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Cosa fare (e cosa evitare) con i figli grandi

Cari ragazzi di sessant’anni, tra i commenti che mi inviate al blog e alla pagina facebook il posto d’onore è riservato all’argomento “rapporto con i figli grandi”. Le storie che raccontate sono molto varie e gioie e dolori si equivalgono. Ma in tutte le vostre riflessioni scorre un filo comune che definirei di preoccupazione e di dubbio su come affrontare, da 50enni, 60enni e 70enni, il rapporto con i figli 20 e 30enni.  Dubbi che una volta erano meno diffusi: a 20 o 30 anni le persone erano donne e uomini fatti e finiti e casomai la domanda era inversa: cosa potevano fare i figli di quell’età per madri e padri che, a sessant’anni, erano ormai anziani. Oggi come sappiamo non è più così.

Mi sono permesso di scrivere sei “pillole” su cosa, secondo me, possiamo fare oggi per i nostri figli grandi. Ogni ulteriore consiglio lasciato nei commenti è il benvenuto.

  1. Quando si decidono a prendere la loro strada allontanandosi da te è il momento di essere contento, non triste: stanno crescendo e forse vuol dire che hai contribuito anche tu alla conquista da parte loro di un bene essenziale come l’autonomia
  2. Se poi vai in depressione per la loro lontananza e soffri il nido vuoto, pensa che è il momento in cui puoi guardarti intorno ed esplorare le tante opportunità che oggi la vita offre ad un senior; ricordati che un po’ di lontananza non equivale necessariamente a mancanza di una forte relazione affettiva
  3. Se invece rimangono in casa più di quanto avresti desiderato e magari sono loro un po’ depressi (non riescono a trovare il lavoro, non ce la fanno a recidere il cordone ombelicale, non sanno bene che direzione prendere, ecc.) non fare pressioni perché “si diano una mossa”, è controproducente.
  4. In caso di coabitazione è vietato: stirar sempre loro le camicie senza mai chiedere che anche loro ogni tanto lo facciano, non farsi aiutare mai nell’apparecchiare e sparecchiare tavola, far finta di niente se il pargolo si sveglia regolarmente a mezzogiorno ed è un NEET (not in education, employment or training, cioè non studia, non lavora né cerca lavoro)
  5. Le nostre generazioni hanno sperimentato la crescita economica, loro ahimè stanno iniziando a sperimentare il declino: se nella vita sei riuscito a mettere da parte qualcosa, prevedi che a loro probabilmente potrà servire un tuo aiuto anche in futuro, non basta prevedere quel che servirà a noi quando non saremo più autosufficienti
  6. Probabilmente è vero quel che scrive Alessandro Rosina nel suo “L’Italia non è un Paese per giovani”, però tocca principalmente a loro conquistarsi il futuro; quel che possiamo fare noi è di non arroccarci tutte le volte che vengono messi in discussione i trattamenti favorevoli che molti delle nostre generazioni hanno avuto; questo naturalmente a patto che la riduzione di qualche nostro diritto vada in maniera diretta a favore delle giovani leve.
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Riappropriarsi del tempo

Tempo vincolato, tempo libero e tempo vuoto.  Il tempo è uno, ma i modi di intenderlo sono tanti.

“Ho troppi impegni, sono sempre di corsa, non ho un attimo libero, dalla mattina alla sera sono senza un minuto libero, sono troppo programmato”: chi non ha sentito affermazioni di questo tipo ?  Chi non si è espresso in questo modo in qualche momento della propria vita ?     Il tempo vincolato è di chi percepisce il tempo in questo modo. L’orario dell’ufficio, gli appuntamenti presi, le incombenze dei figli e della famiglia, gli impegni – anche quelli piacevoli – che da scelta iniziale sono diventati vincoli che costringono. Quando si pensa alla propria giornata in questo modo significa che si è dominati da una concezione del tempo come “tempo vincolato”.

Il tempo libero dovrebbe essere, al contrario, quello non vincolato dal contesto in cui si vive, ma lasciato a disposizione delle libere scelte dell’individuo. Chi per molto tempo ha sperimentato il tempo vincolato ambisce al tempo libero. E’ così che nel pieno della maturità molti vagheggiano la libertà dei weekend e delle ferie senza orari e ritmi di lavoro, o le sere di luglio senza gli impegnativi figli piccoli mandati al mare coi nonni. E’ così che chi è dentro una normale vita di lavoro mitizza il tempo della pensione come momento in cui sparirebbero i vincoli. Poi però succede che anche nel cosiddetto tempo libero si diventa preda di chi offre servizi appunto per il tempo libero e magari le ore non lavorative diventano più cariche d’impegni delle altre. Il tempo liberato dai vincoli è una cosa, il cosiddetto tempo libero dell’industria del tempo libero è un’altra.

Senza contare che tanti, soprattutto quelli che hanno trasformato la propria passione in lavoro, non riescono a spiegarsi tanto bene cosa è vincolo e cosa è libertà, perché quando lavorano fanno ciò che gli piace e si sentono già liberi di usare il tempo come più gli aggrada.

Il tempo liberato dai vincoli dovrebbe rendere più felici. Sicuramente è quel che succede immediatamente dopo la “liberazione”. Però è sempre in agguato un piccolo mostro che mette paura a tanti: il tempo vuoto. “Cosa c’è di più bello del tempo vuoto?” – potrà domandarsi qualcuno. Fatto sta che la paura del vuoto, della mancanza di contenitori che strutturano la tua vita, e quindi anche il tuo tempo, manda tanti fuori di testa.

Il pieno stanca, ma il vuoto spaventa.  “Mi ritrovo con le giornate vuote, non so bene cosa fare, faccio questa cosa perché mi annoiavo troppo a non fare niente”. Il fatto è che quando mancano i vincoli, il senso del come si impiega il tempo lo devi trovare tu, minuto dopo minuto: il vincolo ti costringeva, ma era allo stesso tempo molto rassicurante.

Quando si entra nella fase di vita nuova, cioè quando qualche evento indica che si sta passando dalla fase della piena maturità ad una fase da senior, in cui si sta invecchiando ma si è ancora lucidi e potenzialmente attivi, si è di solito di fronte ad una bella opportunità: quella di riappropriarsi del proprio tempo.  Spesso ci sono le condizioni per ridurre il “tempo vincolato” (i figli sono cresciuti e meno impegnativi, se ancora si lavora si sa come ritagliarsi maggiori libertà, se si è smesso di lavorare si aprono orizzonti sconosciuti) e aumenta la possibilità di autodeterminare l’impiego del proprio tempo.  A questo punto riappropriarsi del proprio tempo significa non cadere inconsapevoli nelle braccia dell’industria del tempo libero, né farsi prendere dall’angoscia del tempo vuoto, ma capire quali, tra le possibili attività fisiche, manuali, intellettuali, riflessive, danno più senso al nostro futuro.

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Una vita “normale”

La storia di Marzia: Tutto ciò che volevo e ho sempre voluto dalla vita, era una vita “normale” e l’ho più o meno avuta. Fidanzamento, casa, lavoro, matrimonio, figli…i problemi più o meno grandi di ogni famiglia, qualche lite, qualche incomprensione e tanto amore…per 39 anni.

  Molti hanno invidiato la mia bella famiglia e la mia vita “normale”, poi 2 anni fa, ho perso mio marito..no, non è morto è scappato, senza una parola, con la sua amante. I figli se ne sono andati, seguendo la loro strada, io sono in pensione, la casa è vuota, gli amici si sono volatilizzati.Oggi ho 60 anni, guardo al futuro con apprensione, la solitudine quando non la scegli, ma la subisci, è pesantissima, mi sento vecchia, no peggio, morta dentro. Immaginavo che negli anni a venire avremmo potuto realizzare tante cose che avevamo rimandato. Tutti i sogni, tutti i progetti svaniti. E adesso?  Mi chiamo Marzia e la mia vita oggi “normale” proprio non lo è.

In foto: Edward Hopper, La solitudine del mattino

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…e la salute ?

La mia è la storia di una persona che non ha mai avuto fortuna con la salute. Adesso ho più di 60 anni, ma è da tanto tempo che combatto con le mie malattie, che non mi abbandonano mai. Non mi va di parlarne, dico solo che hanno a che fare con il diabete e con lo stomaco.
  Le malattie ci sono, non è vero che sono sparite. Continuo a leggere anche su questo blog che alla mia età sarebbe tutto rose e fiori, anche per gli anni futuri. Può darsi che le statistiche hanno ragione, che altri sono fortunati e io no. Però la realtà che vedo io è un po’ diversa.
E come me ce n è tanti. Due giorni fa stavo a fare uno dei soliti esami fastidiosi che periodicamente devo fare e insieme a me in sala d’aspetto c’era un sacco di 60enni e di 70enni. E’ normale no ? più sei vecchio più ti ammali, anche oggi che ci sono tante prevenzioni, esami, medicine, ecc.
Quindi non dimentichiamoci mai la salute quando si parla della nostra età. Siccome effettivamente succede che molte volte ti guariscono e ti curano, dobbiamo imparare a vivere anche con le malattie, gustando quel che avanza.

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Guardare in faccia il futuro

Silvia segue da tempo il blog. Oggi partecipa con questi suoi pensieri che, più che una “storia”, sono riflessioni intorno ai temi proposti ne “I ragazzi di sessant’anni”.  Mi fa piacere pubblicarli. Enrico

Scrive Sivia: Ho 68 anni, in pensione da 2 senza averla mai sognata. Alle spalle una carriera scolastica di insegnamento che mi ha dato grandi stimoli intellettuali e la cura preziosa delle relazioni con i giovani e gli adulti che ruotano attorno al mondo della Scuola.

Oggi mi guardo intorno e vedo anziani che, seppur coetanei, vivono a due velocità : quelli che chiameremo “con lo stile di una volta”, spesso abbigliati severamente (ad es. con le calze grigie già ora, a settembre..) con l’aria dimessa, spesso soli o accompagnati ….., e quelli “ di ora” , magari della stessa età, come dicevamo, che vivono con più apertura e coraggio. Lo so, può dipendere dalle condizioni di salute, dalle tristezza che la vita ci impone, ma resta il fatto che queste differenze esistono.

Tuttavia è bene qui sottolineare che esistono anche dei “pregiudizi” verso la persona anziana, spesso difficili da vincere, che vorrebbero che la vita del “ caro vecchietto” si svolgesse sotto una campana di vetro, per non interferire con la vita dei giovani adulti. Tutti noi che, come ci chiama l’autore siamo young old, sappiamo che la gente ci guarda non sempre con occhio libero dal condizionamento che la nostra età anagrafica impone. La differenza, anche per noi, sta proprio in questo: non lasciarci dominare dai pregiudizi e dalle paure dell’età, ma guardare in faccia la Vita e decidere ciò che ci è possibile fare.

Le storie che ci offre questo blog ci svelano un mondo di anziani privilegiati ( di aver vissuto senza guerre, di avere una pensione, alimentazione varia, medicine, ricerca medica…vita longeva…..ecc) che osano ancora VIVERE, PROGETTARE e SOGNARE, e non sopravvivere…

Io mi auguro che questi anziani siano sempre più numerosi rispetto a quelli che limitano i propri spazi esistenziali. Infatti gli studiosi ci dicono che, come in passato si sono sviluppati geni che hanno permesso all’Umanità di sopravvivere nelle più disparate condizioni ambientali, così potremmo ipotizzare lo sviluppo di geni che arricchiscono la possibilità di vivere in modo più attivo anche in tarda età. Tutto questo senza pensare di arrivare a 120 anni, ma di vivere gli anni che ci sono concessi dalla Provvidenza, arricchiti di significato e di valore per noi e per gli altri.

Silvia Ghidinelli

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Sonno, memoria ed età

Mi hanno tolto una certezza! Ero convinto che una bella dormita fosse un buon sistema per snebbiare la mente e che il ricordo dei nomi, faticoso soprattutto quando sono stanco, potesse migliorare la mattina appena sveglio. Invece pare proprio, e la cosa è un po’ irritante, che l’effetto benefico del sonno sulla memoria svanisca con l’avanzare dell’età.

E’ quel che sostiene Michael Scullin, un giovane ricercatore della Scuola di Medicina dell’Emory University di Atlanta, riportato da FoxNews.

Il sonno, sostiene Scullin, ha molto più impatto sul magazzino della memoria dei giovani che non su quella dei senior. Infatti, nel corso di una ricerca è emerso che i giovani, dopo una notte di sonno, hanno reagito ad una serie di test di memoria molto meglio che prima del sonno, mentre per le persone più avanti negli anni non vi è stata differenza sostanziale di risposta tra prima e dopo la notte di ristoro.

Fino ad oggi molti studi avevano confermato che una bella dormita ha davvero un effetto positivo sul livello di memoria, ma il problema è che, come spesso accade, tutti questi studi erano stati condotti su ragazzi in età scolastica e non su persone più mature.

Invece nella sua ricerca Scullin ha sottoposto ai test 57 persone tra i 18 e i 22 anni e 41 persone tra i 60 e gli 84 anni. A tutti ha proposto un esercizio di memoria: comunicava a ciascuno coppie di parole (ad esempio la parola “progetto” associata alla parola “fiume”), mandava a dormire e 12 ore dopo verificava se ad una parola (ad esempio la parola “progetto”) la persona si ricordava a quale altra parola era associata (nell’esempio alla parola “fiume”).

Malgrado dormissero grosso modo le stesse ore di sonno, i senior registravano poi una performance di memoria più bassa. Una differenza significativa emergeva in termini di ore di sonno profondo (più alta per i giovani che per i senior), ma questa evidenza secondo il ricercatore non basta a dire che qui sta la ragione della diversa efficacia del sonno sulla memoria delle persone avanti negli anni.

Insomma, era così comodo farsi una bella dormita ed essere convinti che poi si poteva far brillare la mente ! Ora sarò invece costretto ad inventarmi qualche altro metodo (quale?) che mi tenga in forma la memoria.

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Un nuovo equilibrio

Elena racconta così la sua situazione attuale: I miei figli, uno di 28 anni e uno di 24, nel giro di pochi mesi se ne sono andati di casa. Cioè, uno è andato a vivere per conto suo (o insieme alla sua fidanzata ? mah non si capisce bene) e il secondo ha vinto una borsa di studio ed è andato in Olanda per un anno. La mia vita è improvvisamente cambiata. Da giovane lavoravo ma poi avevo smesso, anche per occuparmi meglio della famiglia. Qualche lavoretto ogni tanto, ma niente che mi prenda veramente. Mio marito è in pensione da un paio d’anni, ma fa ancora delle collaborazioni e ha i suoi interessi che lo tengono impegnato tutto il giorno.    Così mi ritrovo adesso con una situazione nuova e mi rendo conto che devo trovare un nuovo equilibrio. Non solo per me, ma anche per tutte le cose che si fanno in casa, mi fa impressione quando la sera a cena ci ritroviamo soli io e mio marito. Tutte le amiche mi dicono che dovrei essere contenta che i figli hanno trovato la loro strada, un po’ lo sono perché mi sembrano realizzati, ma io sono lo stesso un po’ triste e mi spiace non averli vicino a me. Certi giorni mi vergogno perché mi ritrovo a chiamarli più volte al giorno per avere loro notizie, so che è sbagliato però è dura cambiare così alla mia età.

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La domanda di Giusy: reinventarsi sul lavoro

Ieri sulla pagina facebook collegata a questo blog Giusy ha fatto una domanda tanto semplice quanto di difficile risposta: “Mi dite come o cosa reinventarsi a 50 anni, in tema di lavoro ?”.

E’ una domanda che ha rivolto a tutti e nessuno finora (h.18.30 di giovedì) si è sentito di darle una risposta, forse anche questo un sintomo della delicatezza del problema.

Francamente non credo che ci sia una risposta al quesito che pone Giusy, e anche chi le avesse voluto dare qualche buon suggerimento probabilmente si sarà fermato di fronte al non sapere chi è Giusy e cosa ha fatto finora. Però qualche criterio generale lo si può mettere in comune e da lì forse partire per esplorare delle soluzioni, magari buone per molti, non solo per Giusy.

Intanto credo che sia fondamentale capire perché ci si vuole reinventare sul lavoro. Si è perso l’impiego che si aveva ? Non si sopporta più l’ambiente che si è frequentato per tanti anni ? Si fa fatica ad alzarsi la mattina pensando di dover trascorrere otto ore in ufficio ? Nel mio libro “I ragazzi di sessant’anni” ad un certo punto propongo tre categorie: gli espulsi, i liberati e i tenaci. I primi sono quelli che avrebbero desiderato continuare sulla stessa pista e invece sono stati costretti a lasciare il lavoro. I secondi sono quelli che salutano come una benedizione l’essere usciti da una situazione che ormai vivevano come frustrante o del tutto insoddisfacente. I terzi sono quelli che, per inerzia o per convinzione, tenacemente proseguono (possono proseguire) l’attività lavorativa di sempre.   Naturalmente il punto di partenza è fondamentale per progettare il proprio “reinventarsi”: chi è stato espulso, ad esempio, di solito deve superare anche un senso di sconfitta o di ingiustizia che non sperimenta per nulla colui che vive la frattura con il passato come una liberazione da una gabbia.

Se la ragione del cambiamento è importante, ancor di più lo è il cosa mi aspetto da una prossima attività lavorativa e cosa sono disposto a mettere in gioco. Qualunque tipo di lavoro lecito in qualunque angolo del mondo pur di portare a casa la pagnotta per i prossimi quindici anni ? Oppure, come è assai più probabile per un cinquantenne italiano, le mie motivazioni e le mie aspirazioni mettono dei paletti abbastanza precisi a ciò che cerco ? E allora chiariamoceli bene subito quali sono questi paletti, tra l’altro può essere anche l’occasione per renderci conto di cosa ci piacerebbe fare per davvero nei prossimi anni, per far emergere ciò che veramente siamo e ciò che veramente desideriamo. Questo è il significato primario di reinventarsi.

Fatta luce sulle proprie esigenze, motivazioni, aspirazioni così come sui propri vincoli, arriva la parte più difficile: trovare delle opportunità concrete in un periodo di recessione economica senza andare in cerca della luna.  Andare in cerca della luna può significare molte cose diverse: ad esempio, il provare a ricollocarsi in un settore in cui tutte le imprese stanno chiudendo solo perché la propria esperienza è in quel settore; oppure prendere in considerazione solo occupazioni che diano esattamente gli stessi benefici di quella precedente; oppure ancora infilarsi in un’attività autonoma pensando che i risultati positivi si vedranno sin dal primo giorno.   Ciò detto, è vero che le opportunità concrete le si possono trovare più facilmente se si dispone di qualche professionalità che è ricercata sul mercato. La prima cosa concreta da fare quindi è il bilancio delle proprie competenze professionali specifiche sviluppate nei decenni precedenti, per capire quali sono quelle che hanno una buona richiesta sul mercato del lavoro.  E poi proporsi con una buona dose di flessibilità sulle formule: da over 50 è inutile puntare in prima battuta al posto fisso, si è dei miracolati se te lo offrono, meglio puntare ad incarichi a tempo, o a lavori part time. Terza raccomandazione: sfruttare tutti i canali attraverso i quali si può arrivare alle offerte di lavoro. Non disdegnare i Centri per l’impiego, non aver problemi a rivolgersi alle agenzie di lavoro interinale, proporsi sui social network professionali tipo Linkedin, mandare il proprio CV alle società di ricerca e selezione di personale, prendere in considerazione le iniziative formative che vengono offerte per la propria riconversione professionale, provare a farsi pagare un servizio di outplacement dall’azienda che ti sta mandando via. E ovviamente utilizzare la rete di relazioni personali sviluppata nel corso della vita per far sapere la propria disponibilità e i propri progetti.

Questo se il futuro lo si immagina sempre da lavoratore dipendente. Ma, come hanno testimoniato anche alcune storie raccontate su questo stesso blog, le strade sono molteplici: ad esempio può anche succedere che una passione, sempre contenuta nei ritagli del tempo libero, si trasformi ad un certo punto in attività remunerata. Così come può succedere che una buona idea e delle capacità sviluppate in passato possano fare da punto di partenza per l’avvio di un’attività autonoma o imprenditoriale.

Mi rendo conto che questi che ho indicato sono solo criteri di massima e che ogni situazione è un caso a se stante. Forse però possono essere dei punti di partenza di metodo per affrontare le singole storie personali.

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Vegetale Umano

Ho voluto abbinare la storia ricevuta da Maria con un commento lasciato da Daniela ad una storia precedente. Maria per parlare di sè intitola la sua storia “vegetale umano” e basta questo per capire il suo stato d’animo. Daniela avverte la possibilità di cadere in depressione e l’addebita alla situazione generale. Che sia derivante da una situazione esterna o da una voragine interiore, certo in entrambi i casi è alto il rischio di vivere la prossima fase di vita al ribasso, senza accorgersi delle possibilità che l’esistenza ci offre sempre, persino quando non le cerchiamo e anche quando la solitudine la fa da padrone.

Maria: Sono una sessantenne da poco anagraficamente, ma con una vita e una storia di almeno ottanta. Dopo non aver vissuto la mia adolescenza, essendomi sposata giovanissima, ho dedicato e costruito la mia vita aggrappandomi alla famiglia ed ai due figli ; da anni sono vedova , e mi ritrovo con una voragine dentro incolmabile , e senza altri interessi , che ho sempre cercato di programmare nella mia mente , ma non riesco a trovare con la forza fisica e con il cuore. Sono stanca di sentirmi ripetere da tutti , compresa la terapeuta, devi reagire, ma non ci riesco, forse sono anormale , o come dicono, è l’amore che può tutto e io amore non ce n’ho. Aiutatemi !

Daniela: Tra due mesi saranno 57, sono single senza figli con cane, un lavoro statale, il mutuo ecc. e forse di anni me ne sentirò anche qualcuno in meno ma la situazione che viviamo non risparmia nessuno e a quasi sessantanni può farci cadere facilmente in depressione.

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Lavoro a 59 anni

Oggi vi propongo due storie in parallelo: quella di Giuliano, che ha inviato la sua storia al blog, e quella di Marina, che non ha inviato una vera storia ma che ho lasciato il suo messaggio sul wall della nostra pagina facebook. Giuliano e Marina hanno in comune la stessa età ed entrambi parlano di lavoro. A 59 anni non sono pochi coloro che proseguono con soddisfazione e motivazione la propria attività lavorativa, ma non è il caso di Giuliano e di Marina, che invece stanno sperimentando dei problemi legati al lavoro. Però i loro sono problemi di natura molto diversa: a dimostrazione ancora una volta che il fenomeno dei ragazzi di sessant’anni che lavorano ha molte e varie sfaccettature.

Scrive Giuliano: Qualche anno fa, oggi ho 59 anni, non avrei immaginato che mi sarei trovato nella situazione di oggi. Lavoravo in un’azienda, un lavoro tecnico che mi piaceva e con uno stipendio decente, avevo fatto la mia normale carriera – se questo concetto vuol dire ancora qualcosa – avevo le mie responsabilità e non mi passava per la testa nessuna idea di pensione. Meno di un anno fa invece, d’improvviso, l’azienda dove lavoravo è stata venduta e i nuovi arrivati mi hanno liquidato in poche settimane. In passato ho girato un po’ di aziende diverse ma questa volta mi sono reso subito conto che la mia età è un handicap per propormi ad altri come ho fatto in passato. A parte il fatto che mi va di lavorare ancora, ho due figli che ancora studiano. Mia moglie, che lavora anche lei, sta cercando di tenermi su di morale, ma non so per quanto tempo ne avrà voglia. Io ho qualche risparmio da parte e qualcosa per licenziarmi me l’hanno dato, ma non posso e soprattutto non voglio ritirarmi adesso. Dicono che i giovani soffrono perché si sentono precari, se a me offrissero adesso qualcosa di precario lo prenderei subito.

Il messaggio di Marina:  Ho 59 ANNI compiuti il 2 giugno…una vita piena , lavoro all’ospedale di Trieste, 2 figli maschi e ora meraviglie delle meraviglie una nipotina…vorrei tanto poter stare a casa a fare la nonna ma mi fanno lavorare fino a 67: IO NON CE LA FACCIO PIU!!!!!!

 

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