Posts Tagged: longevità

Lunga vita! Che sia anche buona

Ogni secondo sul pianeta due persone festeggiano il loro sessantesimo compleanno e un individuo su nove oggi ha superato i 60 anni, percentuale che entro il 2050 arriverà a uno su cinque.   L’allungamento della vita è un fenomeno mondiale, non riservato solo a pochi paesi occidentali.  In Cina, il paese più popoloso del mondo con il suo miliardo e 354 milioni di abitanti, la popolazione in età lavorativa nel 2012 è calata in termini assoluti per la prima volta da un lungo periodo di tempo, mentre gli over60 crescono di numero e sono diventati 194 milioni. Nel rapporto internazionale “Invecchiare nel XXI secolo” si legge che “la speranza di vita alla nascita è attualmente di oltre 80 anni in trentatre paesi”, mentre cinque anni fa le nazioni che avevano raggiunto questo obiettivo erano solo diciannove.  Confermano il fenomeno i demografi Golini e Rosina: “Se ancora all’inizio del XX secolo meno di una persona su dieci arrivava a superare gli 80 anni, all’inizio del XXI secolo questa meta è diventata, per la prima volta nella storia dell’umanità, un’impresa alla portata dei più”. E alcuni studiosi sostengono che non è finita qui: a metà di questo secolo la maggioranza dei futuri inquilini del pianeta potrebbero, alla nascita, aspettarsi di vivere fino a 100 anni.

Insomma, siamo nel pieno di una rivoluzione demografica e come tutte le rivoluzioni trascina con sé enormi cambiamenti sociali, economici, umani.  Vivere più a lungo è una grande conquista. Poter vivere in tanti con buona o discreta salute decenni che una volta erano riservati solo a rarissimi fortunati è un progresso dell’umanità. Le opportunità potenziali sono innumerevoli e in queste pagine quotidianamente si cerca di metterle in evidenza. Attenzione però a non dare per scontata l’equivalenza: lunga vita uguale a miglioramento delle condizioni umane. Perché questo si avveri dovremo capire quanta pena porteranno con sé gli inevitabili malanni fisici in aumento, dovremo essere capaci di trovare risorse per garantire la dignità degli anni in più e  dovremo trovare il senso da dare alla porzione di esistenza aggiuntiva che alle nostre generazioni è stata regalata.

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L’ansia del declino fisico

Le paure e le preoccupazioni legate all’età che avanza non sempre vengono confessate, ma certamente non mancano: si va dai timori di non farcela economicamente alle preoccupazioni per il futuro dei figli, dall’inquietudine per una prima défaillance mentale all’incubo di una possibile non autonomia, fino ai misteri della morte. Tra tutte le paure e le preoccupazioni, non c’è dubbio che un posto di primo piano lo occupano quelle collegate alla salute e all’invecchiamento del proprio corpo. Forse complice un diffuso giovanilismo, abbiamo spesso pudore a parlare in modo trasparente di questi nostri timori da invecchiamento fisico e appena possiamo cerchiamo di presentarci un po’ più giovani di quel che siamo, però sotto la cenere l’inquietudine non si spegne.

In realtà nella maggior parte dei casi l’invecchiamento fisico non è soltanto lento, spesso è quasi impercettibile, anno dopo anno. Poi magari capita un momento in cui ci accorgiamo di un improvviso declino oppure una malattia inaspettata interrompe il graduale processo, ma per tanti anni può succedere che i cambiamenti siano veramente millimetrici.

Non c’è dubbio che la chiave principale per evitare di farsi ossessionare dal corpo che si modifica sia psicologica: nel senso che soltanto l’accettazione serena che il cambiamento fisico è un percorso inevitabile e naturale può far fronte efficacemente ai sentimenti negativi di quando allo specchio ci scopriamo via via più vecchi.

Se l’atteggiamento psicologico è cruciale, può però essere utile anche avere le idee chiare su cosa è bene aspettarsi all’avanzare dell’età. Dicono gli esperti che i fronti sui quali aspettarsi dei cambiamenti fisici nei cinquanta, nei sessanta e nei settanta sono moltissimi e altrettanto numerosi i fronti da presidiare: ad esempio, curare la pelle, tenere in allenamento il cuore, controllare che i sensi rimangano ben attivi, conoscere le variazioni del metabolismo,  ricordarsi che le ossa possono essere più fragili, rinforzare il proprio sistema immunitario, tenere sotto controllo le passeggiate notturne al bagno, non mettere a riposo il cervello, non escludere a priori la vita sessuale, e via dicendo.

Naturalmente ognuno invecchia a modo proprio, ma ad esempio può aiutare sapere che spesso nel corso dei cinquanta dei cambiamenti sottili si possono notare nel metabolismo e nella pelle, così come si possono osservare dei miglioramenti, come ad esempio un numero inferiore di allergie. Oppure che nei settanta è comune che il naso e le orecchie inizino a diventare più grandi, ma che il cuore, se allenato, può pompare ancora bene. Ci siamo abituati a chiedere ai medici di cui ci fidiamo sia cura sia prevenzione, forse anche chiedere informazioni su questi aspetti può essere utile.

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E se vivessimo tutti insieme ?

Il vivere insieme ad amici e conoscenti può essere un’alternativa abitativa per i senior ?

Il film E se vivessimo tutti insieme ? ha fatto diventare d’attualità la domanda. Nel film, cinque amici ultrasettantenni che si conoscono da più di quarant’anni decidono di andare a vivere sotto lo stesso tetto: un modo per continuare ad intrattenere rapporti umani e sociali soddisfacenti e per prepararsi all’ulteriore invecchiamento senza pesare sui figli ma anche senza assecondare le loro fantasie di case di riposo.

Oggi la grandissima parte dei senior preferisce immaginarsi il proprio invecchiamento in casa propria, in coppia o da soli che sia. Quando poi però succede che si perde la completa autonomia cominciano i dolori: per i figli cinquantenni e sessantenni che si fanno in quattro per capire come assistere i genitori ma anche naturalmente per i diretti interessati, i quali ad una fantasia positiva di sereno invecchiamento in casa propria vedono sostituirsi, nel migliore dei casi, la realtà di convivenza con badanti sconosciuti oppure di ricoveri in case di riposo, che non sono più i vecchi tetri ospizi di una volta ma che certo non rendono felici nessuno. Pensare per tempo a soluzioni alternative e, nel limite del possibile, soddisfacenti e gradevoli, può essere una scelta saggia.

Il “vivere insieme” ad altri che si sono scelti può essere un’alternativa. Il termine tecnico che descrive questa alternativa è cohousing.    Il cohousing è la condivisione di spazi e servizi in comunità residenziali abitate da persone che hanno scelto di vivere insieme. Il sito italiano www.cohousing.it lo descrive così: “è un nuovo modo di abitare con spazi e servizi condivisi tra persone amiche che avete scelto e con cui avete progettato la vostra comunità residenziale. Chi vive in cohousing - sono più di mille gli insediamenti di questo tipo nel mondo - vive una vita più semplice, meno costosa e meno faticosa decidendo innanzitutto cosa condividere: un micronido per i bambini, un orto o una serra, un living condominiale, un servizio di car sharing o una portineria intelligente che paga le bollette e ritira la spesa. Solo per fare qualche esempio”. Agli esempi potremmo sicuramente aggiungere dei servizi sanitari e assistenziali comuni.

Il cohousing nasce in Scandinavia negli anni 60, ed è a oggi diffuso specialmente in Danimarca, Svezia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone. Non è nella tradizione italiana che casomai prevede gli anziani genitori a pochi passi da casa dei figli: da noi si è cominciato a parlare della formula cohousing solo quattro-cinque anni fa ed esiste qualche prima realizzazione che finora ha coinvolto prevalentemente giovani coppie.

Riusciamo ad immaginarci dei senior italiani che progettano di andare a vivere insieme per vivere non solo serenamente ma anche piacevolmente il proprio invecchiamento?

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Esercizi per la mente

Preparatevi ! Fra non molto tutti noi senior che viaggiamo nel web riceveremo numerosi “consigli per gli acquisti” per comprare esercizi on line che promettono di tenere viva la nostra materia grigia.

Il desiderio di non veder declinare le nostre capacità cognitive, insieme alla paura sempre più diffusa della demenza senile, fanno di noi cinquantenni, sessantenni e settantenni un mercato ghiotto per chi offre l’elisir per la mente sempre brillante.

  Alzi la mano chi non è sensibile alla promessa di tenere su buoni livelli le seguenti capacità: la memoria di nomi e numeri, l’attenzione, la concentrazione, il ragionamento chiaro e rapido, la selezione delle informazioni importanti, la velocità di elaborazione mentale, l’uso combinato delle informazioni visive e auditive, eccetera.

Perché sono queste le capacità di cui parliamo, capacità che nel  momento in cui declinassero certamente ci farebbero sentire un po’ menomati, fino a quando non ci accorgeremmo neanche più di averle smarrite.

Non si tratta di sottoporsi ai tradizionali test psicologici o a trattamenti rieducativi, ma di giocare quotidianamente con esercizi, magari pure divertenti, che allenano la mente e che hanno l’intenzione persino di far crescere queste nostre abilità mentali.

Oggi cominciano ad apparire nel web alcuni siti che propongono questi esercizi. Dietro a questi siti ci sono organizzazioni, quasi sempre profit, che sono – o si dichiarano – emanazione di prestigiosi istituti universitari o di centri di ricerca medica e psicologica; organizzazioni che sembrerebbero avere il sostegno scientifico di neuroscienziati e il sostegno economico di importanti aziende farmaceutiche.

E’ così, ad esempio, che si propone Lumosity, che reclama di avere alle spalle le migliori università americane e che fa della commistione tra gioco e allenamento il suo slogan. Oppure il Memory Enhancement Program, una serie di attività per potenziare la propria memoria e sviluppare il proprio cervello, sviluppato da Cinthya Green del dipartimento di psichiatria della Mount Sinai School of Medicine.

Se aderirete ai loro programmi, vi troverete a giocare cercando contemporaneamente di prender di mira innocui uccellini (virtualmente, s’intende!), di ricordare delle lettere d’alfabeto e di indovinare il nome di questi volatili. Oppure dovrete provare a seguire istruzioni come queste: “Su un cartoncino scrivete dodici nomi di colori ma badate a non associare mai il colore esatto al nome che lo descrive. Così “black” andrà scritto in azzurro e “blue” in rosso, “red” in verde e così via. Allenate la vostra concentrazione e provate a leggerli sempre più veloci, senza cadere nella tentazione di correggere la mancata sincronia nome-colore.”

Alla fine, di solito, un punteggio vi dirà come è stata la vostra prestazione e nel tempo potete controllare i progressi o i regressi.

Tutto questo è scientifico ? Mah, il sottoscritto è prudente e vorrebbe capirne di più.

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Tributo a Peter Laslett

Due riflessioni di Peter Laslett, pioniere degli studi sull’invecchiamento attivo e sulle differenze tra terza e quarta età, che nel 1989 scrisse: “Una nuova mappa della vita – L’emergere della terza età”

  Realizzazione personale.  …Credo che il punto culminante della realizzazione personale sia nella terza età.  Chi obietta dice che è un periodo segnato dal declino delle capacità fisiche e intellettuali rispetto all’acme raggiunto nell’età matura. La mia risposta a questa obiezione è che uno degli errori di fondo  nello studio dell’invecchiamento è quello di esagerare la severità di questo declino lungo il corso della vita. D’altra parte si può dimostrare che la nostra esistenza attuale è caratterizzata dal differimento dell’autorealizzazione proprio a questo periodo di graduale – di solito molto graduale – declino personale….

Educazione.  …Nella fanciullezza e nell’adolescenza gli individui ricevono un’educazione in vista della maturità, ma nella visione ancora oggi prevalente del corso di vita e delle sue fasi l’educazione non ha nessuna ulteriore funzione o importanza. Un elemento cardinale della teoria della terza età è invece che l’educazione dovrebbe essere oggi …educazione lungo l’intero corso di vita, un interscambio continuo dalla culla alla tomba. La veneranda  e profondamente radicata tendenza ad associare l’educazione solo alla socializzazione (ndr del giovane nel mondo adulto) deve essere abbandonata….

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Un futuro di over 65enni

“Nel 2030 gli ultra 65enni nella Penisola saranno il 40% della popolazione e nel 2060 non saranno distanti dal 60%, il doppio rispetto ad oggi. In Giappone gli over 65 sfioreranno il 70% tra cinquant’anni e in Germania saranno il 60%.”  E questa sarà la ragione principale, secondo l’Ocse, della bassissima crescita economica (lo riporta Corriere Economia http://www.corriere.it/economia/12_novembre_09/studio-ocse-pil-italia_ba3f2b52-2a5c-11e2-9b66-000110c153a4.shtml).

Chi ha 60 anni oggi ha discrete possibilità di vedere come si sarà trasformato il mondo nel 2030. Per vederlo nel 2060 bisognerebbe arrivare intorno ai 110 anni e questo, per quanto ottimisti, rimane piuttosto difficile.  Sarà un’esperienza che vivranno soprattutto i nostri figli.

Il mondo sarà tutto diverso da come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi; la rivoluzione dell’invecchiamento della società non avrà conseguenze solo economiche, ma in tutte le sfere della vita: il paesaggio sarà di capelli grigi, la prevenzione e la cura delle malattie diventerà una delle occupazioni principali, la pacatezza e i ritmi lenti saranno dominanti rispetto agli entusiasmi e all’irruenza giovanile, il lavoro sarà necessariamente prolungato fino a tardissimo, e così via. Vivere più a lungo è sicuramente una conquista dell’umanità, ma chissà se vivere in una società così invecchiata sarà meglio o peggio per il nostro benessere.

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Gli older people visti dai media

Domani 8 novembre a Londra verranno premiati, nel corso della manifestazione “The Roses – Older People in the Media Awards 2012”, i media che negli ultimi tempi hanno meglio rappresentato anziani e senior.

Nalla shortlist dei possibili premiati si va dall’articolo giornalistico di Stylist sul perché si è impauriti dall’invecchiamento, al programma radiofonico di BBC Radio4: “You and Yours, positive ageing”, al programma televisivo della BBC1 “The town that never retired” che racconta dell’esperimento di tenere al lavoro le persone in età da pensione di un’intera città.

Ma non mancano i programmi informativi e di consigli, né le migliori interpretazioni cinematografiche come quella di Judi Dench nella parte di Evelyn in “The Best Exotic Marigold Hotel” o quella di Michael Caine  nella parte di Alfred in “The dark knight rises”.

Tra tutti, il nostro favore alle fotografie per come le persone avanti negli anni vedono se stesse  http://www.theenglishgroup.co.uk/blog/2012/04/13/reflections-elderly-people-as-they-see-themselves/         In foto un esempio.

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Qui ci sarà lavoro per gli over 55

Cose d’oltre Oceano: il Wall Street Journal suggerisce dove troveranno lavoro gli over 55.

In un bell’articolo pubblicato ieri a firma di Andrea Coombes,  il Wall Street Journal segnala i settori più promettenti negli USA per un over 55 che cerca lavoro.

Cose solo d’oltre Oceano ? Certamente almeno una delle due condizioni da cui prende le mosse la giornalista americana, la demografia, ha una forte similitudine anche con la nostra realtà.  Infatti, tanto negli USA che in Europa, il grosso dell’incremento demografico viene dalla crescita di numero di quelli che sono ormai nella seconda parte della vita. La combinata: maggiore longevità + baby boomers arrivati a cinquanta- sessant’anni, sta producendo i suoi effetti su entrambe le sponde dell’Oceano.    La seconda condizione segnalata dal WSJ, e cioè un atteggiamento più favorevole degli imprenditori nei confronti dei lavoratori anziani, è invece tutta da verificare dalle nostre parti: probabilmente da noi il pregiudizio legato all’età non è tra i più forti al mondo, e sono molti coloro che apprezzano l’esperienza e le competenze accumulate dai senior, ma la sensazione di fondo è che, dopo la riforma Fornero, le imprese siano state colte di sorpresa e non sappiano bene cosa fare di fronte alla necessità di impiegare gli ultra-sessantenni.  Senza contare che da noi, quando si parla di lavoro per le persone della fascia di età 55-64 anni, si trovano almeno quattro gruppi ben distinti di persone: 1) la maggioranza (poco meno del 60%) che sono già pensionati o che non cercano lavoro (ad esempio le casalinghe); 2) quelli che continuano a lavorare volentieri; 3) quelli che si sentono obbligati a continuare a lavorare fino all’età pensionabile spostata recentemente in avanti e infine 4) quelli che vorrebbero lavorare, ma non trovano (a fine giugno il tasso di disoccupazione per questa età era il 5,4%).

Ciò detto, quali sarebbero i settori nei quali negli USA i senior in cerca di lavoro lo troveranno ? Il WSJ ne elenca alcuni: la scuola, le banche, le assicurazioni, il mondo della sanità e della cura alle persone, i servizi professionali e in generale i lavori fortemente professionalizzati.

Difficile immaginare che in Italia la scuola, le banche e le assicurazioni, mondi dove si apprestano a riduzioni generalizzate, siano approdi futuri per i senior in cerca di lavoro. Più realistico pensare che lo possano diventare il mondo della sanità, i servizi di cura alla persona, i servizi professionali e alcune nicchie dove si possono spendere competenze tecniche molto specifiche.

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A tavola !

Secondo il guru dello slow food Carlo Petrini – glielo ho sentito dire qualche giorno fa ad un convegno – non si è mai parlato tanto di cibo come in questo periodo (libri di ricette, diete raccomandate sulle riviste, programmi televisivi dove tutti spadellano, chef diventati celebrità, medici che sempre più rilasciano interviste sull’alimentazione) e paradossalmente in contemporanea mai l’agricoltura è stata trattata peggio (remunerazione bassissima dell’agricoltore e poca attenzione alla terra).

  E’ un paradosso pericoloso anche per il futuro della nostra cucina italiana, ha ragione Petrini. Fatto sta che l’attenzione, le raccomandazioni, i buoni consigli rispetto a come mangiare e bere, davvero non sono mai stati così numerosi come oggi.

In particolare mi sembra che si stia affollando il gruppo di chi suggerisce ai senior le buone abitudini alimentari per un sereno invecchiamento e per conquistare la longevità. Una pietra miliare sull’argomento l’ha posta qualche anno fa una francese, Dominique Lanzmann-Petithory, autrice de “La dietetica della longevità”, libro che affronta appunto l’argomento delle diete anti-età.  A seguire, i cultori della materia sono stati a centinaia. D’altra parte, se tanti propongono i loro consigli, deve ben esserci una domanda ampia da parte di noi “consumatori” su questo argomento.

Personalmente, sono convinto che la richiesta dei consumatori sia indirizzata soprattutto a capire come sia possibile, attraverso il cibo, raggiungere e mantenere benessere più che non una vita ultracentenaria, così come avere nell’alimentazione un alleato per affrontare le attività in cui siamo occupati anche dopo la piena maturità piuttosto che utilizzarla per sfidare i limiti biologici dell’esistenza. Ma evidentemente c’è un mercato anche per il fascino dell’eternità, o giù di lì, non solo per il wellness e per il gusto.

Auspicando che lo sforzo degli addetti ai lavori vada nella direzione che ho indicato, mi resta da constatare, lo dico da “semplice consumatore”, che i tanti suggerimenti corrono il rischio di frastornare più che di aiutare.  Non essendo un esperto della materia, dopo aver letto di tutto e di più sui siti, nei periodici, negli inserti dei quotidiani dedicati al cibo, dopo aver ingurgitato una dose massiccia di pubblicità televisiva a base di yogurt che irrobustisce i fianchi della Sandrelli e di merendine che piacciono anche ai nonni, le idee le avevo molto confuse.  Forse un consiglio ricorrente però c’è. Ed è la dieta mediterranea.

Ad esempio l’Epic, l’organismo europeo che investiga il rapporto tra cancro e alimentazione, sostiene che gli over 60 che prediligono la dieta mediterranea, e cioè frutta, verdura, legumi e cereali non raffinati, che consumano molto pesce e poca carne e formaggi, condendo sempre con olio di oliva, si assicurano in media un anno in più di vita.  Un noto nutrizionista italiano, Mauro Mario Mariani, ricorda che la dieta mediterranea è la più potente medicina contro le malattie degenerative e che il medico statunitense Keys nel suo lavoro sulle “sette nazioni” la valutò come la dieta migliore, e addirittura l”Oms, Organizzazione Mondiale della Sanità, la promuove da 25 anni e nel 2010 l’Unesco l’ha dichiarata patrimonio dell’umanità.

Addirittura, di recente il Dipartimento di Epidemiologia e di Salute Pubblica dell’University College di Londra avrebbe scoperto che sulle persone oltre la mezza età una dieta di “whole food” (basata su frutta, verdura e pesce, come quella mediterranea) diminuirebbe il rischio di depressione rispetto ad una dieta composta invece di “processed food” (basata su dolci trattati, cibo fritto, carne preparata industrialmente, cereali raffinati e in generale cibi grassi).

Questa dieta mediterranea, insomma, è ormai un’icona che ci darebbe vita più lunga e meno malattie fisiche e mentali.  In attesa delle prossime scoperte scientifiche, tra una carota e un merluzzo, da questa dieta cerchiamo di cavarci anche il massimo benessere e il massimo gusto.

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Una impensabile terz’età.

Se a diciotto anni, ossia sessanta anni fa, mi avessero descritto la mia terza età, così come è, non ci avrei mai creduto. All’epoca già di un un sessantenne si comincava a dire che era vecchio.

Forse sarà questione di fortuna,ma ora mi trovo a giocare a tennis con amici ottantenni, e che pretendono pure di vincere. Ho smesso di fumare da quaranta anni, prendo una sola pastiglia per il colesterolo, coltivo l’orto, che mi vango senza problemi, ho tre figli, sette nipoti, che sono il nostro orgoglio.

  Questa estate, dei giorni, ne avevamo per casa cinque. Anche questo aiuta a mantenersi attivi. E quando ai nostri nipoti diciamo che siamo stanchi e vecchi, loro di rimando: no! non siete vecchi. E queste parole ci danno nuova carica.

Ho fatto anche 33 anni di petrolchimico con un lavoro di mio gradimento. Mi è stata concessa una moglie straordinaria, la famiglia è cresciuta nell’armonia, che continua tuttora. Riusciamo a vivere più che dignitosamente con la sola mia pensione. Penso di essere stato molto fortunato. Mia moglie 74,e io 78, non ci sentiamo per niente vecchi.

Nella foto in alto: il 73enne Herbert Kessler partecipa ai campionati nazionali americani di tennis. Nella foto in basso: un nonno con nipote.

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