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Salute, prevenzione e stili di vita

Quale delle due ? Siamo diventati ossessionati dalla prevenzione dalle malattie e dall’attenzione alla nostra salute oppure invece finalmente abbiamo fatto nostro un valore positivo, quello della cura di sé e degli stili di vita salutisti, tanto da poter definire una conquista questo nuovo atteggiamento ? 

Tutte le statistiche, le indagini e i dati di mercato segnalano che i comportamenti dei senior vanno nella direzione di prendersi sempre più cura del proprio corpo, di fare in modo sempre più regolare controlli periodici, di non lasciare niente al caso se ci sono di mezzo la salute, il benessere fisico e l’aspetto estetico. “Se l’invecchiamento è inevitabile, cerchiamo di ritardarlo e comunque di viverlo nelle migliori condizioni!” questo sembra essere il messaggio che mandiamo.

Così ci sottoponiamo volentieri all’appuntamento periodico dal medico di base per un controllo anche se non ci sono malanni in corso, alle analisi del sangue e agli accertamenti standard così da prendere per tempo rimedi contro eventuali malattie serie, alla visita periodica dal dentista per lo meno per una pulizia dei denti preventiva: insomma, ogni centimetro del nostro corpo è tenuto sotto stretta osservazione anche se non siamo malati (pare che solo gli occhi, e la relativa visita dall’ottico o dall’oculista, sfuggano a questa regola, chissà perché…). E non si tratta soltanto di controlli in ambito medico-sanitario. Altrettanto diffusa è l’attenzione agli stili di vita: guai ad esempio ad impigrirsi in abitudini troppo sedentarie che peggiorano la condizione muscolare, a non dormire un numero di ore sufficienti per ristorarsi o a prendere l’ascensore per fare solo un piano di scale quando invece, come si sa, salire a piedi farebbe tanto bene al cuore. E non parliamo dei regimi e delle scelte alimentari: dopo migliaia di apparizioni televisive della 67enne Sandrelli, tutte le senior italiane sono diventate sensibili al giusto apporto di calcio che è necessario al corpo e le vendite del famoso yogurt che rinforza le ossa vanno alla grande. Ma anche chi è poco condizionato dalle sirene pubblicitarie, è comunque altamente consapevole degli effetti provocati sul proprio corpo da ciò che mangia e beve: sappiamo che alla nostra età è dannoso, oltre che fonte di pesanti sensi di colpa, esagerare con le quantità, cedere alla doppia porzione di dolce, farsi la pasta asciutta tutti i pasti, e via dicendo; così, ligi al dovere, teniamo la contabilità di vitamine, proteine e carboidrati che ingeriamo, cercando il più possibile di gustare i sapori di una cucina genuina, casalinga e dagli ingredienti doc.

Peraltro, non è detto che controlli sanitari periodici, stili di vita controllati e alimentazione salutare siano abitudini che pesano, anzi molti ne sono rassicurati e sono felici di godere, come conseguenza, di un benessere fisico che si ripercuote positivamente anche sul fronte dell’umore.

Le nuove abitudini dunque possono essere tutt’altro che una fatica o un’ossessione. Anzi, possono essere nuove routines che rendono più armonico il rapporto tra corpo e mente e che si sposano perfettamente con i propri valori e stili di vita più complessivi. E’ quando su tutto prevale invece la paura di invecchiare che le nuove abitudini sanitario-alimentari possono trasformarsi in ossessione. Perché se ci si fa prendere da un deleterio giovanilismo e da un’utopistica speranza di fermare il tempo, allora ogni prevenzione sanitaria, ogni abitudine quotidiana salutista, ogni alimento benefico, si trasformano immediatamente in una prigione in cui si siamo cacciati da soli.

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Tre generazioni sotto lo stesso tetto

Figli grandi che restano a vivere con i genitori o che ritornano alla casa d’origine, a volte con un pupo nato nel frattempo. Ma anche genitori anziani rimasti soli che vanno a vivere con i figli quando hanno bisogno di assistenza. Una volta esisteva la grande famiglia patriarcale, adesso che i patriarchi non esistono più e le fasi della vita si sono trasformate, gli americani la chiamano “famiglia multigenerazionale” e di conseguenza “casa multigenerazionale”.

In Italia siamo sicuramente testimoni di questo fenomeno, soprattutto con riferimento ai figli grandi che non escono di casa, ma non dobbiamo credere che il fenomeno sia soltanto italiano.  Che da noi ci sia un numero particolarmente elevato di ragazzi 25-34enni che continuano a stare con i genitori l’abbiamo sempre saputo, così come siamo sempre stati consapevoli del fatto che abbiamo la tendenza a considerarci giovani a lungo (solo per citare un dato: l’anno scorso un’indagine dell’eurobarometro segnalava che la maggioranza relativa degli italiani pensa che si smetta di essere giovani tra i 41 e i 50 anni, a fronte della maggioranza relativa di tutti gli altri Paesi, che colloca la fine della gioventù tra i 31 e i 40).  Naturalmente, per spiegare il fenomeno dei figli grandi che non escono di casa non bastano le spiegazioni culturali, a queste si aggiungono anche le conseguenze della crisi economica che impedisce a moltissimi “giovani-adulti” di diventare autonomi.

Quel che colpisce è che il fenomeno delle case multigenerazionali (che non sia il tradizionale madre e padre con figli piccoli o adolescenti)  sta interessando anche Paesi insospettabili di mammismo o di “culto della famiglia”.

Ad esempio, secondo un’analisi del Pew Research Center basata su dati recenti dello statunitense Census Bureau, circa 51 milioni di Americani (il 16,7% della popolazione) vive in case con almeno due generazioni di adulti, o con un grande anziano insieme ad un’altra generazione di adulti: negli ultimi due anni l’incremento di queste situazioni è stato di più del 10%.

Forse il fenomeno dipende dalla crescente importanza negli USA delle culture asiatiche, afro-americane e latino-americane, ma sicuramente un ruolo ce l’ha anche la situazione economica e il costo ingente degli affitti e delle cura per i grandi anziani. Fatto sta che il 61% degli Americani tra i 25 e i 34 anni dichiara di avere amici o conoscenti che sono tornati a vivere, dopo un’esperienza fuori casa, con i genitori, a causa di mancanza di lavoro, di soldi o di un posto dove vivere.  E che più di tre quarti di questi “boomerangs” (così sono chiamati i giovani che rientrano a casa…impareggiabili gli yankees con i neologismi!) sono soddisfatti della nuova condizione. Metà di loro pagano una parte dell’affitto e quasi il 90% aiuta per le spese domestiche.

E che dire dell’allargamento familiare quando si aggiungono il nonno o la nonna che non ce la fanno più per conto loro ? Se si prende in considerazione la situazione dell’occupazione nel nostro Paese uno dei rari segni positivi è dato dall’incremento dell’occupazione delle badanti, dedicate soprattutto alla cura degli anziani non più autosufficienti. Chiaro che i servizi di cura alla persona, alla luce dei dati sulla crescente longevità, non potranno che aumentare; solo che i servizi alla persona costano, e costano caro! Una persona che oggi ha bisogno di assistenza 24 ore su 24 da parte di uno o più badanti messi in regola può prevedere di spendere intorno a 30-40.000 euro l’anno. E le cifre non sono molto diverse se l’anziano è ricoverato in una casa di cura. Naturalmente la spesa può essere più bassa se l’assistenza necessaria è solo di qualche ora al giorno o se, come succede in un numero elevatissimo di casi, l’ottanta-novantenne non del tutto autosufficiente viene accudito a casa sua dai figli cinquanta-sessantenni che si fanno in quattro per riuscire a fronteggiare la situazione. Non stupisce quindi, a fronte di spese difficilmente sostenibili soprattutto se prolungate nel tempo o a fronte di equilibri giornalieri rivoluzionati dalle visite ai vecchi genitori, che trovare un posto in casa anche per loro sia un’alternativa seriamente presa in considerazione.

Il futuro ci riserverà soprattutto case e famiglie multigenerazionali ? Vedremo. Nel frattempo guardiamo all’esperienza di chi già si trova in questa condizione: un laboratorio di nuove regole di convivenza per nulla scontate !   In foto: le quattro generazioni della famiglia di Bruno che vivono sotto lo stesso tetto a Sutton, Massachusetts

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Vietato invecchiare

Senectus ipsa est morbus. Perdonate il latinorum, ma l’antica sentenza di Terenzio Afro, per cui “la vecchiaia è per se stessa una malattia”, rappresenta troppo bene una convinzione ancora assai diffusa per non ricordarla quando si cerca di parlare di invecchiamento. La vecchiaia nei secoli è stata associata al declino dei sensi, alla perdita delle capacità mentali, al deterioramento fisico, fino a considerarla una vera e propria malattia, invece che una fase evolutiva della vita. Adesso poi che l’esistenza si è allungata e la medicina ha fatto passi da gigante, la rimozione della possibilità stessa di invecchiare ha preso il sopravvento. Tutti noi schiviamo il più possibile l’essere definiti “vecchi” e la notizia (vera) che nuove fasi di vita si sono aggiunte a quelle tradizionali in uno sconvolgimento esistenziale e demografico senza precedenti, ci incentiva a considerare ancor di più l’invecchiamento come una patologia.

Nel dibattito a cui ho partecipato domenica mattina scorsa su Rai1Mattina parlavamo di baby boomers: il professor De Masi ha lanciato nel corso della trasmissione un’idea suggestiva e paradossale, una provocazione per certi versi opposta a quella tradizionale: ci dobbiamo considerare vecchi solo quando ci mancano due anni alla fine della vita, non prima, e siccome non sappiamo quando sarà la fine il concetto stesso di vecchiaia non sta più in piedi.  Condivido l’atteggiamento ottimistico che sprona a vivere fino in fondo gli anni in cui possiamo essere ancora attivi, ma davvero godiamo di un beneficio psicologico nell’evitare l’idea stessa di vecchiaia ? Parte della psicologia, quella che si identifica nella cosiddetta psicologia del ciclo di vita, è convinta che non vi sia un periodo di maggior splendore e poi uno di decadimento, ma che tutto l’arco della vita sia da vedersi come uno sviluppo, un’evoluzione, una crescita.  Insomma, anche per questa branca della psicologia viene rovesciato lo stereotipo di Terenzio Afro.  Ma non sarà che queste nuove prospettive (l’invecchiamento attivo, l’invecchiamento come sviluppo), di per sé giuste, ci portano un po’ a fingere, come se la vecchiaia non esistesse ?

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Problema o risorsa ?

Più l’opinione pubblica si sensibilizza al tema dell’impetuosa crescita numerica dei baby boomers, più si divide tra chi ci considera un grande problema e chi invece ci tratta da risorsa preziosa. Qui oggi vorrei parlare della dimensione pubblica del fenomeno, non dei vantaggi e degli eventuali svantaggi che sul piano individuale vengono dall’allungamento della vita e dalle migliori condizioni di salute prima della “vecchiaia vera”.

E’ abbastanza evidente perché l’invecchiamento della società spaventa: circa 20 milioni (già oggi) di over55, destinati ad aumentare e ad ingrossare le fila dei percettori di pensioni pubbliche e dei destinatari di prestazioni sanitarie con i soldi pubblici, non lascerebbero tranquillo neanche il più incosciente degli amministratori e dei cittadini. A maggior ragione noi senior siamo percepiti come un problema se, come nel nostro caso italiano, le nuove leve (i giovani) sono molto meno numerose di quelle dei padri. E se, come molto probabile, i nostri figli avranno i loro bei problemi a cavarsela da sé, figuriamoci a produrre risorse per sostenere genitori e nonni.

Se l’argomento “rivoluzione demografica” e aumento dei baby boomers lo vediamo solo da questa prospettiva, non c’è dubbio che quel che si vede è solo buio pesto.  Ma guardare contemporaneamente pure all’altra faccia della medaglia è anch’esso un esercizio istruttivo. Infatti, noi senior possiamo ben essere considerati anche una risorsa preziosa. Una risorsa che contribuisce già ora al benessere comune e che potenzialmente potrebbe essere ulteriormente valorizzata, sol che si sia capaci di uscire dagli stereotipi del sessantenne visto come anziano e “fardello della società”.

Siamo già oggi una risorsa preziosa, se solo pensiamo all’importante contributo che i senior danno nelle famiglie e, in misura crescente, nel volontariato. In famiglia, i senior spesso “producono servizi” di enorme valore sociale nella cura alle persone: basti pensare ai nonni che accudiscono i nipotini e che sgravano i figli di costi d’asilo e baby-sitteraggio altrimenti poco sostenibili, o ai figli 50-60enni che si occupano, in maniera altrettanto preziosa, dei genitori ormai non più autosufficienti. Per non parlare del sostegno economico che genitori vissuti nel periodo della crescita spesso riescono a dare ai figli, ormai grandi ma ancora bisognosi. Anche le attività di volontariato stanno coinvolgendo sempre più i senior e, come calcolato da molti di recente, si sa che il risultato di questo tipo di attività ha ormai un valore economico enorme.

Ma si potrebbe fare di più per valorizzare il possibile contributo dei senior alla società. Non mi riferisco tanto all’allungamento della vita lavorativa attiva, che ormai è nelle leggi. Mi riferisco soprattutto all’enorme patrimonio di esperienza, saggezza, competenze, saperi, mestieri, di cui i baby boomers sono portatori e che potrebbero essere o ancora utilizzati direttamente o trasferiti alle giovani generazioni. Se è vero che alcune competenze sono diventate obsolete e superate dalla tecnologia o dal modo di lavorare, è parimenti vero che un patrimonio altrettanto ricco rimane molto spendibile anche oggi. Nelle imprese ci si potrebbe attrezzare per organizzare questo trasferimento, nel mondo associativo si potrebbe favorire lo scambio con i più giovani, da parte dell’amministrazione pubblica si potrebbe evitare la dispersione di mestieri ancora utili.

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Siamo diventati di moda

Fino a un paio di anni fa, quando dicevo che mi occupavo dei senior e della loro nuova vita, vita non più da piena maturità ma non ancora da veri vecchi, metà di quelli che mi ascoltavano non capivano subito di cosa stessi parlando e distoglievano l’attenzione, l’altra metà mi considerava un po’ eccentrico ad occuparmi di un argomento così di nicchia e ascoltava con sufficienza.  Poi, mese dopo mese, l’attenzione è cresciuta, noi senior siamo diventati d’attualità e ormai, negli ultimissimi mesi, si può ben dire che ci hanno trasformato in oggetto di moda.

Certo, era un po’ difficile mantenere l’indifferenza di fronte alla moltitudine che rappresentiamo nelle società di oggi: solo in Italia 14 milioni di persone tra i 55 e i 75 anni, destinati a rapidissima crescita. Un enorme mix di nuovo petrolio da valorizzare per l’economia e di spesa spaventevole per il futuro welfare che non poteva passare inosservato. E infatti…  Dipartimenti universitari che vi si dedicano, saggi e romanzi che aprono un nuovo filone dedicato a questa età, film che hanno per protagonisti attori senior e che sviluppano trame intorno ai sessantenni, spot pubblicitari che dopo aver sempre evitato di mostrare facce e fisici agés adesso cominciano a popolarsi di figure in là con gli anni, convegni di aziende di beni di consumo in cui ci si interroga su come approcciare questo mercato, istituti finanziari che capiscono che le esigenze dei senior sono specifiche e propongono prodotti ad hoc, società di consulenza che danno consigli su come gestire cinquantenni e sessantenni in azienda, associazioni di volontariato specializzate nell’aiuto da senior a senior, politici che elaborano disegni di legge specifici per questa fase di vita, Unione Europea che celebra l’anno dell’invecchiamento attivo, moltiplicarsi delle iniziative di Comuni grandi e piccoli a sostegno degli over60, esplosione delle Università della terza età, ecc.  Ecco, le UTE sono proprio un buon esempio per capire come si stia espandendo il fenomeno: avendo l’avventura di ricevere degli alert quando compaiono delle notizie sugli over 55, posso testimoniare che le notizie riguardanti iniziative delle UTE non sono mai, ogni giorno, meno di una decina, distribuite in tutta Italia.

Alle nostre generazioni, che nella vita si sono trovate a fare da apripista in mille occasioni, non fa molto effetto essere di nuovo sotto i riflettori. E quindi anche questa volta riusciremo a vivere l’attenzione ricevuta senza scomporci più di tanto. Però dovremo allenarci a capire quando si tira la corda.  Sulla pagina facebook collegata a questo blog ho appena riportato (ironicamente, spero che si capisse) un annuncio che pubblicizza “corsi di autodifesa per la terza età”: ma chi sente davvero il bisogno di un corso di questo genere ? Nel marketing non c’è niente di male, ma come reagiremo quando ci inviteranno a frequentare “supermercati dedicati ai senior” o a “bere in tazzine di caffè disegnate appositamente per gli over 65” ?

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Non ho l’età…

Il mondo dei senior sta cambiando ad una velocità sorprendente e in maniera altrettanto veloce si sta diffondendo la percezione dell’importanza che le generazioni degli over 55 hanno e sempre più avranno nella nostra società.  Contemporaneamente, si stanno modificando l’atteggiamento mentale con cui si guarda a questa età e gli obiettivi che ci si pone, a livello sia individuale sia pubblico, su come affrontare questa fase della vita.

Il cambiamento in corso è tanto quantitativo che qualitativo. Non sono più solo pochi inascoltati demografi a segnalare che siamo di fronte ad una rivoluzione. Ormai, di fronte all’evidenza di 11 milioni di donne sopra i 55 anni e di 9 milioni di loro coetanei maschi (per stare solo all’Italia), tutti ci siamo accorti che qualcosa di profondo si sta modificando. Se poi a questo dato aggiungiamo la proiezione che dice che nel 2030 due persone su cinque avranno più di 65 anni, è facile prevedere che ai senior della terza e della quarta età saranno riservate nei prossimi anni attenzioni molto forti.  Questo riguarda il cambiamento sul piano quantitativo, ma forse ancor più significativa è la trasformazione sul piano qualitativo.

Sicurezza, benessere e opportunità sono le tre parole-chiave per comprendere l’evoluzione qualitativa in corso e come sta cambiando l’atteggiamento verso questa stagione della vita.  Il pensiero tradizionale dice che all’avanzare dell’età le opportunità diminuiscono ed aumentano invece i rischi. Sulla base di questo assioma, i primi sistemi di welfare, dedicati innanzitutto a pensioni e assistenza medica, hanno cercato (e in buona misura ci sono riusciti) di dare sicurezza alla persona “anziana”, proteggendola quanto più possibile dai rischi di povertà e di malattia in una fase della vita in cui le chances di farcela da soli diminuirebbero. Naturalmente, anche se il contesto in cui sono sorti non è più lo stesso, i sistemi di welfare sono ancora importantissimi e non è certo venuta meno la loro funzione protettiva originaria, di garanzia per il futuro, soprattutto in periodi di vacche magre.  Ma già svariati decenni fa, per lo meno nei Paesi più ricchi tra cui anche il nostro, alla ricerca di protezione e sicurezza si è aggiunta la ricerca di benessere. Una fase della vita chiamata “pensione” stava diventando prevalente e non era più sufficiente evitare povertà e abbandono; con il tempo è diventato un must anche far sì che il pensionato si potesse godere il meritato riposo, aiutandolo ad adattarsi alla nuova condizione e cercando, per gli anni rimanenti della vita, di trovare una condizione di benessere.

Oggi siamo di fronte ad un nuovo passaggio: sicurezza e benessere rimangono importanti, ma quel che sta accadendo è che la maggior parte dei senior fa fatica ad accettare di essere definita in base all’età, come se l’anagrafe determinasse dei modelli sociali da seguire, delle scelte obbligate da fare, degli stili di vita da seguire. In numero sempre più significativo, i “ragazzi di sessant’anni” non vogliono vivere con la paura che le loro speranze, i loro sogni, obiettivi e desideri vadano in soffitta unicamente per via dell’età. Non si tratta di non essere realisti o di non accettare l’invecchiamento, ma al contrario di riconoscere una nuova realtà in cui, arrivati a questa età e anche oltre, il film della propria vita può scorrere in modo molto “personalizzato” e non determinato solo dal dato anagrafico.

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Neo papà oltre i sessant’anni

Ad esempio, per stare alla cronaca rosa di questi giorni, Steve Martin che a 67 diventa padre per la prima volta o Enzo Paolo Turchi che, sessantatreenne, ha una figlia dalla over50 Carmen Russo. http://societa.panorama.it/gossip/Steve-Martin-e-Enzo-Paolo-Turchi-neo-papa-over-60

Ma non stiamo parlando di qualcosa che riguarda solo il mondo delle persone sotto i riflettori, la paternità in età avanzata, fenomeno che è sempre esistito sia pur in misura limitata, negli ultimi tempi si va sempre più diffondendo in tutta la società, soprattutto fra le neo coppie.

E’ un segno di vitalità, non c’è dubbio. Cosa più di un figlio avuto da senior ti fa guardare in avanti e ti fa pensare ai successivi lustri in termini vitali ? Però avere un bebé da sessantenne ti carica anche di responsabilità nuove che non ti abbandoneranno per almeno altri vent’anni: al netto della carica affettiva che riuscirà a trasmettere, ce la farà il padre attempato ad assolvere adeguatamente le sue funzioni educative e di guida ?

Sono i quesiti posti dalle paternità in età avanzata.  Devo dire che i neo papà sessantenni che conosco sono felici della loro condizione e hanno una marcia in più nel tenersi attivi e impegnati. Anche se le loro preoccupazioni sono maggiori di quelle dei loro coetanei: “Riuscirò a tenermi in salute per poter continuare a lavorare e a mantenerlo ?”, oppure “Quando sarà adolescente, io vicino agli ottanta avrò abbastanza energia per capirlo, fronteggiarlo e sostenerlo ?”. Sì, perché nel tempo essere padri è diventato un lavoro sempre più impegnativo e di responsabilità, e nessuno ti sconta nulla solo per l’età.    In foto: Steve Martin

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Campanello d’allarme

Un campanello d’allarme inaspettato suona per i senior: la generazione dei figli del baby boom può vantarsi di una longevità attesa maggiore di quella dei loro genitori (e questo lo si sapeva), ma pare che contemporaneamente soffra di uno stato di salute peggiore. Lo suggerisce la rivista on line di Time del 5 febbraio, riportando le conclusioni di uno studio realizzato negli Stati Uniti e pubblicato su Yama Internal Medicine.  Negli Stati Uniti il significato di baby boomer è stato codificato: significa coloro che sono nati tra il 1946 e il 1964 (da noi in Italia il boom demografico non è esattamente nello stesso periodo) . Ebbene, questi 78 milioni di baby boomers Americani, malgrado una aspettativa di vita maggiore di qualunque generazione precedente, malgrado un servizio assistenziale medico complessivamente migliore che nel passato e malgrado le efficaci campagne contro il fumo o contro le diete sbagliate da cui sono stati bersagliati, risulterebbero meno in salute dei loro genitori: soffrirebbero di ipertensione, di diabete, di obesità e di eccesso di colesterolo in grado maggiore che nella generazione dei loro genitori.

La conclusione è frutto di uno studio basato su una comparazione di dati ufficiali.  La dottoressa Dana King, che insegna alla West Virginia University School of Medicine ed è autrice insieme ai suoi colleghi della ricerca, sostiene che è una convinzione errata quella di far dedurre un miglioramento delle condizioni di salute dall’allungamento della vita di qualche anno. Potrebbe, secondo lei, succedere che invece si vivano più anni gravati da malattie croniche. Non una bella prospettiva! Sembra di capire che obesità, cattiva alimentazione e basso esercizio fisico siano tra i principali imputati del peggioramento che ha scoperto. Tutti fronti dunque sui quali si può intervenire! Sarebbe interessante conoscere i risultati di studi comparativi analoghi considerando dati europei ed italiani. Magari le nostre pratiche su questi fronti sono già migliori di quelle dei cugini americani…

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Marcia trionfale dei film sui senior

I mostri sacri del cinema invecchiano, ma invece di mettersi a riposo come succedeva una volta stanno macinando nuovi film di successo. La loro età avanzata, invece di essere un limite da nascondere, diventa la ragion d’essere delle pellicole che dirigono da registi o che interpretano da attori.  Sì, perché se c’è un fenomeno nuovo nell’offerta cinematografica degli ultimissimi anni è il mostrare le meraviglie e le sorprese della nuova vita dei senior di oggi.

Fino a un paio di anni fa si faceva una certa fatica a trovare film che si soffermassero sull’argomento, adesso Hollywood e compagni devono aver fatto i conti (demografici e di botteghino) e assistiamo a una marcia trionfale di titoli che celebrano l’avanzare dell’età.

Per stare a quelli che sono in programmazione nelle sale cinematografiche in questi giorni, si va da Love is all you need, che ti immagini una commediola d’amori giovanili e dove invece l’unico che si innamora è l’ex James Bond, il 59enne Pierce Brosnan. A La regola del silenzio, in cui il 76enne Robert Redford corre a perdifiato nei boschi (se io a 20 anni avessi corso allo stesso modo sarei stramazzato subito al suolo) e intreccia una storia sentimentale con un’incredibilmente ancora fascinosa Julie Christie (71 anni). E quando il mostro sacro diventa regista, come è il caso di Dustin Hoffman (75 anni) con la sua fiaba Quartet, naturalmente rappresenta i suoi coetanei, che nel suo film sono ex cantanti lirici in pensione.

Tornando indietro di qualche mese, ci possiamo ricordare di Maryl Streep (63) e di Tommy Lee Jones (66) che cercano di riscoprire il sesso coniugale in Hope Springs, oppure di Marygold Hotel, che racconta di viaggiatori in terra straniera tutti ricompresi tra i 78 anni di Judy Dench e i 60 di Celia Imre.    Antesignano del genere (parliamo del 2010) è Another year, in cui il 63enne Jim Broadbent e la 56enne Lesley Manville trascorrono in coppia la routine delle stagioni. E’ poi del 2011 il nostrano Gianni e le donne, con il protagonista Gianni Di Gregorio allora 61enne che cercava di districarsi tra le sorprese della nuova età.   Ma siamo solo all’inizio. C’è da scommettere che il filone avrà un grande seguito e scruterà tutti gli angoli della vita dei senior.  In foto: Pierce Brosnan

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Prestito vitalizio ?

In un periodo di crisi in cui parecchi senior sono preoccupati per il loro futuro economico,  si sente parlare sempre più spesso di prestito vitalizio come di una soluzione possibile per chi è proprietario di una casa.  Di che si tratta ?

Il prestito vitalizio ipotecario o mutuo vitalizio è una tipologia particolare di mutuo ipotecario, nato in Inghilterra a fine anni ‘90 e arrivato in Italia solo nel 2006. Può essere richiesto solo dai 65 anni in su e tecnicamente funziona così: “… la persona che possiede un immobile libero da ipoteche o altri vincoli può ottenere un mutuo secondo una percentuale sul valore dell’immobile che è legata in maniera direttamente proporzionale all’età. 
Più è avanti con gli anni, maggiore sarà la percentuale finanziabile, con un massimo del 50% del valore di perizia.
Ad esempio: un pensionato giovane (65 anni) potrà richiedere un mutuo massimo pari a circa il 20% del valore dell’immobile, un pensionato più anziano (90 anni) potrà richiedere una percentuale più alta, fino al 50%. Il minimo erogabile è di 32.000€,  il massimo di 350.000€.  Ottenuto il mutuo vitalizio o prestito vitalizio che dir si voglia il pensionato non dovrà pagare nulla. 
Gli interessi si capitalizzeranno e andranno ad aumentare di anno in anno la somma dovuta alla Banca.  Alla morte dell’intestatario del mutuo si apre una “finestra temporale” di 12 mesi in cui gli eredi hanno 3 possibilità:

1) Saldare il montante che si è accumulato e conservando così il bene;
 2) Vendere l’immobile per saldare il mutuo. La differenza rimane così agli eredi;
 3) Fare vendere l’immobile dalla Banca. Dopo aver saldato il mutuo, la Banca verserà la differenza agli eredi. La vendita avverrà al valore di perizia con il meccanismo dell’Asta ma senza che sia possibile un ribasso in caso l’asta vada deserta.

 Nel caso, invece, in cui l’ammontare del mutuo al momento della morte dell’intestatario superi il valore dell’immobile (è il caso che si verifica se il pensionato raggiunge un’età molto avanzata) la differenza rimane a carico della Banca senza che il debito passi in carico agli eredi”.

Opportunità o fregatura ? Uovo di Colombo in un Paese dove l’80% degli italiani vive in casa di proprietà o diabolico sistema per espropriare pian piano i piccoli proprietari ? Qui le opinioni si dividono. Nei Paesi dove è stata introdotta prima che da noi, la formula si è diffusa parecchio (non solo nei Paesi anglosassoni, anche in Francia) e sembra rispondere bene all’esigenza di garantire all’anziano una vecchiaia senza troppi problemi economici soprattutto quando manca il supporto familiare. Anche le Banche, che vedono i clienti over 60 in controtendenza rispetto al resto del mercato, stanno guardando a questo fascia di età con grande attenzione e sono in genere favorevoli al prestito vitalizio (vedi ad esempio http://www.youtube.com/watch?v=ZgUUfCZ_7A0). Dall’altra parte, la soluzione non dovrebbe interessare chi considera la propria casa come l’eredità lasciata ai figli. In più, sono forti le preoccupazioni di chi vede il prestito vitalizio come un vero scandalo, attraverso il quale si indebitano ancora di più gli italiani per mezzo dei loro genitori, espropriando gli stessi del patrimonio immobiliare che possiedono con il minimo sforzo (vedi ad esempio http://www.iljester.it/lo-scandalo-vergognoso-dei-prestiti-vitalizi-ipotecari-una-speculazione-bancaria-a-danno-degli-anziani.html).   Che accendere un prestito vitalizio ipotecario richieda una riunione di famiglia ?

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