Posts Tagged: rapporti umani

Sono stanca di trascorrere il sabato sera da sola!!

Da parte di Liliana: Quando si avvvicina il fine settimana per me comincia il dramma… Le mie figlie escono, come è giusto che sia, ed io, che non ho un compagno perchè dopo la separazione non ho trovato la persona giusta, mi ritrovo senza amici e senza granchè da fare se non tutto l’arretrato che mi trascino dietro dopo una settimana di lavoro… ma io non ho voglia di lavorare! Avrei bisogno di condividere con persone a me simili momenti di spensieratezza e allegria, fare qualcosa per ricaricare le pile e ritrovare la socievolezza e la gioia di vivere che hanno sempre contrassegnato la mia esistenza,ma che, ahimè, mi hanno abbandonato da qualche tempo, spingendomi a rinchiudermi in me stessa ed a rimuginare sulla mia solitudine….   In foto: il dipinto “Solitaria e sola” di Peppino Giovannardi

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Cerco di reinventarmi

Scrive Gloria: Ho 55 anni e mi ritrovo da sola da alcuni anni a causa di un triste evento. Cerco sempre di reinventarmi e mi guardo intorno cercando amicizie, ma mi rendo conto che a questa età è molto più difficile rispetto ad una età più matura, dove esistono strutture per aggregare le persone. Mi piace fare tante cose come sport, amo ascoltare la musica e sto imparando da qualche tempo a suonare uno strumento, Però alla fine malgrado abbia il tempo occupato tra lavoro e gli interessi che mi sono creata, mi rendo conto che mi mancano i rapporti sociali, le condivisioni con gli amici. Perchè poi non si può dimenticare che la mia generazione è cresciuta “nei gruppi” e con i valori di amicizia e solidarietà e tanti ideali, crollati, purtroppo.
A volte quando vado ai concerti da sola o vado in palestra, mi ritrovo con persone più giovani
e mi sento osservata come “uno strano oggetto”….Bisogna fare quello che ci piace per stare almeno un po’ bene e per allontanare la solitudine, ma c’è un po’ di vuoto intorno e di certo i social network hanno contribuito ad allontanare i contatti umani.  In foto: Pablo Picasso, “Amicizia”, 1908.

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Ci sarò anch’io

Scrive Paty: Tra poco ci sarò anch’io, lascerò dopo ben 43 anni la mia amata scuola e a 63 anni d’età sarò … a casa. La novità mi fa paura e mi solletica la mente, potrò dedicarmi di più ai nipotini, avrò più tempo per il mio “cucito creativo” da postare sul mio blog, girerò per la mia città, Milano, e dedicherò più attenzioni al marito e … ai mici di casa.
Ma mi mancheranno tanto le colleghe-amiche, i ragazzi che mi fanno disperare e i problemi lavorativi. Ecco cosa mi mancherà soprattutto, il contatto con gli altri, l’amicizia, lo scambio di idee. Come potrò “ripristinare” tutto questo? Dove potrò trovare altre amiche? Mah, voglio vedere il bicchiere mezzo pieno, ma ogni tanto l’acqua evapora….
Grazie. Paty

In foto: I giardini fioriti di Johan Messely

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Nessun frutto

Scrive Marina: Mi presento: sono una donna di 62 anni, divorziata da molto tempo (non per mia scelta, esperienza per me drammatica), senza figli, senza famiglia, senza amici: quella che viene definita “una solitudine forzata”.

Il rapporto con una sorta di compagno annoso che ho, con il quale non vivo, si è trasformato in un mutuo soccorso, e forse un affetto a cui aggrapparsi per illudersi di non essere così soli. L’ho amato, ma ora non mi e gli chiedo più niente.
Oggi credo che potrebbe essere stato l’ultimo vampiro da cui diversi anni fa mi sono lasciata irretire. Gli voglio bene, ma tutto è offuscato da tanti problemi – di salute soprattutto suoi ed altri di entrambi – che ci siamo ritrovati a dover risolvere. Sempre più spesso mi sembra un altro lavoro: si parla solo di adempimenti, di doveri. Io non so più cosa mi piace, non me lo chiedo più. Avrà avuto il suo peso anche il fatto di aver seguito mia madre invalida per molti anni (cosa che rifarei mille volte). Comunque, doveri, doveri, sempre e solo doveri. I pochi momenti piacevoli stento a ricordarmeli.

Sicuramente ho fatto i miei errori relazionali, ma francamente, ripercorrendo le scelte – giuste o sbagliate – fatte nel tempo della mia vita e mettendo a fuoco i contesti in cui – vuoi con piena consapevolezza, vuoi d’istinto, le ho comunque ho fatte – e, avendo ben chiaro come ero nelle varie età, ho realizzato che non avrei mai potutto agire diversamente. Non ha senso dirsi “ah, se tornasssi indietro lo farei o non lo farei”. Bisogna capire se noi (non un altro diverso da noi) avremmo davvero potuto e/o essere davvero capaci di agire in modo diverso. Ebbene la mia risposta è no. Per cui bisogna accettarsi ed accettare come sono andate le cose.

Premesso questo, resta il fatto che oggi sono davvero troppo sola. Senza famiglia e senza amici.
Ho realizzato di essere stata vittima di affetti vampiri, quindi improntati all’egoismo e al sadismo, di essere di conseguenza cresciuta all’insegna del masochismo e, quando ne ho preso coscienza, ho fatto piazza pulita e mi sono ritrovata sola. E, nonostante questo, lo rifarei.

Però sono arrabbiata con la vita che mi ha fatto nascere da due pur amati genitori immaturi che mi hanno fatto scontare tutti i loro problemi senza pietà sin da piccola, instillandomi gocce quotidiane di sensi di colpa e di masochismo che devono aver inficiato tutte le mie “scelte” relazionali, vuoi d’amore che di amicizia.

Rinascere dalle propire ceneri come l’Araba Fenice a questa età è un’impresa davvero titanica. Bisogna essere realisti: è un’età la mia – avanzata, con tutti i pregiudizi e gli impedimenti che tale stato comporta – in cui lo spazio del futuro è angusto, già tutto invaso dal passato.

Ancora lavoro ed anche in questo contesto, da masochista feroce sono stata una lavoratrice indefessa, senza orari, senza limiti: una dedizione totale. Ora mi sono un pò ridimensionata, ma è un pò tardi anche per questo cambiamento, oltretutto parecchio osteggiato dopo l’imprinting proiettato all’esterno, ben definito da decenni.

Ed anche questo lavoro vampiro dal quale mi sono lasciata divorare mi ha di fatto impedito di capire quale vita relazionale (in senso lato) fosse più auspicabile non solo per me, ma per qualsiasi individuo quale ero e sono.

I vampiri hanno fiuto per individuare le loro vittime inconsapevoli che si ritrovano sempre nel solito girone infernale, convinte che sia un contesto vitale normale nel quale non si sanno orientare, colpevolizzandosi. Invece dovrebbero capire che non è il loro contesto di vita, che andrebbe ricercato altrove. Ma, per capire dove, bosognerebbe acquisirne consapevolezza in tempo utile di quel che ci si sa lasciando vivere passivamente: scelte altrui spacciate per nostre.

E così, quando – un pò tardi… – cominci a far luce su tutto questo, piano piano, fai strike di tutto e ti ritrovi sola, sola davvero.

Ho la netta percezione di una vita sbagliata, una vita non scelta, di essere sempre stata e di continuare ad essere sbagliata, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.

La mia vita è stata, questa è l’età in cui bisognerebbe raccoglierne i frutti e non ritrovarsi a seminare: e che potrebbe nascere ora, fuori età, fuori tempo? E il terreno davanti a me non lo vedo fertile, ma piuttosto una landa desolata, arida, che non mi è consentito aggirare, ma viene ignorata ed evitata da tutti nella più totale indifferenza.

Forse la verità è dolorosamente una soltanto: non sono stata in grado di coltivare il mio terreno vitale e ne sto pagando lo scotto……

In foto: Rican, “Solitudine allo specchio”

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Le rose che non colsi

Ricevo e pubblico volentieri questa recensione di Patrizia Belleri all’ultimo libro di Gianna Schelotto sulla psicologia del rimpianto.

“Non amo che le rose che non colsi / Non amo che le cose che potevano essere e non sono state” (Guido Gozzano).

Scrive Patrizia Belleri: “Con il suo ultimo libro dal titolo suggestivo – Le rose che non colsi. Psicologia dei rimpianti (Mondadori) – la Psicoterapeuta Gianna Schelotto riflette sulla  memoria del passato: può essere utile e funzionale all’adattamento al nuovo, o, al contrario, diventare una trappola per chi non riesce a distaccarsene, e pensa alla propria vita come a un susseguirsi di occasioni perdute, a tante rose non colte.

I “passatisti”, come li chiama la Schelotto, hanno difficoltà a vivere il presente, sempre voltati indietro a ripensare ai momenti salienti del proprio percorso di vita, nella convinzione che, se solo avessero intrapreso strade differenti, oggi sarebbero più appagati.

La Schelotto ci fa intendere che il tentativo di far rivivere il passato spesso delude, e le storie che racconta lo dimostrano: come la vicenda della Fabbrica delle Nuvole, la casa magica dove Marion ha trascorso l’infanzia e dove torna da adulta per cercare l’amore mai vissuto di due adolescenti che ormai non esistono più.

E altre storie ancora, come quella di Elvira, che rinunciò da giovane al sogno di diventare pianista perché il Maestro, idealizzato e amato in segreto, si innamorò della sua migliore amica, anche lei musicista. Mentre Elvira viveva una vita “normale”, l’amica mieteva allori nel mondo della musica, fino a diventare famosa in tutto il mondo. Solo alla fine del percorso, agli 80 anni di entrambe, le ex ragazze si ritrovano e Elvira scopre che le cose non sono andate affatto come lei credeva.

Un tempo, quando ci chiedevamo che fine avessero fatto le persone con cui abbiamo condiviso periodi significativi della vita, eravamo sicuri che sarebbe stata una domanda senza risposta, e, tutto sommato, non cercavamo altro: ci bastava sapere che una parte di loro era rimasta nella nostra memoria e nel nostro cuore.

Oggi non è più così: i nuovi mezzi di comunicazione hanno permesso di realizzare con apparente facilità qualcosa che era impensabile fino a pochi anni fa. Internet rende  possibile ritrovare l’amore dell’adolescenza, l’amicizia interrotta dopo l’esame di maturità, le relazioni che non hanno retto alle vicissitudini della vita. Ma se queste relazioni si sono interrotte a un certo punto del nostro percorso, e mai più abbiamo avuto il desiderio di riallacciarle, ci sarà una ragione?

Gianna Schelotto ci racconta di Giulia, professionista affermata, moglie appagata, madre orgogliosa di due figli quasi grandi. Un giorno Giulia riceve la richiesta di amicizia su Facebook dal suo primo amore, una relazione giovanile che non ha superato la prova della distanza, quando il ragazzo si trasferì all’estero. All’inizio, Giulia gli risponde mossa dalla curiosità, ma poi chattare la sera quando tutti dormono  diventa un’abitudine che la intriga e la tormenta. Si sente di nuovo giovane e mette  in discussione la sua vita, fino a decidere di uscire dalla dimensione virtuale per confrontarsi realmente con l’amore di un tempo: le conseguenze non saranno indolori.

Tentare di recuperare il passato e i suoi abitanti porta solo delusione e rimpianto?

Non è detto: succede anche che gli anni e l’esperienza ci migliorino, rendendo possibile stabilire relazioni nuove, più autentiche e mature, sulla base di un affetto antico. Ma di queste vicende si sente parlare poco: come fa notare la  Schelotto, i protagonisti delle storie a lieto fine non approdano negli studi degli psicologi!”

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Ricominciare

Scrive Viola: Ho 57 anni e abito a Roma. Io ci sono nata in questa meravigliosa città e qui ho passato la mia giovinezza, ho trovato un lavoro, che ancora ho, ho viaggiato, ma lontano dall’Italia sentivo una struggente nostalgia per la mia città. Avevo i miei amici, prima si faceva amicizia in una maniera diversa, ci si frequentava e ci si conosceva profondamente. E poi mi sono formata una famiglia. E’ stato un matrimonio infelice e dopo venti anni ho chiesto la separazione. Ma non è di questo che voglio parlare ma di una cosa diversa: a 50 anni mi sono ritrovata sola, con una vita da ricostruirmi da zero. Ed ho ritrovato la mia città e le persone cambiate in peggio; io, che uscivo per la prima volta dopo venti anni di madre di famiglia, vedevo tutti i punti di riferimento dei miei anni 80 spariti. Fare amicizie è una cosa spinosa, è tutto fatto di fretta e superficialmente, le persone non hanno voglia di sorridere e di ridere, si esce come automi senza una vera voglia di stare con gli altri. Io mi sono ritrovata in un ambiente che non riconosco più, e meno male che ho il mio lavoro, ma sono anche una persona socievole. Non mi lamento di nulla, ma mi sto accorgendo che alla mia età è tutto più difficile. Bisogna stare attenti a non essere fraintesi, è triste come dentro sono rimasta la ragazza di tanti anni fa, spontanea e allegra, e invece come bisogna essere disciplinati e un po’ trasparenti nella vita normale. Per la nostra età sembra che si sia fatto molto, ma effettivamente c’è il vuoto assoluto. In foto: amicizia di qualità

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Solitudine… perchè?

Scrive Alex: E’ vero che nasciamo e moriamo soli, nessuno può negarlo. Però è anche vero che siamo animali sociali, ognuno con le proprie necessità e i propri bisogni mentali e fisici: c’è chi non può stare solo perchè si sente perduto, incapace, senz’aria, insicuro, non sapendo gestire sè stesso nel quotidiano e non sa camminare da solo. C’è chi, invece, pur avendo una sana autonomia mentale e pratica che lo rende autonomo e indipendente in tutto (più o meno), trova nella solitudine l’impossibilità di condividere la gioia della vita. Ecco cosa manca davvero quando si è soli, la condivisione della vita, cioè la capacità di trasmettere ad un altro essere umano le emozioni per ciò che si vive. Credo che la cartina di tornasole per misurare il proprio “senso di egoismo” (che comunque tutti noi abbiamo), sia proprio focalizzare dentro noi stessi quanto bisogno abbiamo di condividere con gli altri ciò che abbiamo nell’anima.

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Scusate il disturbo

Silvia Ghidinelli, che ci ha già raccontato il suo cambiamento legato al trasferimento d’abitazione, qui ci racconta del rapporto con i nuovi vicini : “L’estate scorsa ci sono stati i lavori di ristrutturazione dell’alloggio del condominio dove sono andata ad abitare da poco: tre mesi  di rumori e di polveri. Infatti sono state abbattute delle pareti, ristrutturato il terrazzo , smantellato il bagno. Quando andavo a seguire lo stato dei  lavori  salutavo i vicini che mi rispondevano con dei sorrisi forzati e dei mugugni  ai quali rispondevo: “Abbiate pazienza, finiremo presto…”  foto: vicini di casa

Così, dopo aver fatto trasloco ed essermi  sistemata, mi sono sentita in dovere di invitare le famiglie del piano per un caffè,  con la scusa di mostrare la ristrutturazione, ma in realtà perché mi sentivo in colpa per il trambusto estivo che avevo causato, mentre  ai  vicini del piano di sotto ho offerto  dei biscotti fatti da me, per i bambini.   Ho fatto senz’altro bene, perché da allora i sorrisi dei vicini sono diventati più aperti e i saluti sinceri: avevo compreso il loro disagio.

Così avviene in Italia, perché, nonostante la crisi, i disagi delle ristrutturazioni sono vissuti male, anche se, a pensarci bene, il palazzo ne acquista e  i proprietari vedono rivalutati i prezzi dei loro alloggi. Ho letto invece che accade diversamente negli Stati Uniti:  grandi città come S. Francisco e New York sono in continuo rifacimentoe restauro: dalle case alle strade, ai grattacieli che necessitano di perenne manutenzione se conservati, oppure vengono demoliti, costruiti e rifatti.  Naturalmente il frastuono è terribile e la gente usa le cuffie “ silenzio totale” , spesso inutili, per non sentire.  Ma, rispetto all’Italia, di nuovo c’è che nessuno mugugna o si  lamenta,  per l’Americano è tutto normale, anzi, il frastuono e la polvere delle eterne ristrutturazioni  sono la prova che  l’economia funziona.

     Due punti di vista diversi: il privilegio dell’immobilismo e della conservazione italiani contro il dinamismo  e la  costruzione continua americana. Voglio ricordarmene in caso di future ristrutturazioni del vicinato…”

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Il sole smarrito

La fatica della vita e la ricerca di un senso: Arrivi a 55 anni, solo, uomo, operaio emigrato a pavia, senza aver lasciato dietro manco una casa, nessun parente. Dai, forza riparto, ma giorno dopo giorno, la “normale” competizione umana ti sbatte in faccia ogni porta, e le forze cominciano a dubitare, abbandonando giorno dopo giorno armi di ogni genere. Arrivato ad un punto di domanda, la giro: che senso ha tutto questo?  In foto: un dipinto di Edward Munch

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Inquieta, ribelle, forse folle o forse no

Scrive Laura60: Dopo gli anta si manifestò la mia “follia”, almeno così qualcuno la chiamò, così l’avrebbe chiamata mia madre se fosse stata in vita. La follia forse era solo un modo, l’ultimo che inconsciamente mi rimaneva per essere ascoltata, capita, accontentata e sì, io volevo solo essere “accontentata”ogni tanto e che si capisse che siccome mi comportavo da madre, donna, moglie quasi perfetta e ci credevo in questo allora avrei voluto ogni tanto uscire da questi schemi…non per fare cose che potessero nuocere, ma solo per non intristirmi in una vita dove mio marito con l’appoggio anche di mia madre dava la priorità ai figli, ai genitori, al lavoro e sacrifici vari. Essendo poco ascoltata caddi in depressione cosa di cui comunque non do colpa agli altri, magari fa parte del mio dna, ma certamente i mei non mi hanno molto aiutato in questo senso. Ho dovuto cavarmela da sola, attacchi di panico compresi, periodo terribile. Poi le vicende della vita: malattie gravi dei genitori, responsabilità dei figli , tradimento di mio marito, mi portano a darmi coraggio e infatti li affronto alla grande. I figli poi crescono, i genitori non ci sono più, ho perso tanti amici, mi dico basta e riprendo in mano la mia vita…comincio a uscire con qualche amica conosciuta nel web puntualmente, non so perchè, giudicata puttana da mio marito… Non so il perchè, vado a ballare, conosco una persona e mi innamoro, faccio follie anche se con qualche momento d’ansia, ma è come una seconda giovinezza…week end, serate romantiche, comincio a disamorarmi anche se già forse lo ero di mio marito, non frequento più sua madre donna possessiva e autoritaria, insomma mi diverto! Noto con piacere..a 57 anni di piacere ancora..poi il crollo, la cosa si sa, mio marito fa il pazzo, quindi la vergona nei confronti dei suoi parenti.. Anche se si sa che “chi non ha peccato scagli la prima pietra” iniziano anni di inferno, ma non mi lascia, “mi perdona”, un perdono che io non ho chiesto perchè non mi sentivo in colpa, lui poi cambia un po’, capisce anche se non lo ammette apertamente che le colpe sono reciproche, diventa più mansueto e comprensivo con me ed io cambio, divento più gentile e ricomincio a fare “la donna per bene che tiene in piedi la famiglia”.  La persona di cui ero invaghita sparisce, soffro la mancanza ma poi dimentico. Ora la situazione in casa, con una figlia di 35 anni che vive con me e l’altro fuori, è tornata alla normalità o quasi, ma io non rinuncio ai miei piccoli svaghi “leciti”. Non fequento altri uomini però, anche se a volte mi pesa perché mi toglie tempo ad altre cose con cui mi sentirei realizzata, ad esempio ho l’hobby delle foto. Cerco cmq di accontentare la famiglia dove del resto io non lavorando penso sia anche mio dovere dare il mio contributo.Però, e adesso concludo, da un po’ di tempo gli attacchi di panico anche se a periodi sono ricominciati. Beh, avrei voluto scrivere: “e vissero tutti felici e contenti”… no:  “e vissero tutti SERENI e contenti delle piccole cose che la vita, che è dura per i più…ci offre”

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