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Il Giappone è vicino

Lunedì scorso in Giappone era giornata di festa nazionale. Si festeggiava, come ogni anno dal 1996, il Keiro no Hi, la giornata dedicata al Rispetto per la Terza Età. In occasione di questa festività i mass media propongono interviste agli anziani del Paese, Borse e banche sono chiuse e il giorno precedente di prassi il Governo rilascia i dati ufficiali sulla terza età in Giappone.

Dati che quest’anno hanno battuto tutti i record dal 1950, cioè da quando si fa questo tipo di censimento.  In Italia, si sa, viviamo a lungo, più degli altri Paesi occidentali, ma nel mondo la classifica della longevità la vince il Giappone. Al 15 settembre del 2013 i giapponesi di età uguale o superiore ai 65 anni hanno raggiunto quota 31,86 milioni, 1,12 milioni in più rispetto allo scorso anno. Rispetto alla popolazione totale, gli over 65 sono il 25%, mentre gli ultrasettantenni sono 23,17 milioni e rappresentano il 18,2% dei giapponesi. Cinquantaquattromilatrecentonovantasette è l’incredibile numero di ultracentenari, capeggiati dalla signora Misao Okawa di Osaka, che è nata alla fine dell’800 e che oggi ha 115 anni.  Il rispetto orientale per gli anziani è proverbiale e la festa del terzo lunedì di settembre  lo conferma, ma attenzione che questo si sposa con dei dati altrettanto impressionanti, soprattutto per noi italiani, sul fronte della partecipazione al lavoro. I giapponesi over65 che risultano ancora occupati sono 5,95 milioni e il numero è in crescita (240.000 persone in più rispetto all’anno precedente). Insomma, il 27,9% delle persone sopra i 65 ancora lavora e quasi la metà (il 46,9%) degli uomini tra i 65 e i 69 anni continua ad avere un’occupazione lavorativa.  

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Senza lavoro ? Ha ragione mio figlio

Mi chiamo Gianandrea, ho 57 anni e da quando ne avevo 20 lavoro. Nei primi sei anni sono stato presso una ditta piccolissima che non mi ha mai pagato i contributi e poi è fallita. Dopo ho iniziato a lavorare in un’officina più grande di manutenzione che mi ha messo in regola e da lì non mi sono più mosso. Praticamente sono 37 anni che lavoro e più di 30 che verso allo Stato i soldi per la mia pensione. L’officina dove sono impiegato adesso è in crisi da un po’, il proprietario ci ha già spiegato molte volte che i conti non tornano e che gli costa molta fatica continuare a tenerla aperta. Con lui ormai ho molta confidenza, ci conosciamo da tanto tempo e sono un po’ il suo vice nell’organizzazione del lavoro quotidiano, quindi mi parla apertamente e secondo me manca poco prima che la chiude. Io ho davanti ancora dieci anni di contributi da versare prima di prendere la pensione. Ammesso e non concesso che a 67 anni la pensione davvero arriva e che sia sufficiente per vivere, nei prossimi dieci anni cosa faccio ? Non sono il tipo che si piange addosso, ho messo in giro la voce tra amici e conoscenti che ho bisogno di un nuovo lavoro, ma lo so che non sarà facile. Per fortuna mia moglie lavora anche lei, in un posto che sembra sicuro e mio figlio è già autonomo da qualche anno. Vuol dire che almeno dovrò occuparmi solo di me stesso non anche della famiglia e i miei risparmi dovrebbero bastarmi per un paio d’anni. Però non ci dormo quando penso che dopo una vita mi ritrovo senza arte né parte. So curare l’amministrazione, programmare il lavoro di un’officina, accettare e seguire i clienti, occuparmi delle diecimila pratiche burocratiche che ci sono da sbrigare, ma ci sarà un’altra officina che oggi vuole un 57enne per fare queste cose ? Io sono disponibile a fare qualunque cosa, ma non so se sarà sufficiente. Mio figlio mi fa la lezione invece di farla io a lui, mi dice che bisogna essere pronti a cambiare sempre, a non considerarsi mai arrivati, che loro di trent’anni questa lezione l’hanno dovuta imparare da subito e che per quelli della mia età è più difficile perché non ci siamo abituati. Ha ragione lui.      In foto: l’americano Mark Simoneau, ora 65enne, che ha ritrovato un buon lavoro nel 2012 dopo quattro anni trascorsi da disoccupato e alla ricerca di occupazione (fonte: AARP)

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Il tira e molla sulle pensioni

Trovo ormai insopportabile il tira e molla sulle pensioni a cui siamo sottoposti da molti anni e che ci viene riproposto nuovamente in questi giorni.

Cosa sta succedendo ? Succede che in Parlamento è ripartita la sarabanda per modificare ancora una volta il sistema pensionistico e le regole per accedervi. Ci saranno anche mille buoni motivi per pensare a delle modifiche, ma quel che mi sembra insopportabile è che i tantissimi cinquantenni e sessantenni che sono stati toccati un anno e mezzo fa dalla riforma Fornero, anche coloro che hanno considerato un’ ingiustizia l’allungamento dell’età pensionabile, nel frattempo hanno rivisto i loro programmi e progetti di vita e in molti casi se ne sono fatti di nuovi. Come si può, ogni anno o due anni, continuare a rovesciare le regole creando una situazione di incertezza continua nella vita dei diretti interessati ? Lo dico da persona convinta che la pensione non è più come una volta lo spartiacque unico tra una fase e l’altra della vita; una volta era così: prima della pensione era vita adulta, dopo invece entravi nella categoria dell’anziano pensionato. Oggi è sicuramente diverso, le transizioni da una fase ad un’altra della vita sono molto più sfumate, legate a tanti fattori oltre al ricevere una pensione e soprattutto molto più dipendenti dai percorsi di vita individuali. Ma ciò detto, resta il fatto che il percepire o no l’assegno dell’Inps per un numero elevatissimo di senior italiani resta una variabile che condiziona tantissimo le proprie scelte. D’accordo che oggi è richiesta flessibilità in tutto, ma se avessi un socio che ogni momento mi cambia le carte in tavola, di quel socio ne farei a meno…peccato che il socio Stato non si possa scegliere.

Detto quindi che a mio parere sarebbe meritorio se i parlamentari la smettessero con il tira e molla, vediamo cosa c’è in campo.

Il tema principale che è in discussione (che è in campo oggi, poi magari fra un mese nessuno se ne ricorda più e tutti a rincorrere un’altra palla, come quasi sempre succede…) è quello del riabbassamento dell’età per la pensione di vecchiaia e del ripristino di fatto delle pensioni di anzianità, vale a dire il cuore della riforma di un anno e mezzo fa. 

Sotto la bandiera della maggiore “flessibilità” nel definire l’età pensionabile (maggiore scelta individuale nel decidere quando pensionarsi tra i 62 e i 70 anni, a fronte di possibili riduzioni o incrementi della pensione riconosciuta) si ritrovano quasi tutti, e anche al sottoscritto sembra un buon princìpio. Quando però si entra nei particolari le proposte divergono tra coloro che “smonterebbero” di molto la riforma precedente rendendo più accessibile e favorevole l’anticipo (ad esempio questa è la posizione del presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano, PD, che ha ottenuto l’assenso della vicepresidente della stessa Commissione, Renata Polverini, PdL, la quale a sorpresa ha aderito a posizioni che non sono mai state del suo partito) e chi contrasta un’interpretazione eccessiva di flessibilità che porterebbe a veder svanire i benefici sulle finanze pubbliche della principale riforma del Governo Monti (è il caso di Pietro Ichino, ex PD, e di Giuliano Cazzola, ex PdL, oggi entrambi di Scelta Civica). In mezzo c’è il Ministro del Lavoro Giovannini, che ha fatto le sue proposte, sempre all’insegna della flessibilità, anche se la sensazione è che al momento la partita su questo terreno sembra giocarsi più a livello parlamentare che per guida governativa. 

Ad ogni modo sarebbe troppo semplice pensare che le proposte dei politici citati siano le posizioni ufficiali dei partiti, perché sull’argomento opinioni diverse, a volte anche molto diverse, si trovano in ogni partito. La confusione quindi rimane grande…

Con qualche domanda che fa da sfondo al dibattito: i 300 miliardi di risparmio per lo Stato previsti nei prossimi quarant’anni a seguito dell’ultima riforma delle pensioni sono una cifra troppo grossa o al contrario guai a riaumentare la spesa ? E’ stata più un’ingiustizia allungare l’età pensionabile a chi pensava di esserci vicino o l’ingiustizia consisteva nel fatto che le generazioni dei cinquantenni e sessantenni potevano andare in pensione più presto e a condizioni molto più vantaggiose rispetto a quanto era permesso alle nuove generazioni ? E ancora: la pratica dei prepensionamenti dei cinquantenni, per quanto più costosa per la collettività, è ancora tutto sommato una soluzione accettabile oppure è necessario perseguire politiche attive per aumentare il tasso di occupazione degli over55 ?

Domande importanti e lecite, naturalmente. Ma chi ha la responsabilità politica di dare delle risposte non dovrebbe mai dimenticarsi che un valore importante per chiunque è poter fare delle previsioni per il proprio futuro, senza ritrovarsi tra capo e collo continui cambiamenti e marce indietro che condizionano le scelte di vita.

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Adesso basta !

Da parte di Viola: Mia nonna mi diceva sempre che noi donne dobbiamo essere capaci di tirar fuori le unghie quando serve… però dopo sei figli ha continuato ad obbedire a mio nonno che era un tipetto autoritario e a servire i figli maschi come se fosse una cameriera. Io a 61 anni non ho ancora trovato l’uomo della mia vita, non ho fatto figli, però devo avere un qualche gene familiare per cui la do sempre vinta agli uomini con cui ho una storia importante e questo è sempre stato un problema. Sono accondiscendente, ho la tendenza a mettere da parte le mie esigenze e a darla vinta alla persona a cui tengo anche quando non mi va di fare qualcosa. A lungo questo sfianca, ci si sente male… a volte mi sento una nullità. Pensavo che questo riguardasse solo la mia vita affettiva, invece mi sono resa conto che è un mio atteggiamento che ho dappertutto… sul lavoro i capi e i colleghi la mia opinione l’ascoltano, non dico di no, ma non la tengono in considerazione e alla fine devo fare cose di cui non sono convinta completamente, diverse da quelle che volevo.. e io naturalmente abbozzo. Questa cosa mi dà particolarmente fastidio perché sono la più anziana del gruppo, la più esperta, e invece di dar retta a quel che dico vanno avanti per la loro strada. E’ un comportamento molto frequente con le donne della mia età che ancora sono al lavoro, non siamo tenute nella giusta considerazione e si pensa che tanto siamo docili e non faremo del male a nessuno. E invece adesso basta ! basta sopportare e dire di sì… è ora di tirare fuori le unghie come diceva mia nonna e farsi sentire !

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Essere attivi da casa

Quando gli telefono, il mio amico Aldo coglie l’occasione per lamentarsi un po’: “Ma tu quando sei a casa riesci a concentrarti su quel che hai da fare ? Per me è difficilissimo, io sono sempre stato abituato ad avere un ufficio, non importa se nella stessa stanza c’erano altri che lavoravano, era il posto dove ci si poteva concentrare, tenere le proprie carte, c’erano tutti gli strumenti che ti servivano, i colleghi con cui scambiare le idee. Qui in casa lavoro ad una piccola scrivania che però non è isolata, c’è il passaggio continuo di mia moglie che tra l’altro fa una gran fatica a sopportare la mia presenza e io finisco con il distrarmi ogni minuto…”. Aldo in passato ha lavorato in università e poi in azienda, adesso ha 70 anni, è in pensione e quando dice “lavoro” intende l’attività di studio che non ha mai interrotto, oltre a quella che svolge per l’associazione di cui fa parte: in pratica legge dei documenti, scrive, fa delle telefonate. Appena può corre alla sede dell’associazione che però ha un’unica stanza dove si affollano decine di persone e così sconsolato se ne torna a casa.

Cristina invece da quando può svolgere parte del lavoro da casa, lei lo chiama teleworking, ha fatto bingo. Cinquantottenne, si occupa di assistenza alla clientela per l’azienda per cui lavora e la sua attività consiste in molte telefonate, molte email, scrivere dei rapporti, qualche visita diretta ai clienti e qualche riunione interna. Ha ottenuto dal suo capo e dalla sua azienda di non dover stare fisicamente sempre in ufficio per svolgere le sue incombenze. Di fatto si concede di stare a casa tre o quattro mezze giornate a settimana, durante le quali sbriga il lavoro al telefono, per email e al computer, avendo cura invece di essere in ufficio quando sono fissate delle riunioni e senza perdere appuntamenti presso i clienti. “Aria di libertà! – mi dice – Lei non ha idea di come ci si sente più liberi a far le cose da casa: niente divisa da lavoro e niente trucco, ritmi che decido io, e poi impiego la metà del tempo a fare le stesse cose perché in ufficio c’è sempre un milione di interruzioni inutili, mentre in casa di giorno sono da sola. Contenta io e contenta l’azienda !”

Anche Simone vede i lati positivi dello svolgere la sua attività da casa. La sua è una storia diversa da quella di Cristina, perché lui ad un certo punto, quando aveva 57 anni, il lavoro l’aveva perso e aveva necessità di trovarne un altro. Si è reinventato, nel senso che mentre prima lavorava nel mondo delle costruzioni, quando è rimasto a spasso ha pensato di mettere a frutto il suo interesse per il mondo della finanza e, dopo un periodo formativo, una società ha accettato di fargli fare il promotore finanziario telefonico: “Contatto dei possibili clienti, cerco di capire le loro esigenze e propongo dei prodotti finanziari. Se sono interessati un collega li incontra. Le soddisfazioni non sono molte, ma meglio che niente”. E’ un’attività che viene svolta tutta da casa, con una totale libertà di orario, cosa che a Simone fa molto comodo: “Pur avendo 61 anni, ho un figlio ancora dodicenne che va seguito. Mia moglie è molto più giovane di me ed è fuori tutto il giorno per il suo lavoro, sono io che me ne occupo e stando a casa è più facile”.

La propria casa eletta a luogo dove si svolgono le proprie attività è una realtà per molti senior, sia per coloro che hanno terminato l’attività lavorativa retribuita e sono in pensione, sia per coloro che ancora lavorano. Ovviamente lo è sempre stata anche per le tante casalinghe che della propria abitazione hanno fatto per decenni il loro centro di gravità. Anzi, fino a non molto tempo fa era vincente lo stereotipo tradizionale: quello della moglie casalinga, regina della casa, che ad un certo punto, quando il marito andava in pensione, se lo ritrovava tra i piedi a tutte le ore e sperava che continuasse a trovare qualcosa da fare altrove. E lui, disorientato dalla perdita dei ritmi e dei luoghi lavorativi, si sentiva come un pesce fuor d’acqua, senza saper bene neppure dove sedersi a casa propria. Forse è un affresco troppo caricaturale, però è anche una realtà tuttora diffusa. A cui si sta accostando l’idea che, sia prima sia dopo la pensione, tra le mura domestiche si può continuare ad essere attivi.

Ad esempio, la propria abitazione può diventare il luogo dove dedicarsi alle proprie passioni artistiche o il laboratorio dove sperimentare le proprie abilità artigianali, ma soprattutto da casa tutti possono svolgere, grazie alle tecnologie attuali, molte attività, soprattutto quelle web-based, siano esse di natura lavorativa o no.

Anche se in Italia il lavorare da casa è un fenomeno ancora marginale (una quota, nel 2012, compresa fra il 2,3% secondo i dati Dasytec il 5% secondo i dati Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano), è immaginabile che questa formula incontrerà sempre di più il favore delle imprese e dei lavoratori più avanti negli anni, oltre che delle lavoratrici mamme. Su questi terreni è sempre bene guardare a quel che succede oltreoceano, perché spesso là questi tipi di fenomeni sono anticipati: ebbene, il Bureau of Labor Statistics sostiene che un quarto degli impiegati americani lavora da casa qualche ora ogni settimana e, secondo il Family and Work Institute, nel 2012 il 63% dei datori di lavoro ha dato la possibilità ai propri dipendenti di lavorare da casa. E in molti casi sono i senior a sfruttare questa opportunità.

Avere a casa propria uno spazio riservato dove poter stare connessi ad internet in tutta tranquillità sembra dunque essere una nuova esigenza da soddisfare.   Rimanere attivi anche da senior e stare a casa propria non sono più necessariamente condizioni tra loro incompatibili. Tutti vogliamo rimanere attivi: oggi si può farlo anche da casa.

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Inventarsi il lavoro da senior

I 55-75enni che vogliono continuare ad essere attivi (attivi in senso generale) sono la quasi totalità e quelli che con invecchiamento attivo intendono anche il proseguire un’attività di natura lavorativa sono una nutrita schiera, anche se probabilmente non la maggioranza, soprattutto tra gli over60.  Essere attivi e lavorare sono comunque due dimensioni ben presenti nella realtà dei sessantenni, anche per via delle nuove norme pensionistiche. Però all’interno di queste fasce di età vi sono delle differenze significative per cui il tema che propongo a molti risulterà estraneo, per altri invece di attualità.

Ad esempio, tra i sessantenni e i settantenni di voi che hanno già interrotto il lavoro da tempo e che percepiscono la pensione sarà probabilmente difficile capire perché propongo questo argomento, dell’inventarsi un nuovo lavoro; allo stesso modo, il tema è poco d’attualità per coloro che proseguono con successo l’attività artigianale, commerciale o professionale di sempre o per coloro che in attesa della pensione proseguono nello stesso posto di lavoro.  D’altra parte, vi è un numero crescente di cinquantenni e sessantenni che devono o vogliono avviare una nuova attività o trovare un nuovo lavoro. Eccone qualche esempio.

Serena ha 58 anni e abita a Parma. Per vent’anni ha portato avanti con soddisfazione un negozio di abbigliamento: clientela abbastanza danarosa e fedele, un’immagine di negozio che non rifila merce scadente, unita a un discreto savoir faire anche con le clienti più difficili. Poi ad un certo punto i conti del negozio non sono più tornati. Per un paio d’anni Serena ha stretto la cinghia, ma al terzo ha dovuto alzare bandiera bianca e accettare l’idea della chiusura. Era un anno fa, Serena da 57enne senza figli e senza essersi mai sposata aveva ben chiaro che avrebbe dovuto mantenersi da sola per il resto della vita. Che m’invento ? si è chiesta. Un amico l’ha introdotta presso una compagnia assicurativa che organizzava corsi per chi volesse prepararsi a fare una sorta di consulenza e vendita telefonica sui prodotti assicurativi. Serena ci ha messo dei soldi suoi e dopo sei mesi ha iniziato a svolgere questo nuovo lavoro. Lo fa da casa, ad orari meno duri di quelli richiesti da un negozio, con più libertà ma ancora non ha capito quanto guadagnerà perché le prime entrate stanno arrivando solo ora.  Ad ogni modo Serena è uscita da un insuccesso e si è reinventata. Secondo lei sono stati fondamentali non solo la sua intraprendenza ma anche l’aver avuto da parte qualche risparmio che le è servito per il periodo di traghettamento e per il piccolo investimento che ha dovuto fare.

La storia di Carlo è diversa, ma anche nel suo caso si è trattato di un grosso cambiamento lavorativo. Carlo, 60 anni tondi, ha sempre lavorato per un’azienda privata di prodotti elettromeccanici come venditore e grazie alle sue competenze tecniche e al giro di conoscenze sviluppato in tanti anni ha sempre ottenuto buoni risultati e stipendi più che decenti, sufficienti a far vivere con agio la sua famiglia. Negli ultimi anni però ha sofferto sempre di più la vita aziendale: differenze di vedute e di carattere con il suo capo, unite ad un clima aziendale che si faceva sempre più pesante con l’arrivo di una nuova direzione, l’hanno portato ad accarezzare l’idea di mettersi in proprio sfruttando la sua rete di relazioni . Detto, fatto. Si è dato qualche mese per preparare il terreno con i clienti e con le aziende che gli avrebbero fornito i prodotti, ha trovato un piccolo ufficio in uno stabile a poche decine di metri da casa sua e con un collega un po’ più giovane diventato suo socio ha iniziato a fare l’agente nello stesso settore dove ha sempre lavorato. Dopo circa un anno, l’impresa resiste e anche se Carlo dice che ad un certo punto si è trovato in difficoltà perché lui e il suo socio non avevano predisposto un piano finanziario, la sua soddisfazione per l’autonomia conquistata è palpabile e testimoniata dall’entusiasmo con cui si dedica per dieci ore al giorno alla nuova impresa.

Infine Umberto, ex quadro 63enne con una lunga esperienza in diverse aziende dell’immobiliare e della gestione dei servizi per le imprese. Ad un certo punto Umberto viene lasciato a casa. Con nessuna intenzione di rimanere inoperoso e con la prospettiva di una pensione comunque allontanatasi nel tempo, decide di mettere a frutto la sua esperienza di gestione amministrativa di stabili, studia per diventare amministratore di condomini e si appoggia ad uno studio per l’appunto di amministrazione stabili, dove gli danno da lavorare per quattro ore al giorno. Mi dice che è una strada che avrebbe dovuto intraprendere prima e, malgrado non sia di primo pelo, accarezza l’idea di avviare uno studio proprio. L’unico vero problema è un fastidioso disturbo di salute che periodicamente gli toglie le forze e con cui i suoi sogni devono fare i conti.

Inventarsi un lavoro da senior dunque è difficile ma ci si può riuscire. Con tutta  probabilità chi ci prova non ritrova situazioni di impiego fisso stabile, ma si possono avviare piccole attività o trovare impieghi di breve durata. E’ necessario mettere in campo tutta la propria intraprendenza, le relazioni che si sono sviluppate negli anni e una forte disponibilità ad apprendere competenze nuove. E non bisogna dimenticare di valutare attentamente se il nuovo che si sta iniziando è alla portata dei propri risparmi e delle proprie condizioni di salute. Da senior si può ancora re-iniziare, ma è necessario che mente, corpo, spirito e risorse vadano nella stessa direzione.

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I sogni non sempre si avverano

Da parte di Luisella: Il sogno che ho sempre accarezzato: a un certo punto avrò le giornate libere di poter fare quello che voglio, senza obblighi di lavoro, con i figli grandi e indipendenti che andrò a trovare a casa loro. Speriamo che ci siano dei nipotini, che ai bambini piccoli io non so resistere e potrò passare del tempo con loro. Farò tante torte, leggerò quello che mi piace, mi dedicherò alle piante che sono la mia passione. Mi organizzerò dei viaggi stupendi, nei posti che ho sempre desiderato visitare, l’India, il Sud Africa. Forse riuscirò persino a convincere mio marito, che è un pigro, a seguirmi in questi viaggi, ma se non vorrà andrò da sola o troverò un’amica con cui condividere l’avventura.
La realtà di oggi: il momento non è arrivato, ho 60 anni ma la realtà è diversa dal sogno. Tutte i giorni vado ancora a lavorare e l’unica libertà che mi posso prendere è qualche weekend lungo quando arriva l’estate grazie al buon cuore dei colleghi più giovani. Per il resto sgobbo come sempre, ma con meno energie. Quando vado a fare la spesa mi carico i sacchetti per quattro persone, sì perché in famiglia ci siamo ancora tutti e l’abitudine che è la mamma a fare le faccende di casa è dura da cambiare. I viaggi per il momento li faccio solo sulla carta e leggendo le riviste. Solo le piante sono diventate una realtà e le seguo anche loro come dei figli. Non voglio lamentarmi e nemmeno pensare che il sogno non si avvererà mai. Però è non è facile abituarsi a una differenza così grande tra sogno e realtà.  In foto: “Viaggio nel sogno” di Arianna Ruffinengo

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Tra part time e pre-pensionamenti

Lo spaesamento dato dalla lettura dei quotidiani e dalle dichiarazioni dei politici quando parlano del lavoro e del pensionamento dei cinquanta-sessantenni è notevole. I giorni pari si leggono convinte adesioni alla formula della “staffetta generazionale” e all’opportunità di tenere attive al lavoro le persone con soluzioni part time favorendo in contemporanea l’assunzione di giovani; così come dichiarazioni favorevoli al mantenimento dei 67 anni come termine per l’età pensionabile di uomini e donne e alla sua eventuale deroga solo in caso di scelta volontaria del diretto interessato e a fronte di penalizzazioni pensionistiche (se in pensione ci si va prima) o premi (se si sceglie di prolungare il lavoro e il versamento di contributi).

I giorni dispari invece tutto cambia e si levano le voci di chi sostiene l’impraticabilità della suddetta “staffetta” e del lavoro part time per una supposta non motivazione dei diretti interessati a queste formule e per il costo pubblico insostenibile se lo Stato dovesse pagare la pensione piena anche per gli anni in cui i contributi previdenziali sarebbero versati in ragione di un orario parziale. Queste ultime voci ritengono la flessibilità volontaria del pensionamento un’utopia (nel migliore dei casi) o una ricetta proprio sbagliata (secondo altri) sia perché troppo costosa per le finanze pubbliche sia perché ritengono che un posto di lavoro occupato da un cinquantenne non dovrebbe essere automaticamente mantenuto a favore di un ragazzo. Alcuni di loro si orientano invece verso un ritorno alla mai dimenticata soluzione del “pre-pensionamento”; questa volta, parrebbe di capire, scalando anni dai 67 d’arrivo: ma, di nuovo, chi metterebbe i soldi per coprire gli anni mancanti ?

Insomma si oscilla in continuo tra soluzioni diverse, quale sarà il punto d’arrivo non è per nulla scontato (tanto per cambiare!) e il dibattito sembra imperniato tutto sul versante economico e delle risorse pubbliche disponibili.  Per carità, è corretto dare priorità a questa prospettiva, ma forse sarebbe utile non andare alla ricerca di un nuovo modello uguale per tutti e invece adottare soluzioni flessibili che tengano in considerazione anche le tante variegatissime esigenze  e motivazioni dei senior. Sicuri che di fianco al sessantenne che non accetterebbe mai il part time perché non può rinunciare neppure ad 1 euro di retribuzione e di pensione futura non ci sia anche il sessantenne che sarebbe ben lieto di potersi dedicare ad altro dal lavoro anche accettando una pensione più bassa o quello che non vorrebbe smettere di lavorare neppure a 70 anni ?

 

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Auguri babbo !

Scrive Giò: Io di anni ne ho 33 e quindi non ho niente a che fare con questo sito. Scrivo lo stesso perché vorrei raccontare cosa fa mio padre che in questi giorni compie 65 anni e che il computer e la rete non sa neppure dove stanno di casa. E’ un mio modo di festeggiarlo, poi gli farò leggere cosa ho scritto di lui. Noi si abita nella zona di Pisa, ma in campagna, in un piccolo paese e mio padre lavora la terra e fa il giardiniere nelle ville qui vicino. Mia madre ha fatto un affare a sposarselo perché a 65 anni secondo me è ancora un bell’uomo, vabbè le rughe e il fiatone li ha anche lui, però è asciutto e forte e la testa gli gira ancora a modino. Io abito a cento metri dalla casa dei miei e la mattina lo vedo uscire, alle 7 si muove già col suo ape per andare a lavorare. Tuta da lavoro indosso, un giorno va a tagliare l’erba col frullino, un altro giorno a zappare e preparare gli orti e quando è il momento pota gli alberi. Di solito per gli altri lavora la mattina e il pomeriggio fa le stesse cose nel pezzo di terra nostro. Quando arriva il momento della raccolta delle olive invece sta fuori tutto il giorno perché il lavoro è tanto e chi sa cosa s’ha da fare, come lui, son pochini. A dirgli che ogni tanto dovrebbe riposarsi s’arrabbia, da questo lato non ci sente, la sua vita è quella e finché regge non la cambia. Ci dà pensieri perché fuma troppo ma anche su questo meglio non dirgli niente. La soddisfazione maggiore ce l’ha se gli dici che i pomodori che ha coltivato lui sono più dolci di quelli del supermercato.
Parla poco, quando è per campi è più contento se è da solo, se lo cerchi al telefonino ti risponde a monosillabi. Però non vuol dire che è insensibile agli altri, anzi è generoso, appena può dà una mano a chi ne ha bisogno. In questo periodo che tanti ragazzi sono a spasso, se qualcuno di loro gli viene a chiedere se ha bisogno di aiuto nel lavoro non ci pensa due volte e fa di tutto per convincere i proprietari a dividere il lavoro con questi ragazzi. Adesso io sono incinta e l’altro giorno mi ha sorpreso perché mi ha detto: “fai in fretta a farlo crescere che devo insegnargli come si lavorano gli ulivi”.

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Me ne sono fatto una ragione

Da parte di Renato: Mi chiamo Renato e ho compiuto 60 anni da poco. Lavoro in una nota azienda internazionale, ci lavoro da sempre e ho la responsabilità di progetti piuttosto consistenti. Qualche anno fa, conti alla mano, ero convinto che adesso sarei andato in pensione e mi ero già fatto un sacco di fantasie su come avrei impiegato il tempo: la montagna che adoro, il mitico viaggio nel sud est asiatico che vagheggio da anni, le partite a basket a cui non ho mai smesso di giocare… Poi è arrivata la riforma delle pensioni e mi hanno detto che non se ne parla per ancora tanti anni. Adesso leggo che forse l’età per la pensione si abbasserà di nuovo ma rinunciando a un pezzo dell’assegno…vedremo. Siccome intanto la vita va avanti e tutte le mattine prendo la mia borsa e vado a lavorare come al solito, me ne sono fatto una ragione e, da bravo pragmatico, ho fatto le seguenti riflessioni: 1° per fortuna lo stipendio lo porto ancora a casa, 2° il mio lavoro non è affatto brutto, c’è stato anche un tempo in cui mi appassionava, adesso non mi sorprende più niente ma lo trovo ancora interessante, 3° i quarantenni che mi guardano male perché speravano che me ne andassi per prendere il mio posto, beh non so cosa farci, se ne faranno anche loro una ragione, 4° mi affatico sempre più in fretta, il ritmo dieci ore di lavoro + quasi due di viaggio da/verso casa ogni giorno ormai mi sfianca, ho deciso di non andare oltre le otto ore e di delegare di più, 5° il lungo viaggio nel sud est asiatico me lo organizzo lo stesso, 6° devo fare del training autogeno quando mi faccio la barba appena sveglio: non farsi riempire la mente subito di prima mattina dei problemi di lavoro ma progettare le prossime scalate in montagna. Funzionerà ? Non lo so, ve lo dirò alla prossima puntata.

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