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Lavoro e dintorni

L’imbianchino che si è presentato a casa mia ieri mattina per tinteggiare un paio di stanze sicuramente non ha meno di sessant’anni. Doveva essere aiutato dal figlio, che però non stava bene ed è rimasto a casa. Da solo, se l’è cavata comunque egregiamente, ha fatto un buon lavoro e ha completato l’opera nei tempi concordati.  Gli ho chiesto se pensava di smettere di lavorare e di passare la palla al figlio. “No – mi ha risposto – è un lavoro che faccio volentieri, i soldi servono e poi fare le cose insieme a mio figlio mi piace”.

Gli over65 che continuano a lavorare sono prevalentemente nel commercio, nelle professioni, nei lavori artigianali, nei servizi educativi e nella cura delle persone.  Spesso sono persone che svolgono un mestiere autonomo, che hanno rinverdito nel tempo le loro competenze e che operano in settori previsti in crescita (ad esempio, la cura dei grandi anziani) o dove la domanda di lavoro è più forte dell’offerta.

“Io sono a spasso da un anno – mi dice invece il 57enne Massimo – faccio manutenzione informatica e avevo due rapporti di lavoro abbastanza stabili con due aziende che però hanno entrambe deciso che costava meno rivolgersi a dei giovani. D’altra parte nel mio settore i giovani sanno fare le stesse cose che faccio io, anzi forse più velocemente di me, e non avevo nessuna possibilità di discutere. Adesso di essere assunto da qualcuno non se ne parla, cerco altri clienti ma c’è una grande concorrenza. L’unica strada che penso di battere è di trovare una nicchia di specializzazione nel mio campo e di rimettermi a studiare. I soldi messi da parte mi bastano per un paio d’anni, speriamo per allora di aver trovato una soluzione”. Molti disoccupati over50 hanno necessità di guadagnare, sono senza protezioni e vedono come sbocco possibile – a mio avviso a ragione – il riprogettarsi mettendosi ad imparare cose nuove che rendano aggiornate e appetibili le loro competenze di sempre.

Un terzo caso è quello di Roberta, che ha 62 anni, lavorava in banca, adesso riceve una discreta pensione, ma vorrebbe trovare un’altra occupazione part time che integri il volontariato a cui già si dedica: le interessa non perdere di vista la sua professione “storica” e soprattutto le serve guadagnare ancora qualcosa perché teme le spese, tutte sulle sue spalle, per la sua vecchiaia, per i suoi genitori ormai molto anziani eper suo figlio che deve ancora studiare.  “Chi sa fare contabilità come me trova sempre qualcosa” racconta “anche se certo, dove vado a presentarmi sono molto guardinghi, mi guardano come se fossi un animale un po’ strano, si chiedono perché non me ne sto tranquilla a casa”. Non è facile per un disoccupato cinquantenne trovare una nuova occupazione, ma neppure per un pensionato ritornare al lavoro quando lo desidera.

Infine Antonio, 63enne, un passato da operaio in un’industria: è stato accompagnato alla pensione otto anni fa, abita in un paesino di campagna ed è il lavoro a cercare lui, non il  contrario: infatti, in paese tutti lo cercano per vari lavoretti di manutenzione, un po’ fa il falegname, un po’ l’idraulico, un po’ aiuta a sgomberare case. “Vorrei seguire di più il mio orto – mi dice – ma non riesco a trovare il tempo”. 

Il tasso di inattività degli Italiani tra i 55 e i 65 anni rimane alto, intorno al 57%, e quello degli over65 altissimo, oltre il 95%, ma dietro a questi numeri statistici si celano tante situazioni concrete diverse, in cui il desiderio di essere attivi si coniuga ancora con la dimensione del lavoro.

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Il nuovo Governo e l’età pensionabile

Il nuovo Presidente del Consiglio nel discorso programmatico di qualche giorno fa ha speso una lancia a favore di una maggiore flessibilità dell’età di pensionamento, soluzione che anche su questo blog è stata più volte indicata come coerente alla varietà dei percorsi e delle scelte di vita di cui oggi i senior sono protagonisti. “Si pensava – commenta Enrico Marro sul Corriere della Sera del 30 aprile -che la riforma delle pensioni Fornero sarebbe stata l’ultima e definitiva correzione del sistema, quella che ha messo in sicurezza i conti una volte per tutte, al prezzo di un forte e improvviso innalzamento dell’età pensionabile. E invece no. La riforma sarà corretta. E nemmeno in modo marginale…”

Cosa intende fare il nuovo Governo su questo punto, su cui la sensibilità di molti cinquantenni e neosessantenni è altissima ? I provvedimenti specifici naturalmente a questo stadio non sono ancora stati definiti, ma la direzione che si intende prendere, stando alle parole di Letta, si riesce a intravedere. A parte la ricerca di “una soluzione strutturale” del problema degli esodati, due appaiono i criteri di fondo: il primo è una maggiore flessibilità per determinare quando si può accedere alla pensione, il secondo è la “staffetta generazionale”.

Sul primo punto, il Presidente del Consiglio ha aperto alla possibilità di “forme circoscritte di gradualizzazione del pensionamento, come l’accesso con 3-4 anni di anticipo al pensionamento con una penalizzazione proporzionale”. Oggi la riforma Fornero prevede questa possibilità solo in un numero molto limitato di casi. Che diventi invece un criterio generale, parallelo alla possibilità di lavorare più a lungo, per chi lo vuole, con relativi premi ?

Sul secondo punto, la “staffetta generazionale”, si pensa sostanzialmente ad un sistema in cui i lavoratori tardo-cinquantenni e sessantenni sono incentivati a passare al part time con la parallela assunzione di giovani. Su questo il consenso parlamentare pare che sia ampio, forse perché ancora non è stato chiarito il punto dolente di questa soluzione, e cioè: chi paga i contributi previdenziali pieni per il periodo in cui si lavora part time ?

Resta il fatto che questi due temi sono stati messi sul tavolo del Governo e che sono due delle soluzioni più importanti per affrontare la questione del lavoro dei senior e del rapporto tra generazioni.

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I migliori anni della nostra vita

“Non ho motivo di lamentarmi. Lavoro che mi piace, una famiglia divertente con figli ancora giovani, sto studiando di nuovo per una seconda laurea. Non amo pensare al futuro con preoccupazione. Ho ancora troppo da fare e troppo entusiasmo.”

Brava, amica baby boomer ! Il “francobollo” che ci hai inviato mi piace. Spero che il tuo ottimismo e la tua vitalità ci contagino

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L’Italia e l’invecchiamento attivo

In che Paesi europei si dovrebbe vivere per essere sicuri di sperimentare un invecchiamento attivo ? Innanzitutto in Svezia, ma anche in Danimarca, nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda. L’ Italia è a metà classifica. E’ quanto emerge dalla prima misurazione fatta dall’Unione Europea sulla base dell’ AAI (Active Ageing Index), l’indicatore sintetico che misura quanto sono effettivamente realizzate le politiche e le prassi per l’invecchiamento attivo nei diversi Paesi dell’Unione.

Qualche giorno fa descrivevo su questo blog quali sono i fattori da cui è composto questo indice sintetico, che si riferisce alla popolazione tra i 55 e i 74 anni. In sintesi, le quattro macro aree di cui è composto sono: il “livello di occupazione”, il “grado di partecipazione nella società”, il “quanto si vive questa fase di vita in salute e in modo indipendente e sicuro”, infine la “capacità di invecchiare attivamente”. (Rimando al precedente articolo per capire meglio quali sono i fattori considerati all’interno di ciascuna macro area.)

La nostra posizione di metà classifica (l’Italia è al 15° posto su 27 Paesi) non è omogenea nelle quattro macro aree: difatti, siamo messi maluccio rispetto all’ “indipendent, healthy and secure living” (19° posto, al primo c’è la Danimarca) e ancora peggio riguardo al “livello di occupazione” (22° posto, qui il primo posto se lo aggiudica la Svezia), mentre possiamo andar fieri di un brillante 2° posto per quanto riguarda il “grado di partecipazione sociale” (davanti a noi c’è solo l’Irlanda).

Da cosa dipende questo risultato così divaricato nelle diverse macro aree ? Lo si capisce prendendo la lente d’ingrandimento e guardando ai singoli fattori.

Ad esempio, il 2° posto che ci guadagniamo nel “livello di partecipazione sociale” è tutto da attribuire al fattore “prendersi cura dei figli e dei nipoti”. E’ un’attività che nell’indagine viene presa in considerazione se svolta almeno una volta alla settimana e su questo non ci batte nessuno: siamo al primo posto e l’indicatore che la misura ci attribuisce un vantaggio di più di venti punti rispetto alla media di tutti i Paesi (53,7 vs 32,4). Siamo sopra la media anche nel “prendersi cura degli anziani e dei parenti non più autosufficienti”, ma in questo caso risultiamo solo secondi (dopo la Finlandia) e non di molto sopra la media (16,9 vs. 12,8). Nello svolgimento di attività di volontariato, un altro fattore che compone il “livello di partecipazione sociale”, siamo invece perfettamente in media (14,9), ma dopo Paesi come l’Austria o l’Olanda che raggiungono livelli sopra il 30.

Dove invece risultiamo in grande ritardo rispetto all’invecchiamento attivo ? Sempre la lente d’ingrandimento ci dice che dovremmo preoccuparci di tre aspetti: l’esercizio fisico, la dimestichezza con le tecnologie informatiche e il life long learning.  Anche se in Italia sta crescendo tantissimo in questi ultimi anni l’attenzione dei senior per queste attività, abbiamo ancora molto da fare se vogliamo raggiungere gli standard europei. Il divario è eclatante se si guarda all’ esercizio fisico, dove otteniamo un misero 1,6 (penultimi seguiti solo dai bulgari) rispetto ad una media di 11,0 e a Paesi come la Svezia o l’Irlanda che sono oltre il 20. D’altra parte, quanti di noi supererebbero l’asticella utilizzata, che è fare esercizio fisico o sport almeno 5 volte la settimana ?  Anche nel life long learning (misurato dal criterio: percentuale di 55-74enni che nelle ultime quattro settimane hanno ricevuto training, formazione, partecipato a corsi, ecc) siamo ampiamente sotto media (1,8 vs 4,7), così come nell’ uso di internet almeno una volta la settimana (22,0 vs 38,3).

Per finire, ma questo è un fenomeno arcinoto, il livello di occupazione italiano (dati 2010) risulta di una decina di punti più basso della media nella classe di età 55-64 anni e addirittura con differenze fino a 40 punti rispetto ai Paesi in cima alla classifica per la classe di età 60-64 anni.

Insomma, se l’obiettivo è l’invecchiamento attivo i punti forti e quelli di recupero sono chiari.

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Futuro

Da parte di Nicola: La scorsa notte non ho dormito, avevo troppi pensieri per la testa, un misto di preoccupazioni e di idee sul mio futuro che sono rimaste lì a mezz’aria, senza riuscire a farle precipitare in qualcosa di concreto. Il problema è che poi è diventato giorno e il cervello non mi si è snebbiato, tutto è rimasto in sospeso e mi sento come sull’orlo di un precipizio senza sapere ancora che direzione prendere. Mi spiego: ho 58 anni, da moltissimi anni lavoro in una media casa editrice e mi occupo della vendita dei libri. E’ un settore che mi piace. Mi piace il prodotto oggetto del mio lavoro, mi piace parlare con i librai e ho fatto una discreta carriera stimato da capi, colleghi e clienti. Però, se c’è un settore che soffre la crisi è proprio quello dell’editoria, sembra che nessuno voglia comprare più libri, le librerie chiudono e sono già due anni che ogni tanto gira la voce che anche noi non ce la faremo. Finora è rimasto tutto a livello di paura, ma negli ultimi giorni la situazione è precipitata e ho capito che devo prepararmi a non avere più un lavoro. Non so esattamente cosa succederà, se chiuderemo o se ci sarà una riduzione di personale, ma in entrambi i casi io ne sarò coinvolto e questa partita sarà chiusa. Ho 58 anni e come leggo anche su questo sito la vita davanti a me è ancora lunga (si spera…)
E allora che fare? Non è solo una questione di pensione lontana (a occhio, credo che mi manchino ancora nove anni), c’è anche la preoccupazione economica ma non è solo questo. Il punto è cosa sarà il Nicola prossimo venturo.
Adesso ruota tutto intorno al mio lavoro, alla professionalità che ho costruito per tanti anni, ma poi? Ho degli hobby, degli interessi (modestamente, sono un buon “pollice verde” e suono bene la chitarra, sono capace di stare ore in giardino a curare le piante e passo intere serate con la chitarra in mano), ma chiaramente non posso immaginare la mia vita futura fatta solo di queste cose. Posso trasformare questi miei interessi in lavoro? Non so, mi sembra molto difficile, anche se non scarto l’ipotesi. Posso trovare un nuovo lavoro usando la mia professionalità nell’editoria? Vista la crisi di settore mi sembra ancora più difficile. Posso evitare di cercare un nuovo lavoro usando i risparmi messi da parte? Anche riducendo il tenore di vita, penso che mi potranno bastare per qualche anno, non per la vecchiaia, e se poi mi succede qualcosa di grave? La mia indole è ottimista e quindi sono portato a pensare che scoprirò strada facendo delle occasioni su cui costruirmi un nuovo futuro, però per ora la nebbia è fitta.

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Chi invecchia meglio in Europa?

Si è sbagliato chi pensava che finito il 2012, l’anno dedicato all’invecchiamento attivo, l’Unione Europea si considerasse appagata.  In tutti i Paesi dell’Unione l’anno scorso sono stati numerosissimi gli incontri, le manifestazioni, gli articoli e gli eventi mediatici tesi a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di pensare all’invecchiamento in modo diverso dal passato. Ma questa campagna, giustamente, non poteva essere che l’inizio di un percorso. E infatti, dopo avere sintetizzato a fine 2012 le principali conclusioni delle tantissime idee circolate sull’argomento, a distanza di qualche mese dalla chiusura dell’anno la UE ha presentato un nuovo strumento che serve per misurare e monitorare il grado di invecchiamento attivo nei vari Paesi membri.

Lo strumento si chiama Active Aging Index (AAI), è un indice statistico ed è ad opera non solo della Ue, ma anche della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite. Questo strumento sarà un po’ il modo attraverso il quale verrà monitorata l’applicazione delle politiche di invecchiamento attivo e verranno date le pagelle ai vari paesi europei in questo campo.

I primi dati sono già disponibili, ma prima ancora che guardare ai dati (ne parlerò in un prossimo articolo) mi sembra interessante capire come è stato costruito questo indice, cioè quali sono gli aspetti presi in considerazione per dire se l’invecchiamento sta avvenendo in modo sufficientemente attivo e con un buon livello di qualità.

L’indice generale è composto di quattro capitoli: 1. il tasso di occupazione tra i 55 e i 75 anni, 2. il grado di partecipazione nella società, 3. quanto si vive questa fase di vita in salute e in modo indipendente e sicuro, 4. la capacità di invecchiare attivamente.

A loro volta, ognuno dei quattro capitoli contiene una serie di voci più specifiche:

1. Il “tasso di occupazione” è il parametro più chiaro ed è a sua volta distinto per quattro fasce di età: dai 55 ai 59 anni, dai 60 ai 64, dai 65 ai 69, dai 70 ai 74.

2. A partire dal secondo capitolo, la misurazione diventa più difficile. Infatti, il “grado di partecipazione” comprende aspetti fra loro diversi, e precisamente: le attività di volontariato (la percentuale di popolazione over 55 che lavora in modo volontario e non retribuito in associazioni e organizzazioni), il prendersi cura di figli e nipoti (è misurata la frequenza, ed è curioso leggere che curare i nipoti meno di una volta la settimana vale come zero), il prendersi cura dei grandi anziani (stesso criterio di frequenza del parametro precedente) e infine la partecipazione politica o sindacale (misurata in base alla partecipazione ad iniziative di questa natura nel corso dell’ultimo anno).

3. Il terzo capitolo, in inglese definito “indipendent, healthy and secure living” mette sotto osservazione questi altri aspetti: l’esercizio fisico (percentuale di over55 che fanno dell’esercizio fisico almeno 5 volte a settimana), l’accessibilità alle cure sanitarie e dentistiche (domanda: quante volte ne hai necessità e non sei in grado di ricevere le cure che ti servono?), la possibilità di vivere in modo indipendente a casa propria da single o in coppia, l’adeguatezza del reddito disponibile per gli ultra65enni e la percentuale di over65 che sono a rischio povertà o che sono costretti a deprivazioni materiali.

4. L’ultimo capitolo, la “capacità di invecchiare attivamente” è il più eterogeneo e comprende: l’aspettativa di vita residua a 55 anni, l’aspettativa di vita residua in salute a 55 anni, il benessere mentale (misurato anche attraverso l’autopercezione dei diretti interessati riguardo a propri sentimenti e stati d’animo), l’uso delle tecnologie informatiche (percentuale di senior 55-75enni che usano internet almeno una volta alla settimana), il grado di socialità (inteso come percentuale di over55 che “scelgono” di incontrare altre persone – amici, parenti, colleghi – più volte la settimana), il livello di istruzione raggiunto oltre la scuola dell’obbligo.

Per ogni fattore considerato, e per ognuno dei quattro capitoli, avviene una misurazione ed è dunque disponibile un numero che consente sia di controllare l’andamento nel tempo, sia di confrontare ciascun Paese con tutti gli altri.  A questo scopo non mancano neppure le classifiche comprendenti tutti i 27 Paesi dell’Unione.

Lo strumento Active Aging Index è sicuramente complesso, ma è una vera miniera di informazioni utili per chi è convinto che l’invecchiamento attivo sia una rivoluzione sociale e che nel prossimo futuro sarà uno dei principali fenomeni con cui tutti saremo chiamati a confrontarci.

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Riallargare lo sguardo

Qualche giorno fa, era il momento di pausa di un incontro in cui si parlava proprio di baby boomers, un coetaneo 57enne (lo chiamerò Roberto) mi si avvicina e inizia a mettermi a parte delle preoccupazioni che ha per il suo futuro prossimo e lontano. Mi dice che fa da sempre un lavoro autonomo, fornisce servizi logistici alle imprese, anche se in realtà è sempre stato legato a pochi clienti e quindi il suo destino è   molto condizionato dalle loro sorti. Sorti che non sembrano affatto essere rosee; anzi, pare che alcuni dei suoi clienti storici abbiano già dovuto chiudere i battenti e il suo reddito ne ha risentito immediatamente. Roberto vede sì i suoi 57 anni come l’inizio di una fase di vita nuova, ma di una fase di disgrazie e peggioramenti più che di opportunità. Gli piacerebbe rimanere attivo, trovare nuovi modi di vivere e di lavorare, ma fa fatica a concepirli.  E’ alla fine della nostra breve conversazione che mi confida la frase rivelatrice: “Fossi capace di immaginarmi qualcosa di diverso! Ma non ci riesco. Mi viene in mente quello che ho fatto in passato ma faccio fatica ad immaginarmi qualcosa di nuovo!”. Roberto l’ha capito da solo: chiaro che la crisi economica generale e la sua in particolare hanno la loro parte nel determinare la situazione, ma il punto è proprio questo, che se continui ad usare le stesso navigatore che hai usato nei trent’anni precedenti di vita e non lo riprogrammi  e non resetti, prima ancora che dalle condizioni esterne sarai frenato dagli schermi posti dal tuo passato.

Fortunati coloro che possono continuare a vivere come hanno sempre vissuto e non sentono alcun bisogno di dare una registrata alla loro esistenza, ma per tutti gli altri diventa importante interrogarsi su domande di questo tipo: sono in grado di pensare in modo immaginativo il periodo tra la vita di mezzo e quella veramente anziana, allontanandomi dalla tirannia delle abitudini, delle idee che ormai adesso non sono più attuali, dai modelli basati su quello che sapevo fare bene ma che non è detto adesso funzioni ancora?  Sono capace di riallargare lo sguardo per capire se c’è la possibilità di costruire un nuovo equilibrio, un nuovo assetto di vita, facendomi guidare da nuovi sogni e progetti, facendo propri dei nuovi criteri per definire cosa è di successo e cosa no ?

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Sessantenni produttivi

Sono pronto a scommettere che la cassiera del supermercato dove vado ogni tanto a fare la spesa è mia coetanea. La osservo nei suoi comportamenti, se non altro per deformazione mentale visto che ormai i senior sono al centro della mia attenzione. Un po’ come tutte le altre sue colleghe più giovani dei banchi vicini ha i gesti automatici uniti all’espressione assente. Però il ritmo che tengono io lo riuscirei a reggere per non più di un quarto d’ora e lei, anche se ha vent’anni più delle altre, tiene con disinvoltura lo stesso passo. Quando poi il lettore automatico si inceppa e non legge il codice a barre sulla confezione (irritazione immediata di tutti, clienti e personale!) lei si spazientisce meno degli altri, sa perfettamente come affrontare la situazione e risolve velocemente il problema. Insomma, la mia coetanea non mi sembra affatto meno produttiva delle altre cassiere più giovani. Mi immagino che la sera sarà più stanca delle sue colleghe e che malgrado questo magari la sua giornata lavorativa proseguirà con le faccende domestiche, ma dal punto di vista della prestazione lavorativa l’azienda che la impiega può tranquillamente contare su di lei.

Cambiamo mondo e genere: l’aggiustatore di sedie thonet che da sempre ha la bottega con una luce che dà sui Navigli a Milano, sta chiudendo. Più vicino ai settanta che ai sessanta, mi ha dato la ferale notizia (adesso a chi porto le sedie da aggiustare e impagliare ?) spiegandomi che chiude perché non ha trovato nessun giovane che sia contemporaneamente interessato a rilevare l’attività e capace di fare quel mestiere, o per lo meno disposto ad impararlo. Alla sua età ha voglia di riposarsi un po’, e chi può dargli torto ? Però non riesco a farmene una ragione: il lavoro non mancherebbe, la bottega è sempre stracolma di sedie in riparazione e quando lo vedo all’opera ancora per l’ultima volta la sapienza di mestiere è sempre tutta lì da ammirare. Come succede per tante professioni artigianali, il ricambio manca e il rischio di disperdere le competenze è alto, ma anche da settantenne il nostro potrebbe, se ne avesse ancora la motivazione, continuare a svolgere il suo mestiere in modo eccellente e produttivo.

Infine, volo Delta tra l’Italia e gli Stati Uniti: aereo stracolmo ed equipaggio di bordo prevalentemente americano. Con mia sorpresa, parecchie delle hostess sono coi capelli grigi, non solo la capo equipaggio ma anche quelle che fanno il servizio ordinario durante il volo. Un po’ in contrasto con l’immagine della sosia di Angelina Jolie che la compagnia utilizza nel video con le spiegazioni di sicurezza, le hostess senior sono però perfettamente a loro agio nel ruolo. Professionali e rassicuranti insieme, spesso parlano più lingue e prestano un’attenzione alle richieste dei viaggiatori meno impersonale delle colleghe e dei colleghi più giovani. Che questa dominanza di grigio sia la conseguenza di un blocco delle assunzioni o che dipenda dalla convinzione della compagnia aerea che l’esperienza soprattutto sulle tratte lunghe è vincente, comunque anche queste hostess sono la dimostrazione vivente che i senior quando lavorano possono non solo essere produttivi come i colleghi più giovani, ma anche giocare brillantemente la carta dell’esperienza: un’esperienza che viene alla luce sia nell’abilità di mestiere sia nella qualità del rapporto umano.

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Attiva comunque

Da parte di Marisa: Sono del ’52 e faccio la bibliotecaria in una cittadina della Sardegna.
Il cambiamento degli ultimi anni è avvenuto nel modo più tragico, a causa di un mio problema di salute, abbastanza serio. Essendo abituata al lavoro e a svolgere le varie attività in casa o inerenti alla socialità della vita cittadina, questo problema mi ha bloccato e pesato molto. È strano, pensiamo sempre che possa succedere solo agli altri, che io fossi indistruttibile, dunque si è trattato di un fatto che mi ha scombussolata molto. Però qua sono molto conosciuta e stimata da tutti, giovani e adulti, e così nell’occasione della mia malattia non mi hanno lasciato sola.
Con i miei risparmi ho cominciato ad occuparmi della costruzione di una casa, per quando sarò più anziana, ed è una soddisfazione enorme vedere i lavori che vanno avanti, anche se ci vorrà molto tempo prima che sia finita, ma non ho fretta.
Sono purtroppo ancora a lavoro, e dico purtroppo perché i tempi si allungano sempre di più, e con questi andazzi non si sa se ci si arriverà mai alla pensione.
Sono sempre stata attivamente impegnata nei programmi delle attività pubbliche, e spesso mi trovo ad essere il fulcro trainante del gruppo che si inventa di tutto per non far morire di noia e disinteresse una cittadina un po’ apatica, che di certo non offre grandi cose, in cui si ha la tendenza a lasciare che siano gli altri a fare i primi passi per poi seguirli a loro volta.
Mi piace disegnare, creo e colleziono presepi, e cerco di essere utile a chiunque lo chieda con consigli, ma anche per questioni burocratiche.
Di certo non vado a ballare, ma effettivamente non andavo neanche da giovane, visto che qua non c’erano questo genere di locali, e bisognava divertirsi con quello che offriva la cittadina. È per questo che ci si butta sul sociale, con feste e manifestazioni religiose e civili.

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Arrendersi mai!

Scrive Daniela: Ho 60 anni, donna, niente mariti e niente figli (più per caso che per scelta). Ho lavorato per oltre 20 anni come dipendente in medie aziende (responsabile comunicazione). Poi, a 54 anni vengo licenziata….azienda in crisi…esodata ante litteram! da circa 6 anni lavoro per conto mio, imprenditrice individuale…Ce l’ho fatta mi dico, sono riuscita a ricollocarmi con la mia professionalità….ma arriva la riforma Fornero e….dovrò lavorare fino ai 67 anni per avere la pensione! Ce la farò ad arrivarci viva? e per viva intendo con voglia di vivere, di socializzare, di viaggiare etc? Non voglio morire di Fornero…accetto suggerimenti! P.S. le donne come me sono veramente senza tutele, se mi ammalo non posso lavorare e dunque guadagnare quel che mi serve…inoltre il mio é un settore in continua evoluzione tecnologica…faticoso da seguire…Tutte queste difficoltà messe insieme possono diventare un’opportunità???? Vorrei addormentarmi senza paura…vorrei una finestra nella riforma previdenziale anche per gli autonomi a 64 anni….insomma vorrei vivere!!!!! In foto: una lavoratrice senior

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