Posts Tagged: ottimismo

Ecco cosa farò da grande

Scrive Gianni: Spesso mi sono chiesto se un individuo può incominciare una nuova attività in età matura. Non parlo di lavoro imprenditoriale… nessuno ti vorrebbe. Mi riferisco al mio caso personale. Ed è questa la storia:
Avevo 17 anni e suonavo la chitarra con un complessino locale. Non conoscevo la musica. Proprio a 17 anni sono stato costretto ad abbandonare la musica a cui tenevo tanto.
Dieci anni fa mi son detto: “Non sia mai che io muoia senza aver portato a compimento quello che il mio cuore desidera e cioè fare musica. Così mi sono attrezzato ed ho iniziato a studiare lo strumento (una tastiera professionale). Poi ho incominciato a comporre canzoni e brani musicali.
Da 38 anni non avevo più rapporti con strumenti musicali e la chitarra non la so più suonare. Però, oggi mi ritrovo con una ottantina di pezzi che ho composto e che sono in grado di portare in giro cantando e suonando.
All’età odierna di 65 anni, mi sento un leone con il coraggio di affrontare il pubblico e pronto per eseguire spettacoli.  Nell’intimo nutro il desiderio di vedere coronato il mio sogno di risalire sul palco e in qualche modo sto cercando di costruire il personaggio. Infatti, oltre che la musica, sto anche scrivendo parti teatrali che potrei portare in accoppiamento alla musica e credo che il risultato può essere davvero interessante.
Ma la solitudine in questo progetto mi limita, perché non ci sono in giro associazioni o agenzie di spettacolo o talent scout che se la sentono di avvalorare la mia tesi, secondo cui a sessantacinque anni si può.
Scrivo qui per due ragioni: 1 – Chi legge ed ha la mia età non si arrenda di fronte a decadimenti di volontà ed energia (apparentemente naturali) e si rimbocchi le maniche per mettere mano a progetti di qualsiasi natura, con la convinzione di poter riuscire nell’impresa. 2 – Cerco io stesso incoraggiamento e sostegno e magari qualcuno che creda in ciò che dico e che voglia aiutarmi (me o gente come me) per portare avanti un progetto di vita che rema contro l’invecchiamento.  In foto: Gianni nel 1964 e nel 2013

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58: tanti o pochi ?

Scrive Valerio: Cinquantotto anni, i miei anni, sono tanti e sono pochi. Mi sembrano tanti, tantissimi, se mi metto a pensare a tutto quello che ho fatto nella vita finora. Non sono di quelli che scrivono la propria autobiografia, ma mi piacerebbe avere qualcuno (un nipote ?) a cui poter raccontare tutto: la mia infanzia in campagna, gli studi scoprendo la città e nuovi amici, le passioni politiche e quelle sportive, il lavoro che mi sono costruito da solo e che mi ha dato tante soddisfazioni ma anche un sacco di grane, come ho conosciuto e mi sono innamorato di mia moglie, i figli piccoli e lo stravolgimento della vita, le delusioni e le preoccupazioni man mano che andavo avanti, il senso di responsabilità e la fatica di fare l’uomo maturo, fino ad un po’ di pace quando ho cominciato a prendere le distanze dalle cose che avevo già visto tante volte e che ho capito che sono transitorie. Che senso di vertigine ! E’ proprio vero che a quest’età hai la sensazione di aver già provato tutto e che in un certo senso ti sembra di aver completato il tuo ciclo.
Ma cinquantotto anni sono invece pochi se guardo avanti. Per fortuna, la salute tiene e sarebbe un delitto non vivere pienamente gli anni che ancora potrò camminare, pensare, lavorare, amare, stare con gli altri. Temo l’aridità che può invadermi se non farò una vita piena. Magari scoprirò che non è vero che ho già sperimentato tutto, che la vita ti porta sempre delle sorprese e che il futuro può essere persino più bello del passato.
Un saluto a tutti i ragazzi di sessant’anni.

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Felici più di prima ?

Poco più di due anni fa, nell’aprile 2011, provocò un certo scalpore la presentazione alla londinese Royal Economic Society annual conference di una ricerca, condotta da studiosi dell’università di Maastricht, sulla felicità nelle diverse età anagrafiche: la scoperta che veniva presentata era sintetizzabile nell’affermazione che a sessant’anni si è felici più di prima. La notizia mi sembrò così rilevante che la presi a riferimento di un intero capitolo del mio libro “I ragazzi di sessant’anni”. Poco prima, un altro studio (indagine Gallup-Healthways, 340.000 persone intervistate), condotto dal prof. Arthur A. Stone della Stony Brook University di New York, era arrivato alle medesime conclusioni: l’andamento del livello della felicità al variare degli anni lo si capisce secondo un curva ad U, dove il primo estremo in alto della U corrisponde ai vent’anni, mentre il secondo estremo lo si raggiunge oltre i sessanta, eguagliando più o meno a quell’età il livello di felicità vissuto a venti. In mezzo c’è una grande caduta, che procede inesorabile al traguardo dei trenta, poi dei quaranta e che toccherebbe il punto di minima alla soglia dei cinquant’anni, seguita da una ripresa che durante i cinquanta si fa più veloce fino ai livelli di felicità massimi oltre i sessanta e poi nei settanta.

Si potrebbe discettare per ore su cosa s’intende per felicità, se è possibile misurarla e quanto è determinata dalle condizioni di contesto e dai percorsi di vita individuali. Fatto sta che queste due ricerche, riprese in seguito da altri studi che non smentivano i primi risultati, hanno messo in seria discussione il luogo comune del sessanta- settantenne tristemente in declino e hanno invece contribuito non poco all’idea di una fase di vita nuova, quella dei senior, prodiga di soddisfazioni.

Perché stress, ansia, rabbia e tristezza, quell’insieme di sentimenti negativi che fanno l’infelicità, una volta superati i cinquanta comincerebbero a diminuire ? La spiegazione più ragionevole è che quando sei giovane prendi decisioni che sono guidate da aspirazioni per il tuo futuro. Cioè, punti a raggiungere qualcosa nella vita. E questo può significare che in quel momento non ti stai veramente focalizzando sul tuo benessere. Quando invece sei invecchiato, ormai lo sai cosa sei stato nella vita.  La smetti di guardare sempre avanti e cominci a dare attenzione a cose più piccole.  Non significa non avere obiettivi o ambizioni, ma riuscire a guardare le cose con più distanza. Con gli anni poi diventiamo più accomodanti verso noi stessi, la saggezza ci consente di accettare con meno paure le nostre debolezze e tendiamo a smussare i comportamenti più competitivi.  E’ vero che iniziano a calare le aspettative sul futuro e che vengono ridimensionate le ambizioni, ma proprio questo crea le condizioni per vivere con più serenità. Insomma, da senior si può essere più felici perché impariamo ad esserlo con ciò che abbiamo, senza puntare a méte troppo difficili o impossibili.  Contemporaneamente, abbiamo la consapevolezza che gli anni prima della “vecchiaia vera” sono ancora ricchi di possibili opportunità o, quanto meno, che le condizioni fisiche e mentali ci consentono di prospettare ancora un periodo vitale. E’ così che benessere, serenità e consapevolezza di opportunità aiutano a far crescere soddisfazione e felicità. E’ questo il meccanismo virtuoso che le ricerche hanno suggerito e che effettivamente può essere testimoniato da molte persone che hanno sperimentato su di se questa evoluzione.

La curva ad U di Stone ha avuto un immediato successo ed oggi è così tanto riproposta dai media che ormai è diventata prossima a ribaltare il luogo comune tradizionale, quello del sessantenne intristito e declinante. Ma proprio adesso che la curva ad U si sta affermando come nuovo paradigma credo che valga la pena interrogarsi sulla sua attualità: al di là degli aspetti psicologici, che per certi versi hanno caratteristiche universali, continuano a permanere le condizioni di contesto che ne consentono la sua validità?  Le condizioni di contesto non sono così irrilevanti, come è stato già dimostrato da quegli altri studiosi che hanno esaminato 27 diversi Paesi e che hanno rilevato come la famosa curva ad U si presenta ovunque, ma che le età di picco (all’insù e all’ingiù) possono variare moltissimo: ad esempio, il punto di risalita verso la felicità avverrebbe solo a 62 anni per gli Ucraini, mentre i lesti Svizzeri lo sperimenterebbero già a 35.  In particolare, la disponibilità di tempo non stressato e di risorse economiche sufficienti a non impensierirsi sono sicuramente anch’esse delle pre-condizioni per una psicologia più serena. Da questo punto di vista, converrà verificare se gli attuali cinquantenni, a differenza dei loro fratelli maggiori, di dieci-quindici anni più anziani, possono godere delle stesse condizioni favorevoli allo sperimentare la ricrescita della felicità o se le nuove condizioni, economiche e lavorative, non abbiano spostato in avanti il momento della risalita.

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E perchè no ?

Scrive Gioindel: Se i tempi cambiano e la storia ce lo insegna perchè non debbono cambiare le regole?
Ho sessantadue anni, da 2 in pensione dopo aver prestato servizio nella polizia municipale per oltre 39 anni.  Potrei pensare a me stesso ma non mi viene possibile perchè la realtà che mi circonda affettuosamente non me lo consente …e allora…..siccome la salute fino ad oggi invece me lo consente, io dico che le regole vanno cambiate.
Dovremmo rientrare in logiche diverse, cambiare cultura sul lavoro e sulla società in genere, pensare che tutto quello che prima era normale non lo è più. Io sono cresciuto in una famiglia di 14 persone (11 figli, genitori e nonna), ho conosciuto la crisi nella mia infanzia e non mi fa paura, ma ritengo che affrontarla nella maniera giusta sia la cosa più corretta, dalle famiglie al governo che sostiene questo Paese.
E’ qui che divento pazzo, sentire ogni giorno parlare tante persone che ricoprono cariche istrituzionale e parlare un linguaggio diverso dalle persone che ci rappresentano.QUESTO MI FA PAURA.
Bisogna essere ottimisti, ma ci deve essere consentito.

Caro Gioindel, il tuo messaggio mi lascia aperte delle curiosità. La tua voglia, da 62enne, di non curarti solo di te stesso e di pensare a cambiamenti per la società mi sembra ammirevole. E anche il sentimento di paura che provi di fronte ad autorità che parlano un linguaggio troppo distante lo trovo comprensibile. Ma mi rimane forte la curiosità di capire in cosa consisterebbero i cambiamenti di regole che auspichi. Cordialità. Enrico

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Donare è la cosa più bella

Da parte di Livia: Ciao a tutti. Non sono abituata a raccontare di me e quindi non so bene da dove iniziare. Scrivo perché vorrei condividere con più persone possibile un messaggio di ottimismo e la gioia che provo da quando dedico parte del mio tempo libero agli altri. Dunque: mi chiamo Livia, ho alle spalle 62 anni vissuti tra alti e bassi, come credo capita a tutti. Da ragazza ho studiato lingue e questo mi ha permesso di viaggiare e di fare dei lavori dove potevo utilizzare l’inglese e il tedesco. Ho incontrato mio marito quando avevo 25 anni e sembrava tutto perfetto. Poi è arrivata la prima curva della vita: ci siamo accorti che non potevamo avere figli. Noi dei figli li volevamo e così abbiamo iniziato la lunga trafila per adottarne. C’è voluto molto tempo e del coraggio, ma alla fine Silvia e Marco, che ormai adesso sono maggiorenni, sono entrati in famiglia. Sono contentissima della scelta fatta, ma non è stato tutto rose e fiori: alla distanza mio marito non ha retto la situazione (o forse non ha retto me) e dopo dieci anni è andato via di casa, anche se ha continuato a farsi carico dell’educazione e delle esigenze economiche dei figli. Io sono riuscita comunque a fare la mamma e a farmi una vita. Avevo la fortuna di non avere preoccupazioni economiche e un fratello splendido che mi è stato di appoggio per tutti questi anni, così ho potuto crescere i miei figli e anche mettermi a studiare una cosa tutta nuova, biologia, prendendo la laurea e lavorando poi qualche ora a settimana in un laboratorio di analisi. Quando Silvia e Marco sono diventati grandi e più autonomi, ho avuto un’altra fortuna, di incontrare un gruppo di persone che si dedicano da volontari ad assistere dei ragazzini immigrati con disagio. La ricchezza umana che provo con questa esperienza è immensa e ogni volta che conosco un nuovo ragazzino è come scoprire l’universo. Non so se tutti dovrebbero fare del volontariato o avere un impegno sociale, sarebbe bello ma le situazioni sono tanto diverse… sicuramente è nelle mie corde e spesso mi dico che io sono stata fortunata, è giusto che doni qualcosa ad altri.

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“I diari del viagra” e i libri per i senior

I guru delle grandi case editrici l’avevano preannunciato: è in arrivo un’ondata di pubblicazioni dedicate ai senior, scritte dai senior e con i senior come protagonisti. Puntuale, l’operazione sta effettivamente iniziando e sta prendendo la forma soprattutto del romanzo leggero. Se sarà poi un’operazione di qualità lo potremo valutare solo più avanti, anche se i primi segnali sono piuttosto deludenti.

Per la verità è stata Hollywood per prima ad accorgersi del “mercato” costituito dai baby boomers, producendo film a loro rivolti e adottando interpreti della medesima generazione. Ora tocca all’editoria libraria. Per capire cosa sta succedendo è utile ricordare le parole del magazine on line “Libreriamo”, che propone un parallelo tra la letteratura per i senior e quella per gli young adults:  “Quest’ultima, nata negli anni ‘70 grazie all’enorme ondata di lettori boomers, allora adolescenti interessati a identificarsi nei personaggi dei libri, ha riscosso un enorme successo e resta, ancora oggi, una categoria molto forte dell’industria del libro. Come la letteratura young adult si occupa di protagonisti adolescenti alle prese con le difficoltà e le situazioni che li porteranno a vivere il passaggio all’età adulta, così la letteratura baby boomers si focalizza su un’altra grande transizione: il passaggio alla terza età. I lettori vogliono sentirsi rappresentati, vogliono opere letterarie e personaggi nei quali identificarsi in questo delicato momento della loro vita”.

Un esempio eclatante di questo fenomeno editoriale è “I diari del viagra”, volume in uscita in Italia in queste settimane nella collana Rizzoli Max, scritto dalla californiana Barbara Rose Brooker (in foto, ripresa a casa sua nel 2010) e che ha come protagonisti la 65enne Anny  e il settantenne Marv. Tradotto in molte lingue, il libro ha già avuto un buon successo negli Stati Uniti e sta diventando anche una serie televisiva. L’autrice, nativa di San Francisco che è anche il palcoscenico del suo romanzo, scrive, dipinge, tiene seminari, è un’attivista per i diritti umani e da anni lotta contro la discriminazione legata all’età. E’ lei la promotrice della prima age march della storia, per l’orgoglio dell’età e contro la age discrimination, che si è tenuta sulle sponde del Pacifico l’8 agosto del 2010.  “I diari del viagra” sono dunque l’opera di una persona che conosce da vicino le tematiche dei senior, a cui si appassiona. Nel romanzo, la protagonista Anny è giornalista di mestiere e pittrice per hobby, è separata, ha una figlia grande dalle stucchevoli premure nei suoi confronti e da parecchi anni non ha rapporti con l’altro sesso. Però non è per niente disponibile ad accettare una vita solitaria e quando la sua caporedattrice le fa pressione per trovare qualcosa di nuovo che catturi i lettori della sua rubrica, Anny si inventa in un sol colpo due grosse novità che le cambiano la vita: si iscrive a un sito di appuntamenti on line e si getta a capofitto in una serie di incontri da cui trae ispirazione per i suoi pezzi giornalistici. Naturalmente, tra tanti uomini insignificanti incrocia anche Marv, il suo nuovo principe azzurro. Anny racconta con dovizia di particolari gli appuntamenti con Marv nella sua rubrica, che a questo punto sfonda e raccoglie consensi unanimi. Nel rapporto con il prestante Marv, Anny si rimette in gioco, con tutte le paure che si possono avere alla sua età. D’altra parte, riscoprire emozioni, sesso, amore, così come esplorare le diffidenze reciproche e le difficoltà di comunicazione con il nuovo tipo antropologico del maschio settantenne che fa uso del viagra, sono insieme il premio e la fatica per chi non vuole perdere le opportunità di questo tratto di vita. Queste, in sintesi, sono la trama e l’ispirazione de “I diari del viagra”. Il tema è interessante, siamo al cuore di una parte importante della “vita nuova” dei senior. Il modo in cui viene affrontato invece è piuttosto deludente, anche se mi rendo conto che l’obiettivo è una lettura leggera sotto l’ombrellone. Saturo di tic americani, con dialoghi che ondeggiano tra la telenovela e il fotoromanzo, oberato da un eccesso di tacco 12 e di prestazioni sessuali, il libro si propone dichiaratamente come “il Sex and the City di una generazione che continua ad amare ed osare”: sicuramente una buona premessa per il successo commerciale, ma non cercate qui la letteratura !

P.S. di domenica 7 luglio: quando la reltà nostrana supera la fiction: http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_luglio_6/stalker-70enne-denunciato-amore-online-2222026134808.shtml

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Neo-padre e nonno a 64 anni

 Un grazie a Mario: ci siamo conosciuti qualche settimana fa, mi ha raccontato la sua storia e mi ha dato il permesso di raccontarla sul blog.

Mario ha 65 anni, è nato in un paese dell’Appennino e fin da quando era studente vive in una grande città del Centro Italia. Ha lavorato per più di trent’anni in una nota azienda, dove ha fatto carriera arrivando ad una posizione di tutto rispetto. Poi, come è successo a tanti altri, le vicende aziendali l’hanno portato a dimettersi quando era ancora 58enne e a quel punto si è reinventato, collaborando con uno studio professionale e sfruttando nel suo nuovo mestiere le competenze accumulate nel passato. Ad oggi, ancora lavora intensamente. Ma non è sul piano del lavoro che la sua storia mi ha colpito, bensì su quello della vita affettiva e familiare.

Mario è stato lasciato dalla moglie molti anni fa, era un matrimonio che a lui sembrava felice, con tre figli, oggi grandi e indipendenti. Dopo anni vissuti come di vero e proprio lutto, Mario ha iniziato un nuovo rapporto, con una donna di venticinque anni più giovane. La sua nuova compagna voleva da lui un figlio e lui, dopo numerosi tentennamenti, ha acconsentito, ridiventando padre per la quarta volta a 64 anni. Nello stesso periodo, anche uno dei suoi figli è diventato padre, con una donna con la quale aveva avuto un fugace rapporto. Il figlio non aveva voluto assumersi alcuna responsabilità per il piccolo, nel frattempo nato, mentre la madre sosteneva di non avere i mezzi per sostenerlo. Nella sorpresa generale, della sua nuova compagna e degli altri figli, Mario a questo punto ha insistito con la “nuora” per potersi occupare lui del nipote, dal punto di vista economico ed educativo. Soluzione che è stata prontamente accettata.

A questo punto, la vita di Mario è la seguente: continua a lavorare incessantemente, anche perché ci sono due bebè da mantenere; nel tempo libero si districa tra pannolini, carrozzine e pappine; soprattutto, a tempo pieno media tra i familiari, nessuno dei quali ha accettato fino in fondo le sue scelte. “Diventare padre a 64 anni e “adottare” di fatto mio nipote sono state decisioni dettate dal mio istinto, da un senso di generosità, di amore e di responsabilità”-  mi dice – “ma ora devo ammettere che non dormo più sonni sereni pensando al futuro”.

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Basta poco !

Scrive Fabio: Non so se devo considerarmi fortunato o sfortunato. Probabilmente più la prima che la seconda, però ho avuto anch’io le mie sventure. Tre anni fa mi hanno trovato un polipo all’intestino, mi hanno operato e da allora mi devo controllare sempre su tutto quello che mangio. Ma soprattutto ho perso mia moglie, ormai dieci anni fa, che ha sofferto a lungo prima di andarsene e che mi ha lasciato un grande vuoto dentro. Per rimettermi in piedi ce n’è voluto, però la vita va avanti, mi sono fatto forza e adesso mi posso definire un sereno pensionato che sa apprezzare qual che ha. Ad esempio, sono in pensione da qualche anno e ogni mese ricevo dallo Stato 1800 euro, che non è una grande cifra ma quando faccio i confronti con le cifre delle pensioni medie che leggo sui giornali o con le incertezze dei più giovani, mi sembra di essere dalla parte dei fortunati e comunque per il mio tenore di vita sono sufficienti. E anche la salute, a parte l’inconveniente che raccontavo prima, non mi ha abbandonato e mi consente di fare ancora una vita quasi normale. Mi rendo conto ogni mattina che la vita vale la pena di godersela veramente quando faccio le due cose che mi danno più soddisfazione. Da quando sono in pensione sono venuto a vivere in una cittadina di mare e di buon mattino faccio una corsetta sulla spiaggia, ad andatura leggera ma non meno di mezz’ora, se riesco a convincere qualcun altro vado in compagnia, se no da solo. Poi torno a casa, faccio colazione abbondante e la seconda cosa che mi godo ogni giorno è la passeggiata che faccio con il mio cane, un bastardino a cui sono molto affezionato e con cui m’intendo a meraviglia. Poi il pomeriggio leggo, navigo in internet o mi vedo con degli amici. Troppo poco? No, secondo me basta per essere contenti. In foto: signore con cane

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Reinventarmi è quel che so fare

Da parte di Susy: Reinventarmi è tutta la mia vita. L’ho sempre fatto, è stato il mio modo di vivere e di sopravvivere e adesso che ho superato i sessanta non vedo altro modo per guardare avanti.
Nella mia prima vita ero una creativa che lavorava in un’agenzia di pubblicità, era il periodo che la pubblicità era ancora un mondo di sogni e di grande fascino, ti facevano lavorare fino a tardi la sera ma l’ambiente ti teneva viva. Ero a contatto con molte aziende e quando ti riusciva una campagna ti sentivi contenta. Dopo qualche anno però non ne potevo più dell’ambiente, mi sentivo vuota e volevo cercare di più me stessa.
Così ho lasciato la pubblicità e ho cominciato a girare per il mondo, mi fermavo qualche mese nei paesi dove andavo, campavo insegnando l’italiano cercando quei pochi che lo volevano imparare e io studiavo la lingua locale: è così che ho imparato un po’ l’inglese, il portoghese, lo spagnolo. A volte facevo l’accompagnatrice di viaggi organizzati e anche questo era un modo per girare il mondo. Questa seconda vita l’ho fatta per quasi cinque anni, finché ho incontrato quel che è diventato mio marito. L’ho conosciuto in Italia, anche se lui è francese. Aveva un lavoro per cui si doveva trasferire per la sua compagnia per dei periodi lunghi in paesi diversi e io, terzo cambiamento!, ho cominciato a fare la moglie devota che lo seguiva dovunque andasse. Sono diventata madre di due marmocchi, li ho cresciuti e facevo qual che fanno le mamme, con l’aggiunta che cercavo di farli sentire a loro agio anche se continuavano a cambiare città, lingua e amici. Mi dedicavo anche a cucinare e cercavo di imparare i piatti locali. Quando dovevo organizzare delle cene a casa nostra, mi esibivo in sofisticate combinazioni italiane e del Paese che ci ospitava in quel momento e l’effetto era sempre notevole.
Ad un certo punto ho capito che il mio matrimonio non stava più in piedi e mi sono ritrovata nuovamente a reinventarmi. I ragazzi erano diventati abbastanza grandi e una sera, quando un’ospite si è complimentata per la mia cucina e mi ha proposto di unirmi a lei in un’impresa di catering, non ci ho pensato due volte. Le ho detto subito di sì, ho cercato un appartamento dove andare a vivere e mi sono buttata nel mio nuovo lavoro, che per fortuna ha avuto successo e che ho continuato per quasi dieci anni. Finché dall’Italia non mi sono arrivate brutte notizie sulla salute dei miei genitori e insieme una grande improvvisa nostalgia delle origini. Ho mollato tutto e sono tornata per prendermi cura di loro. Sto cercando di convincere anche i miei figli che l’Italia può essere un bel posto dove vivere. Sono pronta per reinventarmi ancora. Qui mi sto rendendo conto che di stranieri che hanno bisogno di imparare l’italiano ce n’è tanti e non è escluso che mi dedichi ad insegnare loro la nostra lingua, però questo si vedrà, intanto mi guardo intorno, pronta a reinventarmi ancora.

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Tempo di bilanci e nuovi progetti

Scrive Salvatore: Ho superato i 60, dopo oltre 40 anni di lavoro (sempre nella stessa azienda) ho maturato una discreta pensione prima delle ultime sfavorevoli modifiche.
Durante gli ultimi anni di lavoro mi sono preparato un angolo di pace in campagna, dove ora trascorro gran parte del tempo disponibile, fantasticando su nuove iniziative da realizzare (quasi tutte alla fine sono bocciate). Una scelta positiva è stata frequentare la palestra, ci ho guadagnato in salute.
Oltre che giocare con i cani e gatti, curare l’orto e le piante, mi rimane del tempo per leggere e navigare in internet, riesco ad organizzarmi nei minimi dettagli due viaggi all’anno sfruttando i periodi di bassa stagione (molti altri restano solo nella fantasia).
La maggior parte del tempo è orientato ai piccoli progetti di oggi e di domani, solo in qualche occasione mi guardo indietro e scaturiscono i bilanci:
- ho sempre rimpianto la sospensione degli studi a 18 anni ma ad oggi è stata la mia fortuna, non sarei andato in pensione con le vecchie regole
- il percorso lavorativo è stato molto positivo e pieno di soddisfazioni
- un grosso merito dei miei risultati è da attribuire a mia moglie che da 40 anni mi sostiene ed ora insieme cerchiamo di goderci la situazione
- unico cruccio la precarietà economica della figlia che a 34 anni deve fare affidamento sulla pensione di papà.
In conclusione nessun rimpianto, obiettivo goderci la vita con quanto ad oggi abbiamo a disposizione finchè la salute ce lo permette.                                                                                                                                Un sereno pensionato.
Salvatore

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