Posts Tagged: reinventarsi

Sono rinata !

Scrive Graziella: Sessantadue anni e ho appena ripreso in mano la mia vita. Cinque anni fa ho avuto un tracollo, prima psicologico e poi fisico, da cui pensavo che sarebbe stato impossibile uscire e invece ce l’ho fatta. Non so dire esattamente come è cominciato, so solo che ad un certo punto ho iniziato a perdere interesse per le cose, per le persone e per me stessa. Mi sembrava che tutto quel che facevo era inutile, che lo sbattimento per la mia famiglia era senza senso e che io ormai non valevo più niente. Mi ero convinta che ormai ero una vecchia che aveva già visto quel che c’era da vedere e che mi aspettava solo il peggio. Non ho mai pensato al suicidio, però dentro di me ero convinta che non c’era più niente per cui valeva la pena di darsi da fare. Così mi sono lasciata andare… e dopo un po’ sono diventata inguardabile, una balena brutta, squallida e senza interessi. Ho preso quindici chili in un anno, non mi curavo più, mi rifiutavo di andare dal dentista anche se ne avevo bisogno, appena potevo mi mettevo in vestaglia e ciabatte e mandavo al diavolo tutti quelli che cercavano di ridarmi una ragione per prendermi cura di me. Tutto questo è continuato finché non mi sono imbattuta in un ragazzino, anzi in due splendide coetanee che mi hanno fatto conoscere questo ragazzino, che non aveva niente e che cercava aiuto. Da quel momento ho ripreso a pensare che forse qualcosa valeva ancora la pena di fare e che stavo facendo un torto sia a me sia alle persone a cui potevo dare qualcosa. E’ stata dura, ma avevo deciso di riprendermi e poco per volta ci sono riuscita, anche fisicamente: ora ho ricominciato a voler bene al mondo e a me stessa, sono tornata al peso di prima, quando mi guardo allo specchio vedo finalmente una faccia amica e soprattutto riesco a guardare al futuro con ottimismo.

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Il reinventarsi non ha tempi brevi

I saggi dicono che bisognerebbe essere capaci di reinventarsi giorno per giorno, senza dare nulla per scontato.  Facile a dirsi ! Per niente facile però a realizzarsi, perché ogni volta che proviamo a reinventarci dobbiamo fare i conti con il senso di perdita di quel che lasciamo e con l’incertezza del nuovo che cerchiamo.

Quando Lucio e sua moglie hanno finalmente deciso di separarsi dopo più di 30 anni di matrimonio e molte incomprensioni, lui si immaginava che sarebbe stato relativamente facile ricostruirsi una nuova vita: nuova casa, nuove libertà, nuovi rapporti e la possibilità di vivere più felicemente la quotidianità secondo i propri desideri. Niente di più fallace ! Dopo un anno Lucio non ha ancora superato un sottile senso di fallimento che lo prende, soprattutto non appena si sveglia il mattino, per il suo matrimonio finito; e la nuova vita ogni tanto fa capolino, ma non gli è ancora chiaro cosa veramente, di tutte le inedite esperienze che ha fatto nel corso dell’ultimo anno, gli interessa veramente e cosa invece no.

A Francesca, 59 anni, l’occasione di reinventarsi si è invece presentata a seguito di una vicenda lavorativa. La società per cui lavorava, in evidente crisi di sopravvivenza, le ha chiesto, se voleva mantenere il posto, di trasferirsi in un’altra città, molto lontana dalla sua dove aveva casa, famiglia, amici e abitudini. Dopo una penosa riflessione, Francesca ha deciso che il cambiamento di città non le stava bene e che, se cambiamento doveva essere, allora questo poteva significare interrompere l’attività lavorativa full time in anticipo rispetto alle sue aspettative, cercare qualche incarico retribuito coerente con la propria professionalità e liberare del tempo prima impiegato nel lavoro per dedicarsi a tutto ciò che aveva sempre tenuto in un cassetto negli anni precedenti. Ma anche per lei la transizione non è stata indolore, né veloce. Oggi, dopo molti mesi, ancora si interroga sulla bontà della propria scelta: le prende spesso un senso di vuoto e di perdita per la mancanza di tutto il contesto sociale che comportava il lavorare in un ambiente organizzato e, pur non essendo priva di iniziativa, da una parte fatica a trovare incarichi che le diano un minimo di soddisfazione economica e dall’altra i suoi sogni nel cassetto (viaggi, teatro, un impegno civile per l’ambiente) non riescono ancora a precipitare in qualcosa di abbastanza concreto, qualcosa capace di dare un significato alla sua vita paragonabile a quello precedente.

Così, tanto Lucio quanto Francesca sperimentano che il reinventarsi è un atto di coraggio che rivitalizza, ma che contemporaneamente costa fatica e richiede tempo.   Costa fatica l’allontanarsi dalla situazione consolidata e ben conosciuta su cui abbiamo costruito per tanto tempo la nostra identità, al punto che paradossalmente diventa più facile accettare il cambiamento da parte di chi vi è stato forzato piuttosto che da parte di chi l’ha scelto. Ma costa fatica anche la ricerca del nuovo modo di vivere e l’incessante attività di adattamento e di ricerca del proprio benessere e della propria felicità.

Inoltre, chi a buon diritto può dire che da senior è riuscito a reinventarsi, sicuramente può anche testimoniare che non basta un atto momentaneo di coraggio: il cambiamento non lo si ottiene nel tempo di uno schioccare di dita; al contrario, l’elaborazione del senso di perdita per ciò che si lascia e l’atterraggio in un nuovo assetto di vita soddisfacente richiedono tempi lunghi e capacità di non scoraggiarsi.

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Maledetti!

Scrive Nicoletta: Mi chiamo Nicoletta e, ad un anno della pensione, mi hanno lasciata a casa dal lavoro senza peraltro alcuna motivazione: “quanto vuole per andare via?”. L’azienda per la quale lavoravo aveva meno di 35 dipendenti quindi mi sono presa le mie cinque mensilità come da legge e…mi sono ritrovata in mezzo alla strada! Ho inviato tantissimi cv ovunque ma, come immaginavo, ho troppa esperienza e sono troppo “grande” (oggi pare si dica così) per essere assunta. Ma mi manca tanto un lavoro…mi manca la sfida, il contatto con le persone, mi mancano le soddisfazioni, gli obbiettivi….e mi mancano anche i miei soldi, ovviamente! Le giornate sono diventate lunghissime e stupide perchè il mio lavoro era tutta la mia vita. Mi sento giovane, oggi ho 61 anni, e non voglio nè mettermela via nè tantomeno trovarmi degli “interessi” per colmare questo vuoto abissale. Voglio essere ancora parte attiva di un mondo che mi è stato tolto e sono ogni giorno più depressa!!! Risorgerò, come la Fenice, dalle ceneri o devo solo aspettare la fine della mia vita???  In foto: donne in ambiente di lavoro

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Fare quel che piace

E’ ancora attuale il vecchio stereotipo del fortunato 60-70enne che va a godersi il sole e il tempo libero in qualche bel posto beneficiando di una generosa pensione e dei congrui risparmi messi da parte dopo una vita di lavoro? Oppure quest’immagine sta gradualmente diventando un retaggio del passato (ammesso che abbia effettivamente riguardato molte persone), superata da nuovi costumi, da crescenti ristrettezze economiche, da spostamenti in avanti del termine pensionistico, ma anche da scelte individuali di segno diverso?  Ormai sappiamo, e tocchiamo con mano tutti i giorni, che sta emergendo una nuova figura, quella del senior che si colloca in una fase di vita intermedia; intermedia tra quando da una parte s’interrompe o declina l’attività lavorativa che ha dominato la vita adulta e dall’altra parte inizia la definitiva messa a riposo caratterizzata da una pressoché totale inattività. In mezzo ci sta un periodo, che può essere lungo anche dieci o vent’anni, in cui solo una minoranza prosegue l’attività lavorativa di sempre senza sostanziali cambiamenti, ma in cui una minoranza ancora più ristretta prevede la propria giornata seduto sulla famosa panchina dei giardinetti o, se si è più facoltosi, su una comoda sdraio in riva al mare caraibico o sul bordo di una piscina. La maggioranza è attiva e fa altro.

Alcuni trovano un lavoro part time, magari in qualche azienda non profit, o dando una mano nella piccola impresa di famiglia o continuando il rapporto con la vecchia azienda. Per altri, la nuova attività può diventare lavoro di volontariato, così come il dedicarsi intensamente ad un hobby o ad una passione.  Qualcuno trova un nuovo lavoro full time o persino avvia una nuova impresa. Tantissimi (soprattutto tantissime) trascorrono il tempo dedicandosi ai nipoti o prestando cure ai grandi anziani non autosufficienti.

Anche se prende forme diverse da Paese a Paese, la trasformazione del modo di intendere questo tratto dell’esistenza accomuna le società occidentali.  “Viviamo più a lungo e stiamo aggiungendo anni produttivi alle nostre vite” dice ad esempio lo statunitense Richard J. Leider, uno dei pionieri di Life Reimagined, un programma che aiuta le persone a navigare in questa nuova fase di vita. “Siamo desiderosi di usare questo tempo per scoprire nuove possibilità e per fare nuove scelte di vita” aggiunge. Gli americani, ovviamente come da loro costumi, hanno inventato un’espressione per descrivere e studiare la novità: parlano di “encore career”. Il concetto nasce nel 1997, quando un’organizzazione non profit basata a San Francisco (si chiamava Civic Ventures ed è stata rinominata Encore.org) introdusse l’idea, ma è di recente che il concetto ha preso quota.  Secondo un’indagine di questo ente, nove milioni di americani tra i 44 e i 70 anni, questa è la stima, sono impegnati in una seconda “attività/carriera” e altri 31 milioni sono interessati a perseguirne una. Nei prossimi dieci anni, dicono, il 25% dei baby boomers d’oltre Oceano spera di iniziare una nuova attività, profit o no profit.  

Il fatto è che, di fianco alla voglia di un ri-inizio attivo, molti senior si sentono vincolati dal fatto che non si possono permettere di smettere di lavorare perché hanno bisogno di una fonte lavorativa di reddito e quindi non sanno come uscire dal labirinto. Eppure, anche quando non vengono pagati, vogliono rimanere rilevanti, utili e impegnati. “Non siamo ancora finiti” è un sentimento molto diffuso e che descrive bene questo atteggiamento. Il punto è proprio qui: riusciamo a coniugare una necessità (avere risorse per vivere decentemente per molti anni) con un piacere (riuscire a fare in questo periodo della vita quel che risponde di più ai nostri desideri, preferenze, interessi, gusti, anche ai nostri valori)?  

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Sognare una nuova vita, perchè no?

Scrive Aurora: Anche io sono sui 60, modesta pensionata, niente legami stretti, a nord-ovest fra le nebbie, a parte dei nipoti che non vedo mai e poi impegni con associazioni e volontariato; amici, pochi. Mi son detta: se provengo da una bellissima antica città del sud sul mare ed ho anche dei cugini integrati laggiu’, associazioni omologhe, il caldo (condizionatore permettendo), ricordi delle vacanze d’infanzia, perchè non chiudere baracca e mobili compresi, senza aspettare il nuovo amore, sono anche io passabile, e traferirmi in meridione ? “BENTORNATA al sud” mi dice una voce interiore forte ed insistente. Aspetto i vs. commenti, guardando le agenzie immobiliari di laggiu’ e sognando: forse non è impossibile! PS mi piace scrivere racconti, con qualche piccola pubblicazione: perchè non cambiar scenario?

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Posso ancora ricominciare ?

Da parte di Azzurra: Ho sessant’anni, ancora “passabile” almeno secondo me. Sono rimasta vedova a 47, dopo un grande amore lontano e finito..troppi problemi e troppo diversi.. poi c’è stato affetto ma di più amicizia e solidarietà…vorrei poter ricominciare con qualcuno da amare che mi ami, stimarci, condividere, vorrei tanta allegria che sembra non far più parte della mia vita. Ho un figlio che vorrebbe la mia felicità. Lavoro, ma vorrei smettere e dedicarmi, oltre che a mio figlio, che spero autonomo e senza alcun bisogno del mio supporto al piu presto, alla persona che avrò a fianco per vivere insieme giorni davvero sereni, ancora con entusiasmo. La cosa migliore di me è stata sempre l’aver conservato un lato infantile, la capacità di entusiamo, di desiderio, di piccole follie ogni tanto, di sentirsi sempre vivi insieme alla persona che ti sta accanto. Pensate che alla mia età sia ancora possibile?

 

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Valorizzare le competenze dei senior

Mi sono imbattuto di recente nella notizia che sta per partire “Outplacement per il sociale”, una iniziativa per i senior che non hanno ancora raggiunto i 70 anni, già pensionati o nella fase di uscita definitiva dall’azienda, che desiderano mettere a disposizione il proprio capitale di esperienze e competenze al servizio della comunità.  L’iniziativa, articolata in incontri formativi e di outplacement, colloqui di counselling, progetti individuali e stage come volontari presso associazioni, è organizzata da Aldai (l’associazione lombarda dei dirigenti di aziende industriali), dalla no profit Associazione Nestore e dal Centro di servizi di volontariato della Provincia di Milano, con fondi del Governo messi a disposizione nel 2012 in occasione dell’anno europeo per l’invecchiamento attivo.

In luglio era apparsa un’altra notizia dallo stesso sapore, questa volta non in terre lombarde, ma liguri: è stato approvato e finanziato dall’Unione Europea il progetto Senior Capital, portato avanti dalla Regione Liguria in collaborazione con Auser, che sperimenta un servizio di accompagnamento e formazione alla progettualità personale dopo che si è concluso il periodo lavorativo, valorizzando in particolare una serie di azioni dei senior nei confronti dei più giovani.

Sono due buone notizie, che segnalano sia l’esistenza di un’istanza forte tra i senior, sia la possibilità di dare risposte positive a questa istanza. Il tema è che molto spesso le persone che hanno o stanno mettendosi alle spalle un lavoro che ha permesso loro di acquisire un significativo capitale di conoscenze e abilità, hanno voglia di riprogettarsi, di rimettersi in gioco, di sentirsi utili per gli altri anche se in modo diverso da prima. Sono moltissime le testimonianze raccolte che vanno in questa direzione e sono facilmente spiegabili con il fatto che chi sta abbandonando il lavoro o lo ha interrotto da poco ha a disposizione del tempo liberato e molto spesso unisce a questo la voglia di essere ancora parte attiva della società.

Un’istanza di questo genere si sposa molto bene con un’esigenza collettiva di riutilizzo di professionalità e competenze a favore del sociale (associazioni di volontariato, organizzazioni no profit, nuove generazioni). Purtroppo però, molto spesso il matrimonio tra questa istanza individuale dei senior e l’interesse pubblico non riesce perché manca la capacità di trasformare le proprie vaghe motivazioni individuali in progetti oppure per la non conoscenza dei luoghi dove si potrebbe prestare la propria opera in modo utile. Ben vengano dunque iniziative come quelle che ho citato se saranno capaci di dare uno sbocco alle istanze individuali e contemporaneamente di valorizzare un capitale di professionalità a favore della collettività. E ben vengano vostre segnalazioni di iniziative con le medesime finalità  In foto: due volontari.

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Passaggi d’età

Per Vivian Diller, psicologa e autrice di “Face it”, una guida per donne alle prese con le emozioni che derivano da cambiamenti importanti del proprio aspetto fisico quando si invecchia, la crisi di mezza età è quella che compare quando il passare degli anni si combina con cambiamenti biologici e psicologici. Non se se oggi si possa ancora parlare di “mezza età”, visto che nessuno sa più dire con sicurezza a quale età arriverebbe questa benedetta età di mezzo, ma è certamente vero che, come suggerisce la Diller, il passaggio dai cinquanta e dai sessant’anni sono quasi sempre contrassegnati da cambiamenti del proprio aspetto fisico e del proprio assetto di vita (sia per le donne sia per gli uomini), cambiamenti che in molti casi producono una crisi. Se non una vera e propria crisi di identità, quantomeno un numero cospicuo di interrogativi intorno a se stessi e alle proprie scelte di vita.

I segni di una crisi di questo tipo possono essere molti e diversissimi da persona a persona: ad esempio, c’è chi fatica a riconoscersi e ad accettare le rughe e gli appesantimenti che vede allo specchio, chi si sente in declino e non riesce più a pensare ad un futuro soddisfacente, così come c’è chi si domanda se ce la farà a proseguire nelle relazioni e nelle attività che una volta erano fonte di molte soddisfazioni e ora invece non suscitano più un briciolo di entusiasmo. C’è anche chi, invecchiando, fantastica di palingenesi senza aver mai modificato di un millimetro i propri cinquanta o sessant’anni precedenti e chi si aggrappa disperatamente al presente puntando all’immobilità, propria e del mondo intero. Certamente, è anche vero che molti vivono con la massima serenità il passaggio dalla condizione di adulto nel pieno della maturità a quella di senior, ma chi sperimenta la crisi può stare veramente male e può correre il rischio di incupirsi, di perdersi o, come diceva una testimonianza pubblicata di recente proprio su queste pagine, può persino desiderare di immergersi in un letargo interminabile.

In questi casi prendere coscienza del fatto che stiamo vivendo una crisi legata al passaggio d’età è già un passo avanti: tra le reazioni più comuni infatti c’è la negazione, anche a noi stessi, di quel che sta succedendo. Far finta di niente, evitare di rifletterci, pensare che è solo una giornata storta, è quanto di più umano possa esserci, ma non aiuta.  Accettare che qualcosa sta cambiando è invece già un modo per affrontare il problema.

Per tornare alla Diller, i suoi suggerimenti sono di evidente buon senso: immaginate di guidare e di trovarvi in una rotonda senza sapere la direzione da prendere, propone la psicologa. Ebbene, alcuni comportamenti sono sicuramente sbagliati. Tra i più frequenti, il provare a tornare indietro sulla strada da cui siamo venuti, ma ahimé il portare all’indietro l’orologio non è un buon rimedio, anzi è proprio impossibile. Anche continuare a girare intorno alla rotonda aspettando che qualcosa succeda produce solo confusione e alla fine paralisi. La soluzione più facile potrebbe sembrare il far finta che la rotonda non esista e proseguire diritto nella stessa direzione, ma andare avanti in automatico senza emozioni fa solo aumentare il rischio di depressioni e quasi per certo produrrà sentimenti negativi di mancanza di senso. Alla fine, presi dalla disperazione, potremmo prendere la prima svolta che capita, ma sarebbe come giocare alla lotteria. Gli errori da evitare insomma sono chiari. Cosa suggerisce di fare allora la psicologa ? Le mosse giuste sarebbero di prendersi una pausa, non reagire immediatamente, pensar bene allo step successivo e confrontarsi con chi ci sta intorno. E poi agire, per non passar la notte all’incrocio.

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Coppie stagionate

Sergio e Serena si conoscono da trentasette anni. Amici comuni li presentarono, ma non fu subito colpo di fulmine. Solo dopo un anno Cupido scoccò la sua freccia e altri mesi trascorsero prima di decidersi a rivelarsi. Poi tutto seguì in fretta: convivenza, matrimonio, primo figlio, secondo figlio… e problemi di casa, di lavoro, economici, di salute, familiari, di educazione dei figli, di tradimento, tutti bene o male affrontati insieme. Oggi Sergio e Serena hanno 60 anni e si fa fatica a distinguere la loro vita dalla loro coppia. Hanno condiviso trentacinque anni di vita, si conoscono reciprocamente come nessun altro e da un pezzo hanno trovato un buon equilibrio nell’affrontare insieme la quotidianità, il che dà loro una sicurezza a cui non vorrebbero certo rinunciare. Soprattutto se presi separatamente, riconoscono subito che il loro rapporto non offre più né misteri né sorprese e che le palpitazioni di cuore se capitano non sono più dovute all’emozione per il partner ma a ben più prosaici motivi. C’è affetto, c’è complicità, c’è sesso moderato, c’è la soddisfazione di aver cresciuto insieme i figli: a Sergio e Serena sembra molto ed obiettivamente è tantissimo, hanno ragione ad essere soddisfatti. Però è Serena, più abituata a riflettere sul loro rapporto, che porta a galla un’inquietudine sul loro futuro, un interrogativo su come saranno i prossimi anni per se e per il ménage: “Adesso che stiamo ancora lavorando entrambi e che uno dei figli è ancora in casa faccio fatica a vedere dei cambiamenti tra me e Sergio, ma non mi piace l’idea che ormai tutto quello che c’era da scoprire è alle spalle e che davanti c’è solo un tran tran senza passione o peggio solo malattie e vecchiaia. Io vorrei imbattermi ancora in cose nuove, in emozioni, in scoperte che mi facciano sentire viva. E la mia speranza è di trovare tutto questo ancora con l’uomo della mia vita”.

Questo è il punto, quel che dice Serena è proprio la sfida principale delle coppie stagionate di oggi, per lo meno di quelle non in via di separazione: dare vitalità ai decenni successivi che si prevede si vivranno insieme. Se Serena e Sergio, e insieme a loro tutti i senior nelle stesse condizioni, pensassero a come è andata alle generazioni che li hanno preceduti, probabilmente scoprirebbero che l’inquietudine manifestata da Serena allora non era molto diffusa. Alla stessa età, intorno ai sessant’anni, si veniva da trenta – quarant’anni di matrimonio e la prospettiva accettata da quasi tutti era, nella migliore delle ipotesi, di trascorrere una serena vecchiaia insieme. Come per tutti gli altri aspetti dell’esistenza, anche per la coppia non si pensava di avere davanti a se altri vent’anni di vita attiva, da inventare, da progettare, da rendere interessante, prima di sperimentare la vera vecchiaia. Oggi invece, così come non ci si considera particolarmente fortunati se a settant’anni si è ancora pienamente autonomi e vitali, allo stesso modo non ci si considera pienamente appagati se la vita di coppia da senior si limita alle abitudini di convivenza, al sostegno reciproco e alla solidarietà in caso di bisogno. Si è più ambiziosi, giustamente! Ma non è scontato che si trovino risposte all’esigenza di rivitalizzazione della coppia e alla ricerca di nuovi assetti ed equilibri nella vita insieme.  Come ad ogni passaggio importante, la coppia può rigenerarsi oppure può frantumarsi e la crescita delle separazioni dei senior fa capire subito che le risposte da cercare non sono facili.  Le inquietudini e le speranze di Serena sono quelle di molti senior !  In foto: una coppia senior

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Inventarsi il lavoro da senior

I 55-75enni che vogliono continuare ad essere attivi (attivi in senso generale) sono la quasi totalità e quelli che con invecchiamento attivo intendono anche il proseguire un’attività di natura lavorativa sono una nutrita schiera, anche se probabilmente non la maggioranza, soprattutto tra gli over60.  Essere attivi e lavorare sono comunque due dimensioni ben presenti nella realtà dei sessantenni, anche per via delle nuove norme pensionistiche. Però all’interno di queste fasce di età vi sono delle differenze significative per cui il tema che propongo a molti risulterà estraneo, per altri invece di attualità.

Ad esempio, tra i sessantenni e i settantenni di voi che hanno già interrotto il lavoro da tempo e che percepiscono la pensione sarà probabilmente difficile capire perché propongo questo argomento, dell’inventarsi un nuovo lavoro; allo stesso modo, il tema è poco d’attualità per coloro che proseguono con successo l’attività artigianale, commerciale o professionale di sempre o per coloro che in attesa della pensione proseguono nello stesso posto di lavoro.  D’altra parte, vi è un numero crescente di cinquantenni e sessantenni che devono o vogliono avviare una nuova attività o trovare un nuovo lavoro. Eccone qualche esempio.

Serena ha 58 anni e abita a Parma. Per vent’anni ha portato avanti con soddisfazione un negozio di abbigliamento: clientela abbastanza danarosa e fedele, un’immagine di negozio che non rifila merce scadente, unita a un discreto savoir faire anche con le clienti più difficili. Poi ad un certo punto i conti del negozio non sono più tornati. Per un paio d’anni Serena ha stretto la cinghia, ma al terzo ha dovuto alzare bandiera bianca e accettare l’idea della chiusura. Era un anno fa, Serena da 57enne senza figli e senza essersi mai sposata aveva ben chiaro che avrebbe dovuto mantenersi da sola per il resto della vita. Che m’invento ? si è chiesta. Un amico l’ha introdotta presso una compagnia assicurativa che organizzava corsi per chi volesse prepararsi a fare una sorta di consulenza e vendita telefonica sui prodotti assicurativi. Serena ci ha messo dei soldi suoi e dopo sei mesi ha iniziato a svolgere questo nuovo lavoro. Lo fa da casa, ad orari meno duri di quelli richiesti da un negozio, con più libertà ma ancora non ha capito quanto guadagnerà perché le prime entrate stanno arrivando solo ora.  Ad ogni modo Serena è uscita da un insuccesso e si è reinventata. Secondo lei sono stati fondamentali non solo la sua intraprendenza ma anche l’aver avuto da parte qualche risparmio che le è servito per il periodo di traghettamento e per il piccolo investimento che ha dovuto fare.

La storia di Carlo è diversa, ma anche nel suo caso si è trattato di un grosso cambiamento lavorativo. Carlo, 60 anni tondi, ha sempre lavorato per un’azienda privata di prodotti elettromeccanici come venditore e grazie alle sue competenze tecniche e al giro di conoscenze sviluppato in tanti anni ha sempre ottenuto buoni risultati e stipendi più che decenti, sufficienti a far vivere con agio la sua famiglia. Negli ultimi anni però ha sofferto sempre di più la vita aziendale: differenze di vedute e di carattere con il suo capo, unite ad un clima aziendale che si faceva sempre più pesante con l’arrivo di una nuova direzione, l’hanno portato ad accarezzare l’idea di mettersi in proprio sfruttando la sua rete di relazioni . Detto, fatto. Si è dato qualche mese per preparare il terreno con i clienti e con le aziende che gli avrebbero fornito i prodotti, ha trovato un piccolo ufficio in uno stabile a poche decine di metri da casa sua e con un collega un po’ più giovane diventato suo socio ha iniziato a fare l’agente nello stesso settore dove ha sempre lavorato. Dopo circa un anno, l’impresa resiste e anche se Carlo dice che ad un certo punto si è trovato in difficoltà perché lui e il suo socio non avevano predisposto un piano finanziario, la sua soddisfazione per l’autonomia conquistata è palpabile e testimoniata dall’entusiasmo con cui si dedica per dieci ore al giorno alla nuova impresa.

Infine Umberto, ex quadro 63enne con una lunga esperienza in diverse aziende dell’immobiliare e della gestione dei servizi per le imprese. Ad un certo punto Umberto viene lasciato a casa. Con nessuna intenzione di rimanere inoperoso e con la prospettiva di una pensione comunque allontanatasi nel tempo, decide di mettere a frutto la sua esperienza di gestione amministrativa di stabili, studia per diventare amministratore di condomini e si appoggia ad uno studio per l’appunto di amministrazione stabili, dove gli danno da lavorare per quattro ore al giorno. Mi dice che è una strada che avrebbe dovuto intraprendere prima e, malgrado non sia di primo pelo, accarezza l’idea di avviare uno studio proprio. L’unico vero problema è un fastidioso disturbo di salute che periodicamente gli toglie le forze e con cui i suoi sogni devono fare i conti.

Inventarsi un lavoro da senior dunque è difficile ma ci si può riuscire. Con tutta  probabilità chi ci prova non ritrova situazioni di impiego fisso stabile, ma si possono avviare piccole attività o trovare impieghi di breve durata. E’ necessario mettere in campo tutta la propria intraprendenza, le relazioni che si sono sviluppate negli anni e una forte disponibilità ad apprendere competenze nuove. E non bisogna dimenticare di valutare attentamente se il nuovo che si sta iniziando è alla portata dei propri risparmi e delle proprie condizioni di salute. Da senior si può ancora re-iniziare, ma è necessario che mente, corpo, spirito e risorse vadano nella stessa direzione.

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