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La voglia d’imparare è senza fine

Il bisogno c’è, la domanda è in crescita e l’offerta si è adeguata alla domanda.

Sto parlando del bisogno dei senior di continuare a tenersi mentalmente attivi e di sollecitare la propria curiosità e motivazione attraverso l’apprendimento di cose nuove. “Non si smette mai di imparare” potrebbe essere il primo slogan che rappresenta il fenomeno e il secondo potrebbe diventare: “continuare ad apprendere cose nuove fa bene alla salute e allo spirito”.

Il life long learning, l’apprendimento che continua per tutto il corso della vita, sembra un princìpio particolarmente adatto ai senior, non solo a coloro tra questi che sono ancora impegnati nella vita lavorativa e che dunque ci tengono a non diventare obsoleti, ma anche alle persone ormai uscite dalle attività lavorative più impegnative e che scoprono la grande soddisfazione che deriva dallo scoprire e imparare cose che non si conoscevano, dal ricevere il nutrimento di conoscenza che esperti della materia possono dare, dal condividere con altri le situazioni di apprendimento.

E’ un bisogno che si va diffondendo rapidamente e che si trasforma spesso in ricerca attiva di occasioni interessanti da parte del 50-60-70enne.  Altrettanto rapidamente si è andata costituendo un’offerta di opportunità di apprendimento, per lo più organizzata in attività no profit.

A parte le tradizionali forme di acculturamento e di apprendimento che vengono dalla lettura dei libri e, perché no?, da alcuni programmi televisivi e radiofonici, quel che colpisce è il diffondersi delle Università della terza età.  Ben tre associazioni riuniscono queste particolari università (Unitre con sede a Torino, Federuni basata a Vicenza e Auptel a Roma): ho provato a contare quante sono le Università della terza età aderenti a queste associazioni e mi è risultato un numero superiore a 250, con una diffusione in città sia grandi sia medie. Ma questa non è che la punta dell’iceberg, perché le iniziative “sommerse” che puntano a diffondere conoscenza tra le persone di questa età sono molte di più. Alcune di queste sono istituzioni con storia pluridecennale, altre sono di recente costituzione. In genere iscriversi (di solito lo si fa in settembre) richiede un abbonamento dal costo molto modesto, non sono richiesti requisiti particolari e la gamma dei possibili corsi a cui si può accedere è incredibilmente ampia. Leggere l’elenco dei corsi è affascinante. Solo per fare degli esempi, si può spaziare dalla cultura e civiltà cinese alla mitologia greca, dalla storia della musica al come leggere un quadro, da corsi di botanica a corsi sulla geografia del vino. L’arabo facile può essere un’alternativa agli incontri fatti nelle lingue più conosciute (inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo). Oppure ci si può aggiornare sul rapporto tra cibo e salute, si può provare a frequentare il corso di matematica per non matematici o imparare a conoscere le sfumature del jazz. E questi sono solo pochi esempi delle tante opportunità offerte.

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Un libro tira l’altro

E’ andata in onda su Radio 24, nel programma “Un libro tira l’altro”, l’intervista di Salvatore Carrubba a Enrico Oggioni sul libro “I ragazzi di sessant’anni”. Come si conciliano le nuove opportunità che si prospettano ai sessantenni con le nuove sfide che oggi questa generazione si trova ad affrontare ? Quanto è grande la divaricazione fra come affrontano la fase di “vita nuova” i senior in condizioni economiche privilegiate e gli altri ? Verso le generazioni dei figli e dei giovani prevale o no un sentimento di “restituzione” e di generosità ? Questi e altri i temi dibattutti nel corso dell’intervista.

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Davanti alla TV

L’immagine più trita e abusata dell’anziano solo è quella che lo prevede seduto in poltrona o in carrozzella, inebetito davanti alla televisione, diventata ormai compagna di vita per molte ore al giorno.  Qualche tempo fa mi è capitato di far visita ad un ricovero per anziani ed effettivamente molti degli ospiti erano depositati in sala tv, qualcuno seguiva i programmi, mentre la maggioranza non aveva più la testa per capire cosa stavano trasmettendo. In questo caso lo stereotipo triste coincideva con la realtà dei fatti.  Peraltro, anche l’anziano 80-90enne che sta bene e che se la cava in autonomia fa comunque parte di una generazione che si è abituata ad una dose quotidiana massiccia di piccolo schermo.

Tipicamente, l’informazione e l’intrattenimento per queste fasce di età viaggiano sul canale televisivo, che per le persone di quelle generazioni è stato sinonimo di benessere e di emancipazione.

Non c’è dubbio che anche le nostre generazioni, quelle dei cinquanta-settantenni di oggi, sono state cresciute a pane e televisione. Eravamo quelli del Carosello, la notizia dello sbarco sulla luna ce l’ha data la tv e i personaggi televisivi li conosciamo più di chiunque altro. Per decenni, per i pubblicitari è stato vangelo l’equivalenza: molti passaggi in tv uguale successo del prodotto da reclamizzare.  Uno diceva media e immediatamente pensava alla tv.

Ma l’impalcatura ha ormai iniziato a scricchiolare. Se è sicuro che le generazioni successive a noi stanno producendo una vera rivoluzione delle abitudini, dell’organizzazione dei media e del mercato pubblicitario, anche nel nostro caso i cambiamenti (o quanto meno la voglia di stare al passo con i tempi) si sta facendo strada con ritmi inimmaginabili sino a pochi anni fa.

Beninteso, nel corso delle mie indagini su come spendono quotidianamente il loro tempo i 55-65enni, la televisione fa ancora sempre capolino: fatta la tara ai pochi che l’hanno abolita, la gran parte non lesina il tributo quotidiano alla scatola nera, pardon allo schermo piatto. Eppure il mezzo televisivo è ormai diventato anche per noi uno dei tanti canali con cui tenerci informati e per l’intrattenimento, non è più il re incontrastato.

Forse la seguente notizia dovrebbe farci riflettere e stimolarci a prevedere cosa succederà nel prossimo futuro.  Pare che il 56% degli americani abbia appreso della notizia della strage di Aurora (quella del rosso tinto di capelli) da altre fonti non televisive. 
Da siti web il 14%, dalla tenacemente vitale radio il 13%, da facebook, twitter e altri social media il 5%. Naturalmente la forbice digitale si allarga tra i 18-24enni, tra i quali il 18% lo ha saputo con il passaparola, il 18% con facebook e tramite televisione solo il 21%. 
Sintesi: la rivoluzione digitale + il passaparola battono la televisione.

Siamo dunque una generazione di mezzo sul piano dei media, non tagliata completamente fuori dal cambiamento ma, da bravi nativi televisivi e non digitali, costretta ad una situazione  di perenne rincorsa verso le novità. In questo contesto la scelta di ciascuno è: sguardo rivolto all’indietro (“chi se ne importa di tutte queste novità che mi costano fatica e che appena ne ho imparata una ne esce un’altra!”) o sguardo proiettato in avanti (“anche se non sarò mai abile come mio figlio / mio nipote ho davanti a me ancora tanti anni in cui voglio sfruttare tutte le nuove opportunità e non esserne escluso”) ?

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La Vita

Oggi vi propongo due commenti: la veloce testimonianza di Maria sulla sua non sopita voglia d’ imparare e il commento di Patrizia che ha sperimentato un dilemma simile a quello raccontato due giorni fa da Adele. Riconoscere i propri desideri di oggi e proiettarsi in avanti mi sembra l’aspetto più importante di entrambi i commenti.

Maria: Ho 72 anni sono pensionata e ho i ricordi di mio nonno, che da bambina mi diceva: quando una persona non sa cosa fare …e non apprende, non è interessata, è pronta a morire. Io ho tante cose ancora da imparare da vedere e comunicare. grazie Enrico

Patrizia: Cara Adele, anch’io vivevo a Milano centro quando ho sentito il forte bisogno di vivere in un luogo più tranquillo. Il mio compagno mi ha seguito, ma solo per un po’. Poi (lui) è tornato in città. Credo che ad una certa età sia difficile sbagliarsi sui propri desideri e oggi, che entrambi vivete svincolati dall’impegno lavorativo, è certamente un momento di nuove decisioni. Se vuoi preservare la coppia bisogna affrontarle in coppia. Trovo difficile la decisione di una vita part time città/campagna, costoso e – oltremodo – difficile da gestire quando non si è più giovanissimi. Salvo prolungare un po’ di più il soggiorno vacanziero in campagna, diminuendo il tempo di vita in città, ma il rischio di questa non-decisione potrà essere quello che vedrà lui sempre più legato alla campagna e tu alla città. Prevarrà il desiderio/bisogno più forte: sarà il luogo dove vivere o il proprio compagno/compagna? Forse cederà chi si sentirà più insicuro all’idea di vivere solo…

 

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Curiosi come scimmie

Se vi accorgete che state perdendo la curiosità per quel che vi circonda vuol dire che state facendo un passo in avanti significativo verso la vera vecchiaia.  Questo succede quando, ad esempio, non interessa più capire a cosa servono e come funzionano i nuovi attrezzi tecnologici che girano per casa o che si vedono nelle mani dei figli e dei nipoti, quando ogni persona nuova che ci viene presentata è solo una scocciatura o quando si comincia a pensare che quel che si sa basta e avanza per gli anni che rimangono da vivere. In tutti questi casi è l’indifferenza il sentimento dominante.

L’esperienza che invece stanno facendo moltissime persone entrate nella fase di vita nuova verso i 55-60 e che vivono intensamente i successivi 25 e magari più anni, è che non smettono di essere curiose verso le cose del mondo e non rinunciano ad imparare. Anzi, sono tantissime quelle che trovano il modo, in questa fase della vita, di realizzarsi attraverso dei percorsi di apprendimento che non si sarebbero potuti permettere in altri momenti dell’esistenza.

  Se vi identificate in questa seconda tipologia di persone, sappiate che è già stata  inventata l’espressione sintetica con cui definirvi: “lifelong learners”, persone che appunto continuano ad imparare per tutta la vita.

Il senior di oggi ha questa splendida opportunità, di aumentare il proprio patrimonio di conoscenze e di capacità per la propria crescita personale.

Per vederla come opportunità servono tre condizioni: primo, riconoscere dentro di sé la voglia di imparare, secondo, avere la testa ancora funzionante e infine trovare occasioni per apprendere.

La prima condizione, la motivazione ad apprendere ancora, è figlia della curiosità di cui dicevo prima. Gli input che ricevo dai senior che frequento e dalle storie che mi inviano, mi portano a dire che di curiosità ce n’è in abbondanza, così come di voglia di “imparare ancora”. A volte la motivazione sta nel piacere in sé del conoscere cose nuove, altre volte è nel timore di risultare obsoleti, fatto sta che il senior non si tira indietro quando c’è da capire e studiare qualcosa di nuovo.

La seconda condizione riguarda le nostre capacità cognitive. Ebbene, se tralasciamo il mandare a memoria nozioni (questo a parecchi può dare qualche problema), non ci sono ragioni per ritenere che il sessantenne non possa mettere in campo una significativa e gratificante capacità di apprendimento, soprattutto se nel campo scelto si possono riutilizzare esperienze del passato.

Per quanto riguarda infine le occasioni per apprendere, qui l’offerta si fa sempre più ampia e in quest’offerta vale la pena di segnalare, tra i vari mezzi possibili, quelli che si basano sul fai-da-te (almeno in parte). Soprattutto per coloro che non abitano in centri dove abbondano iniziative civiche, università ordinarie o della terza età, l’apprendimento a distanza con un programma che prevede la lettura di un libro e gli esercizi fatti on line può essere una valida alternativa.

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La domanda di Giusy: reinventarsi sul lavoro

Ieri sulla pagina facebook collegata a questo blog Giusy ha fatto una domanda tanto semplice quanto di difficile risposta: “Mi dite come o cosa reinventarsi a 50 anni, in tema di lavoro ?”.

E’ una domanda che ha rivolto a tutti e nessuno finora (h.18.30 di giovedì) si è sentito di darle una risposta, forse anche questo un sintomo della delicatezza del problema.

Francamente non credo che ci sia una risposta al quesito che pone Giusy, e anche chi le avesse voluto dare qualche buon suggerimento probabilmente si sarà fermato di fronte al non sapere chi è Giusy e cosa ha fatto finora. Però qualche criterio generale lo si può mettere in comune e da lì forse partire per esplorare delle soluzioni, magari buone per molti, non solo per Giusy.

Intanto credo che sia fondamentale capire perché ci si vuole reinventare sul lavoro. Si è perso l’impiego che si aveva ? Non si sopporta più l’ambiente che si è frequentato per tanti anni ? Si fa fatica ad alzarsi la mattina pensando di dover trascorrere otto ore in ufficio ? Nel mio libro “I ragazzi di sessant’anni” ad un certo punto propongo tre categorie: gli espulsi, i liberati e i tenaci. I primi sono quelli che avrebbero desiderato continuare sulla stessa pista e invece sono stati costretti a lasciare il lavoro. I secondi sono quelli che salutano come una benedizione l’essere usciti da una situazione che ormai vivevano come frustrante o del tutto insoddisfacente. I terzi sono quelli che, per inerzia o per convinzione, tenacemente proseguono (possono proseguire) l’attività lavorativa di sempre.   Naturalmente il punto di partenza è fondamentale per progettare il proprio “reinventarsi”: chi è stato espulso, ad esempio, di solito deve superare anche un senso di sconfitta o di ingiustizia che non sperimenta per nulla colui che vive la frattura con il passato come una liberazione da una gabbia.

Se la ragione del cambiamento è importante, ancor di più lo è il cosa mi aspetto da una prossima attività lavorativa e cosa sono disposto a mettere in gioco. Qualunque tipo di lavoro lecito in qualunque angolo del mondo pur di portare a casa la pagnotta per i prossimi quindici anni ? Oppure, come è assai più probabile per un cinquantenne italiano, le mie motivazioni e le mie aspirazioni mettono dei paletti abbastanza precisi a ciò che cerco ? E allora chiariamoceli bene subito quali sono questi paletti, tra l’altro può essere anche l’occasione per renderci conto di cosa ci piacerebbe fare per davvero nei prossimi anni, per far emergere ciò che veramente siamo e ciò che veramente desideriamo. Questo è il significato primario di reinventarsi.

Fatta luce sulle proprie esigenze, motivazioni, aspirazioni così come sui propri vincoli, arriva la parte più difficile: trovare delle opportunità concrete in un periodo di recessione economica senza andare in cerca della luna.  Andare in cerca della luna può significare molte cose diverse: ad esempio, il provare a ricollocarsi in un settore in cui tutte le imprese stanno chiudendo solo perché la propria esperienza è in quel settore; oppure prendere in considerazione solo occupazioni che diano esattamente gli stessi benefici di quella precedente; oppure ancora infilarsi in un’attività autonoma pensando che i risultati positivi si vedranno sin dal primo giorno.   Ciò detto, è vero che le opportunità concrete le si possono trovare più facilmente se si dispone di qualche professionalità che è ricercata sul mercato. La prima cosa concreta da fare quindi è il bilancio delle proprie competenze professionali specifiche sviluppate nei decenni precedenti, per capire quali sono quelle che hanno una buona richiesta sul mercato del lavoro.  E poi proporsi con una buona dose di flessibilità sulle formule: da over 50 è inutile puntare in prima battuta al posto fisso, si è dei miracolati se te lo offrono, meglio puntare ad incarichi a tempo, o a lavori part time. Terza raccomandazione: sfruttare tutti i canali attraverso i quali si può arrivare alle offerte di lavoro. Non disdegnare i Centri per l’impiego, non aver problemi a rivolgersi alle agenzie di lavoro interinale, proporsi sui social network professionali tipo Linkedin, mandare il proprio CV alle società di ricerca e selezione di personale, prendere in considerazione le iniziative formative che vengono offerte per la propria riconversione professionale, provare a farsi pagare un servizio di outplacement dall’azienda che ti sta mandando via. E ovviamente utilizzare la rete di relazioni personali sviluppata nel corso della vita per far sapere la propria disponibilità e i propri progetti.

Questo se il futuro lo si immagina sempre da lavoratore dipendente. Ma, come hanno testimoniato anche alcune storie raccontate su questo stesso blog, le strade sono molteplici: ad esempio può anche succedere che una passione, sempre contenuta nei ritagli del tempo libero, si trasformi ad un certo punto in attività remunerata. Così come può succedere che una buona idea e delle capacità sviluppate in passato possano fare da punto di partenza per l’avvio di un’attività autonoma o imprenditoriale.

Mi rendo conto che questi che ho indicato sono solo criteri di massima e che ogni situazione è un caso a se stante. Forse però possono essere dei punti di partenza di metodo per affrontare le singole storie personali.

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Reinventarsi

Succede a quasi tutti che tra i cinquanta e i settant’anni ci si ritrovi nelle condizioni di reinventarsi la quotidianità. A volte per necessità, a volte per desiderio di cambiare, l’assetto di vita che ci ha fatto compagnia per tanti anni è sostituito da un modo nuovo di vivere. Dove ci porterà la corrente non lo sappiamo esattamente, ma siamo ormai tutti consapevoli che l’allungamento della vita, di solito in discrete condizioni di salute, ci permette di guardare avanti per capire come godere al meglio di una nuova stagione della vita.  Sono anni durante i quali qualcosa sicuramente succede sul fronte del lavoro, oppure della famiglia, oppure della salute, e improvvisamente ci ritroviamo a domandarci: e adesso ?

E’ a quel punto che bisogna mettere in campo una capacità importante, quella di reinventarsi (nelle proprie attività, nel proprio modo di utilizzare il tempo, nella propria identità), capacità che a sua volta richiede di riallargare lo sguardo evitando di riproporre solo le risposte del passato.

Molte delle storie e dei commenti che ricevo al blog e alla pagina facebook “I ragazzi di sessant’anni” sono testimoni efficaci di questa spinta al proprio rinnovamento.

Elio ad esempio dice: “Anch’io ho raggiunto i 60 anni! E sto cercando di intraprendere una nuova fase di vita”.  E pure Roberta è consapevole che nuove frontiere si stanno aprendo: “Adesso devo reinventarmi tutta dopo 41 anni di lavoro”.

Facile ? No, abbastanza impegnativo, ma possibile e avvincente se siamo sostenuti dallo spirito giusto. Chi, come Maria Rita e Iolanda, dichiara di avere ancora tanti progetti da realizzare e tante passioni che accendono l’animo, è sicuramente facilitato.  Tanti che escono da vicende lavorative difficili riescono comunque a proiettarsi in un futuro ancora lavorativo ma diverso da quello di sempre: Paolo ad esempio, che è in disoccupazione, sa che non è facile ma sta cercando un’occupazione meno faticosa di quello nell’edilizia dove ha sempre lavorato.

E’ fondamentale, come dicono Fortunata e Graziella, essere ragazzi nello spirito e nella voglia di mettersi ancora in gioco. Lontani da un giovanilismo ridicolo, la chiave è un atteggiamento che trova gusto nell’esplorare, nell’aprirsi a nuove esperienze e nel prendersi qualche controllato rischio.  Se invece, come ci testimonia un’altra lettrice, adesso “è come se qualcuno avesse spento un interruttore che io non ho voglia di riaccendere”, allora sì che reinventarsi diventa un’impresa titanica.

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Lavoro a 59 anni

Oggi vi propongo due storie in parallelo: quella di Giuliano, che ha inviato la sua storia al blog, e quella di Marina, che non ha inviato una vera storia ma che ho lasciato il suo messaggio sul wall della nostra pagina facebook. Giuliano e Marina hanno in comune la stessa età ed entrambi parlano di lavoro. A 59 anni non sono pochi coloro che proseguono con soddisfazione e motivazione la propria attività lavorativa, ma non è il caso di Giuliano e di Marina, che invece stanno sperimentando dei problemi legati al lavoro. Però i loro sono problemi di natura molto diversa: a dimostrazione ancora una volta che il fenomeno dei ragazzi di sessant’anni che lavorano ha molte e varie sfaccettature.

Scrive Giuliano: Qualche anno fa, oggi ho 59 anni, non avrei immaginato che mi sarei trovato nella situazione di oggi. Lavoravo in un’azienda, un lavoro tecnico che mi piaceva e con uno stipendio decente, avevo fatto la mia normale carriera – se questo concetto vuol dire ancora qualcosa – avevo le mie responsabilità e non mi passava per la testa nessuna idea di pensione. Meno di un anno fa invece, d’improvviso, l’azienda dove lavoravo è stata venduta e i nuovi arrivati mi hanno liquidato in poche settimane. In passato ho girato un po’ di aziende diverse ma questa volta mi sono reso subito conto che la mia età è un handicap per propormi ad altri come ho fatto in passato. A parte il fatto che mi va di lavorare ancora, ho due figli che ancora studiano. Mia moglie, che lavora anche lei, sta cercando di tenermi su di morale, ma non so per quanto tempo ne avrà voglia. Io ho qualche risparmio da parte e qualcosa per licenziarmi me l’hanno dato, ma non posso e soprattutto non voglio ritirarmi adesso. Dicono che i giovani soffrono perché si sentono precari, se a me offrissero adesso qualcosa di precario lo prenderei subito.

Il messaggio di Marina:  Ho 59 ANNI compiuti il 2 giugno…una vita piena , lavoro all’ospedale di Trieste, 2 figli maschi e ora meraviglie delle meraviglie una nipotina…vorrei tanto poter stare a casa a fare la nonna ma mi fanno lavorare fino a 67: IO NON CE LA FACCIO PIU!!!!!!

 

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I sessantenni vanno pazzi per skype

Lo sapevate che ormai più della metà degli italiani (il 53,1% per l’esattezza) fa uso di internet e che nella fascia di età 65-80 anni si è raggiunto il 15% ? Che il 77% circa degli italiani considera internet un potente mezzo al servizio della democrazia e che il 65,3% conosce facebook anche se poi l’utenza abituale si ferma al 37,5% ? Una miriade di interessantissimi dati sull’uso dei media, e in particolare sull’uso dei media digitali e dei social network, sono stati offerti dal Censis nel corso dell’anno passato con il “Nono Rapporto sulla comunicazione” redatto dall’istituto di ricerca.

Tra i cinque principali social network in circolazione (facebook, youtube, twitter, messenger e skype), la parte del leone la fa facebook, ma anche youtube non scherza con il 54,5% di utenza complessiva e il 25,5% di utenza abituale. Gli altri sono meno frequentati, ma in crescita e con numeri comunque significativi.

E i sessantenni in questo panorama come si comportano ?

I dati proposti dal Censis sono raggruppati, per le età più mature, nelle due ampie classi 41-64 anni e 65-80 anni. Vediamo allora i comportamenti di quest’ultima classe, anche se sarebbe interessante sapere se ci sono differenze significative con le abitudini dei 55-64enni.

Le sorprese non mancano. Benché di strada da fare ce ne sia ancora molta, siamo lontani dalla situazione di totale analfabetismo informatico e social-digitale di pochi anni fa: gli ultra-sessantacinquenni, in un numero che inizia ad essere significativo, si sono avvicinati a questo mondo.  In questa fascia di età gli utenti complessivi di messenger sono ben il 26% di coloro che accedono a internet, quelli di youtube il 17%, quelli di facebook l’11,3%. Percentuali che calano se si guarda all’utenza abituale, ma che obbligano ormai a ragionare con la scala delle centinaia di migliaia di persone. Twitter, arrivato più di recente, arranca buon ultimo, ma è probabile che negli ultimi mesi la situazione sia un poco cambiata. La vera sorpresa, parlando sempre di over 65, la offre skype. Ben il 46% degli ultrassessantacinquenni che fanno uso di internet sono utenti anche di skype, percentuale questa che è superiore a quella di tutte le altri classi di età, anche delle più giovani; inoltre il 13,7% ne è utente abituale, in questo caso con una percentuale analoga a quella delle altre classi di età.  Perché questa maggior confidenza con skype ? Forse la possibilità di comunicazione a costo zero, forse la possibilità di un mezzo che continua a consentire una comunicazione face-to-face anche se immagini e audio non sempre sono di buona qualità. Andrebbe capita, questa predisposizione positiva dei senior verso skype…

Resta il fatto che la situazione è in grande evoluzione. Se fino a poco tempo fa chi voleva avvicinare i senior a questi mondi doveva preoccuparsi solo di corsi di alfabetizzazione informatica, oggi, di fianco a queste iniziative che pure rimangono ancora essenziali, diventa importante riconoscere che chi ha smesso da poco di lavorare in qualche organizzazione, negli ultimi 10-20 anni non ha potuto star lontano da qualche computer e che il rigetto della tastiera non è più così diffuso come una volta. E neppure dimentichiamo che la curiosità dei senior verso le potenzialità dei nuovi strumenti social non è inferiore al tempo che possono dedicare ad utilizzarli. Quel che rimane invariato, probabilmente, è l’utilità, per aumentare la confidenza con i nuovi mezzi e per facilitare il loro apprendimento, di affiancare i senior ai cosiddetti nativi digitali, cioè ai ragazzi  che il digitale l’hanno assorbito insieme al latte materno.

 

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Tempo libero o tempo vuoto ?

L’uso che facciamo del tempo è uno dei più potenti indicatori delle nostre scelte di vita.   E un diverso modo di usare il tempo è di solito per i senior uno dei segnali dell’inizio di una nuova fase di vita.  Le storie di Patrizia e di Domenico ce lo raccontano.

Patrizia, che oggi ha 58 anni, da più di trenta ha un’organizzazione della propria vita dettata dagli impegni familiari e lavorativi: da sempre le giornate seguono i ritmi e gli orari dell’ufficio dove lavora e per tantissimi anni  la sua vita è stata calibrata sui calendari scolastici e sull’accompagnamento dei figli ai loro diversi appuntamenti.

Domenico, 61 anni e un bel negozio da portare avanti, da quando aveva poco più di vent’anni per sei giorni su sette si presenta al posto di combattimento all’ora di apertura e la sera, dopo aver salutato l’ultimo commesso, chiude bottega e puntuale si incammina verso casa per cena.

Sia Patrizia sia Domenico hanno avuto anche altre occupazioni e ad entrambi non sono mancati hobbies, sport, vacanze e amici, ma di fondo la loro vita è girata intorno agli impegni lavorativi e familiari, che hanno cadenzato anni e mesi e hanno regolato le singole giornate.

Quando Patrizia si accorge che i figli, ormai cresciuti, non richiedono più l’assistenza di una volta e i loro orari sono ormai completamente diversi dai suoi, ha davanti a sé l’evidenza che un po’ di tempo si è liberato e che questo le consente una maggiore libertà di manovra. Quando poi sul lavoro le propongono, per gli anni a venire prima della pensione, di trasformare il suo contratto da full time a part time, entra in crisi e non riesce a prendere una decisione veloce, non tanto per ragioni economiche, ma perché è combattuta tra due sentimenti: da una parte il desiderio forte di avere del tempo finalmente “liberato” dagli obblighi quotidiani, dall’altra parte il timore di non essere pronta a dare un senso a questa improvvisa possibile libertà.

Dal canto suo, Domenico negli ultimi anni si è accorto che suo figlio, quello che ha deciso di proseguire nell’attività commerciale del padre, ormai ce la potrebbe fare da solo nel condurre il negozio e questo gli ha dato agio di prendersi qualche vacanza che un tempo non si sarebbe concesso: una settimana con la moglie in crociera e poi qualche giorno con amici a caccia che è la sua passione. Il figlio ad un certo punto gli ha fatto capire che non gli dispiacerebbe diventare il dominus del negozio e da quel momento Domenico si interroga, per la prima volta dopo tanti anni, su come potrebbe impiegare il tempo che finora era incanalato su binari straconosciuti.

Per i nostri, si stanno verificando degli eventi che segnalano il possibile avvio di una fase di vita nuova. Il tempo, da accuratamente organizzato secondo orari e tabelle di marcia routinari, potrebbe improvvisamente rivelarsi come una prateria da conquistare.  E questo porta con sé tante opportunità, ma anche tante insicurezze.

Va bene passare dal tempo etero-diretto al tempo autogestito, dalle scadenze e dagli orari obbligati allo scegliere io cosa fare della mia giornata, ma a volte un “contenitore” che obbliga ad impegni ed orari è meno faticoso di uno spazio che devo riempire io in modo soddisfacente.

Il “poter avere più tempo per me”, desiderio tante volte espresso, da méta agognata può trasformarsi in incognita preoccupante. Un conto è il “tempo liberato”, che tutti amiamo conquistare, un altro conto è il “tempo vuoto”, cui non riusciamo a dare un senso, da cui scappiamo quasi tutti a gambe levate.

Ecco così che i nostri Patrizia e Domenico sperimentano un modo diverso di concepire e usare il tempo e, insieme a questo, sperimentano anche l’ingresso nella fase di vita nuova dei senior, con tutte le gioie e le preoccupazioni che porta con sè.

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