Posts Tagged: lavoro

Nuovi orizzonti

Scrive Nicole: Francese, quasi 62enne, da molti anni in Italia, prima per lavoro in un’azienda francese a Roma poi per matrimonio in Liguria. Mi sono sposata a 40 anni con un piccolo imprenditore di 14 anni più grande, commettendo l’Errore della mia vita: licenziarmi. Infatti, dopo 2 anni, mio marito è fallito. Eravamo sul lastrico. Ha aperto un bar, a nome mio, e neanche questo è andato bene con penose conseguenze finanziarie per me. Anziché rimboccarsi le maniche, è scivolato nell’alcolismo. E’ da quel periodo che viviamo da separati in casa, né dormiamo né prendiamo i pasti insieme. Solo l’amore per i miei animali ed il mio orgoglio innato mi hanno dato la forza di andare avanti. Otto anni fa ho trovato un lavoro come operatrice in un call center, lavoro penosissimo e mal pagato ma a tempo indeterminato. Poi, 4 anni fa, ho conosciuto l’amore-passione per un mio coetaneo…non libero. Gioia e dolore insieme ma…vita. Sentirsi bella e desiderata alla mia età è fondamentale, rialza l’autostima. Ora non so cosa sarà della mia vita. Avrò finalmente la forza di lasciare marito e amante per nuovo orizzonti? (ma mai i miei animali). La Fornero mi costringe a sopportare per altri 2 anni l’inferno del call center. Poi, chissà… Leggere Voi è stata una scoperta, bellissima, spero poter scambiare pareri con Voi. Grazie

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Il tempo da reinventare

Se gli studi sulla felicità dicono che a quarant’anni ce n’è poca, è anche perché a quell’età il proprio tempo lo si percepisce più pilotato da altri e dal contesto che non da sé stessi. Infatti quella non è solo l’età in cui sei nel mezzo del cammin della carriera lavorativa, ma anche l’età in cui le responsabilità verso la famiglia sono all’apice e i tempi dei figli sono prevalenti sui tuoi.

La vita adulta é molto pressante sui tempi, sia per come é organizzato il lavoro sia per la cura e l’educazione dei figli. Sarebbero sufficienti queste due dimensioni per capire come mai la sensazione diffusa a quell’età è che ti manchi il respiro e che non ci sia mai tempo per te stesso.  Come se non bastasse, a completare il quadro delle situazioni ruba-tempo vanno aggiunti gli spostamenti: appuntamenti e viaggi di lavoro, accompagnamenti di figli e familiari nei posti più disparati, commissioni e acquisti che richiedono ore in auto… Insomma, per molti anni l’organizzazione del lavoro, i figli piccoli e gli spostamenti sono un grande vincolo per l’autodeterminazione dei propri tempi di vita.

Poi ad un certo punto capisci che c’è una svolta: sul fronte delle attività che svolgi, sei tu che scegli a cosa vuoi ancora dedicarti, quali sono le altre attività che sono di tuo interesse e lo fai cercando le modalità e i ritmi che ti sono più consoni; sul fronte della famiglia, i figli sono diventati più grandi e più autonomi, spesso se ne sono andati di casa o se ancora vivono in casa fanno vite molto indipendenti.  Anche gli spostamenti sono diversi, perché non si caratterizzano più come il quotidiano tran tran degli orari comandati dalle convenzioni sociali e i momenti di viaggio non devono più essere necessariamente costretti nei periodi di alta stagione.

Tutti questi cambiamenti sono anche segnali di una diversa possibilità di uso del tempo: hai finalmente liberato del tempo prima vincolato e condizionato da altri e lo puoi regolare e dosare di più tu secondo i tuoi ritmi, le tue esigenze e le tue preferenze.

Dopo trenta o quarant’anni ampiamente condizionati dagli impegni sociali lavorativi e familiari, in cui se eri bravo al massimo riuscivi a negoziare qualche minuscolo spazio per fare altro e in cui ti sentivi dentro un tunnel da cui non era previsto il riemergere a breve, finalmente puoi gustare il sapore di un tempo usato in modo più flessibile e più vicino alle tue esigenze del momento.

Inizia una stagione in cui puoi imparare a riprendere il possesso del tuo tempo e a non farti vincere dall’inerzia delle abitudini e degli stili di vita. Un po’ questo spaventa, il rischio di  vivere la nuova opportunità come un abisso di vuoto e di insignificanza c’é. Ma di gran lunga prevalgono le opportunità. E poi puoi sempre decidere in base alle tue priorità di prenderti qualche impegno vincolante, ma l’importante è non ributtarti in un tunnel cieco solo per paura di non sapere come passare la giornata.

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Disoccupata mi sono riciclata a 54 anni

Da parte di Anna59: Ho letto l’articolo share housing e la trovo una splendida finalità. Forse perché mi piace la compagnia ma anche la solitudine. Il mio progetto di vita però è quello di cercare un lavoro. Da assistente ufficio acquisti di una multinazionale mi sono ritrovata disoccupata a 50 anni.
Ho utilizzato l’anno di disoccupazione per fare il corso OSS operatore socio sanitario e ho lavorato per due anni, a tempo determinato, in una grande RSA pubblica per assistenza anziani. Devo dirle che mi sono trovata molto bene perché, nel piano degli ospiti che ancora erano lucidi, cercavamo di rispettare (nel limite dei tempi e delle priorità preposte per seguire 22 ospiti in reparto), le esigenze del singolo ospite nella sua individualità. E’ però vero che gli ospiti, il più delle volte, devono essere “spronati” a camminare e a svolgere attività con animatrici e/o con fisioterapisti.
Ecco, se la salute mi assisterà, mi piacerebbe poter prima di tutto condividere la mia vecchiaia con mio marito, ma è anche vero che per gli anziani non ci sono molte opportunità di incontro con altri coetanei. Questo è un peccato perché interagire con altre persone ci mantiene attivi.     Saluti Anna59

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Il gioco delle generazioni

Bisogna uscire dagli stereotipi quando si parla di rapporti tra generazioni. Lo fa in questo articolo Francesco Marcaletti, docente presso il Dipartimento di Sociologia dellUniversità Cattolica di Milano, che ha scritto questo contributo per I ragazzi di sessantanni e per il blog I nuovi senior, blog ospitato dal giornale on line International Business Times. 

Scrive Francesco Marcaletti: “I risultati della ricerca Censis titolata Gli anziani, una risorsa per il Paese, presentata di recente a Bergamo, hanno trovato eco rimbalzando nei siti degli organi di stampa e venendo ripresi in vari blog e pagine web (si veda per esempio la Repubblica on line del 19 ottobre scorso). Il dato che maggiormente è stato enfatizzato è quello riguardante gli squilibri demografici che porterebbero, entro la metà del presente decennio, allequivalenza – in termini quantitativi – tra popolazione 15-34enne (in calo) e popolazione ultra 65enne (in crescita). La ricerca naturalmente dice molto di più, ma risulta interessante discutere ciò che ha suscitato più che la sua sostanza. Perché limpressione che i suoi risultati hanno sollevato, ovvero che i giovani siano sempre di meno e ancor meno stabilmente inseriti nel mercato del lavoro, laddove i nonni siano sempre di più ancorché in misura crescente attivi economicamente, rappresenta ormai un tratto del sentire comune nel nostro paese, prima ancora che una evidenza empirica che è possibile rintracciare nelle maglie delle analisi dei dati di fonte istituzionale.

A leggere la nota stampa del Censis prima, e il rapporto di ricerca poi, il quadro delineato dai risultati è certamente ricco e sfaccettato. Talmente ricco da domandarsi perché giungere poi – come sempre si sta tendendo a fare quando se ne discute – a ridurre la questione del cambiamento demografico che stiamo attraversando a una contrapposizione tra i più giovani e i più anziani.

Perché è vero che nellultimo quinquennio il numero di giovani occupati è andato declinando e invece quello degli adulti ha confermato il suo crescendo. Ed è altrettanto vero che queste tendenze possono in parte essere ricondotte a meccanismi tipicamente di mercato del lavoro, ovvero di una domanda che si orienta verso unofferta di un certo tipo (gli adulti) a scapito di unaltra (i giovani). Ma in realtà c’è di più.

Un elemento che merita di essere commentato è proprio quello che riguarda le tendenze allimpiego di quelli che in lingua inglese sono etichettati come older workers e che in italiano chiamiamo in modo improprio lavoratori anziani, ovvero i 55-64enni. È certamente nellevidenza dei dati il fatto che il tasso di occupazione di costoro nel corso degli ultimi anni si sia incrementato, così come lo ha fatto quello degli ultra 65enni, e anzi guardando alle diverse classi che compongono la popolazione in età attiva in realtà gli older workers sono gli unici che hanno fatto segnare non un arretramento ma un avanzamento in periodo di crisi. E tuttavia, come si è detto, questo non è primariamente un risultato dovuto al riorientarsi della domanda di lavoro verso i senior stessi (fatto che presupporrebbe che i datori di lavoro si indirizzassero per le proprie scelte di assunzione verso una popolazione adulta alla ricerca di occupazione se non addirittura inattiva, da cui la crescita del tasso di occupazione della classe di età 55-64 anni) bensì a quello che prende il nome di effetto coorte, un meccanismo che in tempi recenti si è visto allopera sulla stessa fascia di popolazione e in modo altrettanto evidente in un paese come la Germania, per esempio. Ma cos’è leffetto coorte?

Leffetto coorte deriva dal fatto che ogni classe di età è composta di anno in anno da coorti anagrafiche differenti. Per fare un esempio, nel 2010 tra i 55-64enni figuravano le coorti di nati tra il 1946 e il 1955, nel 2011 i nati tra il 1947 e il 1956 e così via. In questa staffetta delle coorti anagrafiche da una classe di età a quella successiva si trova la spiegazione delleffetto che le coorti stesse tendono a generare nelle statistiche ufficiali. Quello che sta succedendo è che stanno entrando a far parte della classe di età dei 55-64enni le coorti nate a partire dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, ovvero una generazione che ha tendenzialmente iniziato a lavorare da diplomata a metà degli anni Settanta, una fase storica delloccupazione a forte espansione femminile: sono infatti gli anni a partire dai quali il tasso di attività delle donne da poco più del 20% inizia la sua lenta ma inarrestabile crescita, ben lungi dallessersi esaurita oggi, quasi quarantanni dopo. In altri termini, coorti differenti portano allinterno della classe di età comportamenti e propensioni – in questo caso alla partecipazione al mercato del lavoro – sedimentatesi nel corso del tempo in maniera differente. Riprova di quanto affermato è proprio il tasso di occupazione delle donne 55-64enni nel nostro paese, cresciuto di quasi 7 punti percentuali negli ultimi cinque anni, contro i quasi 5 punti guadagnati a livello maschile.

Prima ancora che di nonni che tolgono opportunità di lavoro ai giovani, occorrerebbe dunque entrare più da vicino a osservare cosa ciascuna generazione – o meglio, alla luce di quanto detto, ciascuna coorte di età anagrafica – porta alla composizione della fotografia che la tradizionale lettura a partire dalle classiche categorie di età non consente di cogliere. Alla luce di ciò sarebbe poi altrettanto interessante andare a comprendere cosa realmente stia accadendo allinterno delle organizzazioni di lavoro, dove certamente la dinamica intergenerazionale non si riduce semplicisticamente a un gioco di disequilibri tra giovani e anziani ma anzi si arricchisce di un ulteriore elemento fondamentale: il ruolo, la funzione e posizione assunti e assolti dalletà di mezzo. Francesco Marcaletti”

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Guai a sentirsi inutili !

Scrive Tino: Sto vivendo un momento particolare in cui mi sento in sospeso e che mi aspettavo più semplice. Ho smesso di lavorare e sono andato in pensione circa sei mesi fa. Non avevo progetti particolari in mente per il “dopo”, ero solo contento di poter tirare il fiato perché negli ultimi anni facevo sempre più fatica, mi pesavano sempre di più il ritmo e le responsabilità di lavoro. Così ho preso i primi mesi di “libertà” con molta tranquillità, era anche la bella stagione e li ho trascorsi come se fosse una lunga vacanza. Poi però, sul finire dell’estate, ho cominciato ad essere inquieto perché mi sembrava che stavo buttando via le giornate. Ho incominciato a preoccuparmi perché le tante ore da “sfaccendato” non erano più vacanza, ma solo inutilità. L’idea di ritrovarmi al bar a giocare a carte o di essere preso di mira da tutta la famiglia per sbrigare commissioni varie mi terrorizzava. Mi sono messo a fare lunghe passeggiate, un po’ per stare fuori casa, un po’ perché se cammino penso meglio e volevo proprio pensare bene a quali soluzioni c’erano. Mi sono detto che devo trovare assolutamente un’attività che non mi isoli dal mondo, in cui i rapporti con le altre persone siano importanti, questa é per me la cosa più importante. E poi che sia anche un’attività che mi impegni il cervello su qualcosa di concreto. A seguito di questo ragionamento, sto provando a cercare due cose: un lavoro che mi impegni meno tempo di quello che ho sempre fatto e che mi consenta di utilizzare le mie esperienze lavorative (ho messo in giro la voce tra i conoscenti e gli ex colleghi, ma per il momento i segnali non sono incoraggianti) oppure un’attività di volontariato in qualche associazione che mi faccia sentire utile. Qui la situazione sembra più promettente: ho contattato un paio di associazioni e mi hanno detto che potrei dare una mano. Quel che adesso sto cercando di capire meglio, per essere onesto con me stesso e anche con gli altri, è se lo farei solo per me, per rispondere al mio bisogno di oggi, o se ho veramente una spinta a dare un aiuto al prossimo.
Io sono arrivato a questo punto. Anche se ancora non so come andrà a finire, un suggerimento mi sento di darlo a tutti i coetanei che si trovano in questa situazione: fatevi dei progetti per il “dopo” PRIMA di rimanere con le giornate vuote !

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Come un cerino

Scrive beppemolisano: Ho 63 anni ed ho la netta sensazione di avere bruciato la mia vita.
Non ho costruito niente. E’ vero, ho due figli bravissimi ed un nipote bellissimo, ma la mia condizione di separato mi fa vivere ai margini della sua: lo vedo soltanto una volta a settimana.

Con i figli ho un ottimo rapporto, ma loro hanno le loro vite, ed è giusto che sia così. Ed allora mi avvolgo nella mia solitudine, che neanche il lavoro riesce a colmare, quel lavoro che è sempre più scarso ed insoddisfacente. Ho rinunciato anche ai sogni d’amore dopo tanti schiaffi presi.
Va be’….si vede che doveva andare così…   In foto: Malinconia, di Edward Munch, 1894

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Maledetti!

Scrive Nicoletta: Mi chiamo Nicoletta e, ad un anno della pensione, mi hanno lasciata a casa dal lavoro senza peraltro alcuna motivazione: “quanto vuole per andare via?”. L’azienda per la quale lavoravo aveva meno di 35 dipendenti quindi mi sono presa le mie cinque mensilità come da legge e…mi sono ritrovata in mezzo alla strada! Ho inviato tantissimi cv ovunque ma, come immaginavo, ho troppa esperienza e sono troppo “grande” (oggi pare si dica così) per essere assunta. Ma mi manca tanto un lavoro…mi manca la sfida, il contatto con le persone, mi mancano le soddisfazioni, gli obbiettivi….e mi mancano anche i miei soldi, ovviamente! Le giornate sono diventate lunghissime e stupide perchè il mio lavoro era tutta la mia vita. Mi sento giovane, oggi ho 61 anni, e non voglio nè mettermela via nè tantomeno trovarmi degli “interessi” per colmare questo vuoto abissale. Voglio essere ancora parte attiva di un mondo che mi è stato tolto e sono ogni giorno più depressa!!! Risorgerò, come la Fenice, dalle ceneri o devo solo aspettare la fine della mia vita???  In foto: donne in ambiente di lavoro

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Fare quel che piace

E’ ancora attuale il vecchio stereotipo del fortunato 60-70enne che va a godersi il sole e il tempo libero in qualche bel posto beneficiando di una generosa pensione e dei congrui risparmi messi da parte dopo una vita di lavoro? Oppure quest’immagine sta gradualmente diventando un retaggio del passato (ammesso che abbia effettivamente riguardato molte persone), superata da nuovi costumi, da crescenti ristrettezze economiche, da spostamenti in avanti del termine pensionistico, ma anche da scelte individuali di segno diverso?  Ormai sappiamo, e tocchiamo con mano tutti i giorni, che sta emergendo una nuova figura, quella del senior che si colloca in una fase di vita intermedia; intermedia tra quando da una parte s’interrompe o declina l’attività lavorativa che ha dominato la vita adulta e dall’altra parte inizia la definitiva messa a riposo caratterizzata da una pressoché totale inattività. In mezzo ci sta un periodo, che può essere lungo anche dieci o vent’anni, in cui solo una minoranza prosegue l’attività lavorativa di sempre senza sostanziali cambiamenti, ma in cui una minoranza ancora più ristretta prevede la propria giornata seduto sulla famosa panchina dei giardinetti o, se si è più facoltosi, su una comoda sdraio in riva al mare caraibico o sul bordo di una piscina. La maggioranza è attiva e fa altro.

Alcuni trovano un lavoro part time, magari in qualche azienda non profit, o dando una mano nella piccola impresa di famiglia o continuando il rapporto con la vecchia azienda. Per altri, la nuova attività può diventare lavoro di volontariato, così come il dedicarsi intensamente ad un hobby o ad una passione.  Qualcuno trova un nuovo lavoro full time o persino avvia una nuova impresa. Tantissimi (soprattutto tantissime) trascorrono il tempo dedicandosi ai nipoti o prestando cure ai grandi anziani non autosufficienti.

Anche se prende forme diverse da Paese a Paese, la trasformazione del modo di intendere questo tratto dell’esistenza accomuna le società occidentali.  “Viviamo più a lungo e stiamo aggiungendo anni produttivi alle nostre vite” dice ad esempio lo statunitense Richard J. Leider, uno dei pionieri di Life Reimagined, un programma che aiuta le persone a navigare in questa nuova fase di vita. “Siamo desiderosi di usare questo tempo per scoprire nuove possibilità e per fare nuove scelte di vita” aggiunge. Gli americani, ovviamente come da loro costumi, hanno inventato un’espressione per descrivere e studiare la novità: parlano di “encore career”. Il concetto nasce nel 1997, quando un’organizzazione non profit basata a San Francisco (si chiamava Civic Ventures ed è stata rinominata Encore.org) introdusse l’idea, ma è di recente che il concetto ha preso quota.  Secondo un’indagine di questo ente, nove milioni di americani tra i 44 e i 70 anni, questa è la stima, sono impegnati in una seconda “attività/carriera” e altri 31 milioni sono interessati a perseguirne una. Nei prossimi dieci anni, dicono, il 25% dei baby boomers d’oltre Oceano spera di iniziare una nuova attività, profit o no profit.  

Il fatto è che, di fianco alla voglia di un ri-inizio attivo, molti senior si sentono vincolati dal fatto che non si possono permettere di smettere di lavorare perché hanno bisogno di una fonte lavorativa di reddito e quindi non sanno come uscire dal labirinto. Eppure, anche quando non vengono pagati, vogliono rimanere rilevanti, utili e impegnati. “Non siamo ancora finiti” è un sentimento molto diffuso e che descrive bene questo atteggiamento. Il punto è proprio qui: riusciamo a coniugare una necessità (avere risorse per vivere decentemente per molti anni) con un piacere (riuscire a fare in questo periodo della vita quel che risponde di più ai nostri desideri, preferenze, interessi, gusti, anche ai nostri valori)?  

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Qualità della vita over60

E’ di pochi giorni fa la presentazione di un importante studio sulla qualità della vita e il benessere dei senior, che mette a confronto 91 Paesi del pianeta.  “Global AgeWatch Index” è il nome della ricerca, realizzata, con la collaborazione dell’Onu, da Help Age International, un network di dimensioni globali. Come al solito questi studi producono delle classifiche, graduatorie che andiamo a leggere un po’ timorosi perché difficilmente noi italiani ne usciamo bene. E infatti anche questa volta il piazzamento ottenuto non è lusinghiero, solo il 27° posto, ben lontano dalle star della classifica (Svezia, Norvegia e Germania), ma anche alle spalle di altri Paesi come la Slovenia o come i sudamericani Cile e Argentina. Ma più che discettare sulla posizione che ci viene attribuita, mi sembra interessante capire in base a cosa viene stabilita, per un over60, una qualità della vita alta o bassa. Chi ha condotto lo studio in questione ha utilizzato quattro parametri abbastanza chiari: il livello e la sicurezza del reddito disponibile; la salute, l’accesso alle cure mediche e la longevità; il lavoro e la possibilità di formarsi e mantenersi aggiornati; le condizioni sociali e ambientali favorevoli (come ad esempio la rete familiare e degli amici, il senso di sicurezza nel girare da soli per strada e la qualità dei mezzi pubblici).

Noi italiani senior, risparmiatori e proprietari di case, risultiamo particolarmente ben messi, in rapporto agli altri Paesi, sulla sicurezza del reddito, ma non sfiguriamo neppure su salute e condizioni per la longevità, così come – naturalmente – sul supporto che riceviamo dalla rete familiare. Al contrario i tasti più dolenti riguardano il lavoro e la formazione (addirittura qui siamo solo al 62esimo posto, dato il basso tasso di occupazione italiano dei sessantenni e la scarsa pratica di istruirsi e aggiornarsi una volta andati in pensione), insieme ad altri aspetti legati al contesto ambientale, come la percezione di sicurezza o i servizi pubblici ricevuti.  Questo nostro profilo di punti forti e deboli è del tutto in linea con altre indagini svolte anche a livello europeo e con le diagnosi che molti commentatori propongono.

Il punto però mi sembra che sia un altro. Vale a dire: ma davvero i parametri indicati sono quelli che misurano la “qualità della vita” ? E come si intreccia il concetto di “qualità della vita” con quelli di benessere, di felicità e di ricchezza ? Chi ha alta qualità della vita deve essere necessariamente ricco e sempre sano ? E il senso di benessere di un senior non è forse il risultato di una serie di preferenze individuali piuttosto che il sicuro effetto di condizioni economiche e di servizi pubblici ?  Il discorso sarebbe ampio e non ambisco certo a dare risposte in poche righe. Mi limito qui a fare un esempio paradossale, per spiegare perché, a mio parere, la “qualità della vita” è forse una condizione troppo soggettiva per poter essere ingabbiata in misurazioni. Una 63enne che abita in una cittadina sul mare con molti giorni di sole ma probabilmente con servizi pubblici allo stretto indispensabile, in pensione da qualche anno dopo decenni di lavoro con una pensione di mille euro al mese che insieme a quella del marito le consente di vivere sì modestamente ma senza particolari angosce, che trascorre la giornata dedicandosi ai nipoti e alla casa, che nel tempo libero passeggia sul lungomare o guarda la televisione, che non frequenta alcun corso o associazione, che a due passi da casa trova il medico di base che la conosce bene anche se poi deve fare chilometri per l’ospedale e gli specialisti, magari che vive in una zona ad alta intensità di reati anche se quando esce di casa vicini e negozianti la salutano con cortesia, ebbene questa nostra signora 63enne in base ai parametri utilizzati per misurare la “qualità della vita” risulterebbe in condizioni disastrose. Ma siamo proprio sicuri che sia così ? Che invece la sensazione di benessere e di soddisfazione per la propria vita non sia per questa signora più che buona ? E che magari non vorrebbe cambiarla con nessun’altra vita ? Pur essendo assolutamente favorevole, lo sa chi mi segue su queste pagine, a creare le condizioni per ottenere alti livelli su tutti i parametri considerati dal Global AgeWatch Index, starei ben attento a considerare questi come espressione sicura della “qualità della vita” percepita da un senior e legherei invece di più la “qualità della vita” alla soddisfazione delle preferenze e delle aspirazioni personali di ciascuna persona.

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Un altro giro di boa

“Cosa fanno i tuoi figli ?”,  “Studiano o lavorano ?”,  “Vivono ancora con te o se ne sono andati ?” “E come è stato il distacco ?”  Sono domande che chi ha figli grandi si sente ripetere cento volte, spesso da altri genitori che condividono la medesima situazione e che hanno voglia di confrontarsi sul punto.

Non c’è dubbio che nel rapporto tra genitori senior e figli venti-trentenni ci sono dei passaggi che se da una parte dovrebbero essere considerati come una naturale e sana evoluzione del percorso di vita, dall’altra parte si presentano irti di ostacoli di natura sia psicologica sia sociale.

A partire dalla famosa “sindrome del nido vuoto”, quel particolare stato psicologico che colpisce i genitori quando i figli si emancipano e lasciano l’abitazione d’origine.  Che poi sia un’emancipazione completa (non solo abitativa, ma anche affettiva, economica e di autonomia nella vita quotidiana) oppure solo parziale, comunque i genitori cinquantenni e sessantenni in questi casi sperimentano un cambiamento forte nel loro modo di vivere e nel modo in cui guardano al futuro. Anche senza considerare le situazioni di chi arriva a soffrire di disturbi nevrotici o psicosomatici, a tutti la prospettiva cambia. Fino all’ultimo giorno che è rimasto a casa dovevi morderti la lingua per non reagire quando trovavi in giro per casa gli avanzi del suo pranzo e la cucina lasciata nel pieno disordine ? Dal giorno dopo che se ne é andato, ti sembra eccessivo l’ordine che impera in tutte le stanze della casa, fattasi improvvisamente grande. I sentimenti negativi che connotano la “sindrome del nido vuoto” sono ben noti: il senso di vuoto, un malessere da mancanza e da solitudine, la fatica a rinunciare ad atteggiamenti di protezione e controllo. Che naturalmente, ci si augura, sono controbilanciati da sensazioni positive, come la soddisfazione nel veder diventare il figlio autonomo, e da nuove opportunità e libertà di cui non ci si ricordava più: maggiore spazio fisico, più libertà d’azione, possibilità di ridare nuova linfa alla coppia. Per la verità, molti uomini e donne che si trovano in questa situazione ne sono spaventati: “E adesso che siamo soli, tra noi cosa ci diciamo ?”, ma è una reazione da vista corta che non considera le potenzialità che si hanno davanti. 

Se l’improvviso nido vuoto è per tanti la condizione con cui fare i conti, ben più preoccupati sono i genitori i cui figli faticano a raggiungere l’autonomia, vuoi per concretissime ragioni economiche e di mancanza di lavoro, vuoi per fragilità psicologica o per bassa spinta all’indipendenza. E’ vero che ci si potrebbe consolare pensando che anche in passato la regola era quella di più generazioni che vivevano sotto lo stesso tetto, ma il fatto è che oggi la famiglia patriarcale non esiste più e quindi, quando genitori e figli grandi vivono insieme, madre e padre intorno ai 60 sono costretti a cercare dei difficilissimi punti di equilibrio nella convivenza: da una parte son loro a tener su la baracca, dall’altra parte nessuno riconosce loro particolari autorità per questa ragione.

Insomma, nell’uno e nell’altro caso (che non si riesca a staccare il cordone ombelicale o che arrivi il momento del distacco) il passaggio richiede attenzione, sensibilità e, quando è possibile, gioco di squadra nella coppia genitoriale.

Questi fenomeni, che afferiscono soprattutto alla sfera dei rapporti affettivi e familiari, si innestano oggi in un contesto sociale che a sua volta contribuisce a rendere delicato il passaggio di vita sia per noi genitori della generazione baby boomer, sia per i figli grandi della Y-generation (più o meno quelli nati negli ultimi due decenni del 900).  Su questo credo che sia sufficiente ricordare due aspetti: il primo è la difficoltà enorme per le nuove generazioni di rendersi economicamente autonome attraverso il lavoro, il secondo è la nuova forma di emigrazione (emigrazione di studio e di avvio al lavoro), che coinvolge moltissimi giovani. Per quanto riguarda il primo aspetto, siamo sommersi quotidianamente dai dati sul livello stratosferico di disoccupazione giovanile, da ricerche che evidenziano la difficoltà per un venti-trentenne di ottenere mutui, da numeri choc sull’entità dei NEET. Purtroppo, la consapevolezza dei problemi non ha portato finora a scalfirne l’entità. Per quanto riguarda il secondo aspetto, la nuova emigrazione, non siamo ancora di fronte a un fenomeno di massa, ma il trend è sicuramente da non trascurare: per dare un’idea, il flusso dei venti-quarantenni verso l’estero è stato, secondo dati pubblicati di recente dal Sole24ore, di circa 28.000 persone all’anno. E’ gente che per lo più ha un alto livello di scolarizzazione e che sceglie, come destinazione per lavorare, soprattutto la Germania, la Gran Bretagna, la Svizzera, oltre a tanti altri Paesi. Senza contare i tantissimi che all’estero ci vanno per studiare o per le varie formule a metà strada tra studio e lavoro. Così che nascono persino pagine facebook dal titolo “noi che abbiamo i figli all’estero”.

Insomma, tra disoccupazione giovanile e nuova emigrazione, tra cordoni ombelicali che non vengono tagliati e nidi rimasti vuoti, il giro di boa dei figli che diventano indipendenti è da seguire con particolare cura.

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