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Il lavoro per gli over55

I dati per classe di età forniti dall’Istat e relativi alla prima metà del 2012 fanno impressione: il tasso di disoccupazione complessivo in Italia è stato del 10,5%, quello dei 55-64enni è stato la metà del dato medio (il 5,4%) e quello dei 15-29enni cinque volte quello dei lavoratori over 55, cioè il 24,5%. L’emergenza disoccupazione riguarda quindi i giovani, non i senior. A questo dato va aggiunto che una gran parte dei senior di questa fascia di età oggi risulta già in pensione.

A conferma di questa capacità di “resistenza” dei lavoratori maturi, una recente indagine di Accenture che ha preso in considerazione lavoratori over 50 in posizioni sia di responsabilità sia operativi (vedi <http://economia.panorama.it/Manager-In-azienda-fate-largo-agli-over-50> e http://www.altraeta.it/editoriale/item/611-over50-e-mondo-del-lavoro,-ecco-i-dati-di-accenture), conclude che “oltre il 70 per cento del campione non si percepisce affatto vecchio per il lavoro che svolge, ma sente di potere fare molto di più” e che “i lavoratori nonostante l’attuale condizione economica e l’età avanzata non ritengono che il loro posto di lavoro sia in pericolo”.

Quindi non esiste un problema lavoro per gli over 50 ? Al contrario.

Di problemi ne esistono tanti e diversi fra loro, anche se non raggiungono il livello macroscopico della disoccupazione giovanile.  Considerando i principali, il primo è di chi comunque rimane senza lavoro e ricerca, per necessità o propria motivazione, una nuova attività. Un secondo è di chi ha già smesso di lavorare da un po’ di tempo senza essere in pensione ma adesso si rende conto che ha necessità di trovare una fonte di reddito. Un terzo riguarda coloro che si domandano come potranno essere attivi per molti anni a venire mantenendo una dose sufficientemente elevata di motivazione e soddisfazione.

Qualche tempo fa Paola Pesatori, cinquantenne dirigente che aveva perso il lavoro, ha raccontato in un libro – “Ricomincia da te” – la sua esperienza e ne parla in questi termini:”… eccoci qui a cercare di ricollocarci con lo stesso ruolo, lo stesso stipendio, a tempo indeterminato, in un’azienda dello stesso settore, magari più vicina a casa. Non funziona? 
Certo che no. O quantomeno ci vuole tempo, e fortuna, un buon network, flessibilità, spirito positivo….
Ci sono delle regole da seguire per affrontare al meglio il cambiamento, e trasformare il dramma in opportunità: mantenere la propria autostima, crearsi o sviluppare un network, riflettere sulle proprie competenze, disseppellire i sogni nel cassetto, prendere coscienza dei cambiamenti del mondo del lavoro e valutare i percorsi da intraprendere, analizzare le proprie risorse economiche e ridare al lavoro il giusto peso… Il lavoro non è più a tempo pieno e indeterminato, e non dura più tutta la vita.
Per questo la filosofia del temporary management è perfetta per chi il lavoro lo ha perso, e si vuole rimettere in pista, ma bisogna aver superato la fase di depressione, vergogna, perdita di autostima, sensi di colpa, dobbiamo aver messo una pietra sopra la rabbia e il senso di ingiustizia.”

Il lavoro “a tempo” è considerato fondamentale da molti in questo periodo, non solo per chi viene da esperienze manageriali, ma per tutti.  Però è utilizzabile soprattutto da chi ha una professionalità spendibile altrove.  Bisogna stare attenti dunque a mitizzarlo come panacea del problema. Anche il proporsi con una propria nuova attività è una strada abbastanza seguita e da prendere in considerazione, ma anche in questo caso è importantissimo valutare bene le competenze e le risorse che si possono mettere in campo: Anna che ha aperto un negozio per fare gli orli ai pantaloni ha avuto un bel successo, Germano che si è proposto per dare servizi di informatica ha dovuto desistere dopo sei mesi per mancanza di clienti.

 

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Festival delle generazioni

Come evolverà il rapporto tra giovani e anziani da qui al 2020 ?

E’ da una ricerca intorno a questa domanda che prende spunto il “Festival delle generazioni”, che si terrà a Firenze il prossimo fine settimana, da venerdì 12 a domenica 14 ottobre.

E’ il primo evento del genere in Italia, in cui momenti di   riflessione si intrecceranno con momenti di svago, tra Palazzo Vecchio, Piazza Santa Croce, Le Murate e i caffè storici di Firenze.

La manifestazione, organizzata da S3.Studio e promossa da FNP CISL,  è articolata in due convegni, quattro rassegne stampa, tre concerti, una grande mostra fotografica, sei incontri con scrittori, sei incontri con esperti, un mercato delle idee, oltre a cinema, videoclip ed eventi speciali. Moltissimi i nomi noti al grande pubblico.

In un incontro si parlerà anche de “I ragazzi di sessant’anni”: domenica mattina alle 10.30 a Palazzo Vecchio, Enrico Oggioni e Franco Moschini (Presidente di Poltrona Frau), intervistati da Manuela Rafaiani, converseranno di lavoro e fasi della vita.

Per vedere l’intero programma del Festival e per prenotarsi ai vari incontri il link è http://www.festivaldellegenerazioni.it/

 

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Pensione scippata

Gemma Danesi ha inviato al Presidente della Repubblica e al Ministro del Lavoro due lettere, che mi propone di far conoscere come sua “storia”. Ho deciso di pubblicarle perchè segno di un problema importante, anche se non rientrano nei canoni editoriali della rubrica “Le vostre storie”.

Dice Gemma: Anch’io ho sessant’anni ma la pensione non l’avrò mai grazie alla Fornero.

Milano 09/08/2012
Egregio Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
spero di trovare le parole per esprimere il mio problema in modo sintetico e comprensibile e che tali parole possano trovare una risposta.
Le allego la lettera indirizzata al ministro Fornero, la quale si è ben guardata dal darmi una risposta.
Ora che ho 60 anni mi ritrovo senza la possibilità futura di una pensione, pur avendo oltre 780 contributi perfezionati entro il 31/12 /1992 requisito valido fino al dicembre 2011 e improvvisamente spostato in avanti di altri 5 anni lavorativi.
Non risulto tra gli esodati per i quali si sta cercando di salvaguardare gli accordi fatti dallo Stato con le aziende.
Io che mi ero fidata della parola dello Stato non sono nessuno e mi si chiede di lavorare ancora 5 anni perché i diritti pregressi per me non valgono.
Il lavoro (magari lo trovassi), per quanto lo stia cercando è pressoché impossibile. Di suicidarmi non ne ho voglia ma lotterò per difendermi da questa palese ingiustizia ed è per questo che mi rivolgo a Lei ultimo baluardo istituzionale dello Stato e garante della legalità.
In allegato la lettera di cui sopra e che illustra in maniera sintetica ma chiara la vicenda.
Certa di una Sua risposta Le invio i più cordiali saluti
Gemma Danesi

Lettera aperta al Ministro Fornero

Sono una donna nata nel 1952 che dopo il secondo bambino, non avendo vicino chi poteva aiutarmi e non potendomi permettere la baby sitter, ho dovuto lasciare il lavoro.
Allora, nel 1986, bastava aver superato 15 anni di contributi per avere diritto alla pensione.  Le varie riforme pensionistiche avvenute nel frattempo, avevano mantenuto questa clausola fino al mese di dicembre 2011.  Adesso al compimento del 60° anno, per alcuni mesi di differenza, mi trovo improvvisamente eliminata la speranza di un contributo pensionistico. Mi è stato detto che con la legge Fornero la mia pensione è stata definitivamente cancellata. Non dico spostata in avanti di un periodo, come per tutte le altre. No. È stata cancellata tout court.
É come se uno avesse in banca dei risparmi da parte per la vecchiaia e gli dicessero che gli sono stati requisiti. Bel colpo Ministro Fornero. Brava.
Provi a fare la stessa cosa con i suoi colleghi che hanno mantenuto il diritto alla pensione con i 5 anni della legislatura. Lei viene a portarmi via la speranza di una pensione di 4/500 Euro al mese per risanare i conti di questo Stato che a questo punto non è più mio, è solo Suo.
Lei in pratica a me toglie la speranza di un piccolo sussidio che mi sono pagata per salvaguardare i Suoi privilegi.
Io però non intendo suicidarmi e lotterò per vedere riconosciuti i miei diritti di cittadino.
Se poi risulterà che siamo tornati al Medioevo, verrò a questuare alla porta dei palazzi di Voi Feudatari come forse vorreste riaccadesse.
Gemma Danesi

Enrico: Cara Gemma Danesi, sarò sincero, anche se le risulterò poco gradevole: pur essendo colpito dalla sua vicenda umana e pur comprendendo la rabbia di chi all’improvviso si trova tradita dal cambiamento di regole su cui ha costruito le proprie aspettative di vita, devo dire che personalmente non ho mai sentito troppa comprensione per chi ottiene la pensione per 15 anni di lavoro (se ho capito la sua lettera era questa la sua condizione). Ovviamente molto peggio chi si porta a casa un ricco vitalizio dopo 5 anni di incarico politico (e se adesso lo eliminassero, anche se pure questo era un “diritto acquisito”, credo che ne saremmo tutti felici). Forse bisognerebbe prendersela innanzitutto con chi per decenni, fin da quando eravamo giovani, ci ha illuso che le risorse fossero infinite pur di ottenere consenso.    Non ho alcuna competenza tecnica riguardo alle pensioni, ma nella sua doppia missiva c’è qualcosa che non capisco: la pensione non l’avrà mai o le è stata spostata in avanti di alcuni anni ?

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Due proteste di segno opposto

Quando arriva l’autunno i temi del lavoro assumono un’importanza ancora maggiore di quella che già ricevono durante tutto l’anno. Le persone che cercano occupazione si danno da fare più che in altri momenti, i confronti sindacali si infittiscono e i media accendono i riflettori sull’argomento più del solito. Quest’anno poi, che la disoccupazione è in crescita, l’argomento è giustamente all’ordine del giorno in quasi tutti i dibattiti.

Una novità è che sempre più frequentemente i problemi del lavoro sono discussi con riferimento alle generazioni e alle classi di età. E su questo fronte i senior sono sempre più nell’occhio del ciclone.  E’ giusto o no che lavorino fino a tarda età ? Come possono favorire, o per lo meno non ostacolare, l’occupazione giovanile ? Che possibilità hanno, se vengono espulsi anzitempo e vogliono / debbono continuare a lavorare, di ricominciare una nuova attività lavorativa ?

Benché tutte le ricerche psicologiche concordino che dai cinquanta in avanti inizia un periodo di ricrescita della felicità e malgrado il fatto che le opportunità avute dai senior di oggi nel corso della loro vita siano state tra le più ricche e fortunate nella storia dell’umanità, sono ben presenti, anche se non riguardano la maggioranza dei senior, due tipi di protesta e di disagio, paradossalmente fra loro opposti.

  Da una parte vi sono coloro che sono stati espulsi presto, più presto di quanto non volessero, dall’organizzazione dove lavoravano: è il caso tipicamente di quelli, spesso cinquantenni, che fino a pochi mesi fa venivano mandati in prepensionamento, o degli autonomi che non reggono il calo del loro mercato, fino agli esodati che hanno concordato un’uscita ma che ora temono un periodo senza reddito prima di raggiungere l’età pensionabile. Più in generale, si tratta di chi, per necessità o motivazione, vorrebbe un’0ccupazione e non la trova. L’affermazione in buona sostanza di questo gruppo di persone è: vogliamo lavorare ancora ma il lavoro non ce l’abbiamo più e siamo troppo vecchi per trovare dell’altro. Secondo l’Istat, il tasso di disoccupazione nella fascia di età 55-64 anni nei primi sei mesi del 2012 è stato del 5,4%. Quindi il dato non è allarmante in assoluto, soprattutto se confrontato con il 24 e passa percento della fascia 18-29 anni, anche se le singole vicende possono essere di forte disagio, soprattutto quando il senior rimasto senza lavoro e senza entrate è ancora il sostentamento della famiglia.

Dall’altra parte, ci sono coloro che pensavano di andare in pensione quest’anno o nel prossimo futuro, al compimento del sessantesimo anno o raggiunto un certo numero di anni di anzianità, e invece, in base alle nuove regole pensionistiche, continueranno a lavorare per un po’ di anni ancora. Qui l’affermazione è di segno opposto a quella precedente e in buona sostanza diventa: vorremmo smettere di lavorare o lavorare meno, ma siccome la pensione è ritardata siamo costretti a continuare. Su questo, è utile ricordare che il dato sul tasso di inattività per la fascia di età 55-64 anni nel corso dell’ultimo anno è sceso dal 61 al 58%, ma che rimane sempre altissimo se paragonato con quello dei Paesi europei più virtuosi.

Insomma, da un lato la protesta da disoccupazione, dall’altro la protesta di chi il lavoro lo vorrebbe lasciare. All’origine di entrambe le proteste naturalmente ci sono le nuove regole che impediscono di continuare a scaricare sui conti pubblici tutti i costi del welfare per i senior cinquanta-sessantenni. Siccome il dato di realtà è che queste spese pubbliche non potranno essere sostenute neppure in futuro, ecco che per i senior, e per le organizzazioni che li fanno lavorare, diventa fondamentale trovare nuovi modi di pensarsi attivi lavorativamente in questa fase della vita.

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Ponte generazionale

Ponte generazionale fra lavoratori senior e risorse junior. Il lavoratore in uscita assumerà, per un tempo determinato e in part-time, il potenziale ruolo di tutor per la nuova risorsa, che ne risulta avvantaggiata: così riporta oggi Il Sole24ore riguardo a uno degli aspetti del nuovo contratto collettivo nazionale per il settore chimico – farmaceutico firmato ieri.

Aspettiamo di capire i dettagli, ma se è proprio così mi sembra un’importante novità e un’ottima notizia !

 

 

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Sfruttati dai giovani???

Capita a tutti una prima volta in uno studio televisivo. A me è capitato oggi partecipando al programma “Storie vere” di Rai1Mattina. Esperienza molto interessante ma non sto qui ad annoiarvi sulle mie sensazioni da neofita della tv.  Vorrei invece riflettere sulle storie che sono state raccontate e sui temi del dibattito: a cominciare dal titolo che all’ultimo momento la redazione ha scelto, e cioè “I giovani sfruttano gli anziani?”   Caspita, no di sicuro ! è stata la mia reazione quando ho letto l’interrogativo del titolo. Non credo che sia vero neppure il contrario, e cioè che gli anziani sfruttano i giovani, ma insomma anche solo ipotizzare che in Italia l’alta disoccupazione giovanile sia spiegabile con il poco impegno dei giovani a trovar lavoro e con la “fannullaggine” consentita da genitori e nonni babbei che poveretti continuano a faticare, mi sembra davvero una forzatura della realtà ! E se esistono situazioni vere, come sono state raccontate nella trasmissione di oggi, di settantenni e sessantenni che lavorano per mantenere ancora la famiglia o per dare una mano ai figli nell’avvio di un’attività, non per questo si può certo parlare di sfruttamento di questi ultimi verso i genitori.  Ogni caso fa a sé. C’è chi continua a lavorare anche in là con gli anni per necessità economica (propria o dei figli), chi lo fa perché non smette di essere gratificato dall’attività lavorativa e chi (ricordiamoci che è la larga maggioranza) tra i 55 e i 65 anni ha smesso di lavorare e fa altro.

Per vedere la puntata del 18 settembre di “Storie Vere”, clicca qui.

 

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Il senior piace all’imprenditore

A Carlo, 65 anni, è stato chiesto di recente di continuare a lavorare nella piccola impresa dove ha speso quasi tutta la sua vita, benché già pensionato.  L’azienda ha valutato che la sua professionalità è ancora preziosa e al momento difficilmente sostituibile. E’ un caso non frequente in Italia, ma un segnale importante.

  In un periodo in cui sta diventando d’attualità parlare di valorizzazione dei senior e in cui le imprese italiane stano faticosamente cercando di gestire gli effetti della riforma Fornero, il tema della vita lavorativa dei 55-70enni comincia giustamente ad essere al centro dell’attenzione.   Senza scomodare come al solito le esperienze dei Paesi nordici come la Danimarca che ormai possono vantare pratiche di successo sull’argomento, arrivano più di recente notizie da alcuni distretti della Germania, di imprese che richiamano al lavoro ultrasessantenni già ritiratisi perché detentori di competenze che non si è riusciti a trasferire ai più giovani.

A questo proposito, sono interessanti i risultati di una recente indagine indipendente commissionata dalla nordamericana BMO Retirement Services, un istituto leader nei piani di pensionamento che fa parte di un importante e omonimo gruppo finanziario.

Su 412 imprenditori intervistati, quasi la metà dichiara di aspettarsi dei benefici dai baby boomers loro dipendenti che prolungano la carriera lavorativa anche oltre i 65 anni.  Più precisamente, solo il 4% degli imprenditori crede che i dipendenti che ritardano il pensionamento saranno un elemento negativo per l’azienda, mentre il 45% ritiene che le carriere protratte nel tempo condurranno ad un risultato positivo per l’impresa. Dichiara Todd Perala, un dirigente di BMO: “Molti imprenditori sono felici di trattenere in azienda i migliori. C’è un riconoscimento generale, nelle azienda americane, che i sessantenni possiedono un’ esperienza di gran valore.” Mentre una volta la persona di questa età veniva diffusamente considerata un peso sia per i suoi costi sia perche limitata nell’uso delle nuove tecnologie, oggi questi due punti deboli vengono superati, nella percezione collettiva, dalla constatazione che l’esperienza apporta comunque maggior valore.     Sempre secondo l’indagine BMO, la previsione degli imprenditori è che la percentuale di lavoratori che protrarranno il pensionamento si collocherà tra il 30% e il 50%.

Certo, gli americani sono abituati ai piani di pensionamento privati e questo condiziona il loro atteggiamento verso l’argomento. Fatto sta che nel mondo, di fianco ai vincoli di spesa pubblica che “obbligano” ad allungare l’età pensionabile, vi sono ragioni positive che fanno prevedere un’adesione crescente, sia di imprese sia di lavoratori, alle carriere lavorative prolungate.

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Pensioni, tormentone infinito

Dovremmo esserci abituati, sono più di vent’anni che fatta una modifica al sistema pensionistico si comincia subito a parlare di come riformare la modifica. Eppure questa volta, nella mia ingenuità, sono rimasto comunque sorpreso. Ma come ? La riforma Fornero di fine 2011 doveva essere quella che sanava definitivamente gli squilibri pensionistici italiani e che ci permetteva di allinearci alle richieste europee e dei mercati, e già a distanza di pochi mesi c’è chi la mette in discussione ? Non parlo tanto del pasticcio degli esodati, che si è manifestato subito poche settimane dopo la riforma e che sta trovando, strada facendo, una soluzione che si spera deroghi alla regola generale solo per il contingente, non che si protragga per un lustro.  Non parlo tanto di questo, quanto piuttosto delle proposte di modifica che stanno facendo capolino nel nostro Parlamento e delle dichiarazioni spavalde di esponenti di rilievo di alcuni  partiti (anche di quelli che sostengono il Governo) che promettono che dopo le elezioni del 2013 si cambierà ancora (qualcuno ammette che intende fare retromarcia, molti usano l’ipocrita espressione “faremo miglioramenti”, qualcun altro parla di integrazioni). E’ vero che oggi le scelte individuali dei senior non sono più tutte condizionate dalle regole sulle pensioni, ma insomma un orizzonte un po’ più definito sarebbe auspicabile!

Personalmente non sono nelle condizioni oggi di avere chiaro quali sono tutte le proposte in campo e da parte di chi (ma sono pronto a scommettere che neppure gli addetti ai lavori lo sanno con precisione), siamo ad uno stadio in cui le iniziative individuali mi sembra prevalgano su quelle ufficiali di partito. Comunque, pur con informazioni che al momento sono molto parziali, mi sembra utile tener ben distinte due posizioni (al di là dell’espressione “faremo miglioramenti”) che si vanno profilando tra chi propone cambiamenti alla recente riforma.  Una posizione è di chi vorrebbe reintrodurre le pensioni per i 55-60enni con 35 anni di anzianità, con l’eventuale penalità di avere tutta la pensione pagata con il metodo contributivo ma con i costi aggiuntivi a carico dello collettività. La seconda posizione è di chi cerca una soluzione più flessibile e meno rigida all’età pensionabile, lasciando la possibilità di prendere la pensione qualche anno prima o qualche anno dopo rispetto a quella stabilita per legge (66-67 anni), ma penalizzando i primi in modo che non vi siano costi pubblici aggiuntivi e premiando i secondi in ragione degli anni di pensione non goduti.

Vedremo nei prossimi mesi se queste idee e proposte avranno gambe e se risulteranno più chiare nei loro effetti (non solo sui cinquanta-sessantenni, ma anche sul futuro dei giovani e sui conti pubblici). Certo, già fin d’ora si può dire che sono due soluzioni diversissime. Se le applicassi a me stesso, nel secondo caso sceglierei probabilmente di avere comunque l’assegno all’età “normale” (66-67 anni) e quindi dovrei aspettare quasi una decina d’anni prima di riscuoterlo. Nel primo caso invece potrei chiedere subito all’Inps la pensione (dieci anni in più che lo Stato mi sovvenzionerebbe!) e non avrei penalizzazione sull’entità dell’assegno mensile perché metodo contributivo e retributivo nella mia fattispecie fanno una differenza minima. Come se avessi vinto alla lotteria ! Ma poi avrei il coraggio di guardare ancora negli occhi i miei figli ventenni, la cui generazione dovrebbe sopportare il costo del regalo che mi verrebbe fatto ?

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Conversazione

L’altro giorno ho avuto una conversazione con un trentenne.  Abbiamo chiacchierato e discusso di giovani che faticano a trovare un’occupazione (non è il suo caso, dato che lavora, ma è molto solidale con i suoi coetanei meno fortunati) e di cosa possono fare persone in là con gli anni (noi insomma) per superare questa situazione. Non è stata una conversazione facile, avevamo categorie mentali diverse e, forse, entrambi due teorie da dimostrare, piuttosto distanti tra loro.

La teoria del mio interlocutore è che mancano ancora le politiche per i giovani e pure quelle per gli anziani, ma che gli anziani (il suo vocabolario non prevede alternative a questa definizione) sono privilegiati e dovrebbero fare cose che servono a tutta la società e in primis ai giovani. Pur condividendo la diagnosi che i baby boomers sono generazioni “privilegiate”, o più semplicemente fortunate, gli ho fatto presente che capivo la difficoltà, dalla sua prospettiva di trentenne, di distinguere condizioni diverse all’interno della categoria che chiama “gli anziani”, ma che senza questa distinzione si rischiava di non capire la realtà di oggi: un conto sono i veri anziani che soffrono condizioni di fragilità e che hanno bisogno di supporto, altro sono i sessantenni (e oltre) che godono di buona salute e hanno energia e vitalità da vendere.

Siccome la discussione riguardava il versante pubblico del problema e non quello privato, non si è parlato dell’aiuto concreto e affettivo di molti genitori nei confronti dei loro figli grandi, ma del ruolo sociale degli uni e degli altri. Su questo abbiamo proprio fatto fatica a capirci.

C’è stata la riforma delle pensioni – gli ho detto – si lavorerà fino a 66-70 anni: dalla prospettiva di un giovane dovrebbe essere un bel passo avanti sapere di dover versare meno contributi per pagare delle baby pensioni e mettere invece in salvo la propria pensione futura.  Eh no – è stata la sua replica – se lavori più anni togli possibile occupazione ad un ragazzo e adesso è questo il bene più prezioso. Già – ho contro obiettato – però fino a poco tempo fa la pensione troppo presto al 55-60enne di oggi veniva vista come una delle principali iniquità tra generazioni. E poi non è scontato che se tieni al lavoro un sessantenne lo togli ad un ventenne, dipende dalle formule che adotti (vedi esempi nord europei e proposta Perugina).

Comunque è vero che molti verso i 60 anni oggi sono già in pensione, eppure sono attivi e vitali. Tra questi, sul fronte del  lavoro sono parecchi quelli che proseguono con collaborazioni o con attività autonome e invece sul fronte delle attività socialmente utili abbondano quelli che si dedicano al volontariato o che danno un aiuto familiare essenziale per gli equilibri domestici, anche quelli economici. Ma pure questo non è piaciuto al mio giovane interlocutore: se prosegui a lavorare e ad avere un reddito che sommi alla pensione sei doppiamente riprovevole, se invece fai volontariato può andare, ma è la conferma che tutto è lasciato alla iniziativa e al buon cuore degli individui e che mancano invece politiche di sostegno.

Ahimè, ci siamo salutati avendo ciascuno scalfito poco la propria idea di partenza.

La solidarietà tra generazioni è un valore che sposavamo entrambi, ma tradurlo in valutazioni e preferenze univoche non è risultato affatto scontato.

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Irriducibili

Da qualche giorno mi sono spostato nella casa di campagna, dove trascorrerò parte di agosto. Come sempre, quando arrivo la prima cosa che faccio è controllare se tutto funziona a dovere e subito dopo stilo l’elenco delle manutenzioni necessarie. A volte si tratta di nuovi guasti, in altri casi di vecchi deterioramenti che attendono da mesi. Quest’anno, appena arrivato mi sono reso conto che alcune magagne risalivano addirittura all’estate dell’anno scorso: una finestra che non chiudeva bene, sportelli in legno che rimanevano sbilenchi, una porta anche lei in legno completamente fuori asse.  Tutti lavori che richiedevano il falegname. Oppure, in alternativa, che mi cimentassi io nel bricolage, ma conoscendo le mie scarsissime doti manuali, l’unica opzione valida era la prima. Era la stessa conclusione a cui ero giunto più volte nei mesi precedenti e altrettante volte avevo telefonato a G. (lo chiamerò così), il falegname di riferimento nella zona, che già in passato si era rivelato efficace nelle riparazioni e onesto nella parcella, ma che questa volta mi aveva rimandato e rimandato, fino a farmi pensare che i lavori che gli chiedevo gli fossero d’impiccio.

Dopo l’ennesima telefonata in cui gli ho supplicato il suo intervento, G. è improvvisamente comparso sulla soglia di casa e dopo avermi spiegato che aveva avuto tanto lavoro e che non gliene volessi per il ritardo, si è messo subito all’opera: in meno di due ore, con mano esperta ha aggiustato quasi tutto, mi ha spiegato cosa non valeva la pena di riparare e poi mi ha fatto il solito prezzo onesto.  Mentre lavorava, per la prima volta mi resi conto che G. non era più un giovanotto e che faceva una certa fatica fisica nello stare in certe posizioni inginocchiate o a sollevare degli ingombri pesanti.  Sono rimasto di sasso quando, alla mia domanda curiosa sulla sua età, mi ha detto di avere 73 anni. A G. non mancano le occasioni per fare altro: ad esempio, mi ha raccontato dei viaggi che fa periodicamente per andare a trovare il figlio che ora abita all’estero. Né certo starebbe senza compagnia o con le mani in mano se smettesse il suo lavoro. Il fatto è che il suo lavoro è la sua vita e allora magari si prendono meno impegni, ma finché si ha la forza per continuare, perché  smettere ?

P.S. Il falegname della foto l’ho trovato in internet, la didascalia dice che ha 85 anni.

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