il costo del personale più anziano, favorisce un ricambio generazionale senza traumi, probabilmente l’azienda sa che non fa la soddisfazione dei sindacati ma di molti dipendenti sì.

Per il giovane: se sta facendo fatica a trovare un lavoro, la proposta è manna che cade dal cielo; poi bisogna vedere non solo se le sue competenze sono adeguate ma anche se è motivato dal lavoro che gli propongono.

Per la collettività: la proposta di lavoro part time al sessantenne e di loro ricambio con giovani è in linea con le migliori pratiche in circolazione in Europa in questo campo. Quindi fin qui tutto bene. Ma è proprio sul terreno dell’interesse collettivo che si può annidare la buccia di banana.  Se davvero (come tutti dicono) crediamo al merito individuale, dove va a finire questo valore nel momento in cui il principale titolo di merito per farsi assumere  diventa “essere figlio di…” ?

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Mi ha salvato la terra

Scrive Livio: Ho 57 anni, sei mesi fa sono stato mandato via, improvvisamente e senza un valido motivo, dall’azienda dove ero un dirigente fino a quel momento apprezzato. Rabbia, sconforto e preoccupazione per il futuro sono stati i sentimenti delle prime settimane dopo il licenziamento. Sono rimasti la rabbia per quel che mi hanno fatto (sono ancora in causa) e un po’ di preoccupazione, ma lo sconforto penso di averlo superato. Mi sto guardando intorno alla ricerca di un nuovo lavoro e naturalmente alla mia età nessuno mi prende in considerazione per assumermi, però io sono disponibile per qualunque tipo di rapporto in cui venga utilizzata la mia competenza. Non sono mai stato bravo nel tenere le pubbliche relazioni e quindi adesso ce la sto mettendo tutta per prendere contatti utili. Però lo sconforto mi è passato grazie al pezzo di terra che quasi non ricordavo più di avere e che mi sono messo a coltivare. Sì, faccio il contadino (un contadino inesperto che ha bisogno dei consigli dei contadini veri dei terreni vicini al mio), ma è un’attività che mi riempie la giornata, mi stanca fisicamente (è un bene) e mi dà soddisfazione. Non ci campo con la terra, ma mi ha permesso di superare il momento difficile e di vedere le cose nella giusta prospettiva.

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La domanda di Giusy: reinventarsi sul lavoro

Ieri sulla pagina facebook collegata a questo blog Giusy ha fatto una domanda tanto semplice quanto di difficile risposta: “Mi dite come o cosa reinventarsi a 50 anni, in tema di lavoro ?”.

E’ una domanda che ha rivolto a tutti e nessuno finora (h.18.30 di giovedì) si è sentito di darle una risposta, forse anche questo un sintomo della delicatezza del problema.

Francamente non credo che ci sia una risposta al quesito che pone Giusy, e anche chi le avesse voluto dare qualche buon suggerimento probabilmente si sarà fermato di fronte al non sapere chi è Giusy e cosa ha fatto finora. Però qualche criterio generale lo si può mettere in comune e da lì forse partire per esplorare delle soluzioni, magari buone per molti, non solo per Giusy.

Intanto credo che sia fondamentale capire perché ci si vuole reinventare sul lavoro. Si è perso l’impiego che si aveva ? Non si sopporta più l’ambiente che si è frequentato per tanti anni ? Si fa fatica ad alzarsi la mattina pensando di dover trascorrere otto ore in ufficio ? Nel mio libro “I ragazzi di sessant’anni” ad un certo punto propongo tre categorie: gli espulsi, i liberati e i tenaci. I primi sono quelli che avrebbero desiderato continuare sulla stessa pista e invece sono stati costretti a lasciare il lavoro. I secondi sono quelli che salutano come una benedizione l’essere usciti da una situazione che ormai vivevano come frustrante o del tutto insoddisfacente. I terzi sono quelli che, per inerzia o per convinzione, tenacemente proseguono (possono proseguire) l’attività lavorativa di sempre.   Naturalmente il punto di partenza è fondamentale per progettare il proprio “reinventarsi”: chi è stato espulso, ad esempio, di solito deve superare anche un senso di sconfitta o di ingiustizia che non sperimenta per nulla colui che vive la frattura con il passato come una liberazione da una gabbia.

Se la ragione del cambiamento è importante, ancor di più lo è il cosa mi aspetto da una prossima attività lavorativa e cosa sono disposto a mettere in gioco. Qualunque tipo di lavoro lecito in qualunque angolo del mondo pur di portare a casa la pagnotta per i prossimi quindici anni ? Oppure, come è assai più probabile per un cinquantenne italiano, le mie motivazioni e le mie aspirazioni mettono dei paletti abbastanza precisi a ciò che cerco ? E allora chiariamoceli bene subito quali sono questi paletti, tra l’altro può essere anche l’occasione per renderci conto di cosa ci piacerebbe fare per davvero nei prossimi anni, per far emergere ciò che veramente siamo e ciò che veramente desideriamo. Questo è il significato primario di reinventarsi.

Fatta luce sulle proprie esigenze, motivazioni, aspirazioni così come sui propri vincoli, arriva la parte più difficile: trovare delle opportunità concrete in un periodo di recessione economica senza andare in cerca della luna.  Andare in cerca della luna può significare molte cose diverse: ad esempio, il provare a ricollocarsi in un settore in cui tutte le imprese stanno chiudendo solo perché la propria esperienza è in quel settore; oppure prendere in considerazione solo occupazioni che diano esattamente gli stessi benefici di quella precedente; oppure ancora infilarsi in un’attività autonoma pensando che i risultati positivi si vedranno sin dal primo giorno.   Ciò detto, è vero che le opportunità concrete le si possono trovare più facilmente se si dispone di qualche professionalità che è ricercata sul mercato. La prima cosa concreta da fare quindi è il bilancio delle proprie competenze professionali specifiche sviluppate nei decenni precedenti, per capire quali sono quelle che hanno una buona richiesta sul mercato del lavoro.  E poi proporsi con una buona dose di flessibilità sulle formule: da over 50 è inutile puntare in prima battuta al posto fisso, si è dei miracolati se te lo offrono, meglio puntare ad incarichi a tempo, o a lavori part time. Terza raccomandazione: sfruttare tutti i canali attraverso i quali si può arrivare alle offerte di lavoro. Non disdegnare i Centri per l’impiego, non aver problemi a rivolgersi alle agenzie di lavoro interinale, proporsi sui social network professionali tipo Linkedin, mandare il proprio CV alle società di ricerca e selezione di personale, prendere in considerazione le iniziative formative che vengono offerte per la propria riconversione professionale, provare a farsi pagare un servizio di outplacement dall’azienda che ti sta mandando via. E ovviamente utilizzare la rete di relazioni personali sviluppata nel corso della vita per far sapere la propria disponibilità e i propri progetti.

Questo se il futuro lo si immagina sempre da lavoratore dipendente. Ma, come hanno testimoniato anche alcune storie raccontate su questo stesso blog, le strade sono molteplici: ad esempio può anche succedere che una passione, sempre contenuta nei ritagli del tempo libero, si trasformi ad un certo punto in attività remunerata. Così come può succedere che una buona idea e delle capacità sviluppate in passato possano fare da punto di partenza per l’avvio di un’attività autonoma o imprenditoriale.

Mi rendo conto che questi che ho indicato sono solo criteri di massima e che ogni situazione è un caso a se stante. Forse però possono essere dei punti di partenza di metodo per affrontare le singole storie personali.

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Sono fesso o fortunato ?

Scrive Renzo: Leggo spesso, anche su questo blog, che i sessantenni dovrebbero rinventarsi e cominciare a fare cose diverse da quelle che hanno sempre fatto, a cominciare dallo smettere di lavorare o dal lavorare meno.

Non sono per niente d’accordo con questa impostazione. Io ho appena compiuto 61 anni, da 37 lavoro e da 25 ho un mio studio da libero professionista. Non sono diventato ricco, però il lavoro mi ha arricchito tanto le giornate. Ho avuto altre cose dalla vita, qualcuna bella e qualcuna brutta, ma il mio lavoro è sicuramente quella che mi ha dato e mi dà più soddisfazioni. Perché dovrei immaginare di smettere fra pochi anni ? Io vorrei continuare a lavorare nel mio studio per tutta la giornata fino a 90 anni, se il Signore me lo permette.
A volte mi vengono dei dubbi di essere io il fesso, dato che tutti dicono che è meglio andare in pensione il prima possibile. Però poi mi dico che invece sono fortunato, perché faccio un bel lavoro che mi piace e questo non capita a tutti.

Risponde Enrico: Sì, sei fortunato e non fesso. A patto che anche in futuro manterrai inalterato il tuo modo di vivere perché continuerà a darti soddisfazioni e non perché non saprai immaginarti qualcosa di diverso.

 

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Pensione con flessibilità

Trovare un sistema buono per tutti è impossibile. Non solo perché le risorse sono limitate, la longevità è in crescita e noi senior siamo ormai più numerosi dei giovani, ma anche perché le esigenze dei circa 14 milioni di persone tra i 55 e i 75 anni oggi sono assai variegate.

C’è chi può e ha voglia di lavorare fino a che le forze e la testa lo reggono, magari anche oltre gli 80 anni. C’è chi ha iniziato a lavorare molto presto, magari in occupazioni faticose, e svoltati i 50 si domanda come farà a reggere ancora.  C’è chi ha tenuto ritmi di lavoro serratissimi per più di trent’anni e quando si avvicinano i 60 vorrebbe non smettere, ma prendersela un po’ più comoda. C’è chi non ha mai avuto una vera occupazione lavorativa e vive la pensione di vecchiaia come un’integrazione economica e non come un salto di vita. C’è chi si ritrova senza lavoro e stipendio dall’oggi al domani e fatica a trovare un’occupazione sia pur temporanea. C’è chi senza reddito da lavoro e senza pensione non campa, ma c’è anche chi è riuscito a risparmiare negli anni precedenti o ha un secondo lavoro non dichiarato. Insomma, c’è di tutto.  E gli italiani, come in qualunque altro campo, amerebbero delle soluzioni personalizzate. Al contrario, le norme che regolano il pensionamento sono rigide.

“La nuova cultura del lavoro deve liberarsi dall’idea che superati i 50 anni ci si avvicini verso il declino delle capacità lavorative e che sia impossibile per un sessantenne trovare un lavoro anche solo part-time”. Non è farina del mio sacco, è una citazione tratta dalla dichiarazione al Senato di ieri 19 giugno del Ministro del Lavoro Elsa Fornero. La quale, fedele al suo pensiero, già nel 2007 in un articolo sul pensionamento flessibile scritto su www.newwelfare.org insieme a Chiara Monticone, diceva: “In tutti i paesi europei i sistemi pensionistici consentono qualche margine di manovra a coloro che vogliono anticipare o ritardare l’uscita dal mondo del lavoro e collocare il momento del pensionamento diversamente rispetto all’età di riferimento stabilita dall’età di pensionamento “legale”.  E poi aggiungeva: “…la flessibilità nel pensionamento consiste nel lasciare al singolo lavoratore la possibilità di scegliere sia quando cominciare a ricevere la pensione sia quanto riceverne in proporzione al beneficio pensionistico pieno che gli spetta e, infine, come riceverlo…”

Credo che effettivamente tra le non molte soluzioni percorribili tese a conciliare esigenze pubbliche ed esigenze di ogni persona, quella del pensionamento flessibile sia una delle poche che potrebbero rivelarsi efficaci.  Non è un caso che in questo senso vi siano già diverse esperienze in altri Paesi e alcune interessanti proposte anche in Italia, alcune già presentate in Parlamento, ad esempio nella direzione di incentivare il part time nell’accompagnamento alla pensione e di consentire flessibilità nell’età di accesso alla pensione con connessi vantaggi o penalizzazioni economici.

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Lavoro a 59 anni

Oggi vi propongo due storie in parallelo: quella di Giuliano, che ha inviato la sua storia al blog, e quella di Marina, che non ha inviato una vera storia ma che ho lasciato il suo messaggio sul wall della nostra pagina facebook. Giuliano e Marina hanno in comune la stessa età ed entrambi parlano di lavoro. A 59 anni non sono pochi coloro che proseguono con soddisfazione e motivazione la propria attività lavorativa, ma non è il caso di Giuliano e di Marina, che invece stanno sperimentando dei problemi legati al lavoro. Però i loro sono problemi di natura molto diversa: a dimostrazione ancora una volta che il fenomeno dei ragazzi di sessant’anni che lavorano ha molte e varie sfaccettature.

Scrive Giuliano: Qualche anno fa, oggi ho 59 anni, non avrei immaginato che mi sarei trovato nella situazione di oggi. Lavoravo in un’azienda, un lavoro tecnico che mi piaceva e con uno stipendio decente, avevo fatto la mia normale carriera – se questo concetto vuol dire ancora qualcosa – avevo le mie responsabilità e non mi passava per la testa nessuna idea di pensione. Meno di un anno fa invece, d’improvviso, l’azienda dove lavoravo è stata venduta e i nuovi arrivati mi hanno liquidato in poche settimane. In passato ho girato un po’ di aziende diverse ma questa volta mi sono reso subito conto che la mia età è un handicap per propormi ad altri come ho fatto in passato. A parte il fatto che mi va di lavorare ancora, ho due figli che ancora studiano. Mia moglie, che lavora anche lei, sta cercando di tenermi su di morale, ma non so per quanto tempo ne avrà voglia. Io ho qualche risparmio da parte e qualcosa per licenziarmi me l’hanno dato, ma non posso e soprattutto non voglio ritirarmi adesso. Dicono che i giovani soffrono perché si sentono precari, se a me offrissero adesso qualcosa di precario lo prenderei subito.

Il messaggio di Marina:  Ho 59 ANNI compiuti il 2 giugno…una vita piena , lavoro all’ospedale di Trieste, 2 figli maschi e ora meraviglie delle meraviglie una nipotina…vorrei tanto poter stare a casa a fare la nonna ma mi fanno lavorare fino a 67: IO NON CE LA FACCIO PIU!!!!!!

 

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La lotta della vita

La vita è una lotta continua. Sono nata in una famiglia umile, non ho potuto studiare, peccato mi piaceva tanto, ho dovuto accontentarmi di un lavoro che non mi ha mai soddisfatto, mi sono sposata con un uomo ancora più sfigato di me, lavoriamo come matti per pagare un mutuo che finirà quando io avro’ 70 anni, ho avuto un cancro, mi ricordo che andavo a lavorare con 30 punti al seno, ci dovevo andare , ero in nero e la mutua non l’avevo, se poi mi licenziava ? L’unica soddisfazione un figlio laureato, ora disoccupato…Adesso  faccio la badante, spero sempre che i vecchietti campino il piu’ possibile, ora i piu’ ricchi sono proprio i pensionati… Ho 58anni, devo lavorare e per fare cio’ devo cercare di rimanere giovane, forse e’ proprio questo bisogno che mi dà tanta forza, vivo continuamente nell’ansia di non farcela, intanto vado avanti, alle volte mi chiedo: perche’ la mia vita non cambia? Lotto da sempre, e forse non avro’ la mia piccola pensione al minimo che speravo di avere perchè tutte le leggi sono cambiate. La vita è una vera fregatura, e pensare che alcuni vanno in pensione e si ammalano perchè non sanno cosa fare.”

La persona che ha inviato questa storia si firma “lotta continua”. Anche se preferirei che le firme fossero nomi di persone, rispetto la scelta di chi scrive e pubblico con questa firma. Non so se è voluto il richiamo al vecchio movimento politico, immagino di sì, anche se non ne sono sicuro.  Sono però altre due le cose, cara lotta continua, che mi colpiscono della tua storia – sfogo.  La prima è personale: è altissimo il livello di amarezza e di rabbia che esprimi per tutta la fatica che hai fatto nella vita e per le poche soddisfazioni che hai ricevuto, ma questo è unito ad una tenacia nella lotta quotidiana per la sopravvivenza che pure mi sembra elelevatissima e che forse è un patrimonio che tu possiedi e che altri non hanno. La seconda cosa che mi colpisce è sociale: che le differenze, le ingiustizie e i conflitti sociali nascano dai rapporti di lavoro non è certo una novità, quel che mi colpisce è che nella tua esperienza attuale di badante i già pensionati sono visti come dei privilegiati.

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Fuori da ogni logica

Giuseppe ci racconta la sua disavventura: Sono Giuseppe, 61 anni, ingegnere. Fino a due anni fa lavoravo come quadro in una nota multinazionale americana. Poi, per aver prestato fede alle promesse di un amico d’infanzia (noto politico della capitale di cui taccio il nome per decenza), decido, da perfetto idiota, di accettare la mobilità volontaria e mi faccio licenziare. Da quel momento in poi, è andato tutto a scatafascio: il “mio amico”, appena eletto si rimangia quanto promesso, le difficoltà aumentano giorno per giorno; il gruzzoletto ottenuto con la fuoriuscita dal mondo del lavoro si assottiglia sempre più fino ad azzerarsi. Ora, come suol dirsi, sono in braghe di tela e adesso non so più come proseguire. Voi mi direte: ma che storia è mai questa? Il solito sfigato, testa di cavolo. E’ vero, è ciò che penso anch’io. Se qualcuno di coloro che mi leggeranno vorrà darmi una mano, sarà per me un benefattore. Altrimenti…

Caro Giuseppe, la tua storia mi lascia con una domanda senza risposta: non avevi considerato, prima di dimetterti, il rischio insito nello scambiare il certo per l’incerto ? Oppure l’avevi valutato e l’avevi accettato ? Confesso che la tua vicenda mi lascia anche un senso di fastidio: quanto siamo lontani da una società del merito se un politico promette un posto di lavoro ad un suo amico per raccogliere voti !

Ma torniamo a te. Questo è il passato, adesso bisogna capire come smetterla di essere in braghe di tela e che prospettiva dare al futuro. Mi sembra di comprendere, dalla tua lettera, che intendi proseguire a lavorare. Come si fa a reinventarsi un’occupazione a 61 anni ? Non è facile, ma si può provare. Parti da un bilancio delle tue competenze professionali (hai qualche competenza tecnica o specialistica che può essere di interesse per qualche impresa ?) e dalla tua motivazione (ad esempio, saresti disposto ad andare a lavorare anche lontano da casa ?). Inutile mettersi sul mercato in modo generico, meglio proporsi puntando sulle proprie competenze e motivazioni. Non puntare al posto fisso, sei un miracolato se te lo danno alla tua età, considera formule a tempo. Questa è una strada. Una strada alternativa è di utilizzare la tua professionalità per avviare una iniziativa consulenziale o imprenditoriale (scusa la genericità, ma non ho elementi precisi della tua storia). Infine, una terza strada la puoi capire dalla storia di Mercedes, l’amica del blog di cui ho pubblicato la storia ieri, che ha sfruttato le proprie passioni e inclinazioni per trasformarle in attività remunerate, anche se lontane dalla sua occupazione abituale. In bocca al lupo !

 

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