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Il piacere di avere impegni

Scrive Gabriella: Care ragazze e cari ragazzi di sessant’anni, buongiorno a tutti. Una settimana fa sono rientrata in città, vivo a Milano, dopo un lungo periodo in campagna dove ho trascorso l’estate. So che sono fortunata perché posso permettermi vacanze così lunghe, d’altra parte sono in pensione da qualche anno e la casa dove passo l’estate l’avevo messa in piedi insieme a mio marito, che adesso purtroppo non c’è più, quando eravamo ancora giovani. Lì ho moltissimi ricordi e mi piace tantissimo curare il giardino e l’orto, è un posto dove le giornate mi passano veloci e dove mi sento a contatto con la natura. Ci sto bene, però faccio un po’ l’orso e questa invece non è una buona cosa. Anche perché non è completamente nella mia natura starmene da sola, diciamo che mi adatto alle situazioni, se ci sono le condizioni per la solitudine me ne sto da sola, se la compagnia è buona, viva la compagnia ! Adesso che sono rientrata in città, nel giro di pochi giorni mi sono immersa di nuovo nel clima e nel ritmo cittadino, ho ripreso i contatti con l’associazione dove faccio volontariato e mi hanno già coinvolta in due riunioni, mi sono iscritta a un corso di spagnolo, ho organizzato una cena con due vecchie amiche e sto prendendo un impegno con un piccolo editore amico per revisionare dei volumi che vorrebbe ripubblicare (è il mio vecchio lavoro) . Il piacere che ho provato nel ritrovarmi di nuovo attiva ed impegnata, dopo la lunga estate, è stato una bellissima sorpresa. Non che in campagna non fossi attiva (il giardino e l’orto, appunto), ma questi impegni cittadini mi danno una carica e una soddisfazione che non mi aspettavo. Forse sono anche rassicurata dal vedere che posso ancora fare delle cose utili e interessanti malgrado gli anni che passano. Ciao a tutti. Gabriella.  In foto: donna sorridente

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Non si tratta solo di sesso…

Nelle ultime settimane ho ricevuto, inviate alla rubrica “Invia la tua storia”, vari messaggi che parlano di Viagra, Cialis e Levitra.  Ne riporto un paio.

Sotto il titolo “Come dovrei comportarmi?”, Rossana scrive: “Siamo una coppia di ultrasessantenni. In questi giorni ho scoperto da vie traverse ma con i miei occhi, che mio marito fa uso spesso di Cialis a mia insaputa. Potrebbe anche essere normale, se portasse dei benefici anche a me. Ma c’è una piccola cosa che fa la differenza. Non abbiamo rapporti intimi io e mio marito pur vivendo nella stessa casa e nello stesso letto da tanti anni. Lui dice che lo prende perché lo fa stare meglio, ma meglio con chi? gli chiedo io. Il Cialis non è un’aspirina per il mal di testa, o sbaglio? Come può reagire seriamente una donna di fronte ad una cosa che sa tanto di presa in giro? Cosa può pensare e come si deve comportare una donna- moglie di fronte ad un simile fatto? Accetto consigli. Grazie”

Il secondo post che riporto è di Giorgio Boratto e racconta del suo libro: “Sono l’autore di un libro dal titolo Bourbon & Viagra che racconta di un cantante country quasi settantenne che trova con il Viagra una seconda giovinezza sessuale… Il romanzo racconta la cavalcata, attraverso le canzoni country, di Martin Hedger, un cantante che si muove tra il Missouri, Nashville, Memphis e l’Alabama sulle orme di Johnny Cash e Willie Nelson.  Con in testa un cappello da cowboy, Martin Hedger vorrebbe lasciare traccia. Ma viaggiando nel vento il suo mondo dura quanto una canzone. Martin è così: uno dei tanti che si stupiscono d’invecchiare, ma hanno riempito la loro vita di tutti gli elementi che lasciano un cappello pieno di pioggia. Martin Hedger ha il vantaggio di essere ironico e trova un senso comico nella sua ricerca di sesso a tutti i costi. Come finirà? Nessuna indicazione, ma la sua vita è piena di indizi.”

Il Viagra, copostipite dei farmaci che aiutano le prestazioni sessuali, ha compiuto 15 anni pochi mesi fa. Non c’è dubbio che, insieme ai ritrovati che l’hanno seguito, abbia prodotto una piccola rivoluzione non solo nei comportamenti sessuali, ma forse ancor di più nelle aspettative, nell’immaginario, nelle relazioni, nei sentimenti e nei timori di uomini e donne senior.

Secondo il rapporto Coop 2013, i consumi in generale continuano a calare. Di recente diminuiscono soprattutto quelli legati ai cosiddetti vizi: il consumo degli aperitivi è calato del 5%, quello dei superalcolici del 3%, il vino ha registrato un -4% e in due anni le sigarette fumate sono state il 14% in meno. Persino il caffè, che è parte delle nostre abitudini quasi quanto gli spaghetti, in sei anni ha avuto una contrazione del 21%. Viagra ed affini invece no, loro vanno in controtendenza: + 8% in due anni, complice sì l’uso anche da parte dei più giovani, ma soprattutto la maggiore diffusione tra gli over 55. Se questa non è una piccola rivoluzione nei costumi…

Se, come racconta Boratto, il viagra può aver portato sensazioni di nuove opportunità, nuovi modi d’invecchiare e pure un po’ di comicità e di autoironia, d’altra parte, come invece testimonia Rossana, la “virilità maschile a tempo” può produrre nuovi sbandamenti.

“Il viagra potrebbe essere l’ultimo sfasciafamiglie” ha sostenuto la giornalista Terry Marocco su Panorama, che argomentava così: “La seconda giovinezza sessuale dei maschi ha messo in difficoltà unioni che da tempo avevano superato brillantemente la crisi del settimo anno” e suggerisce che il raddoppio dei divorzi in Italia degli ultrasessantenni negli ultimi dieci anni sia attribuibile anche a questi farmaci. Nello stesso articolo si riporta l’opinione di Paola Beffa Negrini, psicologa all’Università Cattolica di Milano, che sull’argomento ha condotto uno studio per la società di geriatria: “Oggi gli uomini hanno più carte da giocarsi rispetto alle coetanee settantenni. E le lasciano più facilmente, credendo che tutto si possa risolvere con le pillole, anche se poi senza la vecchia moglie non sanno neanche dov’è la tintoria”. Davvero vogliamo pensare che l’aiutino non possa essere a beneficio anche delle coppie più assestate ?

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Passaggi d’età

Per Vivian Diller, psicologa e autrice di “Face it”, una guida per donne alle prese con le emozioni che derivano da cambiamenti importanti del proprio aspetto fisico quando si invecchia, la crisi di mezza età è quella che compare quando il passare degli anni si combina con cambiamenti biologici e psicologici. Non se se oggi si possa ancora parlare di “mezza età”, visto che nessuno sa più dire con sicurezza a quale età arriverebbe questa benedetta età di mezzo, ma è certamente vero che, come suggerisce la Diller, il passaggio dai cinquanta e dai sessant’anni sono quasi sempre contrassegnati da cambiamenti del proprio aspetto fisico e del proprio assetto di vita (sia per le donne sia per gli uomini), cambiamenti che in molti casi producono una crisi. Se non una vera e propria crisi di identità, quantomeno un numero cospicuo di interrogativi intorno a se stessi e alle proprie scelte di vita.

I segni di una crisi di questo tipo possono essere molti e diversissimi da persona a persona: ad esempio, c’è chi fatica a riconoscersi e ad accettare le rughe e gli appesantimenti che vede allo specchio, chi si sente in declino e non riesce più a pensare ad un futuro soddisfacente, così come c’è chi si domanda se ce la farà a proseguire nelle relazioni e nelle attività che una volta erano fonte di molte soddisfazioni e ora invece non suscitano più un briciolo di entusiasmo. C’è anche chi, invecchiando, fantastica di palingenesi senza aver mai modificato di un millimetro i propri cinquanta o sessant’anni precedenti e chi si aggrappa disperatamente al presente puntando all’immobilità, propria e del mondo intero. Certamente, è anche vero che molti vivono con la massima serenità il passaggio dalla condizione di adulto nel pieno della maturità a quella di senior, ma chi sperimenta la crisi può stare veramente male e può correre il rischio di incupirsi, di perdersi o, come diceva una testimonianza pubblicata di recente proprio su queste pagine, può persino desiderare di immergersi in un letargo interminabile.

In questi casi prendere coscienza del fatto che stiamo vivendo una crisi legata al passaggio d’età è già un passo avanti: tra le reazioni più comuni infatti c’è la negazione, anche a noi stessi, di quel che sta succedendo. Far finta di niente, evitare di rifletterci, pensare che è solo una giornata storta, è quanto di più umano possa esserci, ma non aiuta.  Accettare che qualcosa sta cambiando è invece già un modo per affrontare il problema.

Per tornare alla Diller, i suoi suggerimenti sono di evidente buon senso: immaginate di guidare e di trovarvi in una rotonda senza sapere la direzione da prendere, propone la psicologa. Ebbene, alcuni comportamenti sono sicuramente sbagliati. Tra i più frequenti, il provare a tornare indietro sulla strada da cui siamo venuti, ma ahimé il portare all’indietro l’orologio non è un buon rimedio, anzi è proprio impossibile. Anche continuare a girare intorno alla rotonda aspettando che qualcosa succeda produce solo confusione e alla fine paralisi. La soluzione più facile potrebbe sembrare il far finta che la rotonda non esista e proseguire diritto nella stessa direzione, ma andare avanti in automatico senza emozioni fa solo aumentare il rischio di depressioni e quasi per certo produrrà sentimenti negativi di mancanza di senso. Alla fine, presi dalla disperazione, potremmo prendere la prima svolta che capita, ma sarebbe come giocare alla lotteria. Gli errori da evitare insomma sono chiari. Cosa suggerisce di fare allora la psicologa ? Le mosse giuste sarebbero di prendersi una pausa, non reagire immediatamente, pensar bene allo step successivo e confrontarsi con chi ci sta intorno. E poi agire, per non passar la notte all’incrocio.

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Essere attivi da casa

Quando gli telefono, il mio amico Aldo coglie l’occasione per lamentarsi un po’: “Ma tu quando sei a casa riesci a concentrarti su quel che hai da fare ? Per me è difficilissimo, io sono sempre stato abituato ad avere un ufficio, non importa se nella stessa stanza c’erano altri che lavoravano, era il posto dove ci si poteva concentrare, tenere le proprie carte, c’erano tutti gli strumenti che ti servivano, i colleghi con cui scambiare le idee. Qui in casa lavoro ad una piccola scrivania che però non è isolata, c’è il passaggio continuo di mia moglie che tra l’altro fa una gran fatica a sopportare la mia presenza e io finisco con il distrarmi ogni minuto…”. Aldo in passato ha lavorato in università e poi in azienda, adesso ha 70 anni, è in pensione e quando dice “lavoro” intende l’attività di studio che non ha mai interrotto, oltre a quella che svolge per l’associazione di cui fa parte: in pratica legge dei documenti, scrive, fa delle telefonate. Appena può corre alla sede dell’associazione che però ha un’unica stanza dove si affollano decine di persone e così sconsolato se ne torna a casa.

Cristina invece da quando può svolgere parte del lavoro da casa, lei lo chiama teleworking, ha fatto bingo. Cinquantottenne, si occupa di assistenza alla clientela per l’azienda per cui lavora e la sua attività consiste in molte telefonate, molte email, scrivere dei rapporti, qualche visita diretta ai clienti e qualche riunione interna. Ha ottenuto dal suo capo e dalla sua azienda di non dover stare fisicamente sempre in ufficio per svolgere le sue incombenze. Di fatto si concede di stare a casa tre o quattro mezze giornate a settimana, durante le quali sbriga il lavoro al telefono, per email e al computer, avendo cura invece di essere in ufficio quando sono fissate delle riunioni e senza perdere appuntamenti presso i clienti. “Aria di libertà! – mi dice – Lei non ha idea di come ci si sente più liberi a far le cose da casa: niente divisa da lavoro e niente trucco, ritmi che decido io, e poi impiego la metà del tempo a fare le stesse cose perché in ufficio c’è sempre un milione di interruzioni inutili, mentre in casa di giorno sono da sola. Contenta io e contenta l’azienda !”

Anche Simone vede i lati positivi dello svolgere la sua attività da casa. La sua è una storia diversa da quella di Cristina, perché lui ad un certo punto, quando aveva 57 anni, il lavoro l’aveva perso e aveva necessità di trovarne un altro. Si è reinventato, nel senso che mentre prima lavorava nel mondo delle costruzioni, quando è rimasto a spasso ha pensato di mettere a frutto il suo interesse per il mondo della finanza e, dopo un periodo formativo, una società ha accettato di fargli fare il promotore finanziario telefonico: “Contatto dei possibili clienti, cerco di capire le loro esigenze e propongo dei prodotti finanziari. Se sono interessati un collega li incontra. Le soddisfazioni non sono molte, ma meglio che niente”. E’ un’attività che viene svolta tutta da casa, con una totale libertà di orario, cosa che a Simone fa molto comodo: “Pur avendo 61 anni, ho un figlio ancora dodicenne che va seguito. Mia moglie è molto più giovane di me ed è fuori tutto il giorno per il suo lavoro, sono io che me ne occupo e stando a casa è più facile”.

La propria casa eletta a luogo dove si svolgono le proprie attività è una realtà per molti senior, sia per coloro che hanno terminato l’attività lavorativa retribuita e sono in pensione, sia per coloro che ancora lavorano. Ovviamente lo è sempre stata anche per le tante casalinghe che della propria abitazione hanno fatto per decenni il loro centro di gravità. Anzi, fino a non molto tempo fa era vincente lo stereotipo tradizionale: quello della moglie casalinga, regina della casa, che ad un certo punto, quando il marito andava in pensione, se lo ritrovava tra i piedi a tutte le ore e sperava che continuasse a trovare qualcosa da fare altrove. E lui, disorientato dalla perdita dei ritmi e dei luoghi lavorativi, si sentiva come un pesce fuor d’acqua, senza saper bene neppure dove sedersi a casa propria. Forse è un affresco troppo caricaturale, però è anche una realtà tuttora diffusa. A cui si sta accostando l’idea che, sia prima sia dopo la pensione, tra le mura domestiche si può continuare ad essere attivi.

Ad esempio, la propria abitazione può diventare il luogo dove dedicarsi alle proprie passioni artistiche o il laboratorio dove sperimentare le proprie abilità artigianali, ma soprattutto da casa tutti possono svolgere, grazie alle tecnologie attuali, molte attività, soprattutto quelle web-based, siano esse di natura lavorativa o no.

Anche se in Italia il lavorare da casa è un fenomeno ancora marginale (una quota, nel 2012, compresa fra il 2,3% secondo i dati Dasytec il 5% secondo i dati Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano), è immaginabile che questa formula incontrerà sempre di più il favore delle imprese e dei lavoratori più avanti negli anni, oltre che delle lavoratrici mamme. Su questi terreni è sempre bene guardare a quel che succede oltreoceano, perché spesso là questi tipi di fenomeni sono anticipati: ebbene, il Bureau of Labor Statistics sostiene che un quarto degli impiegati americani lavora da casa qualche ora ogni settimana e, secondo il Family and Work Institute, nel 2012 il 63% dei datori di lavoro ha dato la possibilità ai propri dipendenti di lavorare da casa. E in molti casi sono i senior a sfruttare questa opportunità.

Avere a casa propria uno spazio riservato dove poter stare connessi ad internet in tutta tranquillità sembra dunque essere una nuova esigenza da soddisfare.   Rimanere attivi anche da senior e stare a casa propria non sono più necessariamente condizioni tra loro incompatibili. Tutti vogliamo rimanere attivi: oggi si può farlo anche da casa.

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Sulla via della saggezza ?

Sono Silvia, ho appena compiuto 69 anni in buona salute. Abito in una bella cittadina del Piemonte, e vivo in una palazzina, sola, in un grande appartamento di quattro stanze, confinante col giardino di una villa, vicino al centro storico, al terzo piano. Ho sempre saputo che non avrei potuto godere per sempre di quest’abitazione che amo molto, perché non c’è l’ascensore. Ora si è liberato un piccolo alloggio di proprietà di mio genero, quinto piano con ascensore, sarò più vicina a mia figlia e ho deciso di andarci ad abitare. Lo stiamo ristrutturando: sarà un open space più camera da letto , servizi e una grande terrazza. Mia figlia, architetto, mi sta dando i migliori suggerimenti, ma naturalmente devo lasciare molti mobili, molte cose, molti ricordi. Pazienza la mia collezioni di zuccheri dei bar più prestigiosi ( sto incominciando ad usare le bustine doppie..) ma i libri, le giacche, i vestiti, le stoviglie che ho qui in armadi e librerie che dovrò abbandonare?
Leggo sulla stampa che i baby boomer in America lasciano le villette con giardino e tornano a vivere nei centri cittadini, adattandosi a vivere in meno spazio, per tagliare le spese di trasporto e di riscaldamento. E’ il downshifting . Secondo Wikipedia si tratta di un “comportamento sociale o una tendenza collettiva , per cui gli individui adottano modi di vita più semplici, per sfuggire al materialismo ossessivo, per ridurre lo stress e i danni psichici che ne derivano”
Certo è un comportamento positivo quando avviene per scelta volontaria, meno se sei costretto a ridurti a causa di un cambiamento di stile di vita dovuto a minori introiti.
Non è il mio caso, per fortuna, e allora, rinfrancata dal far parte dell’attualità, devo darmi delle regole ferree: avrò una sola libreria, perciò i libri che ho pochissime probabilità di aprire li donerò a piccole biblioteche dei paesi vicini, che ho già contattato; vestiti , giacche, pantaloni e scarpe ne terrò due o tre per stagione e qualità, i più belli e recenti e che porto veramente; avrò una piccola cucina, perciò farò scatoloni di stoviglie per Associazioni che li vendono o li riusano; non avrò più lo studio, e allora via una delle due scrivanie, quella antica, più bella o quella moderna più grande e funzionale? Ma …Poi tante cose via nella raccolta differenziata, senza pietà. Terrò solo le cose a cui tengo di più, che mi sono consentite dagli armadi e dagli spazi che ho, tanto i ricordi sono dentro di me e quelli nessuno me li può far buttare.
Mi sento sulla via della saggezza, sarà vero?  Sopra: una bella foto inviata da Silvia

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Esperimenti di co-abitazione

“Non vogliono immaginare il loro futuro né con badanti né in case di riposo né nella solitudine della loro casa. E’ il momento giusto per lanciarsi in un investimento sulle nuove soluzioni abitative per i baby boomers! Il fenomeno sta esplodendo: sono tantissimi i 50enni e 60enni che si stanno chiedendo come e dove abiteranno nei prossimi anni. Cercano degli spazi, delle comunità non invasive dove ci sia completa autonomia ma anche rapporti umani e servizi comuni.”  Così provava a convincermi qualche giorno fa un amico di qualche anno più giovane che non vedevo da qualche tempo e che era ispirato dalla ricerca di settori di business dalle buone prospettive e dalla sicura crescita.  Credo che l’analisi del mio amico sia corretta per molti versi: è vero che i senior, soprattutto quelli ancora in forma, quando pensano al loro futuro lo fanno con una certa inquietudine e storcono il naso alle ipotesi delle badanti e delle case di riposo. Bisogna però vedere quanto è forte la motivazione a 55, 65 anni, a cambiare la propria abitazione attuale e a cimentarsi in qualche forma di  co-abitazione che, per quanto non invasiva e vantaggiosa, pone non pochi punti di domanda.   Se si guarda a quel che succede in altri Paesi, ad esempio negli Stati Uniti, pare proprio che la tendenza segnalata dal mio amico sia vera, ma non dobbiamo mai dimenticarci che l’Italia spesso sfugge alle tendenze quando c’è di mezzo la casa e la famiglia. Secondo quanto riferisce Sally Abrahms, che scrive di baby boomers e di invecchiamento, negli USA il numero di persone che vogliono vivere in share housing e di proprietari di case che vogliono condividere l’abitazione è in forte aumento e tra questi la parte del leone la fanno le donne over 50 che cercano soluzioni abitative insieme a coetanee. Un esempio è dato da Louise, Karen e Jean che hanno messo in comune le loro sostanze, hanno acquistato una casa insieme e della loro esperienza parlano in un libro dal titolo eloquente: “My House, Our House”. Louise, psicologa, era pronta ad andar via da casa sua quando i suoi figli sono diventati grandi; Karen, di lavoro consulente e per questo obbligata a continui viaggi, ha aderito all’idea, felice di aver qualcuno che abita casa sua quando lei è via e che le curi il gatto; Jean, infermiera, si era lasciata col marito e dopo un periodo in affitto ha pensato che fosse meglio la soluzione in comune. “E’ come vivere con due meravigliose sorelle” dice una di loro.  Certo è importante che via sia qualcosa di più di un feeling positivo, dato che i soldi che hanno messo in comune, e che continuano a condividere mese dopo mese per le spese, non sono pochi. Senza contare la necessità di una convinta adesione alle regole comuni. Per dirne una, hanno stabilito che nessuna di loro abbia ospiti notturni per più di sette giorni consecutivi.

La scelta di Louise, Karen e Jean è sicuramente impegnativa. In altri casi i vincoli possono essere minori. In ogni caso, è fondamentale la forza delle motivazioni che spingono in questa direzione. Un simpatico video <http://video.corriere.it/co-abitare-torino-esperimenti-convivenza-collettiva/788c961a-d437-11e2-9edc-429eec6f64c6>, girato in Italia, a Torino, e con protagonisti non dei senior, ma dei trentenni che hanno fatto una scelta di cohousing, mostra quali possono essere le motivazioni forti che spingono a realizzare questa idea: socializzare, trovare degli amici, condividere momenti di vita, aiutarsi, trovare e dare solidarietà, migliorare la qualità della vita, aggregarsi… sono queste le parole d’ordine che escono dalle testimonianze delle persone del filmato.

Sono motivazioni che, unite a quelle economiche (che valgono a tutte le età, sia in America che da noi), possono spingere anche un senior a fare un’esperienza di convivenza collettiva?                 In foto: Louise, Karen e Jean nella loro casa

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La mia memoria sarà normale ?

Lo dichiaro da subito: il calo della memoria è una delle cose che mi mettono più in apprensione. Non che non sia abituato a dimenticare in fretta date e nozioni, questo mi è sempre successo, anche da ragazzino mandare a memoria le poesie o ricordare le date delle battaglie non è mai stato il mio forte, ma è innegabile che da un po’ di tempo a questa parte i buchi di memoria diventano più frequenti. Mi consolo un po’ quando vedo che più o meno tutti i miei coetanei sono alle prese con lo stesso problema, ma il punto è proprio questo: sarò nella norma? c’è modo di capire se le mie capacità mnemoniche stanno declinando prima del dovuto ? e in ogni caso come si fa a rimediare o almeno a rallentare il declino ?

Naturalmente non sto parlando dei ricordi di vecchia data. Quelli sono ancorati e saldi nella mente: sono capace di ricordare nel minimo dettaglio una conversazione importante avvenuta vent’anni fa e di ricostruire ambiente, fatti e personaggi di episodi lontanissimi che per me hanno avuto un significato particolare o che mi avevano emozionato. Non sto parlando di questo, ma della memoria a breve termine, di quelle centinaia di informazioni che costellano la nostra esistenza quotidiana e che, non appena voltato lo sguardo altrove, abbiamo già scordato. Ad esempio, se tra il lusco e il brusco ti chiedono: “titolo, regista e principali attori degli ultimi tre film che hai visto ”, rispondi subito o cominci a fare giri di parole per prendere tempo ? “Come si chiamavano le cinque principali località del posto che hai visitato sei mesi fa?” (Londra o Berlino non valgono, contano solo i nomi di quelle cittadine che prima del viaggio non avevi mai sentito nominare). E se poi a cena non ti ricordi più cosa hai mangiato a pranzo, o la maggior parte delle volte che ti sposti da una stanza all’altra a metà percorso non sai più perché lo stai facendo, allora la cosa comincia  a farsi seria. 

Mi ha colpito – sarà per questa mia apprensione che dicevo prima – l’esperienza di una editor americana, Lisa Davis, che ha raccontato di recente in un articolo apparso sulla rivista dell’AARP la sua visita al Neurology Institute for Brain Health and Fitness vicino a Baltimora, con l’obiettivo di farsi misurare la memoria e di avere suggerimenti su come migliorarla e conservarla. Non so se mi sottoporrei alla medesima visita, ma mi sembra comunque interessante sapere che si stanno sviluppando pratiche di questo genere. Nel suo resoconto di un giorno e mezzo di visita, la Davis racconta di diagnosi multidisciplinari, tutte basate sul princìpio sostenuto dal guru dell’istituto, Majid Fotuhi, secondo il quale sono soprattutto gli stili di vita e le routine quotidiane a condizionare le nostre menti, e quindi a spiegarci eventuali problemi di memoria; meglio quindi occuparsi di essi piuttosto che solo delle componenti fisiologiche del cervello.  L’assessment a cui si è sottoposta la Davis è iniziato da una verifica dei riflessi fisici e del vigore complessivo. Poi è proseguito con il parlare di sé e con la ricostruzione della propria storia medica. Non sono mancate domande sul livello di colesterolo, sulle abitudini di esercizio fisico, sul sonno e sui livelli di stress a cui si è sottoposti. Queste domande sono legate alla convinzione che alcune condizioni di contesto producono effetti sul funzionamento del cervello: ad esempio, l’obesità e la pressione alta, ma anche la carenza di sonno e gli stati depressivi, favorirebbero il declino mentale.  Naturalmente nell’assessment cognitivo non potevano mancare dei test di memoria, che alla Davis hanno ricordato i test attitudinali a cui veniva sottoposta alle scuole elementari. E infine la ricognizione si è allargata ad un esame radiologico e alla verifica di come fluisce il sangue nelle arterie che alimentano il cervello.  Un assessment completo, non c’è che dire ! Al termine, la Davis è stata rassicurata sull’ottimo livello delle sue capacità cognitive e sul perfetto flusso sanguigno e le è stato raccomandato un percorso di tre mesi a base di esercizio fisico, meditazione e giochi al computer. Soprattutto, le hanno spiegato che il cervello va considerato come un muscolo: va tenuto in esercizio e tonico, se no si immiserisce  e diventa inutile.    “La memoria umana, melmosa e parziale, sfugge a qualsiasi tentativo di contenerla” così ha scritto un commentatore del famoso dipinto di Salvador Dalì “La persistenza della memoria”. Chi avrà ragione ?

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Futuro misterioso e progetti di vita

“Si ha un bel dire: ricomincia !, reinventati !, inizia una nuova vita ! Facile a dirsi, meno facile a realizzarsi. Soprattutto chi ha percorso trenta o quarant’anni lungo dei binari dritti, senza aver bisogno di prodursi in molte giravolte, con lo stesso lavoro, gli stessi interessi, frequentando più o meno sempre le stesse persone, fa una fatica del diavolo a dare un nuovo senso alla propria vita quando cambiano tutte le coordinate e intorno non ritrovi più lo stesso panorama”. Questa è la riflessione che mi sono sentito fare recentemente da un conoscente, anni 64, che aveva interrotto dopo molti lustri l’attività professionale. Ragioni dell’interruzione: un calo improvviso del lavoro con i clienti che sembravano spariti nel nulla e in sovrappiù un intervento chirurgico – niente di grave ma quasi due mesi fuori gioco – che non gli avevano permesso di reagire come avrebbe voluto. Da lì la decisione, tanto drastica quanto obbligata: chiusura dello studio e inizio di una nuova esistenza. Nuova, ma mai immaginata, mai progettata fino a quel momento e proprio per questo misteriosa e un po’ paurosa.  Al di là delle circostanze specifiche, non è una situazione così isolata quella in cui mi sono imbattuto e che vi sto raccontando. E’ esperienza di molti che il disorientamento la può fare da padrone quando ci si trova a modificare i riferimenti della propria vita senza un minimo di preparazione.

E’ altrettanto vero che sono moltissimi coloro che trovano subito mille interessi e impegni che riempiono l’esistenza, così come sono numerosi anche coloro che si godono con il massimo piacere il dolce far niente, ma questo non elimina le difficoltà di chi è abituato ad una giornata cadenzata da orari, attività, relazioni  ben definite ed improvvisamente percepisce intorno a sé il vuoto. Scoprire per tempo le proprie passioni, i propri interessi e le proprie motivazioni, al di là del tran tran consolidato, è certamente una buona mossa per evitare di cadere nella trappola della “vita senza senso”, ma riuscirci non è da tutti.

Il punto poi è che le esperienze raccontate da tantissimi senior testimoniano dell’insufficienza di una attività di riprogettazione e di reinvenzione una volta per tutte. Al contrario pare – da molte testimonianze – che i nuovi progetti e interessi ai quali ci si dedica una volta raggiunti i cinquanta – sessant’anni abbiano delle caratteristiche di “transitorietà”. Sono pochi cioè i “progetti di vita” che riescono a durare per i due o tre decenni successivi, mentre è molto più probabile che i nuovi progetti, interessi e attività a cui ci si dedica abbiano una durata relativamente limitata, vuoi per motivi di salute, vuoi perché oggi tutto ciò che riguarda le nostre vite ha minore stabilità nel tempo. Ecco quindi che siamo chiamati a mettere in campo una capacità di rinnovamento continuo, a dimostrare – paradossalmente proprio quando l’età avanza – una disponibilità a rimetterci in gioco ogni poco, disponibilità che magari nel corso della precedente vita adulta non ci era stata richiesta.

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Reinventarmi è quel che so fare

Da parte di Susy: Reinventarmi è tutta la mia vita. L’ho sempre fatto, è stato il mio modo di vivere e di sopravvivere e adesso che ho superato i sessanta non vedo altro modo per guardare avanti.
Nella mia prima vita ero una creativa che lavorava in un’agenzia di pubblicità, era il periodo che la pubblicità era ancora un mondo di sogni e di grande fascino, ti facevano lavorare fino a tardi la sera ma l’ambiente ti teneva viva. Ero a contatto con molte aziende e quando ti riusciva una campagna ti sentivi contenta. Dopo qualche anno però non ne potevo più dell’ambiente, mi sentivo vuota e volevo cercare di più me stessa.
Così ho lasciato la pubblicità e ho cominciato a girare per il mondo, mi fermavo qualche mese nei paesi dove andavo, campavo insegnando l’italiano cercando quei pochi che lo volevano imparare e io studiavo la lingua locale: è così che ho imparato un po’ l’inglese, il portoghese, lo spagnolo. A volte facevo l’accompagnatrice di viaggi organizzati e anche questo era un modo per girare il mondo. Questa seconda vita l’ho fatta per quasi cinque anni, finché ho incontrato quel che è diventato mio marito. L’ho conosciuto in Italia, anche se lui è francese. Aveva un lavoro per cui si doveva trasferire per la sua compagnia per dei periodi lunghi in paesi diversi e io, terzo cambiamento!, ho cominciato a fare la moglie devota che lo seguiva dovunque andasse. Sono diventata madre di due marmocchi, li ho cresciuti e facevo qual che fanno le mamme, con l’aggiunta che cercavo di farli sentire a loro agio anche se continuavano a cambiare città, lingua e amici. Mi dedicavo anche a cucinare e cercavo di imparare i piatti locali. Quando dovevo organizzare delle cene a casa nostra, mi esibivo in sofisticate combinazioni italiane e del Paese che ci ospitava in quel momento e l’effetto era sempre notevole.
Ad un certo punto ho capito che il mio matrimonio non stava più in piedi e mi sono ritrovata nuovamente a reinventarmi. I ragazzi erano diventati abbastanza grandi e una sera, quando un’ospite si è complimentata per la mia cucina e mi ha proposto di unirmi a lei in un’impresa di catering, non ci ho pensato due volte. Le ho detto subito di sì, ho cercato un appartamento dove andare a vivere e mi sono buttata nel mio nuovo lavoro, che per fortuna ha avuto successo e che ho continuato per quasi dieci anni. Finché dall’Italia non mi sono arrivate brutte notizie sulla salute dei miei genitori e insieme una grande improvvisa nostalgia delle origini. Ho mollato tutto e sono tornata per prendermi cura di loro. Sto cercando di convincere anche i miei figli che l’Italia può essere un bel posto dove vivere. Sono pronta per reinventarmi ancora. Qui mi sto rendendo conto che di stranieri che hanno bisogno di imparare l’italiano ce n’è tanti e non è escluso che mi dedichi ad insegnare loro la nostra lingua, però questo si vedrà, intanto mi guardo intorno, pronta a reinventarmi ancora.

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Lavoro e dintorni

L’imbianchino che si è presentato a casa mia ieri mattina per tinteggiare un paio di stanze sicuramente non ha meno di sessant’anni. Doveva essere aiutato dal figlio, che però non stava bene ed è rimasto a casa. Da solo, se l’è cavata comunque egregiamente, ha fatto un buon lavoro e ha completato l’opera nei tempi concordati.  Gli ho chiesto se pensava di smettere di lavorare e di passare la palla al figlio. “No – mi ha risposto – è un lavoro che faccio volentieri, i soldi servono e poi fare le cose insieme a mio figlio mi piace”.

Gli over65 che continuano a lavorare sono prevalentemente nel commercio, nelle professioni, nei lavori artigianali, nei servizi educativi e nella cura delle persone.  Spesso sono persone che svolgono un mestiere autonomo, che hanno rinverdito nel tempo le loro competenze e che operano in settori previsti in crescita (ad esempio, la cura dei grandi anziani) o dove la domanda di lavoro è più forte dell’offerta.

“Io sono a spasso da un anno – mi dice invece il 57enne Massimo – faccio manutenzione informatica e avevo due rapporti di lavoro abbastanza stabili con due aziende che però hanno entrambe deciso che costava meno rivolgersi a dei giovani. D’altra parte nel mio settore i giovani sanno fare le stesse cose che faccio io, anzi forse più velocemente di me, e non avevo nessuna possibilità di discutere. Adesso di essere assunto da qualcuno non se ne parla, cerco altri clienti ma c’è una grande concorrenza. L’unica strada che penso di battere è di trovare una nicchia di specializzazione nel mio campo e di rimettermi a studiare. I soldi messi da parte mi bastano per un paio d’anni, speriamo per allora di aver trovato una soluzione”. Molti disoccupati over50 hanno necessità di guadagnare, sono senza protezioni e vedono come sbocco possibile – a mio avviso a ragione – il riprogettarsi mettendosi ad imparare cose nuove che rendano aggiornate e appetibili le loro competenze di sempre.

Un terzo caso è quello di Roberta, che ha 62 anni, lavorava in banca, adesso riceve una discreta pensione, ma vorrebbe trovare un’altra occupazione part time che integri il volontariato a cui già si dedica: le interessa non perdere di vista la sua professione “storica” e soprattutto le serve guadagnare ancora qualcosa perché teme le spese, tutte sulle sue spalle, per la sua vecchiaia, per i suoi genitori ormai molto anziani eper suo figlio che deve ancora studiare.  “Chi sa fare contabilità come me trova sempre qualcosa” racconta “anche se certo, dove vado a presentarmi sono molto guardinghi, mi guardano come se fossi un animale un po’ strano, si chiedono perché non me ne sto tranquilla a casa”. Non è facile per un disoccupato cinquantenne trovare una nuova occupazione, ma neppure per un pensionato ritornare al lavoro quando lo desidera.

Infine Antonio, 63enne, un passato da operaio in un’industria: è stato accompagnato alla pensione otto anni fa, abita in un paesino di campagna ed è il lavoro a cercare lui, non il  contrario: infatti, in paese tutti lo cercano per vari lavoretti di manutenzione, un po’ fa il falegname, un po’ l’idraulico, un po’ aiuta a sgomberare case. “Vorrei seguire di più il mio orto – mi dice – ma non riesco a trovare il tempo”. 

Il tasso di inattività degli Italiani tra i 55 e i 65 anni rimane alto, intorno al 57%, e quello degli over65 altissimo, oltre il 95%, ma dietro a questi numeri statistici si celano tante situazioni concrete diverse, in cui il desiderio di essere attivi si coniuga ancora con la dimensione del lavoro.

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