Posts Tagged: ricordi

Se piangi, se ridi…

Scrive Antonio: Se piangi, se ridi…. comincio con il titolo di una canzone cantata qualche sera fa da Boby Solo nella trasmissione di Vespa che lo festeggiava per il suo compleanno. Titolo in sintonia con l’altalenante successione della nostra vita, tra successi e fallimenti, vittorie e sconfitte, che 06-una_pellicola_di_ricordihanno caratterizzato anche il nostro percorso lavorativo.
Tanti avvenimenti li ricordiamo perchè sono legati alle canzoni che hanno costituito la colonna sonora della nostra vita.
Ma non dobbiamo rimanere prigionieri dei nostri ricordi, se pur belli. Anche la vecchiaia è bella, peccato che duri poco. Essa va vissuta in maniera consapevole, vivace e partecipe. In qualche modo e nella giusta misura da protagonisti. Nessuna paura. Finalmente non abbiamo più nulla da perdere.
E se “saper invecchiare significa trovare un accordo decente tra il tuo volto da vecchio e il tuo cuore e cervello da giovane” bene, evitiamo di guardarci spesso allo specchio.  Questa storia è pubblicata anche su Osservatorio Senior

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Parole dimenticate

Volentieri ospito questa lettera aperta di Danilo rivolta a tutti noi. Danilo ha avuto insieme ad un suo amico una bella idea e qui ce la propone. Se l’iniziativa procederà, I ragazzi di sessant’anni daranno sicuramente una mano.

“Sono certo che ognuno di noi, da buoni over…, ricorda volentieri  le parole o le piccole frasi o i modi di dire che oramai sono andati  completamente in disuso e questo ci porta a considerare il cambiamento del modo di comunicare, di socializzare e di percepire il significato .  E’ mia opinione che non possiamo gettare la spugna e quindi bisogna sforzarsi di ripensare e di ricordare quanto oramai non sentiamo più.

Mi piacerebbe quindi aprire uno spazio che collazioni tante parole che abbiamo dimenticato.  Come?

Con la vostra collaborazione possiamo proporre un “vocabolario delle parole dimenticate” (questo è ovviamente un primo titolo buttato giù al volo) che sarà, grazie all’interessamento del blog, pubblicato e il cui ricavato sarà destinato a supportare onlus e/o necessità sociali.

Alcuni limiti : non possono essere annoverati gli idiomi dialettali

                     : alla parola/frase deve essere correlata una breve definizione

                     : diamoci delle scadenze : entro maggio 2014 termine degli invii

                                                               entro settembre 2014 revisione

                                                               entro dicembre 2014 pubblicazione

Ce la faremo?

Sono certo che ognuno di noi è stato “un ganzo”, che ha bevuto “un cicchetto”, che ha “fatto  flanella” , che ha bevuto un vino “togo”, che è “arrivato lemme lemme” che ha usato la “carta copiativa”… ; e oggi come ci si esprime? Dobbiamo proprio dimenticare questo significativo lessico?

Grazie a voi possiamo raggiungere almeno quattro obiettivi:

a. ricordare magari qualche momento particolare del nostro passato

b. rinverdire le parole che oramai sono state dimenticate

c. forse prenderci in giro

d. aiutare chi ha veramente bisogno

Vi lascio il mio indirizzo e-m e numero mobile per inviare il vostro contributo e per ulteriori info.

Grazie e buon lavoro.

Danilo Cesare Scatizzi

danilocesare@libero.it

mob. 3495138646″

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Anche domani mattina !

Scrive Elisa: Come Enrico, anch’io ricordo la Dauphine !! Ne aveva una di color azzurro chiaro un mio lontano parente. L’ auto della mia famiglia era invece una mitica Volkswagen marron glacé: macchina tanto solida e affidabile, quanto dall’ estetica davvero poco felice.  In foto: La stanza dei ricordi di Norberto Martini
L’articolo di Enrico mi ha catapultato in un passato comune per momenti e stili di vita; le sole differenze nel fatto che noi andavamo in montagna e vi stavamo non solo un mese, bensì l’ intera estate. Nella memoria ho molto lucido il momento della partenza, che si ripeteva ogni anno il canonico giorno dopo la chiusura della scuola. Ancora oggi riprovo lo stesso entusiasmo di allora, ma l’ immagine più viva è il volto di mio padre quando, costernato davanti al cofano e al portabagagli debordanti di valigie, sbofonchiava in modo puntuale <>. Non che partiti le cose andassero meglio: usciti dall’ autostrada Milano-Bergamo e iniziata la salita verso le prealpi lombarde (la nostra meta era la Presolana) ogni curva – potenziale attentato per lo stomaco mio e di mio fratello e, nondimeno, per gli interni della indomita Volkswagen – richiedeva una certa abilità di manovra e soprattutto tanta pazienza. Povero papà… lui che, prima delle sospirate ferie di agosto ci raggiungeva il venerdi sera e ripartiva il lunedi mattina, concedendosi il lusso di una sporadica incursione durante la settimana per recuperare il sonno perso a causa dell’afa milanese.
Per quasi un ventennio la Presolana ci vide assidui frequentatori: papà con gli amici delle bocce, mamma a chiacchierare con le mogli degli amici delle bocce, io e mio fratello con le rispettive compagnie.
Finito il liceo, però, iniziai a domandarmi se oltre a quella casa verdina in montagna, alle interminabili partite a tamburello e alle scorribande in moto e motorini per le valli della Bergamasca, ci fosse qualcos’ altro che meritasse di essere visto.
Un giorno, per puro caso, venni a sapere da un’amica che in una bacheca alla Statale spiccava un cartello con scritto: “Chi è interessato/a a un campeggio in Sardegna dal 2 al 20 agosto contatti…”. Due minuti bastarono perché prendessi coscienza di non essere mai stata in tenda prima di allora e di non conoscere nessuno dei miei potenziali compagni di viaggio, a parte la mia amica; mi bastò invece un solo minuto per prendere coscienza del fatto che, proprio per questi motivi, non avrei dovuto lasciarmi scappare una simile opportunità.
A distanza di anni mi accorgo di sorridere quando passo in rassegna i momenti di quella mia prima esperienza di campeggio in compagnia di una masnada di ragazzi e ragazze, tra i venti e i venticinque anni, tutti di città diverse, alcuni lavoratori, i più studenti; in comune un irrefrenabile desiderio di libertà e divertimento e, soprattutto, un’ impreparazione pressochè totale in materia di tende e paletti. Mi vengono ancora in mente i cori lungo le stradone deserte, che percorrevamo di notte sotto le stelle, dopo aver lasciato i paesi vicini in occasione delle sagre agostane rigurgitanti di salsicce e vino rosso. Non previsto quel temporale, scoppiato all’ improvviso, mentre dormivamo, avvolti nei sacchi a pelo, sul traghetto del ritorno. Troppo divertente quella gita di qualche giorno ad Orgosolo, località nota per i murales ma soprattutto agli onori delle cronache per i rapimenti banditeschi, all’ epoca piuttosto frequenti. E’ ovvio che, in mancanza di cellulari e altri contatti telefonici, i miei genitori vennero a sapere di questi eventi solo a cose fatte quando, tornata a Milano, ebbi modo di entrare nei particolari. Allora raccontai anche della sfilata di materassi, generosamente messi a disposizione da un’ improvvisata ospite di casa ad Orgosolo, una signora che proprio non si capacitava del fatto che i suoi figli, i suoi cocchi, fossero a Rebibbia da un bel po’ di tempo.
Ancora adesso che sono qui a scrivere mi pongo una domanda, quella che mi sono fatta già tantissime volte: “Elisa, lo rifaresti, ora che non hai più vent’anni e – ammettilo – ti piace viaggiare comoda e lasciare meno spazio all’ imprevisto ?” La risposta è sempre la stessa: “Anche domani mattina !”

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Ricordi di viaggi e vacanze

Di fronte alla prospettiva di un periodo di vacanza ognuno di noi si comporta in modo diverso. C’è chi vuole andare sul sicuro e chi invece vuole sperimentare sempre qualcosa di nuovo. E può anche capitare che ciascuno di noi preferisca in alcuni momenti le sicurezze e in altri momenti le sorprese.

I  miei ricordi di bambino cresciuto nel periodo del boom economico sono di una famigliola che al momento delle vacanze caricava sulla prode Dauphine (era un’automobile, non una colf) una quantità irragionevole di bagagli e che, allo scadere del weekend di S. Pietro e Paolo, non un giorno prima non un giorno dopo, partiva inerpicandosi lungo i tornanti della Cisa, quella originale, la statale con così tante curve che non può che essere stata opera di uno con la mente contorta (oggi se volete che uno si faccia tutta la statale della Cisa dovete promettergli che alla fine vincerà una Ferrari).  Una mezza dozzina di fermate per vomiti e pipì erano assicurate, ma lo stoicismo dei miei genitori veniva ripagato dopo circa quattro – cinque ore di viaggio, quando in lontananza si cominciavano ad intravedere le Apuane e, finalmente, il mare.

La mitica Marina di Massa ci aspettava con le sue spiagge, i suoi ombrelloni, i suoi ping pong da stabilimento balneare e soprattutto con le stesse facce di villeggianti. All’ombrellone di sinistra ritrovavamo i signori di Pontedera e a quello di destra quelli un po’ più antipatici che venivano da Torino, che però avevano una figlia che con il passar degli anni si faceva sempre più interessante. Lì si rimaneva per un mese, la giornata scandita da ritmi che neanche in un collegio svzzero: alle 10 già tutti in slip da bagno sulla spiaggia, alle 12.30 via tutti a far la doccia e alla casa presa in affitto per il pranzo, poi dalle 15 alle 18 replay. L’evento della giornata, per quel che mi riguardava, erano le finte gare ciclistiche, finte perché con il ciclismo non avevano niente a che fare: ci si inventava una pista e con lo scatto dell’indice e del pollice si faceva a gara spingendo in avanti i tappi delle aranciate, ciascuno dei quali era associato ad un ciclista famoso. Me lo ricordo bene, perché non ero niente male a questo sport particolare. Per tutto il mese stavamo a corto di informazioni di quelli che conoscevamo: le comunicazioni telefoniche come siamo abituati ad averle oggi erano ancora di là da venire ma tutto sommato quell’ assenza di trilli non impensieriva nessuno. Mio padre, non so per quale vocazione masochistica, si faceva avanti e indietro da Milano tutti i fine settimana, finché scaduto il mese non ci riportava a casa.  Prima di partire però bisognava ricordarsi di una cosa fondamentale: passare dal signor Antonio, che era il gestore dello stabilimento, e fissare per l’anno successivo: mi raccomando, stessa fila e stesso ombrellone !  Ecco, non si poteva proprio dire che le mie vacanze da bambino fossero piene di incognite. Sapevo in anticipo quel che mi aspettava e tra l’altro, siccome non mi dispiaceva per niente, partivo un po’ meno musone del solito. 

Forse per reazione personale, forse perché nel frattempo l’Italia non era più la stessa, qualche anno dopo la mia vacanza era diventata un’altra cosa. Non era vacanza se non ci mettevo una dose consistente di avventura e se per caso tutto filava liscio un po’ mi dispiaceva. Intanto, guai a pensare di tornare negli stessi luoghi degli anni precedenti: il must era diventato viaggiare, esplorare, scoprire quel che non era ancora omologato.  Negli anni Settanta non c’erano ancora i low cost, i genitori erano disposti a svenarsi per mandarti a Croydon o a Hastings per imparare l’inglese, ma non a sovvenzionare delle vacanze un po’ balzane, quindi se volevi raggiungere le destinazioni più lontane dovevi inventarti un mezzo di locomozione terrestre. A parte quelli mitici che arrivavano in Afghanistan in autostop (lo confesso, non ci ho mai nemmeno provato), i più si lanciavano verso méte esotiche con vecchie carriole che si brindava se riuscivi ad arrancare fino al confine di Stato. Andava ancora molto la canadese: due sere su tre, dopo aver viaggiato tutto il giorno ad una media che superava di poco i 70 all’ora, si piantavano i paletti della tenda e si piombava in un sonno pesantissimo; la terza sera, anche perché il fetore cominciava ad essere intollerabile, le ragazze riuscivano a rimediare un alberguccio di infima categoria che a quel punto però sembrava una reggia.

A quell’epoca non c’era ancora l’immigrazione dall’estero, se per caso ti passava di fianco uno con una tunica fino ai piedi, e non era un prete, tutti si voltavano e lo squadravano incuriositi; se ti passava di fianco una col velo faceva un po’ meno scalpore perché eravamo ancora abituati alle nonne del Sud Italia che andavano in giro con la testa coperta di nero . Ma insomma, le grandi migrazioni mondiali verso l’Italia dovevano ancora iniziare e allora destinazioni come il nord Africa o la Turchia erano il massimo dell’avventura e dello sconosciuto. Trovavi coetanei italiani arrivati con mezzi di fortuna tra i berberi marocchini, in Cappadocia, ma anche a Capo Nord e, naturalmente, non potevi aver mancato la traversata dormendo sul ponte di una qualche scassatissima e iperaffollata nave greca.  L’Erasmus non era stato ancora inventato ed eravamo felici di vivere l’avventura, la scoperta, l’incognito.

A dir la verità non provavamo tutti sempre gli stessi sentimenti.Quella volta che ci eravamo mossi dall’Italia in sette su un pullmino 850 Fiat per raggiungere Istanbul e alla seconda notte di pioggia incessante sulla Serbia e sulla Bosnia (che allora non sapevamo si chiamassero così, erano semplicemente una Yugoslavia dove ci stupivamo che usassero caratteri diversi dai nostri), ci ritrovammo fradici noi, le nostre tende e i nostri bagagli, con i topi che di  notte impedivano di dormire, in alcuni del gruppo la preoccupazione e l’ansia presero il sopravvento. Va bene l’avventura, ma fino a che punto ? fu la domanda posta il mattino dopo al riparo in una bettola davanti a una tazza di schifoso caffè tiepidino. Eh sì, sono i rischi del mestiere del vacanziere avventuroso ! Ti piace l’idea di scoprire nuovi mondi, di metterti alla prova, di entrare in contatto con genti e culture diverse, di sperimentare situazioni non scontate, ma il prezzo che paghi è l’incertezza e quel che provi è quel sottile sentimento che si fa strada, prima quando valuti razionalmente i rischi legati a quel che stai per fare, poi quando si trasforma in agitazione perché ti rendi conto, nel bel mezzo della situazione, che non la controlli più del tutto e che le spiacevolezze sono più di quante ti saresti immaginato. 

E’ stato probabilmente a partire da quel periodo, quegli anni Settanta in cui quelli che erano tra i venti e i trenta sperimentavano questo tipo di vacanze, che si diffusero per reazione le vacanze organizzate, basate su questo patto: tu fidati di me e io ti offro divertimento, viaggio, se vuoi anche un pizzico d’ avventura, ma soprattutto stai tranquillo, ti do la garanzia che troverai tutto quello che ti prometto e senza sorprese negative.

 

 

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