Posts Tagged: rapporti umani

Una proposta di cohousing – 2a puntata

Il primo pezzo proposto da Danilo sul cohousing, pubblicato su questo blog lo scorso 26 novembre, ha suscitato interesse. Pubblico quindi volentieri una “2a puntata” in cui sono approfonditi alcuni aspetti della vita in cohousing.

Scrive Danilo: “Il primo inserto sul cohousing su questo blog ha suscitato un certo interesse che, unitamente ad altri  sviluppi attuati in interventi e incontri da me organizzati in altre aree,  penso meriti  la ripresa dell’argomento.  Le informazioni richieste sono tante e principalmente legate alla ubicazione del cohousing  e al caso di malattia di un ospite (cohouser).  Vediamo di dare una sintetica risposta ai questi due quesiti.

Per quanto riguarda la localizzazione esiste solo la regola della vivibilità dell’ambiente interno ed esterno.  Può andare bene sia la città (sconsiglierei  la periferia più lontana di una grande città) che una posizione vicino alla città (distante al max una ventina di chilometri), un luogo turistico, climatico, termale, etc. Basta che l ‘ubicazione soddisfile esigenze delle persone coinvolte.

Le considerazioni sulla scelta ottimale si basano essenzialmente, oltre a quanto detto poc’anzi, sulla capacità di garantire  dei vantaggi per gli ospiti rispetto alla situazione attuale e quindi la valutazione dei costi di  acquisto o di ristrutturazione dell’immobile (che si ripercuotano sulla retta mensile) , la vicinanza a servizi  (sia socio-sanitari che rete di trasporti) e la necessità di avere spazi verdi interni  alla struttura.   In modo particolare rispondo volentieri ad una persona e qui confermo che anche un  Comune (inteso proprio come Ente pubblico) o Enti ecclesiastici potrebbero essere interessati a partecipare al cohousing  magari dando in dotazione  edifici di proprietà e forse ora vuoti.  Due sono le condizioni  basilari  : la gestione del  cohousing  deve essere attuata in forma  indipendentee la durata dell’affitto non può essere di certo il 6+6.

Per quanto riguarda il caso di malattie distinguerei fra malattie ”passeggere” (mali stagionali, influenza, etc) dove il comportamento è come quello di una normale famiglia , vale a dire che bisogna aderire a principi attivanti di aiuto e di socialità e di compagnia; l’ospite può farsi aiutare anche da famigliari/amici al di fuori del contesto cohousing e, se lo ritiene opportuno, può recarsi a casa di questi. Nel caso di malattia grave che comporti l’ospedalizzazione, il gestore si incarica di attuare e di seguire tutto l’iter amministrativo dal ricovero alla dimissione e alla eventuale riabilitazione , a meno che l’ospite decida diversamente.  Se ci fossero altre domande e interesse sull’argomento non esitate a contattarmi all’indirizzo <danilocesare@libero.it>

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L’amore a settant’anni

Ospito volentieri questo articolo di Patrizia Belleri che commenta il bel libro “L’amore a settant’anni” di Vanna Vannuccini.

C’è un limite di età per innamorarsi e per vivere una sessualità libera e appagante? C’è sempre tempo per amare, ma soprattutto per vivere con significato tutte le stagioni della nostra vita, anche quando si è “vecchi abbastanza da scambiarci gli occhiali al ristorante per leggere il menu”.

Vanna Vannuccini, giornalista attenta alla questione femminile, fondatrice negli anni 70 della rivista Effe, la prima testata femminista in Italia, affronta l’argomento con un tocco lieve, sempre attenta a non scivolare in prese di posizione definitive. 

Questo libro nasce da un incontro tra vecchie amiche, entrambe giornaliste, in una spiaggia toscana, a chiacchierare del tempo che passa e delle amiche comuni, fino a scoprire che molte di loro stanno vivendo amori appassionati e appaganti esperienze sessuali.  Da qui, l’idea di far parlare donne diverse per età, cultura e ceto sociale, raccogliendone le testimonianze. Fanno parte della generazione di donne che per prime hanno studiato e hanno conquistato un posto nel mondo produttivo. Sono state protagoniste di tante rivoluzioni culturali e sociali, hanno scelto il partner con cui condividere la vita e molte hanno avuto anche il coraggio di por fine a  relazioni ormai prove di significato.   Oggi si sono affrancate da una antica abitudine: valutare se stesse attraverso lo sguardo di un uomo.

L’Autrice racconta vicende a lieto fine, o sfociate in cocenti delusioni, e anche contrastate: sì, perché il pregiudizio è duro a morire e spesso i figli, o l’ambiente circostante, giudicano sconveniente l’amore maturo e lo ostacolano.

C’è chi ritrova l’amore dell’adolescenza e scopre una magia: una sorta di “doppia visione”, come la chiama la sessuologa Judith Wallerstein, grazie alla quale si sovrappongono la visione idealizzata dei ragazzi di allora con quella della donna e dell’uomo maturi di oggi: accade a Phil e Sally, che si sono amati cinquant’anni fa e oggi si ritrovano, forti dell’amore di allora, temprati dalle vicende della vita: “Ricominciamo da qui, tutti e due abbiamo il nostro passato, questo è un nuovo inizio per entrambi”. E che importa se i figli li prendono benevolmente in giro.

Non mancano le delusioni, come accade a Caterina. Poco avvezza a padroneggiare il forte impatto emotivo della comunicazione on line, vive una storia d’amore virtuale, fatta di palpitazioni, tormentate attese di e-mail che non arrivano, fino al crollo finale delle illusioni.   E c’è anche chi non riesce a sottrarsi alla potenza del pregiudizio che si fa crudeltà, anche da parte dei figli.  Accade a Domenica, contadina della campagna ciociara, che  vede sfumare da ragazza il sogno del matrimonio per amore e che, quando questo sogno di profila di nuovo a ottant’anni, viene bruscamente riportata alla realtà dai figli ottusi e insensibili.

Le storie parlano dell’amore tra uomini e donne che hanno saputo guardare oltre il pregiudizio secondo cui le rughe e il corpo che cambia non sono compatibili con la voglia e il diritto di amare ed essere amati. Si può riscoprire una nuova stagione dell’amore, soprattutto se questa è sostenuta anche da valori forti, quali la stima, la complicità, la curiosità intellettuale. E’ una stagione tanto più bella e struggente poiché si ha la consapevolezza che il tempo che rimane è poco, e va vissuto significativamente.

“L’immagine che questi rapporti ci richiamano alla mente è quella del raggio verde – quell’ellisse, quel fascio di luce brillante che compare qualche volta sopra il sole al tramonto – visibile per pochi secondi mentre il sole scende sotto l’orizzonte e cade l’oscurità. Ma forse non è solo l’ultimo raggio del sole che tramonta, hanno detto alcune delle donne intervistate: potrebbe essere il primo di un nuovo sole, che illumini rapporti diversi tra uomo e donna. (pag.16).”

Nell’illustrazione: la copertina del libro di Vanna Vannuccini, L’amore a settant’anni, Feltrinelli, 2012.

Questo articolo viene pubblicato anche su http://www.patriziabelleri.it/ e nel blog “I nuovi senior” dell’International Business Times http://it.ibtimes.com/blogs/i-nuovi-senior/

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Una proposta di cohousing

Danilo è tra i frequentatori di questo blog e scrive facendo a tutti noi una proposta. E’ stato in Australia dove ha visitato due strutture di cohousing per senior, gli piacerebbe realizzare qualcosa di analogo in Italia e così si sta rivolgendo anche ai lettori de I ragazzi di sessant’anni per cercare persone interessate. Volentieri pubblico quel che mi ha inviato.

Scrive Danilo: “Mi piacerebbe costruire un primo gruppo di 15-20 persone (coppie/single) di età over 65, autosufficienti, che con me formino ed alimentino una discussione tecnica, sociale ed economica con lo scopo di realizzare un (e poi speriamo altri !!) sistema di co-housing, sulla falsariga di quanto già attuato all’estero (USA, Auatralia, Paesi scandinavi) e in Italia.

Ma che cosa è il co-housing o co-abitazione? La risposta può essere formulata con diverse definizioni in quanto diverse sono le applicazioni del co-housing;  la definizione che mi sento di dare  è che si tratta semplicemente di un modello di vita caratterizzato da una vision di solidarietà, di cooperazione e di partecipazione, da una mission di formare un gruppo che rompa  con il crescente isolamento nelle quattro mura della propria abitazione ed indifferenza e che possa partecipare, ognuno con la propria esperienza e con il proprio carattere, al mantenimento e alla crescita intellettuale e sociale del gruppo e da obiettivi di ottimizzazione dei costi, di riduzione dei consumi, tutto per stare insieme, pur mantenendo la propria privacy e utilizzando principalmente il “buon senso”  che è sempre vincente.

Una volta definito il concetto di co-housing vediamo di chiarire alcuni primi elementi portanti che sottopongo con formulazione di domande.

Ma cosa deve fare il gruppo?  Una volta che il gruppo si è formato bisogna individuare una persona con competenze specifiche che possa incaricarsi di trovare un immobile (o un’area) con particolari caratteristiche che prendano in considerazione, tra l’altro, clima, vicinanza a città (particolarmente interessanti e con un buon grado di vivibilità) , rete di trasporti urbani, rete stradale, qualità dei servizi sanitari, disponibilità di terreno . Si passa poi alla fase attuativa di progettazione dei locali che prevede mini alloggi, sale per servizi comuni (cucina, lavanderia, saloni per incontri, dibattiti, riunioni), salette per ascoltare musica, sala biblioteca, palestra  e quant’altro fosse suggerito.  Bisogna preferibilmente far riferimento ad un immobile già esistente che può essere ristrutturato in tempi brevi e a costi sopportabili.  Questi due passi sono di grandissima importanza.   E’ necessario strutturare, poi, un piano di fattibilità e un piano operativo  perché bisogna assicurare agli ospiti la continuità dell’esistenza del co-housing e perché bisogna  valutare i risultati gestionali che non possono essere negativi.  

Come viene gestita la co-house?  La co-house è gestita dagli stessi ospiti (a rotazione) che danno il proprio contributo per sempre maggiormente  migliorare il pensiero di vita in comune.  Si prevede la presenza di un responsabile della gestione del co-housing che sempre appartiene al gruppo.

Quanto potrebbe costare vivere in una co-house?  I costi sono relativi all’affitto del mono locale e ai servizi  “comuni” e quindi cucina, lavanderia, pulizie, gli eventuali sevizi sanitari che la “gestione” deve garantire; la quantificazione del costo appare a questo punto ancora prematura ma penso che possa essere inferiore a quanto si spende vivendo da soli. Ecco perché il valore dell’investimento iniziale è di preponderante importanza.

Tutti possono partecipare al co-housing?   Con franchezza devo dire che l’obiettivo è di condividere un percorso con persone che siano a disposizione degli altri, che apprezzino la vita sociale, che siano a disposizione con idee, suggerimenti che costruiscano il proprio benessere e quello degli ospiti.

E se io voglio portare nella co-house i mobili/quadri che ho  a casa?  Liberissimo di farlo; si tiene sempre presente il quoziente rispetto verso gli altri.

Ma se una persona vuole lavorare?   In alcune situazioni è permesso che gli ospiti  svolgano alcune attività come cucinatura (pasti, dolci, pasta fatta a mano, etc) manutenzione ordinaria, giardinaggio, orto. Anche qui lo scopo è quello di tenere in movimento il proprio asse intellettivo lavorando e sentendosi utili alla collettività.

Come si svolge la giornata?  Alla base esiste un regolamento, strutturato con molta semplicità,  che può essere integrato e modificato dagli ospiti. L’utilizzo della giornata è completamente a disposizione della singola persona che può entrare e uscire dalla co-house quando vuole, che può invitare i propri familiari e amici, tenendo presente il regolamento. Per quanto riguarda incontri, dibattiti, viaggi, etc., questi vengono programmati e decisi dal gruppo .

Si può sciogliere il rapporto con la co-house?  Decisamente si, una volta definiti gli aspetti contrattuali.

La gestione della co-house può allontanare un ospite?  Anche qui la risposta è positiva; a estremi mali estremi rimedi.

Questa è una prima idea che spero possa dare apertura a nuovi inserimenti di discussione e di fattibilità.  Grazie per voler partecipare. Danilo Cesare

In foto: un gruppo in cohousing

 

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Disoccupata mi sono riciclata a 54 anni

Da parte di Anna59: Ho letto l’articolo share housing e la trovo una splendida finalità. Forse perché mi piace la compagnia ma anche la solitudine. Il mio progetto di vita però è quello di cercare un lavoro. Da assistente ufficio acquisti di una multinazionale mi sono ritrovata disoccupata a 50 anni.
Ho utilizzato l’anno di disoccupazione per fare il corso OSS operatore socio sanitario e ho lavorato per due anni, a tempo determinato, in una grande RSA pubblica per assistenza anziani. Devo dirle che mi sono trovata molto bene perché, nel piano degli ospiti che ancora erano lucidi, cercavamo di rispettare (nel limite dei tempi e delle priorità preposte per seguire 22 ospiti in reparto), le esigenze del singolo ospite nella sua individualità. E’ però vero che gli ospiti, il più delle volte, devono essere “spronati” a camminare e a svolgere attività con animatrici e/o con fisioterapisti.
Ecco, se la salute mi assisterà, mi piacerebbe poter prima di tutto condividere la mia vecchiaia con mio marito, ma è anche vero che per gli anziani non ci sono molte opportunità di incontro con altri coetanei. Questo è un peccato perché interagire con altre persone ci mantiene attivi.     Saluti Anna59

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Amicizie e vitalità

Se ti accorgi che un coetaneo dall’ultima volta che l’hai incontrato rivela uno sguardo più spento, un dialogo smozzicato, un’incapacità di partecipare emotivamente a qualunque discorso provi a imbastire, è chiaro che il suo invecchiamento ha preso una brutta piega. Fatta salva l’ipotesi che abbia avuto una nottataccia insonne o che sia imbottito di farmaci, che anche questi comunque sono brutti segni, ci sono buone probabilità che non stia invecchiando affatto bene.

Poi invece incroci un sessantenne dallo sguardo intenso e brillante, dalla parlata vivace, dalla conversazione appassionata e ti chiedi: da dove gli vengono queste qualità ? qual é il segreto per mantenersi vivo e per continuare a trasmettere vitalità agli altri ?

Magari ci fosse una sola risposta ! Ovviamente le ragioni possono essere tantissime, ma c’è una costante in chi mantiene queste caratteristiche anche da senior: il segreto è la ricchezza di rapporti sociali e di amicizie.

L’intreccio positivo tra una vita sociale attiva, una mente che non perde troppi colpi e una condizione fisica che consente una maggiore longevità è stato ormai certificato sia dalla psicologia sia dalla medicina: i senior che frequentano altre persone, hanno amici, si relazionano con nuove conoscenze, hanno più probabilità di altri di evitare il decadimento cognitivo e la depressione; al contrario, hanno più possibilità di dare un senso alla propria vita, di continuare ad interessarsi al mondo e di dedicarsi con altri ad attività vitali.

Cosa fare quindi per mantenere una vita sociale attiva man mano che l’età avanza? Fondamentalmente due cose: coltivare i rapporti con amici e conoscenti da una parte e dall’altra aprirsi a nuove conoscenze e rapporti.  Naturalmente mantenere con costanza la cerchia delle relazioni di sempre è più facile per chi non si è spostato dal luogo dove ha vissuto per molti anni: importantissimo, in questi casi, sentire e vedere gli amici, condividere con loro le ultime esperienze, raccontarsi gioie e dolori, avere insieme momenti di divertimento e relax. Raccontarsi dei figli che si rendono autonomi, scambiarsi confidenze sui nuovi interessi che si stanno coltivando, confessarsi le sempre più frequenti magagne di salute e di lavoro, è un balsamo a costo zero più efficace di tanti farmaci. E anche se non si é proprio amici per la pelle, svolgere insieme attività di comune interesse, vedersi per discutere dell’attualità, passare una serata davanti a un bicchiere di vino, sono anche questi tutti modi non solo per tenere vivo il rapporto con amici e conoscenti, ma soprattutto per “tenersi vivi”.

Aprirsi a nuove conoscenze è altrettanto importante. E’ una necessità imprescindibile per chi va a vivere in una nuova città o in un nuovo paese e per chi si ritrova da solo dopo una vita spesa quasi solo in coppia e che per qualche ragione si è interrotta. Ma fare nuove conoscenze è una linfa fondamentale per tutti perché consente di tenersi aperti al mondo e di non irrigidirsi (l’irrigidimento è un pericolo serio con l’età!): l’invecchiamento peggiore è di chi si fossilizza nelle proprie visioni del mondo, di chi si rifiuta di scalfire le proprie  convinzioni e di chi non riesce ad essere più curioso delle nuove conoscenze e scoperte. Non è facilissimo, dopo i 50-60 anni, avviare nuove amicizie e nuove conoscenze significative, da senior siamo tutti un po’ più selettivi di quando eravamo giovani, ma è sicuramente un errore chiudersi a riccio nel proprio “piccolo mondo antico” o, peggio, nella propria solitudine.

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Vivere da sole

Le donne senior che vivono da sole sono moltissime.  Un’idea indiretta la danno le statistiche sullo stato civile: nel 2012 in Italia le over60 vedove erano circa 3 milioni e mezzo, circa 720.000 le nubili e intorno a 200.000 le divorziate. Anche cambiando il perimetro, ad esempio prendendo in considerazione soltanto le donne tra i 55 e 75 anni, i numeri rimangono molto elevati: più di 1 milione e trecentomila vedove, quasi 600.000 nubili e poco meno di 300.000 divorziate.

Insomma, pur considerando che tra le non coniugate c’è chi vive con i parenti, chi in comunità, chi con un nuovo compagno, comunque le italiane tra i 55 e i 75 anni che vivono sole sono tantissime.  E il confronto con gli uomini risulta quasi impossibile, cambia proprio l’ordine di grandezza dei vedovi: tra i maschi della stessa fascia di età infatti i vedovi sono “solo” 267.000; numeri simili alle donne invece per quanto riguarda i divorziati (poco meno di 200.000) e i celibi (quasi 600.000).

Come se non bastassero le statistiche di casa nostra, rimbalza poi dagli Stati Uniti un dato che fa capire come il fenomeno non riguardi solo le italiane: sostiene infatti l’ente “Administration on aging” che ben il 37% delle donne americane sopra i 65 anni vivono da sole.

Sono numeri che fanno impressione e, come sempre ormai accade quando si parla delle nostre generazioni, ai cambiamenti quantitativi si accompagnano delle trasformazioni radicali anche qualitative, cioè cambiamenti anche negli stili di vita e nelle preferenze individuali.    Ricordate la vecchia e consunta cartolina delle donne sessantenni che quando si trovavano a vivere da sole pativano questa loro condizione e la consideravano come una sventura ? Oggi invece non sono pochi i segnali che dicono che per tante non è più così e che le senior attuali stanno (tanto per cambiare!) sfidando gli stereotipi e ridefinendo i modelli tradizionali.  Infatti stanno irrompendo sulla scena generazioni di donne che, prima di arrivare all’ età da senior, hanno cercato e sperimentato nella vita condizioni di libertà, donne che in numero molto maggiore delle loro madri hanno fatto parte del mondo del lavoro, che hanno desiderato e spesso raggiunto l’indipendenza economica e che se la sono sempre sbrigata autonomamente nei rapporti con il mondo.

Cosa di più naturale allora dell’intraprendere un nuovo tratto di vita in modo pienamente autonomo, in cui il vivere da sole non sia una penitenza o una condanna, ma una scelta o per lo meno una condizione di benessere ?

Margaret Manning, che attiva la community Sixty and Me, di recente ha chiesto alle 35.000 partecipanti della sua community americana se preferirebbero vivere da sole, con altri o in una comunità. Il 95% delle donne over60 che ha risposto – riferisce la Manning – ha detto “da sole”. Nell’argomentare le loro risposte molte hanno sostenuto di voler semplificare la loro vita in spazi più piccoli, di essere intenzionate a rimanere indipendenti e di voler rimanere collegati alla famiglia e agli amici anche attraverso la tecnologia. Soprattutto, ne emerge che il vivere da soli non è una condanna alla solitudine, nemmeno quando l’età avanza. D’altra parte Eric Klinebert, autore di “Going solo”, libro in cui racconta “la straordinaria ascesa e l’appeal straordinario del vivere da soli” ha condotto ricerche da cui si dimostra che statisticamente le persone che vivono da sole socializzano e stabiliscono reti di relazione più di quelle coniugate.

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Trent’anni dopo

Qualche buona ragione per non rivedere i vecchi amici dopo 30 anni che non li frequentate.

Apri la casella di posta e trovi, tra i tanti, un messaggio proveniente da un nome che ti dice qualcosa, ma che non riesci subito a mettere a fuoco. Sei tentato di buttare subito nel cestino degli spam, poi però all’improvviso ti ricordi che quello che vedi scritto sono il nome e cognome di Ale, un vecchio amico dato per disperso, che non si sa bene perché chiamavate tutti così, anche se il suo vero nome era un altro, appunto quello che adesso compare in casella. Prima di aprire il messaggio fai due conti veloci: “caspita ! non lo sento da 34 anni, che vorrà mai ?” Il mistero è presto svelato: intraprendente come allora, Ale sta tentando di organizzare una rimpatriata tra vecchi amici, più o meno tutti scomparsi nella disgregazione che ha colpito il tuo gruppo di quando eravate ventenni. Impieghi un giorno intero per decidere se rispondere o no, poi colpito dalla tenerezza dell’iniziativa e da un briciolo di curiosità ti dai disponibile. Non hai particolari nostalgie di quel periodo però i ricordi belli prevalgono su quelli brutti e in fin dei conti che sarà mai una serata amarcord. Meglio rivedersi così che aspettare che ti avvisino del giorno del funerale di qualcuno di loro e peggio ancora se il funerale fosse il tuo.

Così, la sera fatidica ti presenti un po’ dubbioso e te li ritrovi tutti davanti, ma bastano pochi minuti per renderti conto che il tuffo nel passato non è indolore. Ci fossero già state altre occasioni di frequentarsi durante gli anni trascorsi, probabilmente prevarrebbe la sensazione di essere invecchiati un po’ insieme e questo sarebbe persino consolante. Qui invece è calato il sipario per decenni e decenni senza che nessuno sentisse la necessità di sentirsi e vedersi e l’immediata sensazione è di un incontro tra estranei che faticano a ricomporre i ricordi del passato con le facce del presente.

Incroci visi che hanno un che di familiare, ma con qualcuno passa qualche secondo di troppo prima di riuscire a collegare un volto a un nome e di essere sicuro che non stai scivolando in una gaffe da scambio di persone. Dalle tenebre della memoria ricompaiono immagini che pian piano vanno a fuoco, ma che subito ritornano sfocate non appena le confronti con la faccia attuale di chi ti sta davanti. In quel preciso momento hai la certezza che anche loro stanno combattendo la stessa battaglia tra visioni del passato e del presente e che avrebbero preferito mantenere il ricordo di trent’anni prima.  Questa consapevolezza non aiuta a risollevarti l’umore.

Un po’ di curiosità reciproca è innegabile, qualche domanda ti viene di farla, ma la conversazione è posticcia e inceppata e se proprio ti avventuri nel rispondere alla domanda: “Ma cosa hai fatto in tutto questo tempo?”, ti rendi conto in un batter d’occhio che stai banalizzando in due o tre eventi la complessità della tua vita sentimentale, familiare, lavorativa, insomma la bellezza del tuo mondo e la fatica della tua esistenza. Anche gli altri semplificano a dismisura e probabilmente tutti si domandano perché devono raccontare la propria vita a degli estranei (perché tali ormai si é da decenni), senza essere nemmeno ad un colloquio di selezione.

Anche se non riesci a staccare gli occhi dai visi segnati, dai rigonfi eccessivi, dai capelli incanutiti, dalle spalle cadenti, per quale atto di gratuita cattiveria dovresti far capire loro che si vede che sono terribilmente invecchiati ? E quando tutti vi lanciate nel raccontare le disgrazie di salute in cui vi siete imbattuti, è tutto un minimizzare “perché guarda comunque sei proprio rimasto lo stesso”. Per fortuna però come tu non dici loro davvero come li vedi  anche loro ti risparmiano commenti sul tuo stato fisico e sulle differenze abissali rispetto a com’eri trent’anni fa. In fin dei conti ti basta l’immagine che riflette lo specchio di casa tutte le mattine, non c’è bisogno di uno specchio collettivo che sveli impietoso tutte le magagne che conosci già.

I tratti di personalità di ciascuno pian piano riaffiorano immutati, ma come velati da più pacatezza, da una maggiore distanza dalle cose della vita; era il pathos delle vostre conversazioni e l’entusiasmo nell’affrontare le situazioni quel che ricordavi in modo più vivido, lo cerchi disperatamente per tutta la serata ma non ne trovi più traccia e adesso ti sembra che anche il ricordo si sia un po’ annebbiato.

Vi salutate ripromettendovi di rivedervi presto, in realtà sapete tutti che non succederà. Molto meglio conservare nitido il ricordo di quel che vi faceva star bene insieme un tempo piuttosto che tentare di ravvivare un fuoco ormai spento !  In foto: “Amicizia” di Guerrero Iori

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Sono rinata !

Scrive Graziella: Sessantadue anni e ho appena ripreso in mano la mia vita. Cinque anni fa ho avuto un tracollo, prima psicologico e poi fisico, da cui pensavo che sarebbe stato impossibile uscire e invece ce l’ho fatta. Non so dire esattamente come è cominciato, so solo che ad un certo punto ho iniziato a perdere interesse per le cose, per le persone e per me stessa. Mi sembrava che tutto quel che facevo era inutile, che lo sbattimento per la mia famiglia era senza senso e che io ormai non valevo più niente. Mi ero convinta che ormai ero una vecchia che aveva già visto quel che c’era da vedere e che mi aspettava solo il peggio. Non ho mai pensato al suicidio, però dentro di me ero convinta che non c’era più niente per cui valeva la pena di darsi da fare. Così mi sono lasciata andare… e dopo un po’ sono diventata inguardabile, una balena brutta, squallida e senza interessi. Ho preso quindici chili in un anno, non mi curavo più, mi rifiutavo di andare dal dentista anche se ne avevo bisogno, appena potevo mi mettevo in vestaglia e ciabatte e mandavo al diavolo tutti quelli che cercavano di ridarmi una ragione per prendermi cura di me. Tutto questo è continuato finché non mi sono imbattuta in un ragazzino, anzi in due splendide coetanee che mi hanno fatto conoscere questo ragazzino, che non aveva niente e che cercava aiuto. Da quel momento ho ripreso a pensare che forse qualcosa valeva ancora la pena di fare e che stavo facendo un torto sia a me sia alle persone a cui potevo dare qualcosa. E’ stata dura, ma avevo deciso di riprendermi e poco per volta ci sono riuscita, anche fisicamente: ora ho ricominciato a voler bene al mondo e a me stessa, sono tornata al peso di prima, quando mi guardo allo specchio vedo finalmente una faccia amica e soprattutto riesco a guardare al futuro con ottimismo.

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Le associazioni son la mia famiglia

Da parte di Ortensia: Circa 13 anni fa sono stata lasciata dal vedovo a cui avevo cresciuto negli 8 anni precedenti 2 suoi figli adolescenti; c’è stata di mezzo anche una sentenza del Tribunale Ecclesiastico; credevo di riprendermi in un percorso di coppia a 46 anni, invece debbo ammettere che anche se non ci scegliamo il nostro status civile, le alternative sono occasione di maggior tempra nel carattere e nel riuscire a vivere in casa da soli: ma le associazioni di volontariato mi son state di stimolo per riprendere gli studi di lingue e storia dell’arte; inoltre per 3 pomeriggi, da oltre 10 anni seguo dei percorsi educativi con bimbi diversamente abili: ne ho seguiti 8 su turni di 2 all’anno, così tengo contatti anche con le équipes socio-sanitarie di zona; certo era il mio vecchio lavoro fare l’educatrice, ma ora ho meno quantità di ore e piu’ qualità d’impegno. Ciò che mi mette in crisi son le vacanze, e le domeniche perchè spesso le altre donne mie coetanee hanno i nipotini ecc.; sopperisco andando da parenti lontani o con orticello, bicicletta e piscina, andandoci da sola se non ho compagnia.

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Ciclismo oltre i sessant’anni

Scrive Mario: Quando sono andato in pensione, con alcuni colleghi abbiamo iniziato a ritrovarci per delle passeggiate in bicicletta un giorno alla settimana; poi il gruppo è via via cresciuto di numero. Siamo persone generalmente “over 60″, amanti del cicloturismo praticato a bassa velocità, spesso con la formula “treno + bici”. I nostri percorsi, come lunghezza e difficoltà, tengono conto delle nostre età anagrafiche; nei nostri percorsi cerchiamo di vedere il territorio nei diversi aspetti, quali la storia, l’arte e la cultura; non ultimo, teniamo presente l’aspetto enogastronomico, con le soste a pranzo in trattorie tipiche. Nelle nostre gite si pedala in compagnia, si fanno nuove amicizie e si conosce il territorio, percorrendo strade secondarie pianeggianti e a basso traffico, senza correre e fermandosi quando occorre, per godersi il panorama o per scattare delle fotografie. E, dopo aver esplorato la propria provincia, può venire la voglia di allargare gli orizzonti e affrontare un viaggio su due ruote, una vacanza in sella alla propria bicicletta….abbiamo così organizzato alcune pedalate di più giorni.

Nel nostro cicloturismo tranquillo procediamo con velocità che tengono conto di chi può essere in difficoltà, in modo che nessuno mai si senta “l’ultimo”, rimanendo staccato dagli altri.
Nel gruppo si può sempre dare qualcosa e tutti possono farlo, anche solo un sorriso, un aiuto, una risposta gentile, un incoraggiamento, i propri talenti; questo clima favorisce la collaborazione e la condivisione dei compiti: chi guida la gita, chi scatta le foto, chi solleva lo spirito con il suo umorismo, chi aiuta a riparare le nostre biciclette in caso di forature o rotture,…ecc.
A volte mi hanno chiesto: ma a te, non più giovane, chi te lo fa fare di affrontare queste fatiche, di alzarti a volte anche un po’ presto, per raggiungere il luogo di partenza? Un po’ è la passione, un po’ la nostalgia della giovinezza, quando una biciclettata tra amici rappresentava il modo più semplice e spontaneo per stare in compagnia.

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