Posts Tagged: reinventarsi

La “mia” vita

Scrive Mario: Sono nato nel 1946 e forse per questo ho sempre amato la pace, la tranquillità e tutto ciò che evitasse la violenza.
Ho sentito per anni i discorsi dei miei genitori che invece hanno vissuto quelli orribili della guerra e, a volte, dell’indigenza e forse per questo mi considero un “frutto” della pace.
Ho lavorato per 35 anni chiuso in una banca, realtà economicamente dorata, ma psicologicamente deviante, almeno per i miei principi. La falsità e i silenzi dei suoi dirigenti, l’indifferenza verso gli altrui bisogni, indipendentemente dalle regole della professione, sono stati la causa per la mia uscita dal lavoro senza rimpianti.
Mi sono riappropriato della mia libertà, della mia personalità, dei miei desideri ricacciatti per anni nel fondo della convenienza e dell’opportunismo.
Non voglio parlare del lato affettivo perchè riguarda solo i miei sentimenti e la mia privacy ma, onde evitare errate interpretazioni, sono felicemente sposato con la “mia ragazza” da 42 anni e ho tre figli e diversi nipoti con cui andiamo in pieno accordo. Non conosco le panchine dei giardini, ma conosco la storia di molti dei nostri antenati che hanno conosciuto, loro sì, la “malora” e visto che io ho approfittato,  invece, di un periodo economicamente fortunato cerco di aiutare, non con elemosine che potrebbero anche offendere i beneficiari, ma con interventi diretti sulla vita di chi ne ha bisogno, al miglioramento di queste condizioni. Raramente ricevo ringraziamenti, ma continuo nel mio cammino senza badare a ciò perchè, come diceva mio padre, la vita è un raggio di sole.
Non so come i nostri figli potranno “godere” della pensione, decurtata, dilazionata negli anni oltre una ragionevole misura, senza aver la certezza che la loro vita sarà spostata in avanti e quindi avere la possibilità di riappropriarsi della loro vera identità, quella nascosta in ognuno di loro ed ora “deviata” dalle condizioni di lavoro. Certo è che lo spazio per sognare si riduce…

Caro Mario, della tua sentita storia mi colpiscono soprattutto due aspetti. Il primo è il senso di realizzazione che trasmetti quando dici che,  forse anche perchè consapevole che abbiamo vissuto in un periodo economicamente fortunato, contribuisci al miglioramento delle condizioni di chi ne ha bisogno attraverso aiuti e interventi diretti. Di questi tempi gira uno slogan: more meaning, less leisure: per tanti che cercano di dare un senso a questa fase di vita, tu l’hai probabilmente trovato. Il secondo aspetto che mi colpisce, e che condivido, è il cruccio perchè per le generazioni dei nostri figli lo spazio per sognare si è ridotto. Si parla ogni tanto di patto tra generazioni (l’Unione Europea ha addirittura battezzato il 2012 anno dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra generazioni), credo che dovremmo interrogarci di più su come aggiungere alla generosità “privata” di ogni genitore verso i propri figli anche regole “pubbliche” che diano ai più giovani speranza per il futuro.

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Anni inquieti

Scrive Carlo: Ho 66 anni e sono un dirigente in pensione. E’ così che ufficialmente devo definirmi, e già mentre lo scrivo penso che sia chiaro qual è il mio problema in questo momento: non mi piace per niente qualificarmi come “dirigente in pensione”. Non mi piace quella definizione “in pensione” che fa immaginare uno seduto in poltrona tutto il giorno a oziare e “dirigente” sì, lo sono stato, ma oggi non ha più alcuna attinenza con quello che faccio, visto che ho dovuto smettere di lavorare perché la mia azienda oltre una certa età non tiene più nessuno in organico. I figli mi dicono che adesso posso godermi le giornate libere e riposarmi (ma io non ho nessuna intenzione di riposarmi, ho ancora voglia di godermi la vita !), mia moglie continua a dirmi che potrei provare a trovare qualcosa da fare. Forse ha ragione, ma cosa ?

Caro Carlo, sei tra Scilla e Cariddi. Scilla è il modello del “pensionato a riposo” che continuano a usare solo quelli che all’età della pensione ancora non ci sono arrivati. Cariddi è la mitologia del reinventarsi a tutti i costi, a qualunque età.  Io non lo conosco ancora un sessantenne dei giorni nostri che si augura di “stare seduto in poltrona tutto il giorno a oziare”, eppure – in mancanza di modelli sociali alternativi – è una fotografia un po’ rimasta nell’immaginario collettivo. Conosco persone che esplorano nuove occupazioni e hanno nuovi interessi, che ribilanciano la loro vita e che un po’ si reinventano, ma sono nuovi equilibri che bisogna andarseli a cercare, nessuno te li offre pronti sul piatto. Eppure le opportunità sono tante. Hai mai pensato, ad esempio, ad attività di utilità sociale o a passioni che ti avevano mosso emozioni in passato ma che non avevi avuto il tempo di coltivare ?

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Una fase di transizione

Tiziana qualche giorno fa ha inviato al blog questo commento: “Devo compiere 59 anni a settembre e ho bisogno di aiuto nel traghettarmi dalla sponda del lavoro attivo, iperattivo, alla riva della pensione fra circa 3 anni- credo sia necessario prepararsi in tempo per non ritrovarsi senza motivazioni”.  Penso che Tiziana sia sulla pista giusta. La fase di vita che sta  per intraprendere è una fase di transizione e di cambiamento e, come tutte le transizioni, richiede di fare il tagliando delle proprie esigenze e motivazioni, per poi  indirizzarsi verso gli equilibri che meglio rispondono alla nuova situazione.

Effettivamente tra i cinquanta e i settanta (l’inizio della fase di vita nuova può essere molto diverso da persona a persona) ci si imbatte in un numero elevato di cambiamenti e trasformazioni. Dopo un lungo periodo di sostanziale stabilità ci si accorge che delle novità sono alle porte. Infatti, dopo la lunga fase dell’adulto maturo, quella in cui di solito si è inseriti nei ritmi organizzativi del lavoro e della famiglia con figli da far crescere e durante il quale ci si è assestati in un equilibrio al quale ci si è abituati, si entra in una fase in cui il segno della vita che scorre è sperimentabile su vari fronti: quello fisico, quello familiare e quello lavorativo.

Qualcuno sperimenta tutti e tre i tipi di cambiamento nello stesso periodo, qualcun altro ci arriva con più gradualità.    Un nuovo equilibrio fisico è quello che tiene conto dei nuovi limiti imposti dal nostro corpo. Un nuovo equilibrio familiare è, ad esempio, quello che sperimentano coloro che hanno figli grandi che man mano si rendono autonomi. Un nuovo equilibrio sul fronte delle attività svolte è quello che può portare a un diverso impegno lavorativo (per tempo dedicato, per energia immessa) o più classicamente che prevede il passaggio dal lavoro full time alla pensione.

Per tutti e tre questi cambiamenti, l’annullamento improvviso o lo svanire graduale dell’equilibrio precedente non è sostituito immediatamente da una nuova condizione armonica ed equilibrata. Come tutte le transizioni della vita il processo è spesso costellato di crisi, di sperimentazioni, di insoddisfazioni, di scoperte, di prove ed errori; insomma, è appunto una transizione, in cui quando cominci non sai quale sarà esattamente il punto d’arrivo.

Anche coloro che affrontano questi cambiamenti con spirito ottimista e positivo devono fare i conti con un periodo di esplorazione. Ad esempio, molti genitori che vedono uscire di casa i figli diventati grandi, associano ad un senso di libertà ritrovata un più o meno angosciante sentimento da “nido vuoto” e prima di dare un nuovo senso compiuto agli spazi e ai tempi liberati devono sperimentare nuovi equilibri.   La transizione più conosciuta è sicuramente quella dal lavoro alla pensione. Addirittura, ci sono associazioni che propongono corsi per imparare a gestire questo passaggio. A Milano, per fare un esempio, l’Associazione Nestore è nata esattamente con la missione di studiare questo fenomeno e di sostenere i neo pensionati nel passaggio.  In questo caso, mettere a fuoco i propri desideri attuali e riallargare lo sguardo pensando a quali sono tutti i possibili progetti alla propria portata è un passaggio fondamentale per prepararsi adeguatamente alla nuova condizione.  E soprattutto, per evitare quel che teme Tiziana (“ritrovarmi senza motivazioni”), è fondamentale stare alla larga da un atteggiamento “al ribasso”, lasciandosi andare a routine che non si sono scelte, per mettersi invece in una prospettiva “di rilancio”, in cui si ha ancora il controllo della propria vita e si possono coltivare progetti e passioni.

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La fase migliore della mia vita ?

Scrive Piero: In questo periodo sono tutti arrabbiati con la Fornero e con le sue nuove regole sulle pensioni. Io mi ritengo fortunato perché ho 63 anni e sono già in pensione da qualche anno. Incontro un sacco di persone che mi chiedono se non mi annoio e se non mi sento inutile in questa condizione. A tutti rispondo che no, non mi annoio per niente. Faccio molte attività e soprattutto mi sento libero di realizzare quelle cose che ho sempre sognato di poter fare con più tempo libero a disposizione. Qualcuna è utile, ad esempio mi piace armeggiare con il legno e sono diventato il falegname di fiducia di tutti gli amici e i parenti, qualcun’altra utile non lo è (lo confesso, mi piacciono i tornei di biliardo). Non vorrei esagerare, ma mi sembra che sto vivendo la fase migliore della mia vita.

Caro Piero, la tua soddisfazione è la conferma di quanto vanno raccontando negli ultimi anni ricercatori di tutto il mondo: che la felicità va a picco durante la seconda fase di vita, quella della maturità, e riprende a salire dai cinquanta in poi, fino a quando la salute regge.  Da questa età cresce il bisogno di leggerezza, che però rimane associato al rimanere attivi: molti continuano a lavorare (per scelta o per obbligo) e il lavoro rimane l’attività prevalente, altri trovano spazio per vecchie e nuove passioni, altri ancora si dedicano a cose utili (ad esempio l’aiuto in famiglia o in associazioni di volontariato).

 

 

 

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