Posts Tagged: percorsi di vita

Sono rinata !

Scrive Graziella: Sessantadue anni e ho appena ripreso in mano la mia vita. Cinque anni fa ho avuto un tracollo, prima psicologico e poi fisico, da cui pensavo che sarebbe stato impossibile uscire e invece ce l’ho fatta. Non so dire esattamente come è cominciato, so solo che ad un certo punto ho iniziato a perdere interesse per le cose, per le persone e per me stessa. Mi sembrava che tutto quel che facevo era inutile, che lo sbattimento per la mia famiglia era senza senso e che io ormai non valevo più niente. Mi ero convinta che ormai ero una vecchia che aveva già visto quel che c’era da vedere e che mi aspettava solo il peggio. Non ho mai pensato al suicidio, però dentro di me ero convinta che non c’era più niente per cui valeva la pena di darsi da fare. Così mi sono lasciata andare… e dopo un po’ sono diventata inguardabile, una balena brutta, squallida e senza interessi. Ho preso quindici chili in un anno, non mi curavo più, mi rifiutavo di andare dal dentista anche se ne avevo bisogno, appena potevo mi mettevo in vestaglia e ciabatte e mandavo al diavolo tutti quelli che cercavano di ridarmi una ragione per prendermi cura di me. Tutto questo è continuato finché non mi sono imbattuta in un ragazzino, anzi in due splendide coetanee che mi hanno fatto conoscere questo ragazzino, che non aveva niente e che cercava aiuto. Da quel momento ho ripreso a pensare che forse qualcosa valeva ancora la pena di fare e che stavo facendo un torto sia a me sia alle persone a cui potevo dare qualcosa. E’ stata dura, ma avevo deciso di riprendermi e poco per volta ci sono riuscita, anche fisicamente: ora ho ricominciato a voler bene al mondo e a me stessa, sono tornata al peso di prima, quando mi guardo allo specchio vedo finalmente una faccia amica e soprattutto riesco a guardare al futuro con ottimismo.

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Un altro giro di boa

“Cosa fanno i tuoi figli ?”,  “Studiano o lavorano ?”,  “Vivono ancora con te o se ne sono andati ?” “E come è stato il distacco ?”  Sono domande che chi ha figli grandi si sente ripetere cento volte, spesso da altri genitori che condividono la medesima situazione e che hanno voglia di confrontarsi sul punto.

Non c’è dubbio che nel rapporto tra genitori senior e figli venti-trentenni ci sono dei passaggi che se da una parte dovrebbero essere considerati come una naturale e sana evoluzione del percorso di vita, dall’altra parte si presentano irti di ostacoli di natura sia psicologica sia sociale.

A partire dalla famosa “sindrome del nido vuoto”, quel particolare stato psicologico che colpisce i genitori quando i figli si emancipano e lasciano l’abitazione d’origine.  Che poi sia un’emancipazione completa (non solo abitativa, ma anche affettiva, economica e di autonomia nella vita quotidiana) oppure solo parziale, comunque i genitori cinquantenni e sessantenni in questi casi sperimentano un cambiamento forte nel loro modo di vivere e nel modo in cui guardano al futuro. Anche senza considerare le situazioni di chi arriva a soffrire di disturbi nevrotici o psicosomatici, a tutti la prospettiva cambia. Fino all’ultimo giorno che è rimasto a casa dovevi morderti la lingua per non reagire quando trovavi in giro per casa gli avanzi del suo pranzo e la cucina lasciata nel pieno disordine ? Dal giorno dopo che se ne é andato, ti sembra eccessivo l’ordine che impera in tutte le stanze della casa, fattasi improvvisamente grande. I sentimenti negativi che connotano la “sindrome del nido vuoto” sono ben noti: il senso di vuoto, un malessere da mancanza e da solitudine, la fatica a rinunciare ad atteggiamenti di protezione e controllo. Che naturalmente, ci si augura, sono controbilanciati da sensazioni positive, come la soddisfazione nel veder diventare il figlio autonomo, e da nuove opportunità e libertà di cui non ci si ricordava più: maggiore spazio fisico, più libertà d’azione, possibilità di ridare nuova linfa alla coppia. Per la verità, molti uomini e donne che si trovano in questa situazione ne sono spaventati: “E adesso che siamo soli, tra noi cosa ci diciamo ?”, ma è una reazione da vista corta che non considera le potenzialità che si hanno davanti. 

Se l’improvviso nido vuoto è per tanti la condizione con cui fare i conti, ben più preoccupati sono i genitori i cui figli faticano a raggiungere l’autonomia, vuoi per concretissime ragioni economiche e di mancanza di lavoro, vuoi per fragilità psicologica o per bassa spinta all’indipendenza. E’ vero che ci si potrebbe consolare pensando che anche in passato la regola era quella di più generazioni che vivevano sotto lo stesso tetto, ma il fatto è che oggi la famiglia patriarcale non esiste più e quindi, quando genitori e figli grandi vivono insieme, madre e padre intorno ai 60 sono costretti a cercare dei difficilissimi punti di equilibrio nella convivenza: da una parte son loro a tener su la baracca, dall’altra parte nessuno riconosce loro particolari autorità per questa ragione.

Insomma, nell’uno e nell’altro caso (che non si riesca a staccare il cordone ombelicale o che arrivi il momento del distacco) il passaggio richiede attenzione, sensibilità e, quando è possibile, gioco di squadra nella coppia genitoriale.

Questi fenomeni, che afferiscono soprattutto alla sfera dei rapporti affettivi e familiari, si innestano oggi in un contesto sociale che a sua volta contribuisce a rendere delicato il passaggio di vita sia per noi genitori della generazione baby boomer, sia per i figli grandi della Y-generation (più o meno quelli nati negli ultimi due decenni del 900).  Su questo credo che sia sufficiente ricordare due aspetti: il primo è la difficoltà enorme per le nuove generazioni di rendersi economicamente autonome attraverso il lavoro, il secondo è la nuova forma di emigrazione (emigrazione di studio e di avvio al lavoro), che coinvolge moltissimi giovani. Per quanto riguarda il primo aspetto, siamo sommersi quotidianamente dai dati sul livello stratosferico di disoccupazione giovanile, da ricerche che evidenziano la difficoltà per un venti-trentenne di ottenere mutui, da numeri choc sull’entità dei NEET. Purtroppo, la consapevolezza dei problemi non ha portato finora a scalfirne l’entità. Per quanto riguarda il secondo aspetto, la nuova emigrazione, non siamo ancora di fronte a un fenomeno di massa, ma il trend è sicuramente da non trascurare: per dare un’idea, il flusso dei venti-quarantenni verso l’estero è stato, secondo dati pubblicati di recente dal Sole24ore, di circa 28.000 persone all’anno. E’ gente che per lo più ha un alto livello di scolarizzazione e che sceglie, come destinazione per lavorare, soprattutto la Germania, la Gran Bretagna, la Svizzera, oltre a tanti altri Paesi. Senza contare i tantissimi che all’estero ci vanno per studiare o per le varie formule a metà strada tra studio e lavoro. Così che nascono persino pagine facebook dal titolo “noi che abbiamo i figli all’estero”.

Insomma, tra disoccupazione giovanile e nuova emigrazione, tra cordoni ombelicali che non vengono tagliati e nidi rimasti vuoti, il giro di boa dei figli che diventano indipendenti è da seguire con particolare cura.

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Risveglio o letargo?

Da parte di Melacotogna: Dopo 5 anni da sola mi sposai a mezz’età con vedovo e figli putativi adolescenti; lavoro, casa, scuola di questi figli putativi, genitori anziani, spesa, qualche invito in casa e fuori: un turbine, da cui ero schiacciata e sempre piu’ pressata; lui diceva che quando i ragazzi sarebbero cresciuti, ci saremmo divertiti di piu’; invece gli fu presentata una straniera molto piu’ giovane dopo 8 anni dal mio matrimonio: bugie, complicità ed omertà di tutta la sua famiglia, e i suoi amici mi resero isolata ed esaurita, non ci credevo a questo triplo tradimento; mi indusse a separarci con un modesto benservito ed ancora fandonie, anche sul letto di morte dei miei genitori; solo ultimamente ho saputo che se la passa bene e si è pure sposato quella giovane, i ragazzi si son pure sposati e vivono felici e contenti. Il mio tempo mi pare perso e mi fa rabbia se mi dicono “non ci pensare”. Gli anni son passati e son rimasta da sola, ma aiuto ancora bimbi in difficoltà ed altro volontariato, ma nelle feste sto a casa, non ho piu’ una rete sociale da poter scegliere, a parte pochissime persone e la fede che è stata messa a dura prova.

Risveglio, risveglio, non letargo… Più che “non ci pensare”, “pensa che c’è ancora un futuro!”

In foto: di Eva Gonzales, “Risveglio mattutino”

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Donare è la cosa più bella

Da parte di Livia: Ciao a tutti. Non sono abituata a raccontare di me e quindi non so bene da dove iniziare. Scrivo perché vorrei condividere con più persone possibile un messaggio di ottimismo e la gioia che provo da quando dedico parte del mio tempo libero agli altri. Dunque: mi chiamo Livia, ho alle spalle 62 anni vissuti tra alti e bassi, come credo capita a tutti. Da ragazza ho studiato lingue e questo mi ha permesso di viaggiare e di fare dei lavori dove potevo utilizzare l’inglese e il tedesco. Ho incontrato mio marito quando avevo 25 anni e sembrava tutto perfetto. Poi è arrivata la prima curva della vita: ci siamo accorti che non potevamo avere figli. Noi dei figli li volevamo e così abbiamo iniziato la lunga trafila per adottarne. C’è voluto molto tempo e del coraggio, ma alla fine Silvia e Marco, che ormai adesso sono maggiorenni, sono entrati in famiglia. Sono contentissima della scelta fatta, ma non è stato tutto rose e fiori: alla distanza mio marito non ha retto la situazione (o forse non ha retto me) e dopo dieci anni è andato via di casa, anche se ha continuato a farsi carico dell’educazione e delle esigenze economiche dei figli. Io sono riuscita comunque a fare la mamma e a farmi una vita. Avevo la fortuna di non avere preoccupazioni economiche e un fratello splendido che mi è stato di appoggio per tutti questi anni, così ho potuto crescere i miei figli e anche mettermi a studiare una cosa tutta nuova, biologia, prendendo la laurea e lavorando poi qualche ora a settimana in un laboratorio di analisi. Quando Silvia e Marco sono diventati grandi e più autonomi, ho avuto un’altra fortuna, di incontrare un gruppo di persone che si dedicano da volontari ad assistere dei ragazzini immigrati con disagio. La ricchezza umana che provo con questa esperienza è immensa e ogni volta che conosco un nuovo ragazzino è come scoprire l’universo. Non so se tutti dovrebbero fare del volontariato o avere un impegno sociale, sarebbe bello ma le situazioni sono tanto diverse… sicuramente è nelle mie corde e spesso mi dico che io sono stata fortunata, è giusto che doni qualcosa ad altri.

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Neo-padre e nonno a 64 anni

 Un grazie a Mario: ci siamo conosciuti qualche settimana fa, mi ha raccontato la sua storia e mi ha dato il permesso di raccontarla sul blog.

Mario ha 65 anni, è nato in un paese dell’Appennino e fin da quando era studente vive in una grande città del Centro Italia. Ha lavorato per più di trent’anni in una nota azienda, dove ha fatto carriera arrivando ad una posizione di tutto rispetto. Poi, come è successo a tanti altri, le vicende aziendali l’hanno portato a dimettersi quando era ancora 58enne e a quel punto si è reinventato, collaborando con uno studio professionale e sfruttando nel suo nuovo mestiere le competenze accumulate nel passato. Ad oggi, ancora lavora intensamente. Ma non è sul piano del lavoro che la sua storia mi ha colpito, bensì su quello della vita affettiva e familiare.

Mario è stato lasciato dalla moglie molti anni fa, era un matrimonio che a lui sembrava felice, con tre figli, oggi grandi e indipendenti. Dopo anni vissuti come di vero e proprio lutto, Mario ha iniziato un nuovo rapporto, con una donna di venticinque anni più giovane. La sua nuova compagna voleva da lui un figlio e lui, dopo numerosi tentennamenti, ha acconsentito, ridiventando padre per la quarta volta a 64 anni. Nello stesso periodo, anche uno dei suoi figli è diventato padre, con una donna con la quale aveva avuto un fugace rapporto. Il figlio non aveva voluto assumersi alcuna responsabilità per il piccolo, nel frattempo nato, mentre la madre sosteneva di non avere i mezzi per sostenerlo. Nella sorpresa generale, della sua nuova compagna e degli altri figli, Mario a questo punto ha insistito con la “nuora” per potersi occupare lui del nipote, dal punto di vista economico ed educativo. Soluzione che è stata prontamente accettata.

A questo punto, la vita di Mario è la seguente: continua a lavorare incessantemente, anche perché ci sono due bebè da mantenere; nel tempo libero si districa tra pannolini, carrozzine e pappine; soprattutto, a tempo pieno media tra i familiari, nessuno dei quali ha accettato fino in fondo le sue scelte. “Diventare padre a 64 anni e “adottare” di fatto mio nipote sono state decisioni dettate dal mio istinto, da un senso di generosità, di amore e di responsabilità”-  mi dice – “ma ora devo ammettere che non dormo più sonni sereni pensando al futuro”.

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Reinventarmi è quel che so fare

Da parte di Susy: Reinventarmi è tutta la mia vita. L’ho sempre fatto, è stato il mio modo di vivere e di sopravvivere e adesso che ho superato i sessanta non vedo altro modo per guardare avanti.
Nella mia prima vita ero una creativa che lavorava in un’agenzia di pubblicità, era il periodo che la pubblicità era ancora un mondo di sogni e di grande fascino, ti facevano lavorare fino a tardi la sera ma l’ambiente ti teneva viva. Ero a contatto con molte aziende e quando ti riusciva una campagna ti sentivi contenta. Dopo qualche anno però non ne potevo più dell’ambiente, mi sentivo vuota e volevo cercare di più me stessa.
Così ho lasciato la pubblicità e ho cominciato a girare per il mondo, mi fermavo qualche mese nei paesi dove andavo, campavo insegnando l’italiano cercando quei pochi che lo volevano imparare e io studiavo la lingua locale: è così che ho imparato un po’ l’inglese, il portoghese, lo spagnolo. A volte facevo l’accompagnatrice di viaggi organizzati e anche questo era un modo per girare il mondo. Questa seconda vita l’ho fatta per quasi cinque anni, finché ho incontrato quel che è diventato mio marito. L’ho conosciuto in Italia, anche se lui è francese. Aveva un lavoro per cui si doveva trasferire per la sua compagnia per dei periodi lunghi in paesi diversi e io, terzo cambiamento!, ho cominciato a fare la moglie devota che lo seguiva dovunque andasse. Sono diventata madre di due marmocchi, li ho cresciuti e facevo qual che fanno le mamme, con l’aggiunta che cercavo di farli sentire a loro agio anche se continuavano a cambiare città, lingua e amici. Mi dedicavo anche a cucinare e cercavo di imparare i piatti locali. Quando dovevo organizzare delle cene a casa nostra, mi esibivo in sofisticate combinazioni italiane e del Paese che ci ospitava in quel momento e l’effetto era sempre notevole.
Ad un certo punto ho capito che il mio matrimonio non stava più in piedi e mi sono ritrovata nuovamente a reinventarmi. I ragazzi erano diventati abbastanza grandi e una sera, quando un’ospite si è complimentata per la mia cucina e mi ha proposto di unirmi a lei in un’impresa di catering, non ci ho pensato due volte. Le ho detto subito di sì, ho cercato un appartamento dove andare a vivere e mi sono buttata nel mio nuovo lavoro, che per fortuna ha avuto successo e che ho continuato per quasi dieci anni. Finché dall’Italia non mi sono arrivate brutte notizie sulla salute dei miei genitori e insieme una grande improvvisa nostalgia delle origini. Ho mollato tutto e sono tornata per prendermi cura di loro. Sto cercando di convincere anche i miei figli che l’Italia può essere un bel posto dove vivere. Sono pronta per reinventarmi ancora. Qui mi sto rendendo conto che di stranieri che hanno bisogno di imparare l’italiano ce n’è tanti e non è escluso che mi dedichi ad insegnare loro la nostra lingua, però questo si vedrà, intanto mi guardo intorno, pronta a reinventarmi ancora.

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Come un palloncino…

Anche stamattina mi sveglio.. e sono stanca. Comincio a vedere i miei sessant’anni all’orizzonte eppure continuo ad essere ancora in quella fase di ‘nuovi progetti’.. E’ più forte di me, farà parte del mio dna, non fermarmi mai, pensare sempre a cosa farò da grande (…) e buttarmi a capofitto come quando avevo vent’anni. Poi però mi accorgo che non ho più quell’energia e mi affloscio come un palloncino… ma tant’è..
Sono così testarda da non mollare mai la presa. Devo esserne costretta altrimenti la battaglia continua, ogni giorno, per raggiungere l’obiettivo. Leggo di queste vite tranquille, finalmente ripagate delle fatiche vissute, godersi la vita con un libro, la pittura, il teatro. Tutte cose che io amo tantissimo ma per le quali non ho mai avuto, né avrò mai, il tempo. Se ripercorro la mia vita partendo dal suo inizio ‘lavorativo’ mi vedo in quella grande azienda dove, dopo dieci anni, ho maturato la mia discreta esperienza per una professione che ha poi tracciato tutto il percorso della mia vita. Mi occupavo di eventi, corsi di formazione organizzati per i dipendenti. L’incontro con il mondo degli alberghi e del turismo mi ha affascinato subito scoprendo però poi anche la frustrazione del vivere i dieci metri quadri d’ufficio. Così ho mollato tutto ed iniziato la mia vita un po’ anarchica di un lavoro vissuto viaggiando.. Non mi preoccupavo minimamente della pensione, vivevo la giornata perché un giorno ero a Sydney.. il giorno dopo chissà… Ho una figlia fantastica che oggi ha più di trent’anni e mi somiglia. E’ in carriera, piena di energia vitale, milanese. Io invece vivo ad un’ora d’auto, sulle colline dell’oltrepò pavese, non troppo lontano da lei. Da dieci anni le mie maniche sono rimboccate, le mie mani un po’ acciaccate, la schiena non parliamone.. Ma vivo in un paradiso.. che ancora non è finito. Era una vecchia decrepita casa sommersa dalla vegetazione; come Indiana Jones ho vissuto con il macete facendomi strada tra le sterpaglie. L’acqua del pozzo, la stufa a legna, fuori la notte buia, silenziosa. Se ripenso a quel tempo mi viene la pelle d’oca ma io ero felice lontana dallo stress e dalla competizione sfrenata. Oggi, dopo più di dieci anni, la mia casa è un bed&breakfast, il giardino un’oasi ancora da finire ma c’è il laghetto con le mie anatre selvatiche, i miei gatti alla finestra ad osservare le cincie mangiare le molliche di pane sul davanzale, il mio ultimo cucciolo bianco che diventa ogni giorno più grande..
Il mio motto è sempre stato ‘chi mi ama mi segua’, perché non mi sono mai preoccupata di partire sola, ho sempre fatto da testa d’ariete, da avamposto alla scoperta di nuove mete. Così ho un compagno fantastico ma vive fuori casa dieci e più ore al giorno con il suo lavoro.. ed io qui, con le maniche rimboccate, le ossa indolenzite, lo sguardo un po’ assonnato che vorrebbe svegliarsi un giorno e vedere intorno tutto in ordine e già fatto, almeno una volta.
Con questa nuova crisi sono scoperta, non ho reti protettive perché i lanci nel vuoto sono la mia specialità. Così mi lamento che ancora una volta, come nel ’93 a Milano, la crisi mi sorprende fragile e con scarse risorse per affrontarla. Ma la verità non è il destino beffardo, semplicemente è la mia vita che è sempre vissuta così, sull’onda.
E mentre intorno a me le mie amiche cominciano a godersi la vita da ‘pensionate’ io sono ancora qui a fare i conti con i miei limiti, misurati sempre un po’ oltre la linea di demarcazione.

Allora penso che sì, adesso sì, vorrei qualcuno con cui condividere questo progetto, anche per avere il tempo e il modo di godermelo almeno un poco. Mi piacerebbe molto che fosse una donna, un’amica, irrequieta come me, piena di entusiasmi infantili come me, un po’ colta come me, un po’ matta.. proprio come me.
Per piantare un nuovo fiore, creare un nuovo angolo nel verde, inventare e progettare, eventi per gli ospiti-amici da organizzare in questa oasi di ventimila metriquadri di boschi, prati ed un laghetto. In rete ho messo il mio B&B latorrettadisotto.it creato anch’esso da me, grazie al mio essere stata, anche, una consulente in marketing turistico internazionale. Forse è questa la nuova fase della mia vita: essere partecipata.. Se leggendomi senti un piccolo sobbalzo del cuore, scrivimi!    In foto: il giardino per la colazione della casa di Patrizia

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Non sto più a galla, nuoto libera

Scrive Marialaò: Over 60. Il primo figlio durante l’università, la seconda 18 mesi dopo. Quanta incoscienza, quanta fatica, QUANTA GIOIA.  20anni di alti e bassi economici con un marito sognatore sempre un metro sopra le nuvole.   Poi lavoro, lavoro, lavoro. I ragazzi cresciuti splendidi nonostante tutte “le discese ardite e le risalite”.  Poi…quando tutto sembrava scorrere placido…a 42 anni ZACCHETE è arrivato un terzo figlio. Smarrimento intimo per 48h dissipato subito e compensato con gioia dal resto della famiglia.     Ora sono nonna di 3 splendide bimbe e ci godiamo l’entusiamante giovinezza del terzo figlio ormai 22enne che studia all’estero e ci riempie di soddisfazioni. QUANTA FATICA E QUANTAMMMMORE mi sono serviti. Ora sono in pensione e sono placida.

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L’età dell’assaporare

Maria ha raccontato la sua storia con grande sincerità. Ho concordato con la protagonista della storia di non usare il suo nome vero, ma un nome di fantasia, Maria appunto.

“In pensione da qualche anno, ho svolto un lavoro di responsabilità, complesso e delicato, che mi ha portato ad impegnare tutta la mia intelligenza e caparbietà e a raggiungere significative realizzazioni personali all’interno di una carriera pesante per una donna, ma gratificante.
In gioventù sono stata una giovane signora graziosa e appetibile, non gratificata da un marito che non accettava le mie capacità, non era attratto e palesemente rifiutante; secondo lui, le mie qualità avrebbero dovuto rimanere su un piano ideal-teorico, ma non essere impegnate nella realtà. Negli anni queste divergenze sostanziali hanno portato a crescite personali separate e poi al divorzio.
Sono stata tormentata da una sessualità esuberante e non appagata, che mi ha indotto talora a cercare altrove conferme, commettendo sciocchezze e innamorandomi anche di uomini regolarmente sposati, che mi davano piuttosto l’impressione di usarmi per tenere in piedi i loro fragili matrimoni.
Da senior, divorziata da molto tempo, mi sono ritrovata, improvvisamente libera dalla mia libido, che mi condizionava a competere, a piacere, a cercare di sedurre e conquistare, anche se non era certamente la via per raggiungere l’affetto nella forma che desideravo.
Per me, l’arrivo della piena maturità, che mi ha regalato tra l’altro la cessazione delle poussée ormonali, è giunto come una liberazione da impulsi e conflittualità che mi facevano assumere comportamenti, che poi mi ritornavano in negativo, che mi complicavano la vita e soprattutto mi davano molta sofferenza, con ricaduta sull’autostima e sull’insicurezza.
Trovo che la terza età, che segue l’epoca del fare e dell’avere per soddisfare, rappresenti la stagione dell’assaporare. Ora assaporo una vita meno faticosa, con meno lavoro, meno responsabilità, meno competizione. Ora posso godere le amicizie vere e scelte e non, come spesso accade, quelle imposte dal lavoro o da altre convenienze contingenti. Mi è sempre piaciuto cucinare, invitare, ma, col mio lavoro impegnativo, facevo la spesa alle sette di sera e cucinavo di notte per la sera successiva, con l’ansia incalzante della prestazione, come in qualunque campo, e con la preoccupazione del giudizio. Ora, posso dedicare tempo a cucinare in serenità, a invitare gli amici, a fare la spesa, senza sottrarre, per questo, tempo al mio sonno. Mi è sempre piaciuto leggere, ora continuo a leggere di notte per scelta come momento di personale raccoglimento.
Quando ormai non me lo aspettavo più, la vita mi ha regalato l’incontro con un uomo maturo che riesce a valorizzarmi, sa sorvolare i miei lati meno positivi e ora è il mio compagno. Durante una recente malattia ho potuto apprezzare la sua capacità di accettare le modificazioni della mia persona, nell’aspetto, nella efficienza, la diminuzione delle energie, ed anche dell’appetito sessuale: scoprire che i limiti, non chiamiamoli difetti, vengono accettati e visti come quello che si è e non un’altra immaginata, è un bel regalo della vita.
Ho fatto una scelta egoistica, in linea con altre scelte importanti della mia vita, in cui ho chiari i miei bisogni ed i miei limiti, di non vivere insieme, ma di continuare a stare in città diverse, di stare insieme a periodi, quando possiamo condividere l’amore per l’Arte, la musica, i viaggi, e i tempi per coltivarli insieme. E assaporo tutto questo…..la terza età è una stagione della vita veramente a sorpresa, interessante, con meno tensioni e molto più spazio per sé, compresi i propri difetti.”

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Una donna …semplice

Scrive Nonnarita: Mi presento? Ho 62 anni, sono qui davanti al pc e ho raccolto l’invito a raccontare la mia storia. Non è facile in 20 righe, ma ci proverò.
Sono nata a Perugia,una splendida città di provincia dove sono cresciuta e dove ho vissuto la mia gioventù. Vita semplice, studentessa responsabile, ma non secchiona, belle amicizie e vita spensierata. Poi è arrivato il primo vero innamoramento, mi sono perduta, mi sono poi sposata con lui e abbiamo creato una bella famiglia con tre figli sani e belli, bella professione, sono un medico. Avevo tutto e pensavo che la felicità mi era quasi dovuta e che non potesse mai finire. Poi il terremoto, un problema serio di un figlio, mio marito è scappato dalle responsabilità, se ne è andato con un’altra. Dopo 25 anni di matrimonio, il mondo non aveva più colore, ma ho resistito, ho lottato, cresciuto i miei figli, da sola. Il dolore era urente, si era spezzato il mio sogno e credevo che ormai la vita senza di lui non avesse più un senso.Poi, piano piano, la mia vita è cambiata, mi sono sentita sempre più forte e sicura, buone amicizie e sono andata avanti, cominciando ad apprezzare la mia indipendenza e la mia libertà. Ho lavorato molto, ma con soddisfazione. Poi la perdita di mio padre adorato, ma è stato un dolore dolce, perchè gli sono stata vicina sempre e ora so che lui mi guarda. Vita ora tranquilla: amici, casa, nipotini, burraco. A questa età all’improvviso mi sono innamorata perdutamente di una persona, e ho capito che così non avevo mai amato, con gioia e freschezza. Mi sono sentita ridicola e mi dicevo: “ma alla tua età”. Ma continua e lo voglio vivere senza paura.E’ una storia semplice, di una donna semplice, con una vita un po’ complicata.  In foto: una nonna con nipote.

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