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Quando un genitore si ammala di Alzheimer

Sono sempre più numerosi i cinquantenni e i sessantenni con i genitori malati di Alzheimer. Con piacere ospito questo articolo di Patrizia Belleri, psicologa e psicoterapeuta, che da tempo partecipa a questo blog e che qui descrive gli stati d’animo di chi ha un genitore con questa malattia e cosa si può fare per affrontare la situazione. Enrico

Maria ha sessant’anni. I figli sono adulti, ma non ancora del tutto autonomi, la pensione è lontana, tuttavia, la buona salute e un rapporto di coppia sereno le permettono di guardare alla vita con ottimismo. Può finalmente dedicare del tempo a sé, quel tempo che le sembrava così scarso fino a pochi anni fa. Quando la madre manifesta i primi sintomi della malattia di Alzheimer e poi il decadimento progressivo, la vita di Maria prende una direzione imprevista.

Stretta tra due generazioni che hanno bisogno di lei, Maria si sente smarrita. Aiutare i figli le sembrava normale e non lo avvertiva come un peso, ma i bisogni della madre la schiacciano e si sente impreparata.

Il rapporto  con la madre  era stato conflittuale e oggi il senso di colpa la assale ogni volta che non riesce a comunicare adeguatamente con lei, che si lascia prendere dal nervosismo, o pensa di non essere  efficace nell’assisterla.

Come descrivere il dolore, lo smarrimento, l’impotenza di chi vive situazioni come questa?

Il 21 settembre scorso è stata celebrata la giornata mondiale dell’Alzheimer.  Questa malattia, dall’esordio subdolo e dalle manifestazioni drammatiche, è in costante aumento perché le persone vivono più a lungo; i Senior – figli di una generazione che ha avuto figli in età giovanile -  affrontano dunque la malattia dei genitori quando essi stessi iniziano a guardare alla propria vecchiaia.

La demenza di un genitore richiede di affrontare compiti difficili e delicati, spesso senza averne le capacità né la vocazione, e, soprattutto, coglie impreparati.  L’esordio della malattia di Alzheimer giunge inaspettato, e talvolta la prima reazione è il rifiuto. Si formulano ipotesi alternative: che l’anziano sia depresso, o che cerchi di attirare l’attenzione su di sé, che non si sforzi abbastanza a ricordare e a ragionare.

Una volta confermata la diagnosi, poi, ci si scopre inadeguati a un tipo di assistenza difficile anche per chi la svolge per professione.   Oggi si parla della sindrome del burnout, un malessere psico-fisico che colpisce i cosiddetti caregiver, coloro che svolgono le professioni di aiuto. Ma chi caregiver si trova ad esserlo per necessità, e con una persona cara, è doppiamente a rischio: per l’impreparazione e per il  coinvolgimento emotivo che la vicinanza affettiva comporta.

Che fare?  

Bando ai sensi di colpa: aggiungono dolore al dolore.  Se abbiamo risposto in maniera sgarbata al nostro genitore, ammettiamo che il carico di tensione è elevatissimo e un cedimento fa parte del gioco.   Ci si può sentire in colpa per provare sentimenti di imbarazzo. Non c’è nulla di cui vergognarsi se il nostro genitore ha comportamenti bizzarri in pubblico: le persone sensibili capiranno. È invece importante mantenere i contatti sociali e, per quanto possibile, far sì che anche l’ammalato non si isoli.

È comprensibile sentirsi in colpa anche quando si giunge alla decisione che nessun figlio vorrebbe prendere: il ricovero. Molto spesso si tratta dell’unica scelta praticabile, dopo aver sperimentato tutte le possibili alternative. Anche in questo caso, è più utile cercare di assolversi e dedicare le proprie energie a sostenere il genitore, magari con visite più frequenti.

Farsi aiutare. Da soli è quasi impossibile sopportare un carico tanto elevato. L’aiuto qualificato può rivelarsi utilissimo. Ci sono gruppi di mutuo aiuto, coordinati da esperti che insegnano a gestire le proprie emozioni, ma soprattutto a comunicare correttamente con l’ammalato, a stimolarne le capacità residue, a migliorar la qualità delle vita di chi assiste e dell’assistito.

E’ anche importante parlare con le persone di cui ci fidiamo: possiamo trovare nell’altro comprensione, o esaminare un modo diverso di vedere la situazione e magari scoprire che anche altri vivono un problema analogo. Il confronto con l’esterno favorisce il distacco emotivo e può essere costruttivo e consolatorio.

 Trovare del tempo per sé. Il contatto continuo con un ammalato di Alzheimer può provocare molta angoscia e nel contempo impoverire le abilità cognitive di chi lo assiste. Bisogna imparare a chiedere, anche quando non si è abituati a farlo, e trovare dei momenti per la propria realizzazione personale: per  prendere le distanze fisiche ed emotive e, soprattutto, per mantenere la mente sempre attiva e allenata.

 Per i sessantenni di oggi c’è la speranza che buone pratiche comportamentali -  prime fra tutte la stimolazione intellettiva – e i progressi della ricerca scientifica  allontanino dal loro futuro lo spettro della demenza.   Patrizia Belleri”        In foto: R. Magritte, “Il doppio segreto”, 1927

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Maledetti!

Scrive Nicoletta: Mi chiamo Nicoletta e, ad un anno della pensione, mi hanno lasciata a casa dal lavoro senza peraltro alcuna motivazione: “quanto vuole per andare via?”. L’azienda per la quale lavoravo aveva meno di 35 dipendenti quindi mi sono presa le mie cinque mensilità come da legge e…mi sono ritrovata in mezzo alla strada! Ho inviato tantissimi cv ovunque ma, come immaginavo, ho troppa esperienza e sono troppo “grande” (oggi pare si dica così) per essere assunta. Ma mi manca tanto un lavoro…mi manca la sfida, il contatto con le persone, mi mancano le soddisfazioni, gli obbiettivi….e mi mancano anche i miei soldi, ovviamente! Le giornate sono diventate lunghissime e stupide perchè il mio lavoro era tutta la mia vita. Mi sento giovane, oggi ho 61 anni, e non voglio nè mettermela via nè tantomeno trovarmi degli “interessi” per colmare questo vuoto abissale. Voglio essere ancora parte attiva di un mondo che mi è stato tolto e sono ogni giorno più depressa!!! Risorgerò, come la Fenice, dalle ceneri o devo solo aspettare la fine della mia vita???  In foto: donne in ambiente di lavoro

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La realtà dei senior e il nostro blog

Pubblico il messaggio inviato da Maria Cristina qualche giorno fa e la mia risposta. La realtà dei senior è composta anche da disagio e sofferenza: in che misura questo blog rappresenta pure questo pezzo di realtà?

Il messaggio di Maria Cristina: “L’anziano fatica ad accettare i limiti, il ‘ciak’ finale è una via d’uscita” leggo oggi sul Corsera nelle pagine (20-21) dedicate a Lizzani e al suo suicidio, ” L’unica eutanasia che concede l’Italia agli anziani. Gettarsi nel vuoto” riflette Ozpetek.
Perché le scrivo? Seguo molto questo spazio ma da un po’ di tempo a questa parte ho l’impressione che non riesca a rappresentare la realtà complessa degli anziani. Sono davvero tutti così energici e positivi, così pronti ai cambiamenti fisici e della condizione di vita, come sembra emergere dalla maggior parte delle storie? Di tanto in tanto emerge qualche criticità, ma nel complesso sembra che tutto vada a gonfie vele.
Lizzani infatti continuava a fare progetti, “era il più vitale di tutti” dice Scola, la mente degli anziani infatti rimane spesso troppo vigile, capace di guardare avanti, talvolta troppo avanti…  Ma la malattia grave della moglie e un fisico che non risponde, una condizione di vita che ti obbliga a fare i conti con i limiti e a rallentare i ritmi possono deprimere a tal punto che il vuoto diventa la tua scelta finale. Un terzo dei suicidi in Italia sono a carico degli over 65 (cito sempre il quotidiano) e sul totale degli anziani (presto il 30% della popolazione) la metà  soffre di depressione. E allora, mi piacerebbe che anche chi soffre avesse la forza di raccontare il suo disagio, trovando spazio su questo blog. E’ difficile, lo so per esperienza, io per la prima (65anni) evito di lamentarmi quando sto male, ma forse si può trovare insieme un linguaggio per far emergere il disagio profondo che spinge “la mente a rinnegare anche la propria razionalità”.
Grazie della sua attenzione, forse sono stata un po’ lunga, ma prima Monicelli ed ora Lizzani mi spingono a riflettere e a cercare un interlocutore attento ed appassionato come lei.
Un cordiale saluto.
Maria Cristina Rinaldi”.

La risposta di Enrico: “Cara Maria Cristina, ho molto apprezzato il messaggio che mi ha inviato, per due ragioni: la prima è che fa sempre piacere ed è sempre utile conoscere l’opinione sincera di chi ti legge e ti segue, la seconda è che i suoi spunti mi hanno obbligato a riflettere.  Mi sembra che il punto centrale dei suoi commenti sia: dato che la realtà è composta anche di disagi e di sofferenze, non solo di energie positive e di vitalità, perché nel blog non si dà più spazio anche a queste dimensioni ? Dico subito che condivido pienamente la sua fotografia di una realtà piena di ombre e non solo di luci. Anzi, tra le ombre potremmo aggiungere, oltre alle depressioni, ai suicidi e alle malattie debilitanti che lei cita, anche le difficoltà economiche di molti senior, le forti crisi d’identità a seguito dei cambiamenti, le paure dell’insignificanza dell’ultimo tratto di vita, le carenze del welfare e la non eccelsa qualità della vita riservata, almeno stando alle statistiche, alla terza e quarta età. Per dirla con una battuta di Piero Degli Antoni: “Che brutta età la terza età, figuriamoci la quarta!” Perché allora prevalgono, nei miei articoli e nelle storie che giungono al blog, gli ottimismi, le speranze, la segnalazione delle opportunità? Per quel che mi riguarda (cioè per quel che scrivo io), quando qualche anno fa ho iniziato ad interessarmi all’argomento dei senior, ho trovato una certa ricchezza di libri, saggi, pamphlet, ricerche, articoli di giornale e posizioni di associazioni, politici e sindacalisti che mettevano quasi tutte l’accento sui disagi e le carenze. Secondo la “vulgata” comune di allora, il mondo dopo i 55 anni era il mondo degli anziani pensionati: abbandonati, in solitudine e in declino. Stop. Che la realtà fosse in grande trasformazione (nuove età e fasi di vita, diversi costumi e atteggiamenti, migliori condizioni di salute, ecc, non sto qui a ricapitolare tutto quello che sicuramente lei avrà già letto), fino a pochi anni fa era quasi negato. E pure oggi, anche se i media stanno finalmente occupandosi di più di queste trasformazioni, mi sembra che ci sia una certa cecità nel vedere questa metà della mela.

Parlare, da parte mia, più delle opportunità che dei disagi è quindi un modo per me di segnalare a quelli della mia generazione e delle generazioni vicine alla mia (mi rivolgo tendenzialmente ai 55-75enni, non parlo di solito dei problemi dei veri anziani di oggi, gli ottantenni e i novantenni), che degli spazi per vivere con pienezza questa fase di vita ci sono e che la realtà innegabile dei problemi e delle sofferenze legate all’invecchiamento è solo un pezzo della realtà. Questa è la prima ragione del “taglio” del blog. La seconda ragione è che i messaggi e le storie che vengono inviate sono per lo più di chi vuole segnalare gioia di vivere, superamento di passaggi difficili, situazioni che non escludono la speranza. Non solo naturalmente: ricevo e pubblico anche storie di chi ha sofferenze e problemi, spesso di natura affettiva o psicologica o economica. Di solito non faccio selezioni e la censura l’ho esercitata solo in sporadici casi di testi non proponibili. E’ proprio che è più frequente la voglia di segnalare ottimismo di quella di segnalare disagio. Forse, come dice lei, perché si fatica ad esprimere il proprio malessere, forse perché è un riflesso della mia “linea editoriale”, forse perché sono rari gli spazi dove si può esprimere ottimismo, non so dare una spiegazione precisa… Insomma, sono d’accordo con lei che la realtà è fatta di luci e di ombre, che questo blog fa bene se fotografa tutta la realtà non solo una parte, ma credo che la ragion d’essere di queste pagine sia di proporre e segnalare soprattutto le possibilità, le soluzioni, le alternative positive e realistiche che i senior possono trovare in una realtà in profonda trasformazione.   Un cordiale saluto. Enrico”

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Senza lavoro ? Ha ragione mio figlio

Mi chiamo Gianandrea, ho 57 anni e da quando ne avevo 20 lavoro. Nei primi sei anni sono stato presso una ditta piccolissima che non mi ha mai pagato i contributi e poi è fallita. Dopo ho iniziato a lavorare in un’officina più grande di manutenzione che mi ha messo in regola e da lì non mi sono più mosso. Praticamente sono 37 anni che lavoro e più di 30 che verso allo Stato i soldi per la mia pensione. L’officina dove sono impiegato adesso è in crisi da un po’, il proprietario ci ha già spiegato molte volte che i conti non tornano e che gli costa molta fatica continuare a tenerla aperta. Con lui ormai ho molta confidenza, ci conosciamo da tanto tempo e sono un po’ il suo vice nell’organizzazione del lavoro quotidiano, quindi mi parla apertamente e secondo me manca poco prima che la chiude. Io ho davanti ancora dieci anni di contributi da versare prima di prendere la pensione. Ammesso e non concesso che a 67 anni la pensione davvero arriva e che sia sufficiente per vivere, nei prossimi dieci anni cosa faccio ? Non sono il tipo che si piange addosso, ho messo in giro la voce tra amici e conoscenti che ho bisogno di un nuovo lavoro, ma lo so che non sarà facile. Per fortuna mia moglie lavora anche lei, in un posto che sembra sicuro e mio figlio è già autonomo da qualche anno. Vuol dire che almeno dovrò occuparmi solo di me stesso non anche della famiglia e i miei risparmi dovrebbero bastarmi per un paio d’anni. Però non ci dormo quando penso che dopo una vita mi ritrovo senza arte né parte. So curare l’amministrazione, programmare il lavoro di un’officina, accettare e seguire i clienti, occuparmi delle diecimila pratiche burocratiche che ci sono da sbrigare, ma ci sarà un’altra officina che oggi vuole un 57enne per fare queste cose ? Io sono disponibile a fare qualunque cosa, ma non so se sarà sufficiente. Mio figlio mi fa la lezione invece di farla io a lui, mi dice che bisogna essere pronti a cambiare sempre, a non considerarsi mai arrivati, che loro di trent’anni questa lezione l’hanno dovuta imparare da subito e che per quelli della mia età è più difficile perché non ci siamo abituati. Ha ragione lui.      In foto: l’americano Mark Simoneau, ora 65enne, che ha ritrovato un buon lavoro nel 2012 dopo quattro anni trascorsi da disoccupato e alla ricerca di occupazione (fonte: AARP)

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Non si tratta solo di sesso…

Nelle ultime settimane ho ricevuto, inviate alla rubrica “Invia la tua storia”, vari messaggi che parlano di Viagra, Cialis e Levitra.  Ne riporto un paio.

Sotto il titolo “Come dovrei comportarmi?”, Rossana scrive: “Siamo una coppia di ultrasessantenni. In questi giorni ho scoperto da vie traverse ma con i miei occhi, che mio marito fa uso spesso di Cialis a mia insaputa. Potrebbe anche essere normale, se portasse dei benefici anche a me. Ma c’è una piccola cosa che fa la differenza. Non abbiamo rapporti intimi io e mio marito pur vivendo nella stessa casa e nello stesso letto da tanti anni. Lui dice che lo prende perché lo fa stare meglio, ma meglio con chi? gli chiedo io. Il Cialis non è un’aspirina per il mal di testa, o sbaglio? Come può reagire seriamente una donna di fronte ad una cosa che sa tanto di presa in giro? Cosa può pensare e come si deve comportare una donna- moglie di fronte ad un simile fatto? Accetto consigli. Grazie”

Il secondo post che riporto è di Giorgio Boratto e racconta del suo libro: “Sono l’autore di un libro dal titolo Bourbon & Viagra che racconta di un cantante country quasi settantenne che trova con il Viagra una seconda giovinezza sessuale… Il romanzo racconta la cavalcata, attraverso le canzoni country, di Martin Hedger, un cantante che si muove tra il Missouri, Nashville, Memphis e l’Alabama sulle orme di Johnny Cash e Willie Nelson.  Con in testa un cappello da cowboy, Martin Hedger vorrebbe lasciare traccia. Ma viaggiando nel vento il suo mondo dura quanto una canzone. Martin è così: uno dei tanti che si stupiscono d’invecchiare, ma hanno riempito la loro vita di tutti gli elementi che lasciano un cappello pieno di pioggia. Martin Hedger ha il vantaggio di essere ironico e trova un senso comico nella sua ricerca di sesso a tutti i costi. Come finirà? Nessuna indicazione, ma la sua vita è piena di indizi.”

Il Viagra, copostipite dei farmaci che aiutano le prestazioni sessuali, ha compiuto 15 anni pochi mesi fa. Non c’è dubbio che, insieme ai ritrovati che l’hanno seguito, abbia prodotto una piccola rivoluzione non solo nei comportamenti sessuali, ma forse ancor di più nelle aspettative, nell’immaginario, nelle relazioni, nei sentimenti e nei timori di uomini e donne senior.

Secondo il rapporto Coop 2013, i consumi in generale continuano a calare. Di recente diminuiscono soprattutto quelli legati ai cosiddetti vizi: il consumo degli aperitivi è calato del 5%, quello dei superalcolici del 3%, il vino ha registrato un -4% e in due anni le sigarette fumate sono state il 14% in meno. Persino il caffè, che è parte delle nostre abitudini quasi quanto gli spaghetti, in sei anni ha avuto una contrazione del 21%. Viagra ed affini invece no, loro vanno in controtendenza: + 8% in due anni, complice sì l’uso anche da parte dei più giovani, ma soprattutto la maggiore diffusione tra gli over 55. Se questa non è una piccola rivoluzione nei costumi…

Se, come racconta Boratto, il viagra può aver portato sensazioni di nuove opportunità, nuovi modi d’invecchiare e pure un po’ di comicità e di autoironia, d’altra parte, come invece testimonia Rossana, la “virilità maschile a tempo” può produrre nuovi sbandamenti.

“Il viagra potrebbe essere l’ultimo sfasciafamiglie” ha sostenuto la giornalista Terry Marocco su Panorama, che argomentava così: “La seconda giovinezza sessuale dei maschi ha messo in difficoltà unioni che da tempo avevano superato brillantemente la crisi del settimo anno” e suggerisce che il raddoppio dei divorzi in Italia degli ultrasessantenni negli ultimi dieci anni sia attribuibile anche a questi farmaci. Nello stesso articolo si riporta l’opinione di Paola Beffa Negrini, psicologa all’Università Cattolica di Milano, che sull’argomento ha condotto uno studio per la società di geriatria: “Oggi gli uomini hanno più carte da giocarsi rispetto alle coetanee settantenni. E le lasciano più facilmente, credendo che tutto si possa risolvere con le pillole, anche se poi senza la vecchia moglie non sanno neanche dov’è la tintoria”. Davvero vogliamo pensare che l’aiutino non possa essere a beneficio anche delle coppie più assestate ?

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Passaggi d’età

Per Vivian Diller, psicologa e autrice di “Face it”, una guida per donne alle prese con le emozioni che derivano da cambiamenti importanti del proprio aspetto fisico quando si invecchia, la crisi di mezza età è quella che compare quando il passare degli anni si combina con cambiamenti biologici e psicologici. Non se se oggi si possa ancora parlare di “mezza età”, visto che nessuno sa più dire con sicurezza a quale età arriverebbe questa benedetta età di mezzo, ma è certamente vero che, come suggerisce la Diller, il passaggio dai cinquanta e dai sessant’anni sono quasi sempre contrassegnati da cambiamenti del proprio aspetto fisico e del proprio assetto di vita (sia per le donne sia per gli uomini), cambiamenti che in molti casi producono una crisi. Se non una vera e propria crisi di identità, quantomeno un numero cospicuo di interrogativi intorno a se stessi e alle proprie scelte di vita.

I segni di una crisi di questo tipo possono essere molti e diversissimi da persona a persona: ad esempio, c’è chi fatica a riconoscersi e ad accettare le rughe e gli appesantimenti che vede allo specchio, chi si sente in declino e non riesce più a pensare ad un futuro soddisfacente, così come c’è chi si domanda se ce la farà a proseguire nelle relazioni e nelle attività che una volta erano fonte di molte soddisfazioni e ora invece non suscitano più un briciolo di entusiasmo. C’è anche chi, invecchiando, fantastica di palingenesi senza aver mai modificato di un millimetro i propri cinquanta o sessant’anni precedenti e chi si aggrappa disperatamente al presente puntando all’immobilità, propria e del mondo intero. Certamente, è anche vero che molti vivono con la massima serenità il passaggio dalla condizione di adulto nel pieno della maturità a quella di senior, ma chi sperimenta la crisi può stare veramente male e può correre il rischio di incupirsi, di perdersi o, come diceva una testimonianza pubblicata di recente proprio su queste pagine, può persino desiderare di immergersi in un letargo interminabile.

In questi casi prendere coscienza del fatto che stiamo vivendo una crisi legata al passaggio d’età è già un passo avanti: tra le reazioni più comuni infatti c’è la negazione, anche a noi stessi, di quel che sta succedendo. Far finta di niente, evitare di rifletterci, pensare che è solo una giornata storta, è quanto di più umano possa esserci, ma non aiuta.  Accettare che qualcosa sta cambiando è invece già un modo per affrontare il problema.

Per tornare alla Diller, i suoi suggerimenti sono di evidente buon senso: immaginate di guidare e di trovarvi in una rotonda senza sapere la direzione da prendere, propone la psicologa. Ebbene, alcuni comportamenti sono sicuramente sbagliati. Tra i più frequenti, il provare a tornare indietro sulla strada da cui siamo venuti, ma ahimé il portare all’indietro l’orologio non è un buon rimedio, anzi è proprio impossibile. Anche continuare a girare intorno alla rotonda aspettando che qualcosa succeda produce solo confusione e alla fine paralisi. La soluzione più facile potrebbe sembrare il far finta che la rotonda non esista e proseguire diritto nella stessa direzione, ma andare avanti in automatico senza emozioni fa solo aumentare il rischio di depressioni e quasi per certo produrrà sentimenti negativi di mancanza di senso. Alla fine, presi dalla disperazione, potremmo prendere la prima svolta che capita, ma sarebbe come giocare alla lotteria. Gli errori da evitare insomma sono chiari. Cosa suggerisce di fare allora la psicologa ? Le mosse giuste sarebbero di prendersi una pausa, non reagire immediatamente, pensar bene allo step successivo e confrontarsi con chi ci sta intorno. E poi agire, per non passar la notte all’incrocio.

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E perchè no ?

Scrive Gioindel: Se i tempi cambiano e la storia ce lo insegna perchè non debbono cambiare le regole?
Ho sessantadue anni, da 2 in pensione dopo aver prestato servizio nella polizia municipale per oltre 39 anni.  Potrei pensare a me stesso ma non mi viene possibile perchè la realtà che mi circonda affettuosamente non me lo consente …e allora…..siccome la salute fino ad oggi invece me lo consente, io dico che le regole vanno cambiate.
Dovremmo rientrare in logiche diverse, cambiare cultura sul lavoro e sulla società in genere, pensare che tutto quello che prima era normale non lo è più. Io sono cresciuto in una famiglia di 14 persone (11 figli, genitori e nonna), ho conosciuto la crisi nella mia infanzia e non mi fa paura, ma ritengo che affrontarla nella maniera giusta sia la cosa più corretta, dalle famiglie al governo che sostiene questo Paese.
E’ qui che divento pazzo, sentire ogni giorno parlare tante persone che ricoprono cariche istrituzionale e parlare un linguaggio diverso dalle persone che ci rappresentano.QUESTO MI FA PAURA.
Bisogna essere ottimisti, ma ci deve essere consentito.

Caro Gioindel, il tuo messaggio mi lascia aperte delle curiosità. La tua voglia, da 62enne, di non curarti solo di te stesso e di pensare a cambiamenti per la società mi sembra ammirevole. E anche il sentimento di paura che provi di fronte ad autorità che parlano un linguaggio troppo distante lo trovo comprensibile. Ma mi rimane forte la curiosità di capire in cosa consisterebbero i cambiamenti di regole che auspichi. Cordialità. Enrico

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Manutenzione mentale “fai da te”

Si fa fatica a tener dietro alle tante notizie giornalistiche e ai numerosissimi articoli scientifici che si occupano della memoria, dell’invecchiamento e più in generale di cosa mantiene in buone condizioni le capacità cognitive anche con il passar degli anni. Evidentemente il gran numero di senior (solo in Italia gli over 55 siamo più di 20 milioni), insieme alle paure legate al declino cognitivo, rendono l’argomento di grande interesse per i diretti interessati, ma lo rendono di primaria importanza anche per le strutture pubbliche che dovranno garantire il welfare, così come per le aziende che vedono nei senior il mercato più promettente per il futuro. Senza contare che il mondo scientifico trova proprio nelle neuroscienze e nello studio del cervello uno dei terreni più fertili di nuove scoperte. Insomma, c’è una convergenza di interessi per cui in tutto il mondo avanzato le ricerche e gli studi sull’argomento si arricchiscono giorno dopo giorno.

Però, come ho già avuto modo di scrivere, se ad oggi sono stati individuati molti fattori ambientali che aiutano nel “mantenere in forma la mente”, nessuno sa seriamente dire come prevenire le malattie mentali della senilità. Notizie come quella che ho riportato ieri sulla pagina facebook collegata a questo blog (per cui alla maggiore longevità sembrerebbe associarsi una maggiore lucidità mentale) fanno ben sperare, ma ci dicono di un risultato positivo senza spiegarci esattamente da cosa esso è dipeso. E anche notizie come quella per cui la perdita di memoria tra i senior risulterebbe assai più frequente negli uomini che nelle donne (è  la conclusione di uno studio di un gruppo di ricercatori della Mayo Clinic di Rochester, USA, pubblicato sulla rivista Neurology), a parte gettare nello sgomento noi maschi che già facciamo una certa fatica ad accettare una speranza di vita di cinque anni inferiore a quella delle donne, non ci aiuta a capire né perché questo succede, né quali sono i rimedi .

Non rimane quindi che provare a seguire qualche regola di “buona manutenzione” del cervello, sapendo che nessuna previene con sicurezza malattie future e dosando a piacimento tra le svariate raccomandazioni che finora vengono proposte, tutte peraltro con un qualche retroterra scientifico. La lista prevede: una base di “allenamento mentale” (“il cervello è come un muscolo che deve essere tenuto tonico” dicono i fautori di questo approccio), una razione di esercizio fisico meglio se quotidiano (“l’esercizio fisico è in grado di modificare in modo permanente l’efficienza dei nostri neuroni e migliorare la plasticità cerebrale”), una dose abbondante di conversazione e di rapporti umani che rinsaldi la socialità (“fattori ambientali di tipo sociale e affettivo hanno un impatto fondamentale sul nostro cervello”), senza dimenticare una spruzzata di musica a basso volume durante il sonno profondo per chi vuole conservare la memoria seguendo le ultime scoperte dei ricercatori dell’Università di Tubingen. Ma l’ulteriore ingrediente su cui le raccomandazioni si sprecano è l’alimentazione: salute del cervello e dieta – sono convinti in molti – sono legati a filo doppio e quando si va a leggere come preservare la memoria attraverso quel che si mangia, si scopre che si apre un nuovo universo. Ho provato a consultare quattro siti (tre americani e uno italiano) che si propongono come specializzati nel suggerire la dieta migliore per preservare la memoria e ritardare l’invecchiamento cognitivo e, a parte un comune favore per la dieta mediterranea e una comune avversione per un eccesso di carne rossa, i menu proposti contengono ricette fra loro piuttosto diverse, con alcuni ingredienti prevedibili, come olio d’oliva, pesce, frutti di bosco e verdure a foglia verde, ma anche altri inaspettati come frutta secca, semi di girasole, barbabietole, avocado, noccioline, vino rosso, patate e orzo. Con il dito accusatore puntato di volta in volta sui troppi latticini, o sui cibi conservati, oppure sul sale in eccesso o sui troppi zuccheri. Non voglio certo banalizzare il lavoro di chi sta studiando questo approccio, ma per chi, come il sottoscritto, non è né medico né esperto nutrizionista, scegliere tra una dieta e l’altra appare come il dover aderire un po’ fideisticamente ad una religione piuttosto che ad un’altra.

Insomma, per la “buona manutenzione” del cervello, in attesa di regole risolutive, bisogna sapersi districare tra giochi mnemonici, esercizi cognitivi, camminate, nuotate, musica in cuffia mentre si dorme e uscite con gli amici evitando però di andarci a cena perché se cominci a ordinare solo barbabietole, broccoli e semi di girasole ti guarderebbero male. 

Non siamo all’anno zero, ma di strada da fare ce n’è ancora tanta. Per il momento il “fai da te” impera.

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Piccoli trucchi di memoria per la vita quotidiana…

…soprattutto quando l’età avanza.

La memoria cala con gli anni, ma la vita quotidiana prosegue come al solito. E alcune situazioni, per via del calo di memoria, per i senior si fanno fastidiose, perditempo, per non dire imbarazzanti.  Possibile che sempre più di frequente non riesca a trovare le chiavi di casa ? Che mi prepari di tutto punto per uscire scorrendo mentalmente se ho preso tutto e poi pochi passi dopo il portone mi viene in mente che ho dimenticato qualcosa ? E che rabbia quando c’è nebbia totale sul nome del nuovo vicino che mi è stato presentato da poco o quando dimentico gli orari dell’ufficio pubblico dove devo tornare e che l’impiegato mi ha appena sgranato.  Magari sono problemi che ho sempre avuto, ma con gli anni che passano si sono acuiti.

Ok, è normale: alla nostra età, quando non prestiamo completa attenzione il ricordo rimane debole e abbiamo serie difficoltà a rammentare quel che ci interessa, anche a distanza di poco tempo.  Proviamo però a vedere quali sono le situazioni fastidiose più frequenti e se c’è qualche semplice accorgimento per eliminare o almeno ridurre la noia di queste situazioni, soprattutto ora che l’età avanza.  Io ne provo ad elencare cinque e per ciascuna di esse un semplice accorgimento che mi sembra funzioni. Se volete, aggiungete le vostre situazioni e i vostri trucchi.

Ricordare i nomi delle persone – Me ne avevano parlato nominandolo solo per cognome, quando l’ho conosciuto di persona ci siamo invece presentati col nome di battesimo. Dopo poche ore lo rincontro e mi fa: “Ciao Enrico”, io provo a rispondere “Ciao…” ma mi fermo incerto perché il suo nome di battesimo non l’ho mai veramente registrato nella mente.  Eppure, in altri casi ho verificato che funziona il seguente trucco: quando incontro qualcuno lo guardo in faccia, ascolto il suo nome, mi faccio un’immagine mentale, un’istantanea, che colleghi il nome e il viso. Ad esempio: ecco Chiara, ha un viso innocente, non posso non ricordarmi “acqua azzurra, acqua chiara” di Battisti. Se mi presentano Roberto Rossi, immagino che ho la fortuna di stringere la mano contemporaneamente a due comici famosi, al “Robberto” nazionale e a Paolo Rossi. Insomma, mi sembra che siamo più dotati nel ricordare immagini e collegamenti che singoli dati.

Non scordarsi i pezzi – Vietato andare al mercato senza la lista, ovviamente. Ma è ad alto rischio anche scriverla di getto prima di uscire di casa. Più sicuro costruirla nei giorni precedenti, man mano che si nota che manca qualcosa. Quando esco per mezza giornata, per un giorno intero, per un weekend, devo avere con me tutto quel che mi serve. La probabilità di dimenticare qualche pezzo è elevata. Farmi un film mentale in anticipo di tutto il percorso di solito mi aiuta nel raccattare gli oggetti che mi serviranno senza dimenticanze. Degli amici mi hanno detto che a loro funziona anche quest’altro trucco, ma io non l’ho mai provato: far la lista (ad esempio degli oggetti che si vuol comprare) e costruire intorno ad essa una storia. Ad esempio: un pollo stava mangiando dell’insalata quando si avvicinò al pollaio un camion carico di concime per le piante…

Ricordare le password – Ormai se navighi in internet la password te la chiedono per tutto. Usare sempre la stessa non è così sicuro e se le annoti su un quadernetto devi solo sperare che nessuno te lo porti via (o peggio, che tu non ti dimentichi dove l’hai messo). Un’alternativa ? Creare uno schema in cui inserire ricordi lontani nel tempo per te indelebili. Ad esempio, puoi iniziare con una combinazione di numeri e lettere che ha senso per te, per dire: Marta06, il nome della tua prima maestra e dell’età che avevi quando l’hai incontrata, più le prime due lettere di chi ti sta chiedendo la password, ad esempio “Li” per Libero, per ottenere alla fine Marta06Li.

Ricordarsi i titoli dei film o il nome di un attore – E’ una delle situazioni per cui faccio più brutta figura. Troppo spesso mi capita di avere il nome del film o dell’attore sulla punta della lingua, ma niente da fare, non mi viene in mente, e più mi accanisco nel tentativo di ricordare, più la risposta si allontana. Adesso sto provando un trucco che, mi hanno spiegato, si basa sul seguente princìpio: il cervello organizza i ricordi in files, quindi se vuoi recuperare un singolo elemento, quando ne sei venuto a conoscenza devi collocarlo nei files giusti. Per esempio, vuoi ricordarti del film “Rain Man” ? Mettilo nei files dei film con Dustin Hoffman, dei film sui rapporti tra fratelli (Tom Cruise) e in quello sulle disabilità e le malattie (l’autismo).

Ritrovare la macchina dove la si è parcheggiata – Non c’è bisogno di arrivare nello smisurato parcheggio di Mont Saint-Michel (uno dei siti turistici più visitati d’Europa) per non ritrovare più l’auto parcheggiata: lì chiunque ha delle difficoltà. A volte il problema c’è anche nel parcheggio del supermercato o in quello dello scambio con la metropolitana. Senza contare le volte che non ci si ricorda più dove si è parcheggiata l’auto la sera prima. Personalmente, non avendo un box né un posto fisso per l’auto, tutte le volte che esco di casa e ne ho bisogno devo fare un grande sforzo di concentrazione per ricostruire in quale delle via adiacenti l’ho lasciata l’ultima volta e in molte occasioni mi ritrovo a battere tutte le vie intorno all’isolato prima di recuperarla. Anche qui il trucco sarebbe semplice: quando si parcheggia non bisogna scappar via subito, bisogna concedersi un altro mezzo minuto, prender nota dei riferimenti (la via, il numero della fila del parcheggio) e guardar bene cosa c’è tutto intorno.

Quali sono le vostre situazioni fastidiose e i vostri trucchi ?    In foto: coppia senior al cinema, fra tre ore si ricorderanno ancora il titolo del film ?

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Speranze e delusioni

Scrive Frappi: Tra pochi giorni compirò 61 anni, sempre più spesso mi ritrovo a pensare a quel che ne è stato della mia vita e ogni volta mi rimane quell’amaro in bocca e nel cuore . Sognavo cose che per varie vicissitudini non ho realizzato, e pazienza, la vita si sa……ma dopo gli anta è stato pure peggio, la malattia, la delusione nell’aver scoperto quanto abbia sbagliato nella scelta del “compagno di vita”e la naturale conseguenza della separazione dopo quasi 30 anni , la tanto desiderata pensione dopo una vita di lavoro e sacrifici che mi avrebbe permesso di riprendere in mano la mia vita , qualche viaggetto o semplicemente coccolarmi nel mio letto senza la odiata sveglia alle 6:30 , è andata in fumo, chissà forse tra 4 o 5 anni!!!! ma intanto io mi sento stanca e faccio sempre più fatica a riprendermi, ma ai nostri politici cosa gli frega, loro stanno BENONE, ci succhiano il sangue e ridono. Eppure avrei tanta voglia di ricominciare, ma da dove!!! sarà ancora una volta illusione/delusione?   In foto: signora di spalle.

 

 

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