Posts Tagged: pensione

Non ho l’età…

Il mondo dei senior sta cambiando ad una velocità sorprendente e in maniera altrettanto veloce si sta diffondendo la percezione dell’importanza che le generazioni degli over 55 hanno e sempre più avranno nella nostra società.  Contemporaneamente, si stanno modificando l’atteggiamento mentale con cui si guarda a questa età e gli obiettivi che ci si pone, a livello sia individuale sia pubblico, su come affrontare questa fase della vita.

Il cambiamento in corso è tanto quantitativo che qualitativo. Non sono più solo pochi inascoltati demografi a segnalare che siamo di fronte ad una rivoluzione. Ormai, di fronte all’evidenza di 11 milioni di donne sopra i 55 anni e di 9 milioni di loro coetanei maschi (per stare solo all’Italia), tutti ci siamo accorti che qualcosa di profondo si sta modificando. Se poi a questo dato aggiungiamo la proiezione che dice che nel 2030 due persone su cinque avranno più di 65 anni, è facile prevedere che ai senior della terza e della quarta età saranno riservate nei prossimi anni attenzioni molto forti.  Questo riguarda il cambiamento sul piano quantitativo, ma forse ancor più significativa è la trasformazione sul piano qualitativo.

Sicurezza, benessere e opportunità sono le tre parole-chiave per comprendere l’evoluzione qualitativa in corso e come sta cambiando l’atteggiamento verso questa stagione della vita.  Il pensiero tradizionale dice che all’avanzare dell’età le opportunità diminuiscono ed aumentano invece i rischi. Sulla base di questo assioma, i primi sistemi di welfare, dedicati innanzitutto a pensioni e assistenza medica, hanno cercato (e in buona misura ci sono riusciti) di dare sicurezza alla persona “anziana”, proteggendola quanto più possibile dai rischi di povertà e di malattia in una fase della vita in cui le chances di farcela da soli diminuirebbero. Naturalmente, anche se il contesto in cui sono sorti non è più lo stesso, i sistemi di welfare sono ancora importantissimi e non è certo venuta meno la loro funzione protettiva originaria, di garanzia per il futuro, soprattutto in periodi di vacche magre.  Ma già svariati decenni fa, per lo meno nei Paesi più ricchi tra cui anche il nostro, alla ricerca di protezione e sicurezza si è aggiunta la ricerca di benessere. Una fase della vita chiamata “pensione” stava diventando prevalente e non era più sufficiente evitare povertà e abbandono; con il tempo è diventato un must anche far sì che il pensionato si potesse godere il meritato riposo, aiutandolo ad adattarsi alla nuova condizione e cercando, per gli anni rimanenti della vita, di trovare una condizione di benessere.

Oggi siamo di fronte ad un nuovo passaggio: sicurezza e benessere rimangono importanti, ma quel che sta accadendo è che la maggior parte dei senior fa fatica ad accettare di essere definita in base all’età, come se l’anagrafe determinasse dei modelli sociali da seguire, delle scelte obbligate da fare, degli stili di vita da seguire. In numero sempre più significativo, i “ragazzi di sessant’anni” non vogliono vivere con la paura che le loro speranze, i loro sogni, obiettivi e desideri vadano in soffitta unicamente per via dell’età. Non si tratta di non essere realisti o di non accettare l’invecchiamento, ma al contrario di riconoscere una nuova realtà in cui, arrivati a questa età e anche oltre, il film della propria vita può scorrere in modo molto “personalizzato” e non determinato solo dal dato anagrafico.

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Solo quello pagato è lavoro?

Da parte di Emilia: Sessantaquattro anni, da quattro sono in pensione. Fra gli ultimi fortunati del regime retributivo, avrei continuato ancora qualche anno, se il lavoro stesso non fosse diventato sempre più stressante, se in famiglia non ci fossero stati problemi e malattie che domandavano la mia presenza, se non fosse arrivata al momento giusto la famosa “offerta che non si può rifiutare”, che ho colto al volo.
Ho vissuto la fine del lavoro come una liberazione di energie: finalmente potevo scegliere obiettivi “miei”, anche di lavoro, certo lavoro “altro”, per lo più non pagato. Ma chi ha detto che solo quello pagato meriti il nome di lavoro?
Da giovane avevo cominciato nella ricerca sociale, poi mi ero dovuta occupare d’altro, da pensionata finalmente ho potuto recuperare gli antichi interessi. Da cinque anni tengo un blog, l’ho iniziato quando ancora lavoravo: ho scritto 280 post, ho ricevuto 70 mila visite.
Il ruolo obbligato di caregiver cerco di viverlo come una sfida: “sacrifici” il meno possibile (anche se i vincoli sono tanti.. i viaggi, tanto per nominarne uno), affetto e competenza sì, come anche amicizie e aiuto, e fiducia, nonostante tutto.
Il futuro preferisco non pensarlo troppo, anche perché il presente mi occupa troppo. C’è poco “pubblico” a fianco delle famiglie che ne hanno bisogno, ma c’è anche poco “privato” serio e affidabile. Un’occupazione possibile per tanti giovani, fra l’altro.         In foto: donna al computer

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Pensioni, progetti e incertezze

I tardo cinquantenni e i neo sessantenni si stanno affacciando ai misteri della nuove regole per le pensioni e alle incognite delle nuove problematiche del lavoro, nuove perchè il lavoro va proseguito o cercato anche ad età avanzata. E insieme a un disagio di fondo che nasce da una dissonanza forte tra le aspettative che hanno coltivato per anni e la realtà attuale, cresce la sensazione di una spaccatura netta tra le condizioni favorevoli godute dei fratelli maggiori, anche di pochi anni, e le proprie.

Di pari passo cresce l’esigenza di capire meglio come le nuove regole impattano e impatteranno sulle proprie vite.  Anche coloro, e non sono pochi, che hanno condiviso le motivazioni del nuovo sistema pensionistico, che credono convintamente ai principi dell’invecchiamento attivo e che mantengono con piacere un’attività lavorativa, si pongono domande a cui spesso non sanno dare risposte certe.

In primo luogo: la riforma Fornero comincia a far sentire i suoi effetti a partire dal 2013 e c’è stato un anno per studiarsela e perché ciascuno potesse fare i propri calcoli. Però nei programmi elettorali di alcuni partiti compaiono promesse di una nuova modifica delle norme pensionistiche. Quindi fra tre mesi potremmo ritrovarci a studiare regole nuove. E, dopo vari governi di colore diverso che, in modo diverso ma convergente, hanno fatto cambiamenti alle regole finalizzati a rendere sostenibile la spesa dell’Inps, al tener dietro alla maggiore longevità e di conseguenza ad allungare nel tempo la prestazione pensionistica e a diminuirne l’entità, nessuno toglie dalla zucca degli italiani che le ultime regole non sono ancora quelle definitive. Insomma, l’incertezza regna ancora sovrana e i programmi di vita è meglio farseli a prescindere dalle decisioni politiche sulle pensioni.

Anche ipotizzando che la struttura della riforma di fine 2011 non venga modificata, vi sono comunque degli interrogativi ricorrenti, più che per la non chiarezza della legge, per la non abitudine a considerare alcune opzioni. Ad esempio, tutti sanno che la famosa età alla quale si può cominciare ad ottenere la pensione è stata portata più avanti, e ciascuno, in base all’età di nascita e ai contributi versati, ha provato a fare i conti per sé. Però si parla anche di inizio flessibile, è in vigore l’istituto della pensione anticipata e vi sono incentivi al proseguire anche fino ai 70 anni. Sono nuove opportunità, ma non vi è abitudine a considerarle e provocano anch’esse, se non spiegate per bene, un effetto di incertezza.

Un ulteriore elemento che provoca incertezza non sta tanto nelle nuove norme, ma nell’aria che si respira nelle imprese e nei sindacati. Con qualche rara e lodevole eccezione (per tutte, la sperimentazione sul “ponte generazionale” firmata da Assolombarda, sindacati, Inps e Regione Lombardia http://www.assolombarda.it/news/meomartini-al-via-il-ponte-generazionale ), le imprese stanno facendo pochissimo per riorientare la propria organizzazione nel senso di far lavorare gli over60, dal sindacato arrivano pochissimi stimoli in questo senso e l’aria che tira, non appena si presenta qualche problema di esubero, è di riparlare di pre-pensionamenti a partire dai tardo-cinquantenni. Il riflesso condizionato dell’adottare la pratica dominante degli ultimi vent’anni è duro a morire e così chi lavora da dipendente e ha 57 anni non sa se mettersi nella prospettiva di altri dieci anni di lavoro o del probabile pre-pensionato.

Insomma, l’incertezza la fa da padrona e i propri progetti di vita se si può è meglio non condizionarli troppo a cosa succederà sul fronte pensioni pubbliche.

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Sono pronta per una vita diversa

Inviato da Claudia lo scorso 6 gennaio: Ho sessant’anni tondi tondi e domani riprendo a lavorare dopo un lungo periodo di vacanza che mi sono presa intorno a Natale e Capodanno. Ho un impiego presso una compagnia assicurativa, posto sicuro, stipendio decente, buon rapporto con le colleghe e i colleghi, compiti e responsabilità impegnativi ma alla mia portata. Sembrerebbe tutto bene visto così, ma il mio stato d’animo è diverso. Mai come nelle ultime due settimane ho capito che starei bene passando le giornate senza l’ufficio, ho moltissime altre cose che mi prendono (non sono andata a fare viaggi esotici, sono rimasta in città, a casa mia), letture, aiuto a mio figlio che ha appena messo su casa, ginnastica e piscina, rapporti con le amiche e con mio marito più distesi del solito, un po’ di shopping. Non credo che sia la solita difficoltà del rientro al lavoro dopo le ferie, qui c’è qualcosa di più, è che per la prima volta mi vedo bene facendo una vita diversa. Un anno fa, quando mi hanno detto che la pensione l’avrei presa più tardi non me ne sono preoccupata, mi sentivo ancora in forze e non mi dispiaceva l’idea di rimanere nel mondo produttivo. Oggi invece mi ritrovo a cercare di capire se c’è modo di smettere di lavorare prima (anche se mi sa che è difficile perché di famosi anni contributivi regolarmente pagati ne ho meno di quel che dovrebbero essere). Poi magari, una volta a casa, mi tornerà la voglia di fare qualche lavoretto ancora, ma non credo che cercherò più un lavoro così assorbente come quello di oggi.

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Staffetta sì, staffetta no…

Settimana scorsa ha avuto risalto sulla stampa l’annuncio da parte del ministro del Lavoro Fornero di un “patto fra generazioni”, pensato per spingere sull’acceleratore dell’occupazione giovanile. L’idea di base è semplice ed è questa: il lavoratore anziano, prossimo alla pensione, può chiedere di trasformare il proprio rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time, al fine di consentire l’assunzione di un giovane con contratto di apprendistato o a tempo indeterminato.  L’idea di base ha due corollari importanti: il primo è che il saldo occupazionale tra riduzioni dell’orario di lavoro dei senior e nuove assunzioni deve risultare positivo; il secondo corollario, essenziale per il lavoratore intorno ai sessant’anni, è che le Regioni verserebbero i contributi aggiuntivi in modo che non ci siano perdite pensionistiche.

  Alcuni siti e giornali riportavano questa notizia come un decreto ministeriale già varato e in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, altri come un progetto allo studio del Governo.  Resta dunque l’incertezza sullo stato di realizzazione dell’idea, incertezza accentuata dalla crisi di Governo ormai avviata e dalla prossima chiusura della legislatura. Ma anche se per questa volta si rimarrà sul piano delle buone intenzioni, l’idea di per sè mi pare vada nella giusta direzione.  Sono molti i senior che sceglierebbero una riduzione dell’orario di lavoro se non avessero penalizzazioni pensionistiche, l’importante è che si tratti di una opzione possibile e non di una estromissione forzata. E in una fase di recessione come l’attuale un incentivo ad assumere giovani con contratto d’apprendistato sarebbe sicuramente utile.

Certo, un po’ più misterioso risulta capire come le Regioni (o una qualunque Amministrazione Pubblica) possa trovare le risorse per coprire le differenze contributive.

Il dibattito intorno a questa novità è stato immediato e i consensi molteplici. Tra i tanti commenti, mi sembra però che non si possa evitare di prendere in considerazione le obiezioni portate da Marco Ferrera     http://nuvola.corriere.it/2012/12/09/lavoro-lillusione-di-un-patto-tra-generazioni/         Attenzione, dice Ferrera, che non passi l’idea: meno senior al lavoro uguale più giovani impiegati: “L’idea che il problema occupazionale possa risolversi con un patto fra generazioni è…sbagliata.   Poggia infatti sull’assunto che i giovani possono trovare lavoro solo nella misura in cui i lavoratori più anziani liberano «posti», andando in pensione. Sembra una supposizione ovvia e in alcuni casi (a questo o a quel giovane, in questa o quella azienda) le cose stanno davvero così. Ma se guardiamo ai grandi numeri, non troviamo alcuna correlazione fra i tassi di occupazione degli anziani e i tassi di disoccupazione dei giovani. In altre parole: non è vero che se gli anziani si tolgono di mezzo, più giovani trovano lavoro”. E ancora: “Se attecchisce l’idea che la soluzione al problema della disoccupazione giovanile è il patto generazionale, allora perché oltre alla staffetta dentro le imprese non abbassiamo di nuovo l’età pensionabile? Perché, già che ci siamo, non ripristinare i prepensionamenti e le pensioni baby? Qualche irresponsabile lo sta già proponendo. Attenzione: ci siamo già passati e da trent’anni siamo il Paese Ue con i più bassi tassi di occupazione (totale, femminile e giovanile) e il più alto debito pubblico”.

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Ansie da pensione

Ieri ho incontrato un vecchio amico, lo chiamerò Antonio, sessantenne da pochi mesi. Non lo vedevo da un po’ di tempo: l’ho trovato in forma (deve aver fatto una dieta efficace perché era abbondante e adesso invece sembra ringiovanito), è ancora impegnato a tempo pieno nella sua attività professionale dove ormai sa districarsi ad occhi chiusi e però mi ha confidato di essere in ansia. Antonio ha pensato che fosse ora di informarsi della sua pensione: da quando la potrà riceverà e di quanto sarà.  Ha alle spalle quasi quarant’anni di contributi previdenziali, più o meno per metà pagati all’inps e poi alla cassa della sua categoria professionale. Non si è scomposto di fronte alla risposta che gli manca qualche anno per riscuoterla (se l’aspettava), mentre è entrato nel panico quando gli hanno detto che per i contributi versati per tanti anni alla cassa privata riceverà tra i 500 e i 600 euro al mese.  “Diventeranno 1200 con l’inps, la mia famiglia oggi ha un tenore di vita da 3000 euro al mese e i contributi che ho versato sono sempre stati tantissimi… ”   “Guarda che non ti va neanche malissimo – gli dico cercando di tirarlo su – la larga maggioranza sta sotto i 1000 euro al mese”  “Però io ho versato per tutta la vita pensando che fosse sufficiente per garantirmi un tenore di vita dello stesso tipo anche finito di lavorare.”

Pare che Antonio non sia il solo a scoprire tardi l’entità della propria pensione. Sono tantissimi coloro che si preoccupano di farsi un’idea soltanto al momento dell’interruzione del lavoro.   Un po’ non ci si ha voglia di pensare finché si è giovani, un po’ le regole che cambiano in continuazione dissuadono anche i più previdenti, fatto sta che l’informazione è bassa. E mentre fino a poco tempo fa, per via delle regole precedenti, le sorprese non erano necessariamente tutte negative o se c’erano non erano traumatiche,  d’ora in avanti se non si è preparati si rischia di essere colti da improvvisi attacchi di panico come il mio amico Antonio.    Non è certo meglio per quanto riguarda l’informazione sulla previdenza complementare. Come scrive il Sole24ore riportando i risultati di una recente indagine Censis-Cosvip – “la materia è avvolta nella nebbia: 6 milioni di lavoratori hanno una conoscenza sufficiente della previdenza complementare… mentre 16 milioni di fatto non la conoscono o la conoscono male…” “È curioso osservare – prosegue Il Sole24 ore – che il 41,1% degli italiani ritiene la previdenza complementare costosa, mentre tutte le statistiche rilevano un’onerosità inferiore ad altri strumenti di risparmio gestito (fondi comuni, polizze, gestioni patrimoniali). «Non è un costo economico ma psicologico quello che gli italiani non vogliono pagare – dice Giuseppe De Rita, presidente del Censis –. La previdenza complementare ha il vizio di essere troppo segmentata. Inoltre il SuperInps le fa ombra…C’è una voragine informativa e non è chiaro chi sponsorizza i fondi pensione….”

Anche l’informazione sulla previdenza complementare è dunque scarsa, che poi sia più conveniente di altre forme di risparmio e di investimento è tutto da valutare in base alle esigenze di ognuno. Quel  che è certo è che per noi senior non ancora in pensione, cresciuti culturalmente all’ombra del welfare onnicomprensivo, è un po’ difficile pensare che lo Stato non ci garantirà lo stesso tenore di vita di sempre e che invece dobbiamo fare i conti per tempo per capire cosa ci aspetta: prima si comincia meglio è.

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E’ meglio vivere ora o tra dieci anni?

Scrive Maurizio: Buona giornata a tutti i coetanei che navigano su questo sito. Mi chiamo Maurizio, ho 57 anni, sono un giornalista e fotografo (mi piace viaggiare e fotografare le nuvole www.cielienuvole.it), lavoro come dipendente nell’ufficio stampa del Comune di Milano.
Non pensavo che, quasi in vista della pensione (che, ringraziando la Fornero, arriverà però solo tra dieci anni), sarei dovuto ripartire di nuovo da zero. Vendere la casa? Cambiare o inventarmi una nuova occupazione? Espatriare per ritornare in Italia a 67 anni, perché grande è la delusione che attualmente sto vivendo nell’ambiente del lavoro ?
Per fortuna non sono sposato e quindi sono più indipendente per attuare una eventuale scelta, anche radicale, gli affetti parentali tipici e qualche amicizia seria, con la salute che al momento è ancora salda. Il mio vuole essere uno sfogo, per mettere in rete la mia esperienza e, perché no, chiedere ai lettori eventuali consigli, per evitare errori e per inviarmi proposte: una sorta di blog tematico su come cambiare la vita e per trovare nuovi stimoli.
Primo dubbio. Io andrò in pensione con quella di vecchiaia: se continuo a lavorare per altri dieci anni, prenderò 1.050 euro al mese, oltre a una pensione integrativa dell’associazione e dell’assicurazione. Invece, se i prossimi dieci anni li vivrò come voglio io, tra dieci anni prenderò 800 euro al mese.
Secondo dubbio. Per mantenermi potrei vendere la casa (130 mila euro) oppure comperare un camper o andarmene all’estero.
Terzo dubbio. Nonostante le leggi e che io sia un dipendente comunale, mentre l’amministrazione di destra della Moratti mi ha permesso di fare il praticantato e di diventare giornalista professionista (inutilmente) l’amministrazione di sinistra di Pisapia, nonostante abbia dichiarato che vuole valorizzare il personale, non riconosce l’attività giornalistica svolta, anzi, con la conseguente mia delusione e voglia di cambiare lavoro.
Che fare? Qualcuno di voi ha già vissuto qualcosa di simile? Si è inventato qualcosa per evitare spiacevoli illusioni? Reputa che il mio sia uno sfogo futile, con tutti i problemi più seri che ci sono in giro ? Lascio il mio contatto: m.battello@tiscali.it. Grazie.           In foto: Discesa su Stoccolma, da www.cielienuvole.it

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La deprimente telenovela

Chi ha seguito nel corso del mese di novembre la vicenda esodati non ha potuto evitare di deprimersi.  Gli esodati, per i pochi che ancora non lo sanno, sono i lavoratori dipendenti, per lo più ultracinquantenni, che   hanno firmato un accordo per mettersi in mobilità prima della pensione e che dopo la riforma Fornero rischiano di rimanere senza lavoro e senza pensione a causa dell’allungamento dell’età pensionabile. La tutela di queste persone comporta un rilevante esborso di soldi pubblici (finora siamo tra i 9 e i 10 miliardi di euro), per questo adesso se ne parla in coincidenza con la legge di stabilità finanziaria.

Nel corso del mese di novembre, dai parlamentari che si occupavano del problema sono state annunciate a più riprese soluzioni, smentite il giorno successivo, che prevedevano un allargamento della tutela ad ulteriori 10.000 esodati, che si sarebbero aggiunti ai 120.000 per i quali si era già provveduto nei mesi scorsi.  Probabilmente, ora che la legge di stabilità è in via di approvazione, questa telenovela avrà un momento di intervallo, ma dato che pare non siano ancora stati coperti tutti coloro che si vengono a trovare nella condizione di cui sopra, fra poco dovremo sorbirci un’altra puntata.

Peraltro, fosse stato solo per le smentite quotidiane dell’annuncio fatto il giorno prima, o per la consapevolezza che il tormentone ci accompagnerà ancora per un po’, la pellaccia dura del cittadino italiano abituato a ben altro avrebbe resistito e questo da solo non sarebbe stato sufficiente a creare l’effetto deprimente.  La goccia che fa traboccare il vaso sono i discorsi che si sentono fare (e si leggono) ad opera di alcune imprese, di alcuni sindacati e  di alcuni politici (vedi ad esempio le idee che vengono dalle Banche), che ricominciano a parlare di prepensionamenti per i cinquantenni (anche per coloro che di accordi pre-Fornero non ne avevano sottoscritti), invece di mettersi di lena per riprogettare i sistemi di lavoro e di produzione in modo che il sessantenne possa essere attivo sul lavoro in modo coerente con la sua età.

Ma come, abbiamo sopportato e stiamo sopportando i sacrifici della riforma Fornero per l’unica vera ragione di non pesare troppo sui conti pubblici e non scaricare sui nostri figli solo debiti ed oneri, e dopo nemmeno un anno c’è già chi tenta di “cronicizzare” la figura dell’esodato, cioè di scaricare sulle casse pubbliche i costi pur di non cambiare le vecchie micidiali abitudini del prepensionamento e non rinunciare ai propri privati vantaggi ?

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Invecchiare lavorando

Studi dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) hanno evidenziato che un astronauta in orbita in soli sei mesi “invecchia” l’equivalente di dieci anni a terra.  Il fisiologico invecchiamento deve cioè fare i conti con le condizioni di contesto. In altre parole, se un sessantenne oggi dimostra vent’anni meno di una volta, in condizioni difficili può in breve tempo dimostrarne ottanta.

Che “invecchiare lavorando” sia una faccenda un po’ diversa dall’ “invecchiare tout court” ?  L’interrogativo in Italia se lo stanno ponendo in molti. In particolare i neo-sessantenni e le imprese che si domandano quali effetti produrrà l’allungamento dell’età lavorativa verso i 67 anni sullo stato psico-fisico delle persone e sul modo di organizzare il lavoro.

  A questo proposito, una triplice distinzione è d’obbligo: un conto è la parte alta della piramide sociale (imprenditori, liberi professionisti, manager), per cui il lavoro è soprattutto intellettuale e le attività lavorative sono più facilmente compatibili con un fisico da sessanta-settantenne. Diverso è il caso di uomini e donne che svolgono compiti impiegatizi, in cui il problema è spesso di tenuta motivazionale dopo tanti anni di lavoro più che di tenuta fisica. Un terzo caso ancora è quello di chi svolge lavori che richiedono molta energia fisica e molto movimento, come ad esempio gli operai in una fabbrica o in un cantiere, i venditori che guidano per decine di migliaia di chilometri l’anno, quelli che stanno tutto il giorno ad uno sportello affollato, gli autisti di un autobus, eccetera. E’ in questo terzo caso che servono le maggiori cure per conciliare salute psico-fisica delle persone e prestazioni lavorative.

A sentire lo studioso finlandese Ilmarinen (e i finlandesi sull’argomento vanno ascoltati perché sono abituati da tempo a lavorare fino a tarda età), “promuovere l’invecchiamento attivo sul lavoro” si può fare attraverso la riduzione del carico di lavoro, l’introduzione di brevi pause tra una fase di lavoro e un’altra, turni non troppo ravvicinati e dando la possibilità di “trasferire” il bagaglio delle proprie conoscenze e competenze professionali acquisito con gli anni alle nuove generazioni.

Scalpore hanno fatto anche alcune esperienze tedesche. Scriveva Il Sole24ore qualche mese fa parlando di lavoratori anziani: “Le scarpe di un dipendente sono per molte aziende l’ultimo dei problemi. Non per la società tedesca BorgWarner. Il produttore di turbocompressori propone ai propri lavoratori, in fabbrica o in ufficio, otto diversi tipi di calzature. «Il nostro obiettivo – spiega Tanja Romboy, responsabile della sicurezza sul posto di lavoro – è di far sì che i nostri impiegati stiano comodi e non si stanchino troppo»”. Soprattutto, che con l’età non cresca l’assenteismo per malattie legate a problemi muscolari o della colonna vertebrale.  Poi hanno introdotto sulle catene di montaggio sollevatori, tapis-roulant e dispositivi che, inclinando i contenitori, evitano che l’operaio si debba piegare per prendere i pezzi necessari alle varie lavorazioni.   Citatissima è anche l’innovazione BMW, che ha “invecchiato” artificialmente un intero reparto con una quota elevata di ultracinquantenni e lì ha sperimentato nuove soluzioni ergonomiche, di rotazione delle mansioni e di gestione delle pause.    Le soluzioni insomma ci sono, si tratta di capire se si ha voglia di adottarle.

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Una trasformazione radicale

Da parte di Gabriele: Ho 58 anni , vivo a Bologna e sono in pensione da 5 anni. Avrei volentieri continuato a lavorare, ma ho approfittato dell’offerta di prepensionamento proposta dal quotidiano presso il quale prestavo servizio.

Il primo anno ho preferito rilassarmi, godere del tempo libero a disposizione e non affrontare nessun altro tipo di esperienza dedicandomi completamente al menage quotidiano familiare.      Comunque accettare la proposta di prepensionamento ha cambiato radicalmente la mia vita. Mi sono avvicinato alle faccende domestiche e alla preparazione dei pasti giornalieri, per la famiglia, come nuovissima esperienza. Ho sperimentato cosa voglia dire “il dolce far niente” e, tutto sommato, mi sono anche accorto che tale soluzione non avrebbe potuto durare a lungo.

Allontanandomi dal mondo dorato e molto chiuso del giornale mi sono dedicato all’attività che meglio conoscevo, quella di allenatore di calcio. Così sono diventato allenatore del settore giovanile di una squadra, rendendomi conto, dal vero, di quali siano i vezzi, le abitudini e le problematiche legate ai giovani. Ho potuto incontrare e conoscere persone nuove, fare nuove amicizie e trascorrere più tempo con il figlio minore, anch’egli giocatore. Ora dedico maggior tempo a me stesso, agli hobby, alla lettura, alle discussioni con gli amici e sono perfettamente consapevole dei benefici acquisiti dalla vita all’aperto e dalla aumentata attività fisica . Sono anche una buona forchetta, prediligo cibo sano e buon vino. Viste le buone condizioni di salute e i vari impegni appaganti, sono sufficientemente contento di come stiano andando le cose; unico neo le relazioni familiari, ma ci sto lavorando.

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