Posts Tagged: lavoro

Solo quello pagato è lavoro?

Da parte di Emilia: Sessantaquattro anni, da quattro sono in pensione. Fra gli ultimi fortunati del regime retributivo, avrei continuato ancora qualche anno, se il lavoro stesso non fosse diventato sempre più stressante, se in famiglia non ci fossero stati problemi e malattie che domandavano la mia presenza, se non fosse arrivata al momento giusto la famosa “offerta che non si può rifiutare”, che ho colto al volo.
Ho vissuto la fine del lavoro come una liberazione di energie: finalmente potevo scegliere obiettivi “miei”, anche di lavoro, certo lavoro “altro”, per lo più non pagato. Ma chi ha detto che solo quello pagato meriti il nome di lavoro?
Da giovane avevo cominciato nella ricerca sociale, poi mi ero dovuta occupare d’altro, da pensionata finalmente ho potuto recuperare gli antichi interessi. Da cinque anni tengo un blog, l’ho iniziato quando ancora lavoravo: ho scritto 280 post, ho ricevuto 70 mila visite.
Il ruolo obbligato di caregiver cerco di viverlo come una sfida: “sacrifici” il meno possibile (anche se i vincoli sono tanti.. i viaggi, tanto per nominarne uno), affetto e competenza sì, come anche amicizie e aiuto, e fiducia, nonostante tutto.
Il futuro preferisco non pensarlo troppo, anche perché il presente mi occupa troppo. C’è poco “pubblico” a fianco delle famiglie che ne hanno bisogno, ma c’è anche poco “privato” serio e affidabile. Un’occupazione possibile per tanti giovani, fra l’altro.         In foto: donna al computer

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Pensioni, progetti e incertezze

I tardo cinquantenni e i neo sessantenni si stanno affacciando ai misteri della nuove regole per le pensioni e alle incognite delle nuove problematiche del lavoro, nuove perchè il lavoro va proseguito o cercato anche ad età avanzata. E insieme a un disagio di fondo che nasce da una dissonanza forte tra le aspettative che hanno coltivato per anni e la realtà attuale, cresce la sensazione di una spaccatura netta tra le condizioni favorevoli godute dei fratelli maggiori, anche di pochi anni, e le proprie.

Di pari passo cresce l’esigenza di capire meglio come le nuove regole impattano e impatteranno sulle proprie vite.  Anche coloro, e non sono pochi, che hanno condiviso le motivazioni del nuovo sistema pensionistico, che credono convintamente ai principi dell’invecchiamento attivo e che mantengono con piacere un’attività lavorativa, si pongono domande a cui spesso non sanno dare risposte certe.

In primo luogo: la riforma Fornero comincia a far sentire i suoi effetti a partire dal 2013 e c’è stato un anno per studiarsela e perché ciascuno potesse fare i propri calcoli. Però nei programmi elettorali di alcuni partiti compaiono promesse di una nuova modifica delle norme pensionistiche. Quindi fra tre mesi potremmo ritrovarci a studiare regole nuove. E, dopo vari governi di colore diverso che, in modo diverso ma convergente, hanno fatto cambiamenti alle regole finalizzati a rendere sostenibile la spesa dell’Inps, al tener dietro alla maggiore longevità e di conseguenza ad allungare nel tempo la prestazione pensionistica e a diminuirne l’entità, nessuno toglie dalla zucca degli italiani che le ultime regole non sono ancora quelle definitive. Insomma, l’incertezza regna ancora sovrana e i programmi di vita è meglio farseli a prescindere dalle decisioni politiche sulle pensioni.

Anche ipotizzando che la struttura della riforma di fine 2011 non venga modificata, vi sono comunque degli interrogativi ricorrenti, più che per la non chiarezza della legge, per la non abitudine a considerare alcune opzioni. Ad esempio, tutti sanno che la famosa età alla quale si può cominciare ad ottenere la pensione è stata portata più avanti, e ciascuno, in base all’età di nascita e ai contributi versati, ha provato a fare i conti per sé. Però si parla anche di inizio flessibile, è in vigore l’istituto della pensione anticipata e vi sono incentivi al proseguire anche fino ai 70 anni. Sono nuove opportunità, ma non vi è abitudine a considerarle e provocano anch’esse, se non spiegate per bene, un effetto di incertezza.

Un ulteriore elemento che provoca incertezza non sta tanto nelle nuove norme, ma nell’aria che si respira nelle imprese e nei sindacati. Con qualche rara e lodevole eccezione (per tutte, la sperimentazione sul “ponte generazionale” firmata da Assolombarda, sindacati, Inps e Regione Lombardia http://www.assolombarda.it/news/meomartini-al-via-il-ponte-generazionale ), le imprese stanno facendo pochissimo per riorientare la propria organizzazione nel senso di far lavorare gli over60, dal sindacato arrivano pochissimi stimoli in questo senso e l’aria che tira, non appena si presenta qualche problema di esubero, è di riparlare di pre-pensionamenti a partire dai tardo-cinquantenni. Il riflesso condizionato dell’adottare la pratica dominante degli ultimi vent’anni è duro a morire e così chi lavora da dipendente e ha 57 anni non sa se mettersi nella prospettiva di altri dieci anni di lavoro o del probabile pre-pensionato.

Insomma, l’incertezza la fa da padrona e i propri progetti di vita se si può è meglio non condizionarli troppo a cosa succederà sul fronte pensioni pubbliche.

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Sono pronta per una vita diversa

Inviato da Claudia lo scorso 6 gennaio: Ho sessant’anni tondi tondi e domani riprendo a lavorare dopo un lungo periodo di vacanza che mi sono presa intorno a Natale e Capodanno. Ho un impiego presso una compagnia assicurativa, posto sicuro, stipendio decente, buon rapporto con le colleghe e i colleghi, compiti e responsabilità impegnativi ma alla mia portata. Sembrerebbe tutto bene visto così, ma il mio stato d’animo è diverso. Mai come nelle ultime due settimane ho capito che starei bene passando le giornate senza l’ufficio, ho moltissime altre cose che mi prendono (non sono andata a fare viaggi esotici, sono rimasta in città, a casa mia), letture, aiuto a mio figlio che ha appena messo su casa, ginnastica e piscina, rapporti con le amiche e con mio marito più distesi del solito, un po’ di shopping. Non credo che sia la solita difficoltà del rientro al lavoro dopo le ferie, qui c’è qualcosa di più, è che per la prima volta mi vedo bene facendo una vita diversa. Un anno fa, quando mi hanno detto che la pensione l’avrei presa più tardi non me ne sono preoccupata, mi sentivo ancora in forze e non mi dispiaceva l’idea di rimanere nel mondo produttivo. Oggi invece mi ritrovo a cercare di capire se c’è modo di smettere di lavorare prima (anche se mi sa che è difficile perché di famosi anni contributivi regolarmente pagati ne ho meno di quel che dovrebbero essere). Poi magari, una volta a casa, mi tornerà la voglia di fare qualche lavoretto ancora, ma non credo che cercherò più un lavoro così assorbente come quello di oggi.

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Questa è la mia giornata

Mi chiamo Benedetta. Ho 59 anni. Vivo in provincia di Verona. La mia giornata è fatta così: mi alzo alle sei e mezza, alle sette e un quarto sono da mia madre, non più autonoma, che vive insieme alla badante che fa la notte con lei per vedere che tutto va bene e per fortuna abita vicino, alle 8 e un quarto sono sul posto di lavoro, faccio l’impiegata nei servizi di un ospedale e lì rimango fino alle quattro e mezza del pomeriggio. A quel punto ritorno da mia madre e resto sola con lei, le preparo la cena e quando ha finito, verso le sette e mezza / otto, riprendo la via di casa. Ogni tanto mio marito mi fa trovare pronto qualcosa, ma di solito arrivo e mi metto a preparare da mangiare. Ci sono giorni che vorrei scappare, soprattutto quando penso che davanti ho ancora tanti anni tutti uguali così. E che quando cambierà qualcosa sarà il mio turno di non essere più indipendente e di dovermi far aiutare. Per fortuna ho anche delle giornate di buon umore e in queste occasioni penso a come realizzare il mio sogno: di avere una casa grande, di quelle di una volta dove si viveva tutti insieme, ma anche con le famiglie di amici, con anziani, gente della mia età, giovani e bambini e condividere le fatiche ma anche le cose belle.     In foto: una donna con madre anziana

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Non è ancora finita

Scrive Valentina: Ho cresciuto mia figlia da sola. Mi sono sposata molto presto, a 18 anni, e dopo due anni ero già separata di fatto. Mi sono fatta una nuova vita con un altro compagno con cui abbiamo avuto nostra figlia ma purtroppo anche questo rapporto dopo un po’ è finito. Così è andata a finire che la bambina è crescuita da sola con me, l’ho educata, accudita e seguita giorno dopo giorno. Oggi la mia adorata figlia ha 22 anni e sta terminando il triennio universitario, ha studiato Lettere e ha sempre preso buoni voti. Tutte e due però siamo molto preoccupate per il futuro lavoro che dovrà trovare, le sue amiche di università di qualche anno più avanti non lo trovano e di fatto continuano ad essere a carico dei genitori. Io, arrivata vicino ai sessant’anni, a questo punto speravo proprio di non dovermi più preoccupare economicamente anche di mia figlia, ma temo di dovermene fare carico ancora per un po’ e questa cosa è pesante anche per lei perché sa che mi chiede una cosa che non avrebbe mai voluto chiedermi. Dovrò tenermi ben stretto il lavoro che per fortuna ho perché senza i soldi che arrivano da lì non si andrebbe avanti.  In foto: una mamma con sua figlia

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Gli over55 fanno reggere l’occupazione

A leggere i commenti seguiti agli ultimi dati Istat sulla disoccupazione e sul lavoro, quelli relativi al 3° trimestre,  c’è il rischio di perderci la testa.  Sta o no crescendo la disoccupazione? E come va sul fronte lavoro per gli over 55 ?

  Mi sembra che una sintesi estrema, riferita a tutte le classi di età, potrebbe essere la seguente: il numero degli occupati nel 3° trimestre è rimasto sostanzialmente stabile su base annua; il numero degli inattivi (cioè di coloro tra i 15 e i 64 anni che non lavorano o non cercano lavoro per le più svariate ragioni) è in calo; il tasso di disoccupazione (che tiene conto di quanti sono coloro che si mettono sul mercato del lavoro ma il lavoro non lo trovano) è in aumento, collocandosi nel 3° trimestre al 9,8% rispetto al 7,6% dell’equivalente trimestre 2011.

Il dato più significativo è la riduzione degli inattivi: questo dato non solo spiega in buona misura anche gli altri numeri, ma è strettamente legato alla condizione dei senior.

“Si riduce la popolazione inattiva (-4%, pari a -601.000 unità),- dice l’Istat <http://www.istat.it/it/archivio/75865>   principalmente a motivo della discesa di quanti non cercano e non sono disponibili a lavorare. All’aumentata partecipazione delle donne e dei giovani si accompagna la riduzione degli inattivi tra 55 e 64 anni, presumibilmente rimasti nell’occupazione a seguito dei progressivi maggiori vincoli introdotti per l’accesso alla pensione”.     Commenta ad esempio L’Unità del 30 novembre: “…rispetto a ottobre 2011 i senza lavoro in più sono 644.000 (+28,9%). Il dato è il risultato del calo degli inattivi…pari a 611.000 unità a livello tendenziale… I dati su occupazione e disoccupazione risentono fortemente della permanenza al lavoro degli occupati più anziani grazie all’inasprimento delle regole per l’accesso alla pensione (per ora solo quelle delle riforme Damiano-Sacconi mentre per la riforma Fornero gli effetti si sentiranno dal 2013)”.

Il tasso di inattività dei 55-64enni è dunque il dato da guardare con più attenzione: se fino all’anno scorso era sopra il 60% (dato che faceva inorridire qualunque commentatore, specialmente quando confrontato con i partner stranieri), quest’anno ha iniziato una graduale discesa e l’ultima rilevazione lo colloca al 57,1%. Senior sempre più attivi e al lavoro dunque.

Attenzione però a non generalizzare. Più o meno contemporaneamente ai dati Istat si leggeva di situazioni locali in cui il maggiore svantaggio lo trovano proprio le persone di questa età (vedi la notizia del Piccolo di Trieste: “…viene in luce come a soffrire maggiormente sia la fascia di età più adulta, gli over-55 in cerca di un posto sono cresciuti del 24%…” http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2012/11/26/news/sempre-piu-over-55-in-cerca-di-lavoro-calano-le-assunzioni-1.6090715 ), oppure le conclusioni dell’Eurobarometro, secondo cui nel 2012 la maggior parte degli Europei pensa che per chi cerca lavoro l’avere più di 55 anni sia un fattore di svantaggio. Lo pensa così il 54% degli intervistati, contro il 40% che pensa che lo svantaggio derivi da una disabilità, o il 39% che lo vede nel colore della pelle o nell’origine etnica (vedi http://ec.europa.eu/social/main.jsp?langId=it&catId=89&newsId=1738&furtherNews=yes)

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Un equilibrista

Mi sento come un equilibrista sul filo. Mi rendo conto che sta per finire tutto quello che è stato la mia vita passata (però ci sono ancora dentro) e che sta per iniziare un mondo nuovo (però ancora non so cos’è e se mi piacerà). Moglie, lavoro, città, tutto è in bilico e in cambiamento.
Con mia moglie ci stiamo lasciando. Dopo trent’anni di matrimonio, gli ultimi anni tra noi sono stati veramente difficili, lei ha incontrato un nuovo compagno e anch’io ho una nuova compagna, di qualche anno più giovane (io ho appena compiuto i fatidici sessanta, lei ne ha 53). Ci sono momenti di grande delusione per la fine del mio matrimonio ma anche tante energie perché mi sono nuovamente innamorato e questo mi fa sentire come rinato.
Insieme a questo è successo che in azienda mi hanno fatto fuori. Quando a un dirigente gli tolgono la sedia, le responsabilità, le persone e lo lasciano a marcire nel suo ufficio, non ci vuole un genio per capire che ti hanno fatto fuori, che non ti vogliono più, che devi andartene. Alla mia età è inutile cercare di recuperare le posizioni e sperare che il vento torni a tuo favore. L’unica cosa che hai da fare è cercare di proteggerti il più possibile contratto alla mano. Comunque la trafila la conosco, ho già visto anche con altri cosa succede: devi star lì ancora per un po’ e poi esci e ti porti a casa una buonuscita. Quanto durerà questo però non lo so, lo stress è tanto e non mi sento né dentro né fuori. Io adesso vivo in Veneto e la mia nuova compagna è di Roma, quindi sto cominciando a capire se a Roma potrei viverci e starci bene: anche questo è un mistero. Mi sa che di misteri ne ho un po’ troppi…

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Staffetta sì, staffetta no…

Settimana scorsa ha avuto risalto sulla stampa l’annuncio da parte del ministro del Lavoro Fornero di un “patto fra generazioni”, pensato per spingere sull’acceleratore dell’occupazione giovanile. L’idea di base è semplice ed è questa: il lavoratore anziano, prossimo alla pensione, può chiedere di trasformare il proprio rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time, al fine di consentire l’assunzione di un giovane con contratto di apprendistato o a tempo indeterminato.  L’idea di base ha due corollari importanti: il primo è che il saldo occupazionale tra riduzioni dell’orario di lavoro dei senior e nuove assunzioni deve risultare positivo; il secondo corollario, essenziale per il lavoratore intorno ai sessant’anni, è che le Regioni verserebbero i contributi aggiuntivi in modo che non ci siano perdite pensionistiche.

  Alcuni siti e giornali riportavano questa notizia come un decreto ministeriale già varato e in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, altri come un progetto allo studio del Governo.  Resta dunque l’incertezza sullo stato di realizzazione dell’idea, incertezza accentuata dalla crisi di Governo ormai avviata e dalla prossima chiusura della legislatura. Ma anche se per questa volta si rimarrà sul piano delle buone intenzioni, l’idea di per sè mi pare vada nella giusta direzione.  Sono molti i senior che sceglierebbero una riduzione dell’orario di lavoro se non avessero penalizzazioni pensionistiche, l’importante è che si tratti di una opzione possibile e non di una estromissione forzata. E in una fase di recessione come l’attuale un incentivo ad assumere giovani con contratto d’apprendistato sarebbe sicuramente utile.

Certo, un po’ più misterioso risulta capire come le Regioni (o una qualunque Amministrazione Pubblica) possa trovare le risorse per coprire le differenze contributive.

Il dibattito intorno a questa novità è stato immediato e i consensi molteplici. Tra i tanti commenti, mi sembra però che non si possa evitare di prendere in considerazione le obiezioni portate da Marco Ferrera     http://nuvola.corriere.it/2012/12/09/lavoro-lillusione-di-un-patto-tra-generazioni/         Attenzione, dice Ferrera, che non passi l’idea: meno senior al lavoro uguale più giovani impiegati: “L’idea che il problema occupazionale possa risolversi con un patto fra generazioni è…sbagliata.   Poggia infatti sull’assunto che i giovani possono trovare lavoro solo nella misura in cui i lavoratori più anziani liberano «posti», andando in pensione. Sembra una supposizione ovvia e in alcuni casi (a questo o a quel giovane, in questa o quella azienda) le cose stanno davvero così. Ma se guardiamo ai grandi numeri, non troviamo alcuna correlazione fra i tassi di occupazione degli anziani e i tassi di disoccupazione dei giovani. In altre parole: non è vero che se gli anziani si tolgono di mezzo, più giovani trovano lavoro”. E ancora: “Se attecchisce l’idea che la soluzione al problema della disoccupazione giovanile è il patto generazionale, allora perché oltre alla staffetta dentro le imprese non abbassiamo di nuovo l’età pensionabile? Perché, già che ci siamo, non ripristinare i prepensionamenti e le pensioni baby? Qualche irresponsabile lo sta già proponendo. Attenzione: ci siamo già passati e da trent’anni siamo il Paese Ue con i più bassi tassi di occupazione (totale, femminile e giovanile) e il più alto debito pubblico”.

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Le mie semplici speranze

Da Ester: Ho 58 anni, sono nata in Lunigiana ma vivo a Milano da tanto tempo, da quando ho iniziato a lavorare, ormai 40 anni fa. Per un periodo sono stata una studentessa – lavoratrice perché mi sembrava troppo poco quel che avevo studiato, sono soddisfatta di averlo fatto. Adesso svolgo lo stesso lavoro da impiegata da almeno dieci anni e trovare ogni mattina la forza di fare con impegno quel che va fatto non è facile. Visto che a tanti della mia età capita di peggio non mi lamento, anche se fatico ad immaginarmi sugli stessi problemi e sulle stesse pratiche per altri otto o dieci anni. Speriamo che mi diano almeno la possibilità di occuparmi di qualcosa di nuovo.
Le mie speranze sono semplici: poter arrivare in buona salute ad una pensione decorosa per poter fare qualche viaggio in più con mio marito. Lui ha la mia stessa età e anche lui continuerà a lavorare per molti anni. Ad entrambi piacciono molto i viaggi e ne riusciamo a fare soltanto uno d’estate, quando abbiamo le ferie, e nemmeno tutti gli anni perché capita anche di trascorrere le ferie nel paese d’origine con i parenti. Quando ho del tempo libero, mi ritrovo a sfogliare riviste di viaggi e a fantasticare di avventure in giro per il mondo… e nei miei sogni più belli sono su un aereo che parte per posti sconosciuti… meglio fantasticare che niente…
Veramente desidero anche altre cose, forse più alla mia portata, sicuramente più realizzabili a breve: ad esempio mi piacerebbe riprendere lo studio della lingua inglese, che già parlo ma che mi piacerebbe perfezionare. Mi piacerebbe anche frequentare qualche corso universitario su argomenti di storia e di geografia, in fin dei conti imparare cose nuove non ha mai smesso di piacermi.   In foto: “Hope”, quadro a olio di Elżbieta Mozyro.

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E’ meglio vivere ora o tra dieci anni?

Scrive Maurizio: Buona giornata a tutti i coetanei che navigano su questo sito. Mi chiamo Maurizio, ho 57 anni, sono un giornalista e fotografo (mi piace viaggiare e fotografare le nuvole www.cielienuvole.it), lavoro come dipendente nell’ufficio stampa del Comune di Milano.
Non pensavo che, quasi in vista della pensione (che, ringraziando la Fornero, arriverà però solo tra dieci anni), sarei dovuto ripartire di nuovo da zero. Vendere la casa? Cambiare o inventarmi una nuova occupazione? Espatriare per ritornare in Italia a 67 anni, perché grande è la delusione che attualmente sto vivendo nell’ambiente del lavoro ?
Per fortuna non sono sposato e quindi sono più indipendente per attuare una eventuale scelta, anche radicale, gli affetti parentali tipici e qualche amicizia seria, con la salute che al momento è ancora salda. Il mio vuole essere uno sfogo, per mettere in rete la mia esperienza e, perché no, chiedere ai lettori eventuali consigli, per evitare errori e per inviarmi proposte: una sorta di blog tematico su come cambiare la vita e per trovare nuovi stimoli.
Primo dubbio. Io andrò in pensione con quella di vecchiaia: se continuo a lavorare per altri dieci anni, prenderò 1.050 euro al mese, oltre a una pensione integrativa dell’associazione e dell’assicurazione. Invece, se i prossimi dieci anni li vivrò come voglio io, tra dieci anni prenderò 800 euro al mese.
Secondo dubbio. Per mantenermi potrei vendere la casa (130 mila euro) oppure comperare un camper o andarmene all’estero.
Terzo dubbio. Nonostante le leggi e che io sia un dipendente comunale, mentre l’amministrazione di destra della Moratti mi ha permesso di fare il praticantato e di diventare giornalista professionista (inutilmente) l’amministrazione di sinistra di Pisapia, nonostante abbia dichiarato che vuole valorizzare il personale, non riconosce l’attività giornalistica svolta, anzi, con la conseguente mia delusione e voglia di cambiare lavoro.
Che fare? Qualcuno di voi ha già vissuto qualcosa di simile? Si è inventato qualcosa per evitare spiacevoli illusioni? Reputa che il mio sia uno sfogo futile, con tutti i problemi più seri che ci sono in giro ? Lascio il mio contatto: m.battello@tiscali.it. Grazie.           In foto: Discesa su Stoccolma, da www.cielienuvole.it

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