Posts Tagged: percorsi di vita

Neoseparate battono neospose 2 a 1

In un precedente articolo segnalavo che i matrimoni sono numerosi anche dopo i 50 anni e che non mancano neppure tra gli over 60.    Ma il numero delle separazioni tra i senior è assai più elevato di quello delle nozze.

Le rilevazioni rese pubbliche dall’Istat consentono di confrontare la situazione dei matrimoni nel 2010 (dati diffusi poche settimane fa) con la situazione delle separazioni nel 2009 (dati diffusi nel 2011). Dalle tabelle Istat emerge che gli uomini oltre i 50 che si sono separati sono stati ben 23.372 in un anno, a fronte di 16.460 che invece si sono sposati.

Ma è soprattutto tra le donne che il confronto mette in luce un dato significativo: nel periodo considerato 15.610 donne al di sopra dei 50 anni si sono separate, quasi il doppio di quelle che hanno contratto il vincolo matrimoniale, che sono state 8.797.   E questo, come fa notare l’Istat nel suo commento, all’interno di un trend di crescita nel tempo di separazioni fra ultrasessantenni.

I dati confermano una tendenza che gli osservatori del costume da qualche tempo rilevano, e cioè la crescente disponibilità delle donne a rimettersi in gioco anche ad età in cui un tempo si pensava che tutte le partite fossero chiuse.  Non è un caso, come testimoniano molti operatori del settore, che spesso siano proprio le donne ad intraprendere la strada della separazione.

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La mia travagliata vita!

Scrive Laila: Sono una donna di 55 anni con un vissuto a dir poco travagliato; madre di 4 figli, due storie importanti ma distruttive e nonna di tre nipoti. Il mio sogno era di costruire una famiglia solida e di condividere con il partner, i figli e gli amici una vita serena ! Mi è sempre piaciuto viaggiare ma ancora adesso non mi è possibile. Faccio il resoconto della mia vita e mi rendo conto che delle donne alla mia età si sono già realizzate, mentre io sono qui ancora che combatto con sempre meno grinta e positività. Scusate, il mio è uno sfogo pessimistico ma ora è questo che sto provando!

Ieri sul blog ho pubblicato la storia di Anna che a 65 anni, dopo mille traversìe, finalmente si sente sè stessa e si considera realizzata. Oggi pubblico la tua, cara Laila, che invece ti senti in uno stato d’animo da sfogo pessimistico. “Sono ancora qui che combatto…” dici. Temo che questo ci accomuni tutti: tutti continuiamo a combattere le nostre battaglie quotidiane anche da senior, il paradiso dorato fatto di serenità costante è solo nel mondo dei sogni e naturalmente alla nostra età le energie non sono proprio le stesse di una volta (ma la saggezza forse è cresciuta e ci permette di combattere facendoci meno male). A 55 anni hai ancora la possibilità di pensare a come realizzarti nei prossimi venti, non è solo un momento di bilancio rispetto ai sogni passati. Magari scopri di avere nuovi sogni, ma mi raccomando non sognare solo di mari placidi e sereni !

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Finalmente me stessa

Ecco la storia di Anna: Ho 65 anni appena compiuti, e se mi guardo indietro ho vissuto almeno 3, 4 vite! Solo ora però mi sento finalmente realizzata! Laureata in Medicina e chirurgia a 25 anni, subito a lavorare in un grande Ospedale, mentre mi specializzavo (erano altri tempi). Poi il matrimonio, far coincidere il lavoro ospedaliero con la famiglia… finisce che lascio l’ospedale e mi adatto a fare la moglie, relegando alla professione solo un po’ di attività privata e l’insegnamento a corsi per infermieri! 10 anni fa inizia una serie ininterrotta di lutti…mio marito, mia sorella, mio padre! Alla fine il bivio: sopravvivere o vivere? Decido di vivere!!! Scopro il piacere della fotografia, tengo un corso presso una “Libera Università per adulti”, mi faccio nuovi amici, riprendo a viaggiare e da un anno torno a frequentare la mia amata Corsia Ospedaliera come consulente Internista presso una grande struttura Psichiatrica della mia zona!!! Sotto voce , ogni tanto mi dico che sono una donna fortunata…i colpi della vita invece che abbattermi, mi hanno fatto crescere.

Quando leggo le storie di vita come la tua, cara Anna, mi rafforzo nella convinzione che i percorsi individuali sono più forti di qualunque classificazione o regola sociale. La tua storia è bellissima, il tuo percorso, ricco di svolte, gratificazioni e dolori, mi fa pensare ad una donna che può vivere ancora intensamente il presente appoggiandosi ad un patrimonio unico  di esperienze.  Su tutto, un aspetto mi colpisce: oggi sei tornata alla passione di partenza, la corsia ospedaliera, ma ci sei arrivata dopo aver dimostrato, nel corso della vita, una flessibilità notevole (siamo capaci, noi uomini, di giocarci l’esistenza con la stessa flessibilità?)

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Fare figli a 50-60 anni ?

Complici la scienza e le nuove prospettive di vita, sono sempre più numerosi i casi di donne che fanno figli da cinquantenni e di neo-padri sessantenni.

Probabilmente quasi tutti noi conosciamo qualche persona che sta facendo questa esperienza e ogni tanto qualche caso viene portato alla ribalta dai media.

Ad esempio, le cronache da settembre non smettono di occuparsi della vicenda di Mirabello (Alessandria): a Luigi Deambrosis, 71 anni, e a sua moglie Gabriella Carsano, 59 anni, per disposizione del Tribunale è stata tolta la figlia che adesso ha due anni e ora sono a giudizio accusati di abbandono di minore, accusa respinta dagli interessati. In attesa della perizia disposta per capire se siano «capaci di essere buoni genitori», tutti, legali in testa, si chiedono se l’età avanzata dei genitori sia la causa dei provvedimenti nei loro confronti.

Naturalmente ogni caso giudiziario va visto nella sua specificità e anche su questo sarebbe sciocco fare delle generalizzazioni. Però l’attenzione che la vicenda cattura è un segnale evidente che stiamo toccando un punto sensibile del nostro modo di sentire comune.

E’ giusto o non è giusto fare figli in età così avanzata ? E chi mai dovrebbe stabilire se è giusto o no ? Perché viene in mente di fare figli a 50-60 anni ?

Sono domande che non hanno facili risposte.

“Ma sei matto ? – si racconta un’amica – Proprio adesso che finalmente mi godo un po’ di libertà con meno impegni di lavoro e familiari mi metto a fare un altro figlio ?”

“Per me un figlio da crescere, anche a questa età, è la massima soddisfazione che posso avere” dice un’altra cinquantenne.

“Sono contento di avere fatto un figlio adesso – spiega un neo-padre sessantenne – mi terrà vivo per i prossimi vent’anni”

“Puro egoismo il non pensare ai problemi del figlio che avrà dei genitori anziani a cui badare” replica un coetaneo.

“Non riesco proprio ad immaginare di fare la mamma di un bebé adesso, con le energie fisiche che pian piano diminuiscono”

“Ma no, la vita è più forte di qualunque altra cosa, non mettiamoci a fare la contabilità degli anni”.

Insomma, il dibattito è aperto. Io non mi auguro che il fare figli a 50-60 anni diventi il  modello sociale dominante, però ho rispetto per le scelte e i percorsi di vita individuali e quindi spero che nessuno assurga a ruolo di giudice nei confronti di chi fa una scelta di questo genere.

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Fuori da ogni logica

Giuseppe ci racconta la sua disavventura: Sono Giuseppe, 61 anni, ingegnere. Fino a due anni fa lavoravo come quadro in una nota multinazionale americana. Poi, per aver prestato fede alle promesse di un amico d’infanzia (noto politico della capitale di cui taccio il nome per decenza), decido, da perfetto idiota, di accettare la mobilità volontaria e mi faccio licenziare. Da quel momento in poi, è andato tutto a scatafascio: il “mio amico”, appena eletto si rimangia quanto promesso, le difficoltà aumentano giorno per giorno; il gruzzoletto ottenuto con la fuoriuscita dal mondo del lavoro si assottiglia sempre più fino ad azzerarsi. Ora, come suol dirsi, sono in braghe di tela e adesso non so più come proseguire. Voi mi direte: ma che storia è mai questa? Il solito sfigato, testa di cavolo. E’ vero, è ciò che penso anch’io. Se qualcuno di coloro che mi leggeranno vorrà darmi una mano, sarà per me un benefattore. Altrimenti…

Caro Giuseppe, la tua storia mi lascia con una domanda senza risposta: non avevi considerato, prima di dimetterti, il rischio insito nello scambiare il certo per l’incerto ? Oppure l’avevi valutato e l’avevi accettato ? Confesso che la tua vicenda mi lascia anche un senso di fastidio: quanto siamo lontani da una società del merito se un politico promette un posto di lavoro ad un suo amico per raccogliere voti !

Ma torniamo a te. Questo è il passato, adesso bisogna capire come smetterla di essere in braghe di tela e che prospettiva dare al futuro. Mi sembra di comprendere, dalla tua lettera, che intendi proseguire a lavorare. Come si fa a reinventarsi un’occupazione a 61 anni ? Non è facile, ma si può provare. Parti da un bilancio delle tue competenze professionali (hai qualche competenza tecnica o specialistica che può essere di interesse per qualche impresa ?) e dalla tua motivazione (ad esempio, saresti disposto ad andare a lavorare anche lontano da casa ?). Inutile mettersi sul mercato in modo generico, meglio proporsi puntando sulle proprie competenze e motivazioni. Non puntare al posto fisso, sei un miracolato se te lo danno alla tua età, considera formule a tempo. Questa è una strada. Una strada alternativa è di utilizzare la tua professionalità per avviare una iniziativa consulenziale o imprenditoriale (scusa la genericità, ma non ho elementi precisi della tua storia). Infine, una terza strada la puoi capire dalla storia di Mercedes, l’amica del blog di cui ho pubblicato la storia ieri, che ha sfruttato le proprie passioni e inclinazioni per trasformarle in attività remunerate, anche se lontane dalla sua occupazione abituale. In bocca al lupo !

 

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Chi continua a lavorare

In Italia il tasso di inattività (concetto usato dagli economisti e dagli statistici) per la fascia di età 55-64 anni è intorno al 60%. Stiamo parlando di circa quattro milioni e mezzo di persone  che o sono già in pensione (la maggioranza), o secondo le statistiche non lavorano (ad esempio le casalinghe), o hanno problemi di salute, o sono stati espulsi anzitempo dal sistema lavorativo. Salendo con gli anni la percentuale è superiore al 95%.

Poi c’è una minoranza che, sempre secondo le statistiche, lavora anche oltre i cinquantacinque anni.  E uno sparuto gruppetto di persone che prosegue a far parte degli “attivi lavorativi” anche oltre i sessantacinque anni.

La minoranza che continua a lavorare si può fondamentalmente dividere in due categorie: coloro che proseguono nell’attività lavorativa di sempre (li chiamerò “i continuisti”) e quelli che danno inizio ad una “seconda carriera” lavorativa facendo cambiamenti più o meno netti rispetto al passato.

Tra questi ultimi, che ad oggi non sono così numerosi ma di cui prevedo la crescita, si trovano persone che hanno abbandonato il lavoro di prima (per espulsione o per scelta) e che si reinventano una nuova attività remunerata. E’ il caso, per fare degli esempi che conosco, dell’impiegata che apre un negozio di fiori, del dirigente che mette a frutto le sue competenze per dar vita ad una piccola impresa, dell’agente immobiliare che si trasforma in restauratore di mobili, dell’operaio che rimasto a casa si dedica in modo profittevole al proprio pezzo di terra e alla cura degli animali, del suo collega che fa lavoretti di riparazione a tutto il vicinato, e così via.

E veniamo ai “continuisti”: qui troviamo sia i “forzati del lavoro”, sia i “duri e puri” che non mollerebbero mai.   Quelli che avevano previsto di smettere di lavorare a breve e sono stati presi in contropiede dalle riforme pensionistiche, così come quelli che scelgono di proseguire la propria attività lavorativa, spesso di natura professionale, senza porsi limiti.

E’ evidente che l’aspetto economico della faccenda (in mancanza di pensione, il reddito che deriva dal mio lavoro mi è indispensabile per vivere ?) è fondamentale per capire cosa fanno i “continuisti”. Ma c’è anche un aspetto psicologico che non va trascurato. Con quale atteggiamento mi sto ponendo verso i prossimi anni lavorativi ? Ho fatto una riflessione sulle mie vere esigenze di oggi e sono sicuro che non sto proseguendo solo per inerzia ?

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Non sparate sugli anziani

Scrive Pino: Per poter uscire da una grave depressione, causata da fatti imprenditoriali, non inconsueti in questi ultimi anni, su incitamento di una persona molto acculturata e di una umanità molto rara, mi sono deciso a scrivere una autobiografia. Essendo in possesso di una memoria molto valida sono partito dal 1942, con i primi bombardamenti su Milano. Sfollamenti vari e fine della guerra, morte del padre a soli 43 anni, inizio lavoro a 13 anni, scuole serali, fine 1959 inizio attività in proprio con socio svedese, uscita del socio nel 1966 e proseguo con la partecipazione al miracolo economico italiano. Costruzione di un bellissimo stabilimento, esportazioni in tutto il mondo per la qualità degli strumenti che in parte sono stati modificati con la mia fantasia e per esigenze di mercato. Tutto questo anche grazie a dei collaboratori che mi hanno seguito con passione. Giugno 2010, dopo 52 anni, imposizione di porre fine all’avventura imprenditoriale, crisi finanziaria ed altro. La mia autobiografia, abbastanza complessa per vicende giovanili di lavoro ed altro, è stata giudicata favorevolmente da molte persone, anche qualche giornalista. Ho scritto il mio percorso di vita per i miei due nipoti, che sappiano come era la nostra Patria nel dopoguerra, i sacrifici fatti da quelle generazioni, e se ora i giovani hanno un futuro precario, non devono prendersela con i diversamente giovani, quindi NON SPARATE SUGLI ANZIANI.

Uno spettro s’aggira tra i senior: la grafomania.  Temo, caro Pino, che tu ed io entrambi siamo affetti da questa malattia, visto che tu hai scritto un’autobiografia e io ho appena pubblicato un libro. La mia non è solo una battuta: si stanno diffondendo pratiche e corsi che favoriscono la scrittura tra i senior.  Fatti un giro in rete e scoprirai quante sono le offerte di questo tipo. Senza contare il metodo della narrazione autobiografica, che è una cosa seria. Anche le indagini sulle attività svolte da quelli in là con gli anni prevedono sempre una voce che è “tempo dedicato alla scrittura”.

Sul merito di quanto scrivi, francamente non vedo motivi di temere che qualcuno “spari sugli anziani” in quanto tali (capisco bene che sei un settantenne ?)  Forse si potrebbe sperare in maggiori risorse pubbliche destinate al welfare, ma nelle ristrettezze attuali io penso che chi ha più diritto di preoccuparsi siano le generazioni più giovani, non quelle che hanno vissuto lunghi periodi di crescita.  Infine, una preghiera: non usare “diversamente giovani”: è terribile!

 

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Una vita parallela

Da parte di Andrea: Ho 55 anni, in mobilita’ per scelta da 5 anni, 2 figlie adolescenti. Sono passato senza soluzione di continuita’ dalle responsabilita’ aziendali ad occuparmi dell’azienda della famiglia di mia moglie (esperienza conclusa e fallimentare). Da 8 mesi mi sono creato una vita parellela: sperimento nuove attivita’, frequento persone mai viste prima, sviluppo interessi e…ho molto tempo per pensare e riflettere sull’altra vita. Ti accorgi di come hai vissuto e delle cose che non sei stato capace di vedere o che vedevi ma non volevi affrontare. Ed all’improvviso in questa nuova vita compare un nuovo amore. E allora la vita parallela prende ancora piu’ corpo sostituendosi all’altra, che poco alla volta non ti appartiene piu’.

Caro Andrea, sei la dimostrazione vivente che nel corso dei cinquanta si può intraprendere un percorso di esplorazione di una nuova vita. Tu lo stai facendo, se capisco bene, su vari fronti: quello delle attività e del lavoro, quello delle relazioni con le altre persone e quello sentimentale. Ed è proprio nel corso dell’esplorazione che, secondo me, ci si accorge non solo delle nuove possibilità, ma anche di come si sono trasformate nel tempo le nostre preferenze e quali sono gli aspetti del nostro passato non ci convincono più del tutto. Certo, come tutte le fasi di transizione, i rischi e i possibili abbagli sono numerosi.

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La vita a volte è un romanzo

Maurizio scrive: Non amo fare banali bilanci di vita ma la soglia dei miei primi sessant’anni mi porta a farne uno importante.     Ricordo un giovane studente che si innamora della sua compagna di classe e la porta sull’altare a coronare il loro amore, poi due figli splendidi e poi la fine tragica di questo amore che mi lascia solo a crescere due figli.
Ma forse è questo che nella vita ti porta a essere una persona migliore perchè ti carichi di responsabilità che al momento ti sembrano insormontabili ma che poi ti fanno sentire un pò eroe.  Il percoso che mi ha portato fin qui è stato sì tortuoso ma mi ha permesso un arricchimento interiore e una capacità affettiva che è cresciuta in modo esponenziale.  Oggi mi sento una persona ricca di energie da condividere con le persone che mi sono vicine e fiero di aver trasmesso ai miei figli valori purtropoo oggi dimenticati.
Se per arrivare a tutto ciò il cammino è sofferenza allora un appello a chi vive la vita in modo superficiale e materiale di provare un pò a soffrire per raggiungere quella dimensione che nelle religione greca si chiamava catarsi.   Oggi vivo affetti profondi e amicizie sincere ma libero da formalismi e proiettato ad una armonia sia fisica che spirituale per proiettarsi nella futura vecchiaia che speriamo sia il coronamento di una vita in ogni caso felice.

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