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Premio “Vivere meglio e più a lungo”

Cari amici de I ragazzi di sessant’anni, cosa ne dite di partecipare insieme al progetto “Vivere meglio e più a lungo” ?

Di che si tratta ? Si tratta di un premio che Axa Italia e Swiss Re Foundation, insieme a Impact Hub Milano, hanno lanciato per startup che rispondano alle sfide poste dall’incremento delle aspettative di vita e dall’invecchiamento demografico.   Il nome dell’iniziativa è “Impact Hub Fellowship for Longer Lives” (non spaventatevi per il nome, le istruzioni si leggono tutte in italiano, il concetto è proprio quello dell’avere idee per soluzioni che consentano di vivere meglio e più a lungo) ed è per l’appunto un programma internazionale di incubazione per startup, che possono essere formate sia da giovani, sia da senior http://milan.impacthub.net/fellowship_longer_lives/

Quali i campi a cui si potrebbero dedicare le nuove imprese (start up) che partecipano al premio ? In generale, prodotti e servizi capaci di produrre cambiamento nelle pratiche o nei comportamenti dei senior in almeno uno dei seguenti ambiti: l’organizzazione della vita familiare, l’educazione, la vita economica e di lavoro, i servizi pubblici.

Come ad esempio ha fatto una start up inglese, che si è inventata un servizio locale per gli over 50, co-disegnato insieme agli utenti: i membri della community hanno accesso a persone dello stesso quartiere che possono aiutare nelle commissioni, a attività ricreative di gruppo e a una linea telefonica dedicata per consigli e informazioni di qualunque genere.

O come è stato il caso di www.sielbleu.ie, un’organizzazione no profit che ha realizzato programmi flessibili di attività fisica preventiva per migliorare e mantenere la salute delle persone senior e combattere problemi come la dipendenza e l’isolamento: questo progetto è presente in Francia e in Irlanda e ha vinto lo European Social Innovation nel 2010.

La condivisione di saperi e di esperienze tra generazioni, così come nuovi servizi per la famiglia e progetti nel campo del turismo e dell’offerta culturale, sono tra i temi di cui si é più parlato al workshop che Impact Hub Milano ha appena tenuto per prepararsi a partecipare al premio.

Chi vuole può presentare le proprie idee e la propria proposta entro il 4 gennaio. A quel punto, Impact Hub Milano, insieme ad AXA Italia e Swiss Re Foundation, valuteranno le idee migliori e più innovative, che meglio rispondano alle sfide poste dall’incremento delle aspettative di vita e dall’invecchiamento demografico.

Per chi si sente ancora desideroso di cimentarsi in una start up, o ha un figlio o nipote che voglia provarci, può essere un’opportunità.  Anche come www.iragazzidisessantanni.it potremmo partecipare. Che ne dite ? Attendo i vostri commenti e le vostre idee. Enrico

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Tutto é possibile

Perché censurarsi e vedere sempre innanzitutto le difficoltà e i limiti legati all’età?

In questi due brevi messaggi Luisella e Anonimo ci raccontano i loro progetti di viaggio e vacanza: tutto è possibile !

Scrive Luisella1951: “Il viaggio in India lo accarezzo da quando ero giovane ma per una ragione o per l’altra non sono mai riuscita a realizzarlo. Quelle terre, quella gente, quella cultura, continuano ad essere un mio sogno e mi spiace troppo l’idea di rinunciare a conoscerle. Adesso però ci riuscirò, sembra assurdo che organizzi questo viaggio proprio ora che faccio un po’ fatica  a camminare, ma mi rimarrebbe un rimpianto troppo forte se rinunciassi. Quindi partirò, in fin dei conti ce la posso fare, non va bene mettersi da sola dei limiti, se troverò un’amica che ha voglia di viaggiare con me sarà meglio, se no mi infilerò in qualche gruppo e me la caverò. Luisella1951″ In foto: Judi Dench e Celia Imre nel film Marigold Hotel.

Scrive Anonimo: “Sono pensionato, appassionato di vela e viaggi. Ho un catamarano di 12 mt e vorrei organizzare un gruppo di otto persone per navigare in Grecia da Giugno a Settembre cambiando vita anche per soli 4 mesi. Rispondete. Sono in pensione da poco.”

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Una proposta di cohousing

Danilo è tra i frequentatori di questo blog e scrive facendo a tutti noi una proposta. E’ stato in Australia dove ha visitato due strutture di cohousing per senior, gli piacerebbe realizzare qualcosa di analogo in Italia e così si sta rivolgendo anche ai lettori de I ragazzi di sessant’anni per cercare persone interessate. Volentieri pubblico quel che mi ha inviato.

Scrive Danilo: “Mi piacerebbe costruire un primo gruppo di 15-20 persone (coppie/single) di età over 65, autosufficienti, che con me formino ed alimentino una discussione tecnica, sociale ed economica con lo scopo di realizzare un (e poi speriamo altri !!) sistema di co-housing, sulla falsariga di quanto già attuato all’estero (USA, Auatralia, Paesi scandinavi) e in Italia.

Ma che cosa è il co-housing o co-abitazione? La risposta può essere formulata con diverse definizioni in quanto diverse sono le applicazioni del co-housing;  la definizione che mi sento di dare  è che si tratta semplicemente di un modello di vita caratterizzato da una vision di solidarietà, di cooperazione e di partecipazione, da una mission di formare un gruppo che rompa  con il crescente isolamento nelle quattro mura della propria abitazione ed indifferenza e che possa partecipare, ognuno con la propria esperienza e con il proprio carattere, al mantenimento e alla crescita intellettuale e sociale del gruppo e da obiettivi di ottimizzazione dei costi, di riduzione dei consumi, tutto per stare insieme, pur mantenendo la propria privacy e utilizzando principalmente il “buon senso”  che è sempre vincente.

Una volta definito il concetto di co-housing vediamo di chiarire alcuni primi elementi portanti che sottopongo con formulazione di domande.

Ma cosa deve fare il gruppo?  Una volta che il gruppo si è formato bisogna individuare una persona con competenze specifiche che possa incaricarsi di trovare un immobile (o un’area) con particolari caratteristiche che prendano in considerazione, tra l’altro, clima, vicinanza a città (particolarmente interessanti e con un buon grado di vivibilità) , rete di trasporti urbani, rete stradale, qualità dei servizi sanitari, disponibilità di terreno . Si passa poi alla fase attuativa di progettazione dei locali che prevede mini alloggi, sale per servizi comuni (cucina, lavanderia, saloni per incontri, dibattiti, riunioni), salette per ascoltare musica, sala biblioteca, palestra  e quant’altro fosse suggerito.  Bisogna preferibilmente far riferimento ad un immobile già esistente che può essere ristrutturato in tempi brevi e a costi sopportabili.  Questi due passi sono di grandissima importanza.   E’ necessario strutturare, poi, un piano di fattibilità e un piano operativo  perché bisogna assicurare agli ospiti la continuità dell’esistenza del co-housing e perché bisogna  valutare i risultati gestionali che non possono essere negativi.  

Come viene gestita la co-house?  La co-house è gestita dagli stessi ospiti (a rotazione) che danno il proprio contributo per sempre maggiormente  migliorare il pensiero di vita in comune.  Si prevede la presenza di un responsabile della gestione del co-housing che sempre appartiene al gruppo.

Quanto potrebbe costare vivere in una co-house?  I costi sono relativi all’affitto del mono locale e ai servizi  “comuni” e quindi cucina, lavanderia, pulizie, gli eventuali sevizi sanitari che la “gestione” deve garantire; la quantificazione del costo appare a questo punto ancora prematura ma penso che possa essere inferiore a quanto si spende vivendo da soli. Ecco perché il valore dell’investimento iniziale è di preponderante importanza.

Tutti possono partecipare al co-housing?   Con franchezza devo dire che l’obiettivo è di condividere un percorso con persone che siano a disposizione degli altri, che apprezzino la vita sociale, che siano a disposizione con idee, suggerimenti che costruiscano il proprio benessere e quello degli ospiti.

E se io voglio portare nella co-house i mobili/quadri che ho  a casa?  Liberissimo di farlo; si tiene sempre presente il quoziente rispetto verso gli altri.

Ma se una persona vuole lavorare?   In alcune situazioni è permesso che gli ospiti  svolgano alcune attività come cucinatura (pasti, dolci, pasta fatta a mano, etc) manutenzione ordinaria, giardinaggio, orto. Anche qui lo scopo è quello di tenere in movimento il proprio asse intellettivo lavorando e sentendosi utili alla collettività.

Come si svolge la giornata?  Alla base esiste un regolamento, strutturato con molta semplicità,  che può essere integrato e modificato dagli ospiti. L’utilizzo della giornata è completamente a disposizione della singola persona che può entrare e uscire dalla co-house quando vuole, che può invitare i propri familiari e amici, tenendo presente il regolamento. Per quanto riguarda incontri, dibattiti, viaggi, etc., questi vengono programmati e decisi dal gruppo .

Si può sciogliere il rapporto con la co-house?  Decisamente si, una volta definiti gli aspetti contrattuali.

La gestione della co-house può allontanare un ospite?  Anche qui la risposta è positiva; a estremi mali estremi rimedi.

Questa è una prima idea che spero possa dare apertura a nuovi inserimenti di discussione e di fattibilità.  Grazie per voler partecipare. Danilo Cesare

In foto: un gruppo in cohousing

 

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Il gioco delle generazioni

Bisogna uscire dagli stereotipi quando si parla di rapporti tra generazioni. Lo fa in questo articolo Francesco Marcaletti, docente presso il Dipartimento di Sociologia dellUniversità Cattolica di Milano, che ha scritto questo contributo per I ragazzi di sessantanni e per il blog I nuovi senior, blog ospitato dal giornale on line International Business Times. 

Scrive Francesco Marcaletti: “I risultati della ricerca Censis titolata Gli anziani, una risorsa per il Paese, presentata di recente a Bergamo, hanno trovato eco rimbalzando nei siti degli organi di stampa e venendo ripresi in vari blog e pagine web (si veda per esempio la Repubblica on line del 19 ottobre scorso). Il dato che maggiormente è stato enfatizzato è quello riguardante gli squilibri demografici che porterebbero, entro la metà del presente decennio, allequivalenza – in termini quantitativi – tra popolazione 15-34enne (in calo) e popolazione ultra 65enne (in crescita). La ricerca naturalmente dice molto di più, ma risulta interessante discutere ciò che ha suscitato più che la sua sostanza. Perché limpressione che i suoi risultati hanno sollevato, ovvero che i giovani siano sempre di meno e ancor meno stabilmente inseriti nel mercato del lavoro, laddove i nonni siano sempre di più ancorché in misura crescente attivi economicamente, rappresenta ormai un tratto del sentire comune nel nostro paese, prima ancora che una evidenza empirica che è possibile rintracciare nelle maglie delle analisi dei dati di fonte istituzionale.

A leggere la nota stampa del Censis prima, e il rapporto di ricerca poi, il quadro delineato dai risultati è certamente ricco e sfaccettato. Talmente ricco da domandarsi perché giungere poi – come sempre si sta tendendo a fare quando se ne discute – a ridurre la questione del cambiamento demografico che stiamo attraversando a una contrapposizione tra i più giovani e i più anziani.

Perché è vero che nellultimo quinquennio il numero di giovani occupati è andato declinando e invece quello degli adulti ha confermato il suo crescendo. Ed è altrettanto vero che queste tendenze possono in parte essere ricondotte a meccanismi tipicamente di mercato del lavoro, ovvero di una domanda che si orienta verso unofferta di un certo tipo (gli adulti) a scapito di unaltra (i giovani). Ma in realtà c’è di più.

Un elemento che merita di essere commentato è proprio quello che riguarda le tendenze allimpiego di quelli che in lingua inglese sono etichettati come older workers e che in italiano chiamiamo in modo improprio lavoratori anziani, ovvero i 55-64enni. È certamente nellevidenza dei dati il fatto che il tasso di occupazione di costoro nel corso degli ultimi anni si sia incrementato, così come lo ha fatto quello degli ultra 65enni, e anzi guardando alle diverse classi che compongono la popolazione in età attiva in realtà gli older workers sono gli unici che hanno fatto segnare non un arretramento ma un avanzamento in periodo di crisi. E tuttavia, come si è detto, questo non è primariamente un risultato dovuto al riorientarsi della domanda di lavoro verso i senior stessi (fatto che presupporrebbe che i datori di lavoro si indirizzassero per le proprie scelte di assunzione verso una popolazione adulta alla ricerca di occupazione se non addirittura inattiva, da cui la crescita del tasso di occupazione della classe di età 55-64 anni) bensì a quello che prende il nome di effetto coorte, un meccanismo che in tempi recenti si è visto allopera sulla stessa fascia di popolazione e in modo altrettanto evidente in un paese come la Germania, per esempio. Ma cos’è leffetto coorte?

Leffetto coorte deriva dal fatto che ogni classe di età è composta di anno in anno da coorti anagrafiche differenti. Per fare un esempio, nel 2010 tra i 55-64enni figuravano le coorti di nati tra il 1946 e il 1955, nel 2011 i nati tra il 1947 e il 1956 e così via. In questa staffetta delle coorti anagrafiche da una classe di età a quella successiva si trova la spiegazione delleffetto che le coorti stesse tendono a generare nelle statistiche ufficiali. Quello che sta succedendo è che stanno entrando a far parte della classe di età dei 55-64enni le coorti nate a partire dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, ovvero una generazione che ha tendenzialmente iniziato a lavorare da diplomata a metà degli anni Settanta, una fase storica delloccupazione a forte espansione femminile: sono infatti gli anni a partire dai quali il tasso di attività delle donne da poco più del 20% inizia la sua lenta ma inarrestabile crescita, ben lungi dallessersi esaurita oggi, quasi quarantanni dopo. In altri termini, coorti differenti portano allinterno della classe di età comportamenti e propensioni – in questo caso alla partecipazione al mercato del lavoro – sedimentatesi nel corso del tempo in maniera differente. Riprova di quanto affermato è proprio il tasso di occupazione delle donne 55-64enni nel nostro paese, cresciuto di quasi 7 punti percentuali negli ultimi cinque anni, contro i quasi 5 punti guadagnati a livello maschile.

Prima ancora che di nonni che tolgono opportunità di lavoro ai giovani, occorrerebbe dunque entrare più da vicino a osservare cosa ciascuna generazione – o meglio, alla luce di quanto detto, ciascuna coorte di età anagrafica – porta alla composizione della fotografia che la tradizionale lettura a partire dalle classiche categorie di età non consente di cogliere. Alla luce di ciò sarebbe poi altrettanto interessante andare a comprendere cosa realmente stia accadendo allinterno delle organizzazioni di lavoro, dove certamente la dinamica intergenerazionale non si riduce semplicisticamente a un gioco di disequilibri tra giovani e anziani ma anzi si arricchisce di un ulteriore elemento fondamentale: il ruolo, la funzione e posizione assunti e assolti dalletà di mezzo. Francesco Marcaletti”

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Troppo stagionato?

Da parte di Tiziano: E’ una cosa che mi chiedo in continuazione in questi giorni: sono troppo “stagionato” per buttarmi in una nuova relazione stabile con una donna ? Ne compio 65 tra poco e alle spalle ho un lungo periodo da single, fino ai quarant’anni, poi finalmente mi sono innamorato di quella che è diventata la mia compagna, ma è durata “soltanto” dieci anni e poi abbiamo capito che non poteva continuare. Dopo questo, che per me è stato il rapporto sentimentale più importante della vita, sono tornato a stare da solo. In questi anni non sono mancati dei rapporti affettuosi con altre donne, ma lo sapevo che non ero veramente preso da queste storie. Finché mi è stata presentata da un’amica una persona che ho trovato subito fantastica, con cui ci siamo intesi all’istante e…va bé diciamolo, mi sono innamorato perso. Anche lei ha ricambiato gli stessi sentimenti e stiamo iniziando a frequentarci. Lo so che uno dovrebbe dirsi: sei fortunato, goditela e non farti problemi. Io invece mi faccio venire un sacco di dubbi, perché mi domando se ho ancora l’età per costruire una vera coppia, ad esempio per immaginarmi di andare a vivere sotto lo stesso tetto. Non riesco a nascondermi le difficoltà e le paure di una relazione stabile. Lei ha dieci anni meno di me, è ancora impegnata nel lavoro e la natura alla mia età non perdona, dieci anni di differenza andando avanti saranno tanti. E poi confesso che temo un po’ di senso del ridicolo, ad esempio nei confronti dei suoi figli, nel comportarci come una coppietta di ventenni. E’ vero che a cuor non si comanda ma l’età dovrebbe portare saggezza…  In foto: coppia senior innamorata.

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Vivere da sole

Le donne senior che vivono da sole sono moltissime.  Un’idea indiretta la danno le statistiche sullo stato civile: nel 2012 in Italia le over60 vedove erano circa 3 milioni e mezzo, circa 720.000 le nubili e intorno a 200.000 le divorziate. Anche cambiando il perimetro, ad esempio prendendo in considerazione soltanto le donne tra i 55 e 75 anni, i numeri rimangono molto elevati: più di 1 milione e trecentomila vedove, quasi 600.000 nubili e poco meno di 300.000 divorziate.

Insomma, pur considerando che tra le non coniugate c’è chi vive con i parenti, chi in comunità, chi con un nuovo compagno, comunque le italiane tra i 55 e i 75 anni che vivono sole sono tantissime.  E il confronto con gli uomini risulta quasi impossibile, cambia proprio l’ordine di grandezza dei vedovi: tra i maschi della stessa fascia di età infatti i vedovi sono “solo” 267.000; numeri simili alle donne invece per quanto riguarda i divorziati (poco meno di 200.000) e i celibi (quasi 600.000).

Come se non bastassero le statistiche di casa nostra, rimbalza poi dagli Stati Uniti un dato che fa capire come il fenomeno non riguardi solo le italiane: sostiene infatti l’ente “Administration on aging” che ben il 37% delle donne americane sopra i 65 anni vivono da sole.

Sono numeri che fanno impressione e, come sempre ormai accade quando si parla delle nostre generazioni, ai cambiamenti quantitativi si accompagnano delle trasformazioni radicali anche qualitative, cioè cambiamenti anche negli stili di vita e nelle preferenze individuali.    Ricordate la vecchia e consunta cartolina delle donne sessantenni che quando si trovavano a vivere da sole pativano questa loro condizione e la consideravano come una sventura ? Oggi invece non sono pochi i segnali che dicono che per tante non è più così e che le senior attuali stanno (tanto per cambiare!) sfidando gli stereotipi e ridefinendo i modelli tradizionali.  Infatti stanno irrompendo sulla scena generazioni di donne che, prima di arrivare all’ età da senior, hanno cercato e sperimentato nella vita condizioni di libertà, donne che in numero molto maggiore delle loro madri hanno fatto parte del mondo del lavoro, che hanno desiderato e spesso raggiunto l’indipendenza economica e che se la sono sempre sbrigata autonomamente nei rapporti con il mondo.

Cosa di più naturale allora dell’intraprendere un nuovo tratto di vita in modo pienamente autonomo, in cui il vivere da sole non sia una penitenza o una condanna, ma una scelta o per lo meno una condizione di benessere ?

Margaret Manning, che attiva la community Sixty and Me, di recente ha chiesto alle 35.000 partecipanti della sua community americana se preferirebbero vivere da sole, con altri o in una comunità. Il 95% delle donne over60 che ha risposto – riferisce la Manning – ha detto “da sole”. Nell’argomentare le loro risposte molte hanno sostenuto di voler semplificare la loro vita in spazi più piccoli, di essere intenzionate a rimanere indipendenti e di voler rimanere collegati alla famiglia e agli amici anche attraverso la tecnologia. Soprattutto, ne emerge che il vivere da soli non è una condanna alla solitudine, nemmeno quando l’età avanza. D’altra parte Eric Klinebert, autore di “Going solo”, libro in cui racconta “la straordinaria ascesa e l’appeal straordinario del vivere da soli” ha condotto ricerche da cui si dimostra che statisticamente le persone che vivono da sole socializzano e stabiliscono reti di relazione più di quelle coniugate.

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Sognare una nuova vita, perchè no?

Scrive Aurora: Anche io sono sui 60, modesta pensionata, niente legami stretti, a nord-ovest fra le nebbie, a parte dei nipoti che non vedo mai e poi impegni con associazioni e volontariato; amici, pochi. Mi son detta: se provengo da una bellissima antica città del sud sul mare ed ho anche dei cugini integrati laggiu’, associazioni omologhe, il caldo (condizionatore permettendo), ricordi delle vacanze d’infanzia, perchè non chiudere baracca e mobili compresi, senza aspettare il nuovo amore, sono anche io passabile, e traferirmi in meridione ? “BENTORNATA al sud” mi dice una voce interiore forte ed insistente. Aspetto i vs. commenti, guardando le agenzie immobiliari di laggiu’ e sognando: forse non è impossibile! PS mi piace scrivere racconti, con qualche piccola pubblicazione: perchè non cambiar scenario?

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La realtà dei senior e il nostro blog

Pubblico il messaggio inviato da Maria Cristina qualche giorno fa e la mia risposta. La realtà dei senior è composta anche da disagio e sofferenza: in che misura questo blog rappresenta pure questo pezzo di realtà?

Il messaggio di Maria Cristina: “L’anziano fatica ad accettare i limiti, il ‘ciak’ finale è una via d’uscita” leggo oggi sul Corsera nelle pagine (20-21) dedicate a Lizzani e al suo suicidio, ” L’unica eutanasia che concede l’Italia agli anziani. Gettarsi nel vuoto” riflette Ozpetek.
Perché le scrivo? Seguo molto questo spazio ma da un po’ di tempo a questa parte ho l’impressione che non riesca a rappresentare la realtà complessa degli anziani. Sono davvero tutti così energici e positivi, così pronti ai cambiamenti fisici e della condizione di vita, come sembra emergere dalla maggior parte delle storie? Di tanto in tanto emerge qualche criticità, ma nel complesso sembra che tutto vada a gonfie vele.
Lizzani infatti continuava a fare progetti, “era il più vitale di tutti” dice Scola, la mente degli anziani infatti rimane spesso troppo vigile, capace di guardare avanti, talvolta troppo avanti…  Ma la malattia grave della moglie e un fisico che non risponde, una condizione di vita che ti obbliga a fare i conti con i limiti e a rallentare i ritmi possono deprimere a tal punto che il vuoto diventa la tua scelta finale. Un terzo dei suicidi in Italia sono a carico degli over 65 (cito sempre il quotidiano) e sul totale degli anziani (presto il 30% della popolazione) la metà  soffre di depressione. E allora, mi piacerebbe che anche chi soffre avesse la forza di raccontare il suo disagio, trovando spazio su questo blog. E’ difficile, lo so per esperienza, io per la prima (65anni) evito di lamentarmi quando sto male, ma forse si può trovare insieme un linguaggio per far emergere il disagio profondo che spinge “la mente a rinnegare anche la propria razionalità”.
Grazie della sua attenzione, forse sono stata un po’ lunga, ma prima Monicelli ed ora Lizzani mi spingono a riflettere e a cercare un interlocutore attento ed appassionato come lei.
Un cordiale saluto.
Maria Cristina Rinaldi”.

La risposta di Enrico: “Cara Maria Cristina, ho molto apprezzato il messaggio che mi ha inviato, per due ragioni: la prima è che fa sempre piacere ed è sempre utile conoscere l’opinione sincera di chi ti legge e ti segue, la seconda è che i suoi spunti mi hanno obbligato a riflettere.  Mi sembra che il punto centrale dei suoi commenti sia: dato che la realtà è composta anche di disagi e di sofferenze, non solo di energie positive e di vitalità, perché nel blog non si dà più spazio anche a queste dimensioni ? Dico subito che condivido pienamente la sua fotografia di una realtà piena di ombre e non solo di luci. Anzi, tra le ombre potremmo aggiungere, oltre alle depressioni, ai suicidi e alle malattie debilitanti che lei cita, anche le difficoltà economiche di molti senior, le forti crisi d’identità a seguito dei cambiamenti, le paure dell’insignificanza dell’ultimo tratto di vita, le carenze del welfare e la non eccelsa qualità della vita riservata, almeno stando alle statistiche, alla terza e quarta età. Per dirla con una battuta di Piero Degli Antoni: “Che brutta età la terza età, figuriamoci la quarta!” Perché allora prevalgono, nei miei articoli e nelle storie che giungono al blog, gli ottimismi, le speranze, la segnalazione delle opportunità? Per quel che mi riguarda (cioè per quel che scrivo io), quando qualche anno fa ho iniziato ad interessarmi all’argomento dei senior, ho trovato una certa ricchezza di libri, saggi, pamphlet, ricerche, articoli di giornale e posizioni di associazioni, politici e sindacalisti che mettevano quasi tutte l’accento sui disagi e le carenze. Secondo la “vulgata” comune di allora, il mondo dopo i 55 anni era il mondo degli anziani pensionati: abbandonati, in solitudine e in declino. Stop. Che la realtà fosse in grande trasformazione (nuove età e fasi di vita, diversi costumi e atteggiamenti, migliori condizioni di salute, ecc, non sto qui a ricapitolare tutto quello che sicuramente lei avrà già letto), fino a pochi anni fa era quasi negato. E pure oggi, anche se i media stanno finalmente occupandosi di più di queste trasformazioni, mi sembra che ci sia una certa cecità nel vedere questa metà della mela.

Parlare, da parte mia, più delle opportunità che dei disagi è quindi un modo per me di segnalare a quelli della mia generazione e delle generazioni vicine alla mia (mi rivolgo tendenzialmente ai 55-75enni, non parlo di solito dei problemi dei veri anziani di oggi, gli ottantenni e i novantenni), che degli spazi per vivere con pienezza questa fase di vita ci sono e che la realtà innegabile dei problemi e delle sofferenze legate all’invecchiamento è solo un pezzo della realtà. Questa è la prima ragione del “taglio” del blog. La seconda ragione è che i messaggi e le storie che vengono inviate sono per lo più di chi vuole segnalare gioia di vivere, superamento di passaggi difficili, situazioni che non escludono la speranza. Non solo naturalmente: ricevo e pubblico anche storie di chi ha sofferenze e problemi, spesso di natura affettiva o psicologica o economica. Di solito non faccio selezioni e la censura l’ho esercitata solo in sporadici casi di testi non proponibili. E’ proprio che è più frequente la voglia di segnalare ottimismo di quella di segnalare disagio. Forse, come dice lei, perché si fatica ad esprimere il proprio malessere, forse perché è un riflesso della mia “linea editoriale”, forse perché sono rari gli spazi dove si può esprimere ottimismo, non so dare una spiegazione precisa… Insomma, sono d’accordo con lei che la realtà è fatta di luci e di ombre, che questo blog fa bene se fotografa tutta la realtà non solo una parte, ma credo che la ragion d’essere di queste pagine sia di proporre e segnalare soprattutto le possibilità, le soluzioni, le alternative positive e realistiche che i senior possono trovare in una realtà in profonda trasformazione.   Un cordiale saluto. Enrico”

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Uomini e donne: invecchiamo allo stesso modo ?

Non tutti invecchiamo allo stesso modo. C’è chi lo fa godendo di ottima salute fisica e mentale e chi invece deve occuparsi quotidianamente delle proprie malattie. Chi è capace e può permettersi di godere delle opportunità che vengono offerte ai senior e chi al contrario sperimenta questa fase di vita come un continuo declino. Chi guarda avanti con fiducia anche se consapevole che il tratto di vita rimanente è meno lungo di quanto già vissuto e chi invece invecchia abbandonando il gusto del presente e dei progetti, facendosi prendere solo dai ricordi del passato.

Differenze ! Differenze individuali, non c’è dubbio, molto legate alla psicologia di ciascuno di noi e alle nostre storie di vita personali (familiari e di lavoro soprattutto), che inevitabilmente ci condizionano anche quando invecchiamo. Ma ci sono anche differenze che sperimentiamo in quanto siamo parte di un gruppo sociale. Per ricordare le più evidenti: diverse sono la tranquillità e la possibilità di godere appieno delle opportunità offerte ai senior da parte di chi appartiene ad un ceto socio-economico elevato rispetto a chi invece fatica a campare con una pensione minima. Così come si farebbe fatica a parlare di terza età come degli “anni dorati” per un cittadino di un Paese sub-sahariano, mentre è nei Paesi ricchi che l’espressione è stata varata.

Anche rimanendo entro i confini del mondo occidentale da noi più conosciuto, una delle differenze nell’invecchiamento che mi pare avere più peso, ma che contemporaneamente è poco studiata, è la differenza di genere. Di fronte alla maggiore longevità, ad una “vita nuova” in cui si tende ad essere attivi, dinamici, mobili, informati, aggiornati, connessi, in apprendimento e in relazione con gli altri, in questa nuova realtà uomini e donne invecchiano allo stesso modo ?

Mediamente, le condizioni fisiche e di salute di uomini e donne over60 portano alle medesime opportunità o a differenze significative ? Le regole e le abitudini sociali conducono a un diverso modo di affrontare gli anni da senior o non vi sono sostanziali differenze ?  Come suggeriva in questo stesso blog Licia Riva qualche mese fa: la solitudine, l’uscita di casa dei figli, la cessazione del lavoro, l’evoluzione dell’aspetto fisico, non sono tutti aspetti della vita che sono affrontati diversamente da uomini e donne senior ?

Faccio solo due esempi, uno di natura medico-neurologica (le differenze di memoria) e l’altro di natura sociale (le attività a cui ci si dedica dopo il lavoro), per evidenziare come l’argomento meriterebbe di essere studiato di più.

Per quanto riguarda le differenze di memoria, uno studio di un paio di anni fa, condotto alla Mayo Clinic di Rochester e pubblicato sulla rivista Neurology, ha stabilito che nelle donne anziane il rischio di MCI (“mild cognitive impairment”, traducibile con “deterioramento cognitivo lieve”) è significativamente più basso che nei loro coetanei maschi, risultato che ha sorpreso i ricercatori, considerato che invece le varie forme di demenza senile sono più frequenti nel genere femminile che in quello maschile (per chi vuole approfondire vedi http://www.aan.com/PressRoom/Home/PressRelease/1018 ). Il MCI denota un deficit cognitivo maggiore di quello che ci si potrebbe attendere statisticamente ad una certa età, ma non compromette ancora il normale svolgimento dell’attività quotidiana. Se i risultati di queste ricerche saranno confermati, sarà utile pensare in modo diverso per uomini e donne senior ad esercizi cognitivi, ad attività sociali e ad attività di apprendimento e stimolazione del cervello ?

Il secondo esempio che porto riguarda le attività cui ci si dedica una volta che si è interrotta, o si è diminuita, l’attività lavorativa. Tutte le ricerche evidenziano che, con l’eccezione degli strati sociali più elevati, in Italia l’attività prevalente è la cura dei familiari, intendendosi di solito nipotini e genitori grandi anziani non più autosufficienti. Ma tradizionalmente le attività di cura sono demandate alle donne. E’ ancora vero oggi ? O i costumi, nelle generazioni che per prime hanno sperimentato gli effetti del femminismo, stanno cambiando e anche per i sessantenni maschi il dedicarsi a nipoti e genitori sta diventando normale, un modo per rimanere attivi ?

Sono solo due esempi, quelli che ho proposto, per segnalare che probabilmente una maggiore attenzione alle differenze di genere nell’invecchiamento ci potrebbe far capire di più cosa sta succedendo e  ci potrebbe dare indicazioni su come comportarci.

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Valorizzare le competenze dei senior

Mi sono imbattuto di recente nella notizia che sta per partire “Outplacement per il sociale”, una iniziativa per i senior che non hanno ancora raggiunto i 70 anni, già pensionati o nella fase di uscita definitiva dall’azienda, che desiderano mettere a disposizione il proprio capitale di esperienze e competenze al servizio della comunità.  L’iniziativa, articolata in incontri formativi e di outplacement, colloqui di counselling, progetti individuali e stage come volontari presso associazioni, è organizzata da Aldai (l’associazione lombarda dei dirigenti di aziende industriali), dalla no profit Associazione Nestore e dal Centro di servizi di volontariato della Provincia di Milano, con fondi del Governo messi a disposizione nel 2012 in occasione dell’anno europeo per l’invecchiamento attivo.

In luglio era apparsa un’altra notizia dallo stesso sapore, questa volta non in terre lombarde, ma liguri: è stato approvato e finanziato dall’Unione Europea il progetto Senior Capital, portato avanti dalla Regione Liguria in collaborazione con Auser, che sperimenta un servizio di accompagnamento e formazione alla progettualità personale dopo che si è concluso il periodo lavorativo, valorizzando in particolare una serie di azioni dei senior nei confronti dei più giovani.

Sono due buone notizie, che segnalano sia l’esistenza di un’istanza forte tra i senior, sia la possibilità di dare risposte positive a questa istanza. Il tema è che molto spesso le persone che hanno o stanno mettendosi alle spalle un lavoro che ha permesso loro di acquisire un significativo capitale di conoscenze e abilità, hanno voglia di riprogettarsi, di rimettersi in gioco, di sentirsi utili per gli altri anche se in modo diverso da prima. Sono moltissime le testimonianze raccolte che vanno in questa direzione e sono facilmente spiegabili con il fatto che chi sta abbandonando il lavoro o lo ha interrotto da poco ha a disposizione del tempo liberato e molto spesso unisce a questo la voglia di essere ancora parte attiva della società.

Un’istanza di questo genere si sposa molto bene con un’esigenza collettiva di riutilizzo di professionalità e competenze a favore del sociale (associazioni di volontariato, organizzazioni no profit, nuove generazioni). Purtroppo però, molto spesso il matrimonio tra questa istanza individuale dei senior e l’interesse pubblico non riesce perché manca la capacità di trasformare le proprie vaghe motivazioni individuali in progetti oppure per la non conoscenza dei luoghi dove si potrebbe prestare la propria opera in modo utile. Ben vengano dunque iniziative come quelle che ho citato se saranno capaci di dare uno sbocco alle istanze individuali e contemporaneamente di valorizzare un capitale di professionalità a favore della collettività. E ben vengano vostre segnalazioni di iniziative con le medesime finalità  In foto: due volontari.

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