Posts Tagged: transizione

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Scrive Rossella: Tra pochi giorni compirò 55 anni. Non me li sento, non mi sono mai sentita gli anni che ho. Però stavolta mi sento sulla soglia: ho appena chiuso la mia attività lavorativa, gestivo un asilo nido che ha dovuto chiudere in seguito alla crisi economica; mio marito ha perso il lavoro un anno e mezzo fa e non è riuscito a trovare più nulla se non qualche consulenza (era un dirigente d’azienda) e ormai ha sessant’anni. Stando molto attenti alle spese possiamo vivere fino a quando gli daranno la pensione e quindi non siamo disperati. Però mi chiedo quale sarà la mia vita per i prossimi 10-15 anni. Mio marito, che ha già passato questa fase, progetta ingaggi come velista e mi vuole con lui (anch’io ho un passato da velista), ma non mi piace l’idea di andarmene in giro per il mondo con estranei e, forse, rischiare la vita, sicuramente dovermi adattare a ritmi ed esigenze che non sempre mi piaceranno. E poi i nostri figli, tutti tra i 21 e i 25 anni, per un motivo o per l’altro hanno ancora bisogno di noi. Mi piacerebbe realizzare un vecchio progetto di scrivere un libro, perché scrivere è sempre stata una componente della mia vita, ma non voglio ingrossare la schiera degli aspiranti scrittori senza talento. Forse lo farò solo per me, ma … è un momento di grandi interrogativi. Lo so, qualcuno dirà: ma come, puoi permetterti di non lavorare e ti lamenti; fai volontariato (lo farò), dedicati a tuo marito… Ecco, ho la sensazione che sia un momento di cambiamento anche di coppia, adesso che non ci sono più i ritmi professionali: io vorrei fermarmi un po’, lui vuole andare.  In foto: “Sulla soglia”, scatto di Mariarosa Lombardi.

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Quante vite viviamo ?

Qualche giorno fa, in occasione della sua scomparsa a 63 anni, in tanti abbiamo notato che nel corso della sua esistenza Giorgio Faletti (in foto) aveva vissuto molte vite: prima da cabarettista e comico e poi da cantante, paroliere, attore, oltre che da scrittore di best seller. Una versatilità continua che ha indotto qualche giornalista a definirlo un “decatleta”. Le sue esperienze sono state tutte vissute senza rinnegare quelle precedenti e tutte, qui sta l’eccezionalità, le ha sperimentate con successo.  Una testimonianza straordinaria del fatto che si può cambiare il proprio percorso di vita aggiungendo esperienze, professionalità, passioni.

Peraltro tutti noi, nel corso della nostra esistenza, viviamo più vite, anche se con gradi di successo e soddisfazione diversi e anche se qualche volta i passaggi in cui siamo coinvolti non sono cercati ma subìti.

E’ stato, questo, il tema su cui mi è stato chiesto di esprimere la mia opinione durante la trasmissione tv Rai Uno Mattina di oggi. “Quali sono le ragioni dei cambiamenti di vita, anche di chi non è più giovanissimo?” mi ha chiesto la conduttrice, che sapeva che nel nostro blog sono rintracciabili le risposte leggendo le tante storie inviate.

Ho provato a dare questa sintesi: le occasioni di cambiamento, voluto o subìto, sono numerosissime: la nascita o la morte di qualcuno che ci è vicino, un legame affettivo e familiare che inizia o che finisce, un episodio di salute che mette in discussione delle certezze, un trasloco e un trasferimento di residenza, una vicenda lavorativa e professionale, come possono essere l’arrivo della pensione o un’espulsione improvvisa o la ripartenza con una nuova iniziativa.  Ma possono diventare delle molle importanti per spiegare i passaggi di vita anche qualche nuova pulsione interna, qualche nuovo desiderio, un’inquietudine che ci porta a cercare nuove strade e a reinventarci !

Diciamo che tutte le volte che qualche novità ci induce a modificare i nostri comportamenti di routine, le nostre abitudini, i nostri modi di pensare, in qualche modo iniziamo a vivere una nuova vita. Naturalmente ci sono cambiamenti forti e radicali (come non definire delle vere e proprie fratture con il passato ad esempio il cambiamento della testimone alla trasmissione di oggi che da giovane faceva la modella e che ora fa la vigilessa urbana, o del medico che ad un certo punto lascia professione e famiglia e si trasferisce armi e bagagli in Africa per volontariato ?), ma ci sono anche “cambiamenti morbidi”, li potremmo chiamare degli “aggiustamenti”. Sono, questi ultimi, i casi più frequenti, casi in cui si mantengono parti importanti di ciò che si è costruito e se ne modificano altri, alla ricerca di nuovi equilibri da ridefinire in continuazione.

E fin qui ci limitiamo alla vita cosciente, perché poi, per chi ci crede, ci sono le tante vite vissute in precedenza… anche di questo si è parlato nella trasmissione di questa mattina, a cui é intervenuto Angelo Bona, medico psicoterapeuta che utilizza il metodo dell’ipnosi regressiva…

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Accettare i propri limiti…

… e scendere qualche gradino senza farsi male.

Di momenti in cui la scala va percorsa in discesa, nel corso della vita ne sperimentiamo tanti. Sarà sicuramente successo a tutti di rendersi conto che la strada ad un certo punto ha preso a scendere e che, abituati alla pianura o alla salita, non sappiamo come affrontarla rischiando di franare rovinosamente. Nel passaggio verso la fase di vita da senior la discesa di qualche gradino é un’esperienza inevitabile e quindi è importante attrezzarsi per affrontarla al meglio.

Sto parlando di una condizione che non sperimenta solo chi ha raggiunto alte vette di successo e di notorietà e ad un certo punto si rende conto che le ciambelle non vengono più tutte col buco come al solito o che la propria presenza, di solito circondata di attenzione e di plauso, improvvisamente diventa indifferente ai più. Al contrario sto parlando di una condizione che sperimenta chiunque di noi si accorga nella normalissima vita quotidiana che le proprie prestazioni fisiche non sono più quelle di una volta, che il proprio contributo non è più considerato così fondamentale da chi ci sta intorno o che si è meno pronti di un tempo a fronteggiare con sicurezza situazioni nuove e difficili.

Ci sono tempi della vita in cui le parole chiave sono crescere, salire, espandersi, puntare in alto, conquistare il mondo, o detto più prosaicamente, migliorare le proprie condizioni economiche, avere una casa più bella, costruire una bella famiglia, avere successo, dimostrare a sé e al mondo che si esiste e che non si è niente male.

Nella scalata ad un certo punto ci si stabilizza: qualcuno raggiunge quote collinari, qualcun altro arriva a 1300 metri, i più fortunati giungono alle vette dei 3000 o addirittura sull’Everest. Ognuno, raggiunta la propria quota, nel tempo si adatta e si affeziona allo standard di vita corrispondente.  Poi passano gli anni e ad un certo punto succede qualcosa per cui rimanere a vivere a quell’altitudine diventa un problema.

Ad esempio, succede che sul lavoro ci si accorge che il rischio di obsolescenza è diventato reale, che ci sono bravi e rampanti trentenni e quarantenni che si domandano per quale ragione tu cinquanta-sessantenne devi godere di più responsabilità e privilegi di loro; succede che anche tu cominci a chiederti con ansia la stessa cosa e che l’azienda magari ti fa capire che se c’è qualche esubero, considerata la tua età, sei tra i primi della lista; così la reazione umana che ti viene è di avvinghiarti alla poltrona e di prepararti ad una guerriglia di resistenza che però sai già in anticipo che ti vedrà presto o tardi perdente.

E nella vita privata arriva il momento in cui qualcuno, magari anche un amico benintenzionato, ti segnala che hai messo su troppa ciccia, o all’opposto che ti stai rimpicciolendo e restringendo come un frutto un po’ avvizzito, e magari ti aggiunge che “forse non ci senti più benissimo, l’hai fatta una visita audiometrica ?”.  E quando ti accorgi che i figli non solo ce la possono fare senza di te, ma cominciano loro a raccomandarti di essere prudente, invece che tu a loro, allora capisci che sei a una svolta.

Ti rendi conto che se prima ti sentivi l’hub intorno al quale girava tutto il traffico non solo della tua vita ma anche di quella di tanti altri, ebbene ora sei in procinto di diventare uno scalo periferico.   E’ in questo frangente che bisogna tirar fuori la propria cifra e il proprio stile.

Guai a ergere barricate ridicole e antistoriche, guai a far finta di niente negando anche a se stessi che la situazione è cambiata, guai a buttarsi in picchiata presi da improvvisi istinti masochistici ! Questo è il momento invece in cui bisogna riallargare lo sguardo su terreni nuovi e imparare a scendere qualche gradino senza farsi male, con il miglior savoir-faire di cui si é capaci e consapevoli che la serenità e l’autorealizzazione le si possono trovare anche qualche gradino più in basso, che la fase di vita da senior é piena di opportunità diverse da quelle precedenti. E’ il momento di saper accettare i propri limiti e di dimostrare che si è in grado di governare la discesa, non solo di arrampicarsi in salita.

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L’invecchiamento lento

“Sto invecchiando”, sento dire spesso, e chi lo dice di solito fa riferimento a trasformazioni del proprio corpo, a qualche lentezza nelle reazioni mentali, a qualche differenza nel ruolo sociale o familiare che ricopre.  Secondo un interessante studio di Diego Vezzuto apparso sulla rivista Neodemos (la rivista on line dei demografi italiani), il processo di invecchiamento dalla condizione del classico adulto maturo alla fase di vita successiva durerebbe mediamente 13 anni, con l’inizio della transizione che avverrebbe tra i 50 e i 60 anni. Le “tappe” importanti del processo di invecchiamento sarebbero segnate, secondo questo studio basato su dati del progetto europeo Share, dai seguenti eventi che implicano un cambiamento di ruolo o di status: l’uscita dal mercato del lavoro, l’uscita dell’ultimo figlio dalla casa d’origine, la nascita del primo nipote, la perdita del coniuge e il peggioramento delle condizioni di salute. Addirittura, Vezzuto riconosce durate del processo di invecchiamento diverse da Paese a Paese: ad esempio, “breve” quello degli Austriaci o dei Polacchi, “intermedio” quello dei Francesi, “medio-lungo” quello dei Tedeschi, “posticipato” quello degli abitanti della Svizzera, della Svezia e dei Paesi Bassi. Anche per noi Italiani il processo d’invecchiamento sarebbe “posticipato”, soprattutto perché lo si intraprenderebbe tardi.

Ora, a parte le differenze Paese, credo che effettivamente anche nell’esperienza individuale siano per molti riconoscibili gli eventi che lo studio identifica come “tappe” del processo di transizione e condivisibile da molti che esso sia un percorso prolungato nel tempo.   Sul piano familiare la varietà degli eventi “marcatori” è ampia, anche se non segue un calendario standard di età: a 60 anni può succederti di vedere i figli uscire di casa, ma anche di averli già autonomi da dieci anni o di tenerli sotto il tetto di casa per i dieci anni successivi; può succedere che diventi neo-nonno, ma anche neo-padre; puoi iniziare un periodo di riscoperta della coppia con il partner di una vita o magari invece ti può capitare un nuovo amore con un coetaneo. Nella sfera lavorativa, per qualcuno l’evento “marcatore” è il classico giorno del pensionamento, ma per qualcun altro è un improvviso licenziamento o un’imprevista riduzione di responsabilità. E’ forse però soprattutto il fronte fisico quello a cui siamo più sensibili e che di più ci fa notare che gli anni passano.  Se da una parte è sicuro che agli acciacchi non si sottrae nessuno e che la roulette delle malattie serie è sempre all’opera, è altrettanto certo che la medicina oggi consente a tutti maggiore ottimismo, che finalmente l’attenzione alla prevenzione si sta facendo strada diffusamente e che si sta imponendo una maggiore propensione al movimento fisico e all’alimentazione sana.  Così, un’importante conseguenza è che il declino fisico, che quando si viveva meno era normalmente concentrato in pochi anni, oggi si diluisce su decenni, pur con una resistenza altamente variabile da persona a persona.

In questo quadro di “invecchiamento lento, posticipato e prolungato” è però probabile che sperimenteremo dissonanze forti, anche a livello fisico, tra il mantenimento da un parte di condizioni “giovanili” grazie alla medicina rigenerativa (ad esempio con le “riparazioni” di cuore e fegato grazie alle cellule staminali) e invece il peggioramento dall’altra parte sul fronte delle malattie neurodegenerative, viste le maggiori difficoltà che la scienza medica sta affrontando in questo campo. Allo stesso modo, sperimenteremo disorientamenti tra un invecchiamento fisico molto lento e cambiamenti invece talvolta repentini di ruoli sociali e familiari.

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Guai a sentirsi inutili !

Scrive Tino: Sto vivendo un momento particolare in cui mi sento in sospeso e che mi aspettavo più semplice. Ho smesso di lavorare e sono andato in pensione circa sei mesi fa. Non avevo progetti particolari in mente per il “dopo”, ero solo contento di poter tirare il fiato perché negli ultimi anni facevo sempre più fatica, mi pesavano sempre di più il ritmo e le responsabilità di lavoro. Così ho preso i primi mesi di “libertà” con molta tranquillità, era anche la bella stagione e li ho trascorsi come se fosse una lunga vacanza. Poi però, sul finire dell’estate, ho cominciato ad essere inquieto perché mi sembrava che stavo buttando via le giornate. Ho incominciato a preoccuparmi perché le tante ore da “sfaccendato” non erano più vacanza, ma solo inutilità. L’idea di ritrovarmi al bar a giocare a carte o di essere preso di mira da tutta la famiglia per sbrigare commissioni varie mi terrorizzava. Mi sono messo a fare lunghe passeggiate, un po’ per stare fuori casa, un po’ perché se cammino penso meglio e volevo proprio pensare bene a quali soluzioni c’erano. Mi sono detto che devo trovare assolutamente un’attività che non mi isoli dal mondo, in cui i rapporti con le altre persone siano importanti, questa é per me la cosa più importante. E poi che sia anche un’attività che mi impegni il cervello su qualcosa di concreto. A seguito di questo ragionamento, sto provando a cercare due cose: un lavoro che mi impegni meno tempo di quello che ho sempre fatto e che mi consenta di utilizzare le mie esperienze lavorative (ho messo in giro la voce tra i conoscenti e gli ex colleghi, ma per il momento i segnali non sono incoraggianti) oppure un’attività di volontariato in qualche associazione che mi faccia sentire utile. Qui la situazione sembra più promettente: ho contattato un paio di associazioni e mi hanno detto che potrei dare una mano. Quel che adesso sto cercando di capire meglio, per essere onesto con me stesso e anche con gli altri, è se lo farei solo per me, per rispondere al mio bisogno di oggi, o se ho veramente una spinta a dare un aiuto al prossimo.
Io sono arrivato a questo punto. Anche se ancora non so come andrà a finire, un suggerimento mi sento di darlo a tutti i coetanei che si trovano in questa situazione: fatevi dei progetti per il “dopo” PRIMA di rimanere con le giornate vuote !

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Il reinventarsi non ha tempi brevi

I saggi dicono che bisognerebbe essere capaci di reinventarsi giorno per giorno, senza dare nulla per scontato.  Facile a dirsi ! Per niente facile però a realizzarsi, perché ogni volta che proviamo a reinventarci dobbiamo fare i conti con il senso di perdita di quel che lasciamo e con l’incertezza del nuovo che cerchiamo.

Quando Lucio e sua moglie hanno finalmente deciso di separarsi dopo più di 30 anni di matrimonio e molte incomprensioni, lui si immaginava che sarebbe stato relativamente facile ricostruirsi una nuova vita: nuova casa, nuove libertà, nuovi rapporti e la possibilità di vivere più felicemente la quotidianità secondo i propri desideri. Niente di più fallace ! Dopo un anno Lucio non ha ancora superato un sottile senso di fallimento che lo prende, soprattutto non appena si sveglia il mattino, per il suo matrimonio finito; e la nuova vita ogni tanto fa capolino, ma non gli è ancora chiaro cosa veramente, di tutte le inedite esperienze che ha fatto nel corso dell’ultimo anno, gli interessa veramente e cosa invece no.

A Francesca, 59 anni, l’occasione di reinventarsi si è invece presentata a seguito di una vicenda lavorativa. La società per cui lavorava, in evidente crisi di sopravvivenza, le ha chiesto, se voleva mantenere il posto, di trasferirsi in un’altra città, molto lontana dalla sua dove aveva casa, famiglia, amici e abitudini. Dopo una penosa riflessione, Francesca ha deciso che il cambiamento di città non le stava bene e che, se cambiamento doveva essere, allora questo poteva significare interrompere l’attività lavorativa full time in anticipo rispetto alle sue aspettative, cercare qualche incarico retribuito coerente con la propria professionalità e liberare del tempo prima impiegato nel lavoro per dedicarsi a tutto ciò che aveva sempre tenuto in un cassetto negli anni precedenti. Ma anche per lei la transizione non è stata indolore, né veloce. Oggi, dopo molti mesi, ancora si interroga sulla bontà della propria scelta: le prende spesso un senso di vuoto e di perdita per la mancanza di tutto il contesto sociale che comportava il lavorare in un ambiente organizzato e, pur non essendo priva di iniziativa, da una parte fatica a trovare incarichi che le diano un minimo di soddisfazione economica e dall’altra i suoi sogni nel cassetto (viaggi, teatro, un impegno civile per l’ambiente) non riescono ancora a precipitare in qualcosa di abbastanza concreto, qualcosa capace di dare un significato alla sua vita paragonabile a quello precedente.

Così, tanto Lucio quanto Francesca sperimentano che il reinventarsi è un atto di coraggio che rivitalizza, ma che contemporaneamente costa fatica e richiede tempo.   Costa fatica l’allontanarsi dalla situazione consolidata e ben conosciuta su cui abbiamo costruito per tanto tempo la nostra identità, al punto che paradossalmente diventa più facile accettare il cambiamento da parte di chi vi è stato forzato piuttosto che da parte di chi l’ha scelto. Ma costa fatica anche la ricerca del nuovo modo di vivere e l’incessante attività di adattamento e di ricerca del proprio benessere e della propria felicità.

Inoltre, chi a buon diritto può dire che da senior è riuscito a reinventarsi, sicuramente può anche testimoniare che non basta un atto momentaneo di coraggio: il cambiamento non lo si ottiene nel tempo di uno schioccare di dita; al contrario, l’elaborazione del senso di perdita per ciò che si lascia e l’atterraggio in un nuovo assetto di vita soddisfacente richiedono tempi lunghi e capacità di non scoraggiarsi.

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Sognare una nuova vita, perchè no?

Scrive Aurora: Anche io sono sui 60, modesta pensionata, niente legami stretti, a nord-ovest fra le nebbie, a parte dei nipoti che non vedo mai e poi impegni con associazioni e volontariato; amici, pochi. Mi son detta: se provengo da una bellissima antica città del sud sul mare ed ho anche dei cugini integrati laggiu’, associazioni omologhe, il caldo (condizionatore permettendo), ricordi delle vacanze d’infanzia, perchè non chiudere baracca e mobili compresi, senza aspettare il nuovo amore, sono anche io passabile, e traferirmi in meridione ? “BENTORNATA al sud” mi dice una voce interiore forte ed insistente. Aspetto i vs. commenti, guardando le agenzie immobiliari di laggiu’ e sognando: forse non è impossibile! PS mi piace scrivere racconti, con qualche piccola pubblicazione: perchè non cambiar scenario?

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Fare downshifting a 70 anni

Silvia ad inizio estate ci aveva scritto della sua intenzione di cambiare abitazione facendo downshifting. Come è andata ? Dopo mesi impegnativi, ora ci racconta cosa è successo.

Ho traslocato da appena qualche giorno in un piccolo e accogliente attico dove vivo sola. Prima abitavo in un grande appartamento, affacciato sul verde di una villa, a due passi dal centro storico, in una piccola cittadina del Piemonte, al terzo piano senza ascensore. Ho quasi 70 anni, e, seppur in buona salute, l’età che avanza mi suggeriva una sistemazione più consona e ora che si è liberato questo alloggio di proprietà di mio genero, quinto piano con ascensore, ho preso la decisione di sistemarmi qui. Mia figlia, architetto, si è occupata della ristrutturazione: è diventato un open space, più camera da letto, servizi e una grande terrazza. Il posto mi è piaciuto subito, ma ho dovuto entrare nell’ordine di idee di restringermi, cioè lasciare mobili e cose che qui non trovavano una sistemazione.
A giugno, mentre qui iniziava la ristrutturazione, io ho incominciato a stabilire che cosa volevo tenere e che cosa potevo lasciar andare, in base agli spazi della nuova casa .Ho deciso di tenere vecchi mobili a cui sono affezionata, tra cui la libreria di mio padre e una mia vecchia scrivania. Di che cosa privarmi? All’inizio è stato quasi uno scherzo: non ho più comperato lo zucchero e ho usato le bustine della mia collezione di zuccheri dei bar più prestigiosi; ho regalato le piccole saponette degli Hotel della mia collezione (tanto, ora che non viaggio più per lavoro, era più che mai sguarnita..); poi la cosa si è fatta più seria: stabilito che le sei librerie sarebbero diventate due, che la grande cucina sarebbe stata un cucinino affacciato sull’open space, che i due divani sarebbero diventati un divano-letto nuovo, che un armadio per la biancheria sarebbe diventato un armadio per appendere le giacche degli ospiti,che il grande armadio era troppo alto per la nuova casa e che dovevo sostituirlo con uno più basso,quindi più piccolo, ho dovuto attivarmi da una parte ad ordinare pochi nuovi mobili e dall’altra ad eliminare alla grande i contenuti o, perlomeno, a ridurli con estrema decisione.
Nello stesso periodo avevo letto sulla stampa che i baby boomer in America lasciano le villette con giardino e tornano a vivere nei centri cittadini, adattandosi a vivere in meno spazio, per tagliare le spese di trasporto e di riscaldamento: è il downshifting . Secondo Wikipedia si tratta di un “comportamento sociale o una tendenza collettiva per cui gli individui adottano modi di vita più semplici, per sfuggire al materialismo ossessivo, per ridurre lo stress e i danni psichici che ne derivano”. Certo è un comportamento positivo quando avviene per scelta volontaria, meno se sei costretto a ridurti a causa di un cambiamento di stile di vita dovuto a minori introiti.
Non è il mio caso, per fortuna, e allora, rinfrancata dal far parte dell’attualità, mi sono data delle regole ferree: i libri che avevo pochissime probabilità di aprire li ho donati a piccole biblioteche dei paesi vicini (ho scoperto di avere due o addirittura tre copie di uno stesso libro che mi interessava e tanti libri che non consultavo più e che neppure sapevo di avere); i libri della mia professione li ho regalati all’ultimo Istituto Scolastico dove ho lavorato. Quelli che non mi sentivo proprio di lasciare sono qui, nelle due librerie. Mi comprerò un lettore di e-book e andrò più spesso in biblioteca, che è anche un modo per stare meno soli.
L’armadio nuovo è più basso e più piccolo dell’altro, e allora vestiti, maglie, giacche, pantaloni e scarpe ne ho tenuti tre o quattro per stagione e qualità, i più belli e recenti e che porto veramente, gli altri ad un negozio di riuso.
La cucina nuova è piccola, perciò ho preparato scatoloni di stoviglie, pentole e biancheria per Associazioni che li vendono o li riusano (in fin dei conti a che servono tre servizi di piatti da tavola?). Un’Associazione umanitaria si è portata via le librerie, i divani, la cucina, la colf si è presa l’armadio alto, mio nipote la scrivania moderna, tante cose sono stati piccoli regali per le amiche, altre cose in uno scatolone per mia nipote che ha deciso di convivere, piccoli oggetti in uno scatolone per una lotteria della Parrocchia. Tutti contenti. Poi tante cose via nella raccolta differenziata,via vecchi documenti, via vecchie lettere; gli oggetti più grandi all’isola ecologica, senza pietà. E poi – mi son detta – basta acquisti non necessari ai saldi, basta 3 per 2, basta shopping ma acquisti al bisogno e se acquisterò una cosa ne getterò un’altra.
Qui ho una grande cantina arieggiata dove ho messo alcuni scatoloni di cose e soprammobili che voglio tenere e che ogni tanto prenderò per sostituire quelli in casa facendo un cambio..; lì, in un armadio chiuso, ho messo i tanti quadri che mi avanzano e che sostituirò ogni tanto con quelli in casa, altri saranno splendidi regali.
Le foto sparse per la casa, i mobili, gli oggetti, i quadri mi ricordano le persone care, la mia vita di oggi e di un tempo, ma tanti ricordi sono dentro di me, fanno parte di me e contano solo per me: quelli non li butterò mai. Sono contenta e mi sembra di aver ripassato la mia vita in questa faticosa ma efficace estate di downshifting. Silvia Ghidinelli       In foto: interno di un’abitazione

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Passaggi d’età

Per Vivian Diller, psicologa e autrice di “Face it”, una guida per donne alle prese con le emozioni che derivano da cambiamenti importanti del proprio aspetto fisico quando si invecchia, la crisi di mezza età è quella che compare quando il passare degli anni si combina con cambiamenti biologici e psicologici. Non se se oggi si possa ancora parlare di “mezza età”, visto che nessuno sa più dire con sicurezza a quale età arriverebbe questa benedetta età di mezzo, ma è certamente vero che, come suggerisce la Diller, il passaggio dai cinquanta e dai sessant’anni sono quasi sempre contrassegnati da cambiamenti del proprio aspetto fisico e del proprio assetto di vita (sia per le donne sia per gli uomini), cambiamenti che in molti casi producono una crisi. Se non una vera e propria crisi di identità, quantomeno un numero cospicuo di interrogativi intorno a se stessi e alle proprie scelte di vita.

I segni di una crisi di questo tipo possono essere molti e diversissimi da persona a persona: ad esempio, c’è chi fatica a riconoscersi e ad accettare le rughe e gli appesantimenti che vede allo specchio, chi si sente in declino e non riesce più a pensare ad un futuro soddisfacente, così come c’è chi si domanda se ce la farà a proseguire nelle relazioni e nelle attività che una volta erano fonte di molte soddisfazioni e ora invece non suscitano più un briciolo di entusiasmo. C’è anche chi, invecchiando, fantastica di palingenesi senza aver mai modificato di un millimetro i propri cinquanta o sessant’anni precedenti e chi si aggrappa disperatamente al presente puntando all’immobilità, propria e del mondo intero. Certamente, è anche vero che molti vivono con la massima serenità il passaggio dalla condizione di adulto nel pieno della maturità a quella di senior, ma chi sperimenta la crisi può stare veramente male e può correre il rischio di incupirsi, di perdersi o, come diceva una testimonianza pubblicata di recente proprio su queste pagine, può persino desiderare di immergersi in un letargo interminabile.

In questi casi prendere coscienza del fatto che stiamo vivendo una crisi legata al passaggio d’età è già un passo avanti: tra le reazioni più comuni infatti c’è la negazione, anche a noi stessi, di quel che sta succedendo. Far finta di niente, evitare di rifletterci, pensare che è solo una giornata storta, è quanto di più umano possa esserci, ma non aiuta.  Accettare che qualcosa sta cambiando è invece già un modo per affrontare il problema.

Per tornare alla Diller, i suoi suggerimenti sono di evidente buon senso: immaginate di guidare e di trovarvi in una rotonda senza sapere la direzione da prendere, propone la psicologa. Ebbene, alcuni comportamenti sono sicuramente sbagliati. Tra i più frequenti, il provare a tornare indietro sulla strada da cui siamo venuti, ma ahimé il portare all’indietro l’orologio non è un buon rimedio, anzi è proprio impossibile. Anche continuare a girare intorno alla rotonda aspettando che qualcosa succeda produce solo confusione e alla fine paralisi. La soluzione più facile potrebbe sembrare il far finta che la rotonda non esista e proseguire diritto nella stessa direzione, ma andare avanti in automatico senza emozioni fa solo aumentare il rischio di depressioni e quasi per certo produrrà sentimenti negativi di mancanza di senso. Alla fine, presi dalla disperazione, potremmo prendere la prima svolta che capita, ma sarebbe come giocare alla lotteria. Gli errori da evitare insomma sono chiari. Cosa suggerisce di fare allora la psicologa ? Le mosse giuste sarebbero di prendersi una pausa, non reagire immediatamente, pensar bene allo step successivo e confrontarsi con chi ci sta intorno. E poi agire, per non passar la notte all’incrocio.

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Voglio scendere

Lo sfogo di Marco: Consigli cercasi ! Io non ne posso più di essere un sessantenne attivo, impegnato, responsabile, eccetera eccetera. Ho fatto la mia parte, adesso voglio scendere dalla giostra e sparire in qualche posto sperduto fuori dal mondo. Un posto dove non devo più preoccuparmi di portare a casa i soldi per la mia famiglia. Dove non mi rompono i cosiddetti ogni momento con le tasse da pagare, dato che non sono mai stato un dipendente. In un posto dove quelli di 30 anni si fanno carico della loro vita e non mi vengono a raccontare ogni giorno che sono io e quelli della mia età che devono occuparsi di loro. Dove non arrivano giornali, internet e le notizie maleodoranti sull’Italia. Dove posso tirare un sospiro di sollievo.
Lo so che un posto così non esiste, ma allora cosa posso fare? Io non mi sono mai tirato indietro: ho sempre lavorato, ho messo su famiglia e voluto dei figli, mi sono indebitato per vent’anni per avere una casa e non ho mai sgarrato una rata, quando c’è stato bisogno di impegnarsi per le esigenze del quartiere dove abito l’ho fatto, non mi sono tirato indietro di fronte ad amici che avevano bisogno…ma ci sarà un momento che uno può dire: adesso basta, il ciuco è stanco, non ce la fa più !   In foto: uomo stanco e con preoccupazioni.

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